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Il ramo d’oro

In queste gelide giornate di festa di gennaio ritorno volentieri al mito. C’è una storia straordinaria che mi ha sempre affascinato, il culto degli alberi sacri. Il ramo d’oro allude quindi a un rito antico secondo il quale il sacerdote per ricevere il titolo di re del bosco doveva cogliere il ramo d’oro di un bosco sacro. Impresa non esente da ostacoli come racconta James George Frazer nel volume giallo intenso della Newton Compton (2016).

Per entrare nell’atmosfera Frazer parte da un quadro suggestivo di William Turner, le acque del lago di Nemi, specchio di Diana. Anche Turner ha un passato mitologico oltre agli schizzi sublimi dei suoi tramonti infuocati, si rifà a un episodio dell’Eneide quando Enea taglia la pianta del vischio per scendere agli Inferi seguendo le indicazioni della Sibilla Cumana..vicino al santuario della Diana dei Boschi.

Golden_bough.jpg
Il Ramo d’oro di William Turner (1834)

Ora torniamo al lago, che è un posto incantevole ma ha anche un aspetto inquietante, vicino all’albero si aggira una strana figura, un sacerdote che sguaina la spada non appena si faccia avanti qualcuno, sacerdote e allo stesso tempo assassino. Ha un compito ingrato deve sorvegliare quell’albero sacro, giorno e notte, stagione dopo stagione, e se si addormenta solo per qualche ora, mette la sua vita in pericolo.

Enea ricorre allo stratagemma del vischio (ramo d’oro) per potere accedere al regno dei morti, duella con il sacerdote per diventare Rex Nemorensis, re dei Boschi..il culto in realtà era stato voluto da Oreste che fuggito in Italia con la sorella dopo aver ucciso Toante, re della Tauride (Crimea) aveva portato con sé il simulacro della Dea Taurica. Si raccontava che qualsiasi pellegrino che si avvicinasse all’isola doveva essere immolato alla Dea. All’interno del santuario un fuoco perennemente acceso, accudito da vestali.

Diana era in compagnia di altre due divinità minori, Egeria, la ninfa della limpida acqua ricordata anche da Ovidio – i versi sui ciottoli delle sue placide acque ripresi anche da D’Annunzio – sempre secondo la leggenda si narra che le donne incinte bevessero alla fonte per avere un parto facile – amante del Re Numa, forse più saggio grazie all’unione segreta con la Dea..l’altra era Virbio, noto anche come Ippolito, l’eroe casto, devoto di Artemide che venne ucciso dalla Dea Afrodite per aver rifiutato la sua corte, riportato in vita da Diana, affidato alle cure della ninfa Egeria e richiamato Virbio..Ora se Virbio era come si presume anche lo sposo di Diana, si capisce come mai abbracciasse quell’albero come se fosse la sua amante, tenendosi stretto ai suoi rami. Un connubio segnato da un rituale doloroso e spietato, la successione per morte del sacerdote custode. Se i rami d’oro dell’albero non venivano spezzati non c’era nulla da temere, altrimenti il duello era inevitabile secondo un ordine invariabile che elevava il duellante al ruolo di potenziale divinità. Ramo d’oro selvatico e divino.

 

 

Il ramo d’oro

In queste gelide giornate di festa di gennaio ritorno volentieri al mito. C’è una storia straordinaria che mi ha sempre affascinato, il culto degli alberi sacri. Il ramo d’oro allude quindi a un rito antico secondo il quale il sacerdote per ricevere il titolo di re del bosco doveva cogliere il ramo d’oro di un bosco sacro. Impresa non esente da ostacoli come racconta James George Frazer nel volume giallo intenso della Newton Compton (2016).

Per entrare nell’atmosfera Frazer parte da un quadro suggestivo di William Turner, le acque del lago di Nemi, specchio di Diana. Anche Turner ha un passato mitologico oltre agli schizzi sublimi dei suoi tramonti infuocati, si rifà a un episodio dell’Eneide quando Enea taglia la pianta del vischio per scendere agli Inferi seguendo le indicazioni della Sibilla Cumana..vicino al santuario della Diana dei Boschi.

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Il Ramo d’oro di William Turner (1834)

Ora torniamo al lago, che è un posto incantevole ma ha anche un aspetto inquietante, vicino all’albero si aggira una strana figura, un sacerdote che sguaina la spada non appena si faccia avanti qualcuno, sacerdote e allo stesso tempo assassino. Ha un compito ingrato deve sorvegliare quell’albero sacro, giorno e notte, stagione dopo stagione, e se si addormenta solo per qualche ora, mette la sua vita in pericolo.

Enea ricorre allo stratagemma del vischio (ramo d’oro) per potere accedere al regno dei morti, duella con il sacerdote per diventare Rex Nemorensis, re dei Boschi..il culto in realtà era stato voluto da Oreste che fuggito in Italia con la sorella dopo aver ucciso Toante, re della Tauride (Crimea) aveva portato con sé il simulacro della Dea Taurica. Si raccontava che qualsiasi pellegrino che si avvicinasse all’isola doveva essere immolato alla Dea. All’interno del santuario un fuoco perennemente acceso, accudito da vestali.

Diana era in compagnia di altre due divinità minori, Egeria, la ninfa della limpida acqua ricordata anche da Ovidio – i versi sui ciottoli delle sue placide acque ripresi anche da D’Annunzio – sempre secondo la leggenda si narra che le donne incinte bevessero alla fonte per avere un parto facile – amante del Re Numa, forse più saggio grazie all’unione segreta con la Dea..l’altra era Virbio, noto anche come Ippolito, l’eroe casto, devoto di Artemide che venne ucciso dalla Dea Afrodite per aver rifiutato la sua corte, riportato in vita da Diana, affidato alle cure della ninfa Egeria e richiamato Virbio..Ora se Virbio era come si presume anche lo sposo di Diana, si capisce come mai abbracciasse quell’albero come se fosse la sua amante, tenendosi stretto ai suoi rami. Un connubio segnato da un rituale doloroso e spietato, la successione per morte del sacerdote custode. Se i rami d’oro dell’albero non venivano spezzati non c’era nulla da temere, altrimenti il duello era inevitabile secondo un ordine invariabile che elevava il duellante al ruolo di potenziale divinità. Ramo d’oro selvatico e divino.

 

 

#Venezia: Archeologia degli Inizi

Lunedì sono stata a Ca’ Dolfin, aula magna splendida di Ca’ Foscari, con affreschi e specchi antichi, per ascoltare una conferenza organizzata dal Dipartimento di Scienze Ambientali, di Informatica e Statistica, con la partecipazione dello Stanford Archeological Center, e dello Stanford Woods Institute for the Environment.

Qui mi sono laureata nel 1995, ri-diplomata nel 2004, mai come ora il tema torna a essere vitale. Può l’archeologia salvare Venezia? Si chiedono i relatori del convegno. Grande assente il Sindaco, impegnato con altre incombenze istituzionali. Nel frattempo scienziati, archeologi, studiosi, stimolati da recenti scavi nell’isola di Torcello, hanno dato nuovi impulsi alla ricerca.

Avverto subito che il quadro non è roseo. Robert Dunbar insiste sul legame tra paesaggio ed ecologia stessa. I ghiacciai si stanno sciogliendo a una velocità maggiore di quanto previsto, il riscaldamento delle acque ha inevitabilmente peggiorato il fenomeno dell’acqua alta – minore pressione subita per un maggiore riscaldamento – la questione è mai come oggi legata a un intervento immediato. Il tempo gioca un ruolo fondamentale, l’approccio risolutivo deve coordinare una ricerca interdisciplinare, ingenti capitali e risorse, il sistema lagunare non può non essere legato all’ecosistema del nord adriatico e delle zone costiere. Nel passato la comunità è riuscita a coesistere e a domare l’ambiente in cui si trovò a vivere, lottando contro epidemie, attivandosi per sconfiggere la malaria in aree inospitali e salmastre. I dati sottolineano la necessità di rioccuparsi del territorio come patrimonio da salvaguardare, con il pericolo di un ritorno della malaria. Per Lynn Meskell, che si è occupata di analizzare il rapporto tra i siti elencati dall’Unesco e il loro effettivo stato di efficienza nel mantenimento delle infrastrutture, la situazione è deludente per America e Nord Europa. L’Italia, che è in cima alla lista, con 51 siti, 47 culturali, 4 naturali, continua a proporne altri da candidare. Venezia, inserita nel 1987, presenta gli stessi problemi già discussi in passato. Nessuno dei siti italiani, già segnalati in un preoccupante stato di degrado, è stato inserito nella lista dei siti in pericolo. Nel 2014 era stata sottolineata la necessità di uno sviluppo sostenibile, con una particolare attenzione al passaggio di navi e petroliere. Secondo le indicazioni presentate nel documento stilato per la Conferenza di Parigi, Venezia doveva essere iscritta, ma le raccomandazioni sono state omesse dalla presentazione ufficiale. I problemi sono noti ma restano in stand-by da anni.

Diego Calaon, ricercatore cafoscarino alla Stanford University, offre ulteriori spunti di riflessione, con alcuni miti da sfatare e alcune provocazioni.

Primo fra tutti, il fatto che i Barbari c’entrino con la fondazione di Torcello e Venezia. Questa è la versione ufficiale dei fatti, rifugio nella laguna come fuga dai Barbari. Chi sono questi Barbari? Erano i Germani? Che ruolo hanno avuto nel nostro mito per auto-definirci?

Il secondo, è la descrizione di Venezia come città bizantina, non è stato così, non almeno fino all’XI secolo.

Il terzo, è la riscoperta di una Venezia, importante emporio commerciale a livello europeo con molti legami con l’Islam più che con Bisanzio. Se spesso la storia di Venezia viene trasmessa come un succedersi di fatti, l’ecologia presenta altre visioni. Lo studio del corso dei fiumi e le loro deviazioni permettono di individuare ulteriori percorsi. L’acqua non è solo un elemento di difesa, il vivere in laguna è fortemente ricercato per la stretta connessione tra fiumi e mare, è una fonte di ricchezza.

Grazie ai recenti scavi sull’isola di Torcello, si è stabilito un rapporto anche con la comunità che abita i luoghi lagunari. L’archeologia ha saputo comunicare la propria ricerca? Nel XXI secolo a chi si deve rivolgere? Sono i 20 milioni di turisti che trasformano la nostra percezione, percezione sempre legata a un rapporto di relazione?

Ulteriore mito da sfatare, è che Venezia stia affondando. Venezia HA sempre affondato, nei secoli dei secoli. Abbiamo smesso di innalzarla e l’abbiamo messa in una teca di vetro. Che idea di Venezia stiamo salvando?

Il paesaggio non può prescindere dall’ecologia della città stessa. Ogni cosa è connessa con qualsiasi altra.

Giornata mondiale della poesia: una quartina breve di Cristina Campo

Quartine brevi 

( a T. e L. )

1

Medita l’acqua, dubita fra i vetri… 

Ma s’è smarrita in mezzo agli scaffali 

Da ieri un’ape. E tra gli asciutti alari 

fragile brilla un’azalea da ieri. 

 

 

S. Leonardo in Arcetri

Primo giorno di primavera 1952

Cristina Campo 

Orsi e passioni canadesi

The Canes Venatici constellation from Uranogra...

[…] non riuscivo a introdurre dei personaggi in una stanza senza descrivere tutti i mobili. Lei mi dice che Hemingway insegnava a non descrivere mai i personaggi. So tutto di quella regola. Ma tiro dritto.

Alice Munro

Mi dispiace per gli altri candidati, ma il premio Nobel per la letteratura – il chimico e filantropo Nobel ha una storia tristissima, per colpa della sua scoperta esplosiva perse il fratello e il padre rimase gravemente menomato – l’hanno dato alla scrittrice canadese Alice Munro, originaria dell’Ontario, terra di orsi, laghi e volpi…

La Munro ora è conosciuta ovunque, grazie alla raccolta di racconti Lives of girls and women, che in italiano viene rovesciato in Vite di donne e ragazze.

Io ho iniziato a leggerla per merito di un’altra scrittrice canadese Marian Engel, autrice di un romanzo molto popolare in Canada, Bear (Orso, 1976), l’incontro di una bibliotecaria con un orso, insolito e a tratti surreale, perché tra i due scoppia la passione, una passione così travolgente che alla fine ti affezioni pure all’orso. E infatti prestai il libro a un amico e non lo rividi più, la trama evidentemente gli era piaciuta.

La Munro fu la prima scrittrice a vincere nel 1986 il Marian Engel Award, un premio letterario in memoria della Engel che onorava la carriera delle scrittrici canadesi con una somma di denaro, circa 10000 $canadesi, durato fino al 2007 e poi sparito dalla circolazione. Ormai io la collego sempre all’orso della Engel, animale mitico che serve per ridefinire il nostro rapporto con la natura selvaggia.

Nel libro della Engel il significato dell’animale varia a seconda dello sguardo di chi lo osserva, non a caso l’orso vive su un’isola sperduta, a sottolineare il fatto di essere lui stesso un’isola in un’altra isola, un’identità a sé. Tralascio le letture psicoanalitiche sulla sessualità dell’orso, dalla “pelliccia così folta da non poter essere penetrata”, ma Lou, la bibliotecaria che deve catalogare il lascito di libri alla fondazione per cui lavora in una remota località del Canada, non si arrende, e rompe il tabù, addomestica temporaneamente l’orso, ma solo temporaneamente, come accade in ogni rituale. Alla fine l’orso ricomparirà solamente nella sua connotazione cosmica come orsa maggiore, ritorna al paesaggio e rivive nel ricordo, secondo il significato originario di ri-cordare, riportare al cuore…

Uno dei più grandi critici letterari del Novecento Northrop Frye è convinto che la narrativa canadese sia ricca di immaginazione proprio perché profondamente radicata nel “possibile”, vasti territori inesplorati che invitano attraversamenti inaspettati.

Ed è proprio così…come testimonia il commento di una lettrice su goodreads:

Ok tornando alla realtà, lasciando da parte simbolismo e allegoria, questo è un libro che racconta di una donna che se la fa con un orso. Inutile aggiungere che non guarderò mai più gli orsi e il miele (e forse anche le persone) senza sentirmi un po’ morbosa da adesso in poi ma devo ammettere che questa bestia strana, inquietante e magnifica mi ha stupito e meravigliato.

L’orso ha colpito ancora…

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