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A metà vita

Prima che mettano l’accesso spid anche per entrare in wordpress, oggi una poesia di Hölderlein, che in questi tempi di pandemia, aiuta sempre, per profondità di pensiero.

Mi spiace non essere in grado di leggerlo in lingua originale, il tedesco, lo propongo nella traduzione dal tedesco di un grande studioso, Gianfranco Contini.

Di gialle pere il suolo

e colmo di rose selvagge

pende nel lago, voi cigni del cuore,

e il capo di baci ubriaco

nell’acqua tuffate

ch’è santa e non turba.

Ahimè, dove li prendo,

ora ch’è inverno, i fiori, e dove

del sole la luce, della terra

l’ombra? Al freddo muti

se ne stanno i muri, nel vento

stridono le banderuole.

Photo by Maria Orlova on Pexels.com

Post #555 di Branoalcollo

One book in one tweet #33 Ritorno a Venezia

33-165

The Politics of Washing, Real Life in Venice, Polly Coles

Questo è il classico caso in cui non bisogna fidarsi delle recensioni sul retro di copertina. “Eloquent”. Scrittrice inglese che decide di vivere con la famiglia un anno a Venezia e si scontra con le difficoltà del quotidiano. Oltre l’incanto.

Guida sentimentale di Venezia, Diego Valeri

Necessario conoscere le lingue, molte citazioni sono in tedesco, senza nessuna traduzione – sarebbe il caso di aggiungerle – però qui davvero si coglie il senso di tutto, l’essenza della città labirintica descritta con rara sensibilità e poesia.

I nizioleti raccontano Venezia, Lorenzo Somma

I nizioleti (lett. lenzuolini) sono le scritte che compaiono al primo piano degli edifici veneziani, danno il nome al luogo che state attraversando: calli, campi e meandri vari. Un altro modo curioso di esplorare la città.

Le prigioni di Venezia, Giovanni Scarabello

Accurato rendiconto sulle condizioni carcerarie a Venezia durante la Repubblica. Nella Gabbia dei rei, Cheba – gabbia di ferro – si esponevano prigionieri che si erano macchiati di turpissime colpe. L’ergastolano Zaccaria Briani, il “vecio de casa”, contribuì al progetto di Antonio da Ponte per il concorso delle Carceri Nuove.

Spezie, vino, pane della Serenissima, Giampiero Rorato

A Venezia si documenta la presenza del pepe ancora prima dell’anno Mille, un sacco di pepe venne lasciato per testamento da Orso al monastero lagunare di Sant’Ilario…Frequenti traffici con il porto di Alessandra, e da Alessandria si trafuga il corpo di San Marco, coprendolo di prosciutti…

§

And the winner is

DiegoValeri

One book in one tweet #33 Ritorno a Venezia

33-165

The Politics of Washing, Real Life in Venice, Polly Coles

Questo è il classico caso in cui non bisogna fidarsi delle recensioni sul retro di copertina. “Eloquent”. Scrittrice inglese che decide di vivere con la famiglia un anno a Venezia e si scontra con le difficoltà del quotidiano. Oltre l’incanto.

Guida sentimentale di Venezia, Diego Valeri

Necessario conoscere le lingue, molte citazioni sono in tedesco, senza nessuna traduzione – sarebbe il caso di aggiungerle – però qui davvero si coglie il senso di tutto, l’essenza della città labirintica descritta con rara sensibilità e poesia.

I nizioleti raccontano Venezia, Lorenzo Somma

I nizioleti (lett. lenzuolini) sono le scritte che compaiono al primo piano degli edifici veneziani, danno il nome al luogo che state attraversando: calli, campi e meandri vari. Un altro modo curioso di esplorare la città.

Le prigioni di Venezia, Giovanni Scarabello

Accurato rendiconto sulle condizioni carcerarie a Venezia durante la Repubblica. Nella Gabbia dei rei, Cheba – gabbia di ferro – si esponevano prigionieri che si erano macchiati di turpissime colpe. L’ergastolano Zaccaria Briani, il “vecio de casa”, contribuì al progetto di Antonio da Ponte per il concorso delle Carceri Nuove.

Spezie, vino, pane della Serenissima, Giampiero Rorato

A Venezia si documenta la presenza del pepe ancora prima dell’anno Mille, un sacco di pepe venne lasciato per testamento da Orso al monastero lagunare di Sant’Ilario…Frequenti traffici con il porto di Alessandra, e da Alessandria si trafuga il corpo di San Marco, coprendolo di prosciutti…

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And the winner is

DiegoValeri

Buone Feste e Buon Natale a Tutti

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Siamo finalmente arrivati alla meritata pausa natalizia, tempo di raccoglimento, di festa, di momenti passati con le persone più care, a me piace.

Inutile invece far cambiare idea a chi odia il Natale, però se persino il più accanito detrattore Ebenezer Scrooge si ricrede almeno nel racconto, un filo di speranza resta.

Josif Brodskij d’inverno veniva a Venezia a scrivere, complice la nebbia, poche anime in giro, e l’acqua.

La situazione è cambiata rispetto al 1989, agli attuali trenta milioni di turisti l’anno, ma Dorsoduro e la Fondamenta degli Incurabili rimangono luoghi poco frequentati fino alla sorpresa finale della vista del Bacino di San Marco e della Punta della Dogana.

Ho sempre aderito all’idea che Dio sia tempo, o almeno che lo sia il suo spirito. Magari era un’idea mia, di mia fabbricazione, ma adesso non ricordo. In ogni caso ho sempre pensato che se lo spirito di Dio aleggiava sopra la faccia dell’acqua, l’acqua non poteva non rifletterlo. Da qui il mio debole per l’acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e – poiché sono un nordico – per il suo grigiore. Penso, molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo, e la notte di Capodanno, con un gusto un po’ pagano, cerco sempre di trovarmi vicino all’acqua, possibilmente davanti a un mare o a un oceano, per assistere all’affiorare di una nuova porzione, di un’altra tazza di tempo. Non cerco una sirenetta a cavallo di una conchiglia; voglio vedere una nuvola o la cresta di un’onda che lambisce la riva a mezzanotte. Questo, per me, è tempo che esce dall’acqua e quando guardo il lungo pizzo che depone sulla spiaggia non lo guardo con la curiosità di una zingara sapiente ma con tenerezza e gratitudine. [1]

§

[1] Fondamenta degli Incurabili, Josif Brodskij, Adelphi, 2019, p. 40 §19, Traduzione di Gilberto Forti.

VENEZIA, Again #1

Si riparte da Venezia, iniziando dal nome.

La forma dotta di Venezia riprende il classico Venetia. Altre varianti sono Veniesa, Vegnesia, Vinegia.

Il plurale Venezie viene usato fino al XVI-XVII secolo. Venetia e Veneto fanno riferimento agli abitanti: Veneti preromani.

In epoca bizantina anche Venetici (Benétikoi). Troppo semplice per una città così complessa?

Giulio Lorenzetti, autore di una delle guide storiche sulla città, VENEZIA E IL SUO ESTUARIO, citando una villotta, cerca di trovare una spiegazione più poetica, si dimentica il nome del poeta che viene confinato nell’anonimato, ma a lui si deve il tentativo di trovare un’altra etimologia: VENEZIA vorrebbe dire veni etiam – torna ancora.

Impegno che i visitatori hanno preso alla lettera, siamo a circa 25 milioni di turisti all’anno.

Come anno di fondazione della città, è bene stamparsi a imperitura memoria il 25 Marzo 421, prima pietra nella Chiesa di San Giacometo a Rialto (da non confondersi con l’altra Chiesa a San Giacomo dell’Orio, di cui parlerò più avanti), qui immortalata in un dipinto del Canaletto.

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Dal vivo così, e già si notano delle differenze, senza nemmeno aguzzare troppo la vista.

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Vicino al Mercato di Ri-alto, Rivo Alto, indicato al punto (8) qui sotto

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Sui primi insediamenti sono stati scritti fiumi di parole. La versione ufficiale sulle origini è la fuga nella laguna per sfuggire agli eserciti di Attila, Alboino e Carlo Magno. In realtà gli spostamenti sono stati progressivi, ci si è dovuti adattare a un ambiente non certo accogliente: paludi, acque alte e zanzare. L’allontanamento dalla linea di costa verso il mare è stato graduale, l’acqua consentiva anche lo scambio di merci tra il Mediterraneo e i fiumi della pianura.

Per capire quindi come tutto sia iniziato bisogna rifarsi agli studi che l’archeologia ha svolto sull’area, in particolare le zone intorno a Torcello. In passato non c’erano ponti, soltanto zattere, passerelle e imbarcazioni. Mancavano le infrastrutture, per questo i frequenti attraversamenti via acqua hanno consentito di migliorare e affinare i cantieri navali su cui poi la Serenissima ha primeggiato. La pratica è servita a utilizzare il territorio acqueo in modo più efficace e produttivo, le difficoltà sono diventate risorse.

Se si volesse immaginare una Venezia delle origini, bisogna allontanarsi totalmente dalla visione attuale, in passato interamente costruita con fango e legno. Gli edifici in pietra erano rari, prevalentemente riservati a costruzioni religiose. Il legno invece si adattava meglio alla struttura anfibia dei nuclei abitati, resisteva all’umidità dei luoghi.

Gli abitanti della Laguna erano per la maggior parte artigiani, addetti allo scarico e carico delle merci, commercianti, un numero esiguo di ricchi gestori e schiavi. Gli schiavi venivano utilizzati nell’XI secolo, come bottino di guerra proveniente dall’Europa carolingia, per poi essere rivenduti come “merce di scambio” nel Mediterraneo islamico. Alla fine dell’XI secolo la potenza navale veneziana subì un evidente cambiamento, spingendosi oltre l’Adriatico, nel Mediterraneo orientale, e dal commercio alle razzie e crociate il passo fu breve..ma del rapporto con un altrove lontano parleremo nel prossimo appuntamento…

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