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Forme e colori: Cristina Bove

Questa settimana doppia programmazione con due scritti di Cristina Bove, che ho già avuto il piacere di avere come ospite delle interviste possibili, qui nel blog.

Si tratta di due pubblicazioni delle Edizioni Smasher, casa editrice siciliana sotto la direzione editoriale di Carmen Fasolo. La prima è una raccolta di poesie, Mi hanno detto di Ofelia, Settembre 2012, la seconda, è un romanzo, Una per Mille, Ottobre 2013, già alla I ristampa, che sarebbe riduttivo chiamare semplicemente autobiografia perché supera i confini di genere e interroga la scrittura stessa, attraversando anni di vita de-costruita e ri-costruita in un collage di frammenti, dialoghi, enigmi, sfoghi, pensieri, riflessi, tracce di tante metamorfosi femminili.

Da subito mi ha colpito l’illustrazione in copertina della stessa autrice, fantasmi intangibili e presenti, attraversati da uno sfondo azzurro intenso con riflessi dorati.

Mi hanno detto di Ofelia

Il titolo di shakespeariana memoria rievoca l’insensatezza di Amleto troppo preso dalla sua sete di vendetta al punto da essere cieco, dando voce a quella sensibilità sacrificata, a cui sono destinati caratteri più empatici. Qui finalmente si recupera il senso di tante esperienze soffocate da un’ottusa mancanza, quell’anima ferita rivive indomita confondendosi nel paesaggio, muta forma, diventa stella, abisso, onda, vento, figura mitologica, sogno, gioco, fino a essere naturalmente reinvestita da un’epica leggendaria:

 

Legend

 

Raccontava di un posto dove l’aria

era suono, geometria la luce

e dove il tempo

scompigliava logiche

non c’erano però campi di grano

né ciliegie a dipingere sorrisi

gli arcobaleni tanti

che a distinguerli mai

e note sovrapposte di incantesimi

ma un bacio

il raccogliersi dentro

e raccontarsi morbido e bagnato

quello non c’era

e se

fosse questo calore

il paradiso?..[1]

 

Il senso di smarrimento che circonda gli atti incompiuti viene sostituito da nuovi orizzonti di parole che tornano a essere azioni generose.

L’aria continua a essere un elemento rivelatore nei versi di Cristina Bove, lo spazio viene ampliato dall’uso di lunghi trattini_pause che aprono nuovi spiragli, sottolineando a volte distanze inconciliabili, rotture, silenzi eloquenti.

Il sarcasmo scioglie l’amarezza in un sorriso, altrove il disincanto regala una consapevolezza contagiosa, non più nostalgia di non ritorni impossibili ma vuoto che accoglie pienamente e rimanda a configurazioni eteree:

e tu sarai fremente d’arabeschi/nel rovescio di_stanze della terra/il piacere d’un attimo scomposto/avrà braccia di cielo a contenermi/e luce finalmente/a farmi amore.[2]

 

Una per Mille

 

Dove c’è pericolo
Cresce anche ciò che salva
Friedrich Hölderlin

 

Una per Mille, ma anche Mille per Una – per non farci mancare il rimando a Dumas e al senso di solidarietà nell’avventura, nelle gioie e nei dispiaceri – raccoglie le molte vite di Cristina Bove, dall’infanzia a Napoli alle sue peregrinazioni in giro per l’Italia e all’estero (Israele, Costa Rica) e un lungo soggiorno in Tunisia. Nei suoi ruoli diversi di figlia, madre, scrittrice, artista, moglie, amica, paziente, custode di segreti, ha saputo e ha dovuto affrontare non poche difficoltà, gravi operazioni superate con coraggio, crisi di crescita, vere e proprie evoluzioni personali senza mai perdere di vista il periodo storico di riferimento, dal dopo guerra ai giorni nostri, le dure battaglie per ottenere uguali diritti e giustizia sociale.

In questo ri-pensarsi a ritroso riaffiorano dall’archivio della memoria scorci di eventi che tornano a essere dolorosi e traumatici – l’abbandono del padre, una maturità precoce ad accudire il fratellino, l’impossibilità di continuare gli studi come si avrebbe desiderato, un non-amore sofferto, un tentato suicidio mai commentato in famiglia – si stabilisce un rapporto privilegiato con un tempo interiore che non coincide con la fredda cronologia dei fatti. La riscrittura di ciò che è stato reintroduce un ordine nuovo nel magma delle emozioni, ci si ri-esamina con il dovuto distacco, si riscoprono improvvisi tentativi di fuga nell’ironia, antiche paure, il passato diventa intreccio pressante e presente, i ricordi rimettono a nudo il potere terapeutico dell’esperienza creativa, dove “mille per una” assume una diversa connotazione, finalmente una combinazione libera che si accorda con altri modi di essere non codificati. Tante sono le madeleines che nutrono le ingiustizie di un cuore spezzato alla ricerca di nuove risorse e nuove chiavi di lettura – il romanzo è ricco di rimandi metatestuali, letterari e filosofici, tra cui spiccano l’interpretazione dei sogni di Premananda, l’oracolo cinese de I Ching, non a caso il Libro dei Mutamenti studiato a lungo da Carl Gustav Jung, un sistema di divinazione basato su 64 esagrammi che servono a guidarci nella sincronicità dei cambiamenti, mentre la musica accarezza i pensieri. Sono percorsi intrapresi da un’anima indagatrice, alimentata dalla voglia di imparare, di confrontarsi con altri mondi, esoterici e non, aperta e ricettiva anche all’incontro con manifestazioni sorprendenti: fantasmi, esseri mutevoli e trascendenti che permettono di riconciliarsi con figure scomparse. E dopo tante spine, c’è bisogno di rose delicate, di cieli luminosi, di ritornare alla piacevolezza dei sensi, farsi corpo vitale, essere grata a ognuna di quelle mille.

_______________________________________________________

[1] Cristina Bove, Mi hanno detto di Ofelia, Edizioni Smasher, Settembre 2012, p. 58.

[2] Ibidem, Karma, p. 46.

§

Ekaton o centone

Oggi il mio centesimo articolo è un omaggio al centone, il cosiddetto patchwork letterario. Originariamente in latino la parola indicava un panno composto di pezzi di stoffa differenti cuciti insieme.

Il tempo era così umido e nebbioso che il giorno faticava a mostrarsi; già a una decina di passi di distanza dalla strada ferrata, sia a destra che a sinistra, era difficile scorgere qualcosa dai finestrini del vagone. Tra i passeggeri ve n’erano alcuni che tornavano in patria dall’estero, ma i piú pieni di tutti erano gli scompartimenti di terza classe, affollati di gente abbastanza misera che viaggiava per le proprie faccende e non veniva da molto lontano. Tutti, com’è naturale, erano stanchi, infreddoliti, con gli occhi cerchiati per la notte passata in bianco, e i loro volti apparivano giallastri in quella luce filtrata dalla nebbia.


“Gli italiani generosissimi in tutto non sono generosi quando si tratta di pensare…Le parole non bastano e sdraiarsi nel comodo letto della vanità ciarliera è come farsi smidollare da una cupa e sonnolenta meretrice. Le “parole” sono ancelle d’una Circe bagasciona, e tramutano in bestia chi si lascia affascinare dal loro tintinnìo.” 

“Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale…È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale… un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”

“I pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è… mai possibile!”

“Non ho resistito e mi sono messo a scrivere questa storia dei miei primi passi nell’arena della vita, anche se avrei potuto farne a meno. Di certo so una cosa sola: non mi metterò mai più a scrivere la mia autobiografia, nemmeno dovessi campare cent’anni. Credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità.” 

“Una faccia può essere un giardino oppure un bosco oppure una terra desolata, dove non cresce niente. Io disegno solo i paesaggi che mi piacciono.”

“Credevo di essere atteso con chi sa quale ansia, e invece mi sbagliavo. Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda.”

L’altro lo guardò con aria diffidente.

“Un’altra canadese che non rivedrò più…e dire che di canadesi ne ho viste, e anche di giacche a vento, dette canadesi…”

“Già di questo parleremo poi…ora come ora ho tre domande da porti, e sono: primo, cosa pensi dei sogni; secondo, cosa pensi del linguaggio degli animali; terzo, cosa pensi della storia universale in generale e della storia universale in particolare. Son qui che ascolto.”

Il treno si fermò giusto in tempo.

P.S. Le citazioni sono tratte da Dostoevskij, Gadda, Bradbury, Tolstoj, J.C. McCandless, Marco Tullio Giordana, Flaubert, Céline, Queneau.

Ekaton o centone

Oggi il mio centesimo articolo è un omaggio al centone, il cosiddetto patchwork letterario. Originariamente in latino la parola indicava un panno composto di pezzi di stoffa differenti cuciti insieme.

Il tempo era così umido e nebbioso che il giorno faticava a mostrarsi; già a una decina di passi di distanza dalla strada ferrata, sia a destra che a sinistra, era difficile scorgere qualcosa dai finestrini del vagone. Tra i passeggeri ve n’erano alcuni che tornavano in patria dall’estero, ma i piú pieni di tutti erano gli scompartimenti di terza classe, affollati di gente abbastanza misera che viaggiava per le proprie faccende e non veniva da molto lontano. Tutti, com’è naturale, erano stanchi, infreddoliti, con gli occhi cerchiati per la notte passata in bianco, e i loro volti apparivano giallastri in quella luce filtrata dalla nebbia.


“Gli italiani generosissimi in tutto non sono generosi quando si tratta di pensare…Le parole non bastano e sdraiarsi nel comodo letto della vanità ciarliera è come farsi smidollare da una cupa e sonnolenta meretrice. Le “parole” sono ancelle d’una Circe bagasciona, e tramutano in bestia chi si lascia affascinare dal loro tintinnìo.” 

“Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale…È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale… un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”

“I pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è… mai possibile!”

“Non ho resistito e mi sono messo a scrivere questa storia dei miei primi passi nell’arena della vita, anche se avrei potuto farne a meno. Di certo so una cosa sola: non mi metterò mai più a scrivere la mia autobiografia, nemmeno dovessi campare cent’anni. Credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità.” 

“Una faccia può essere un giardino oppure un bosco oppure una terra desolata, dove non cresce niente. Io disegno solo i paesaggi che mi piacciono.”

“Credevo di essere atteso con chi sa quale ansia, e invece mi sbagliavo. Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda.”

L’altro lo guardò con aria diffidente.

“Un’altra canadese che non rivedrò più…e dire che di canadesi ne ho viste, e anche di giacche a vento, dette canadesi…”

“Già di questo parleremo poi…ora come ora ho tre domande da porti, e sono: primo, cosa pensi dei sogni; secondo, cosa pensi del linguaggio degli animali; terzo, cosa pensi della storia universale in generale e della storia universale in particolare. Son qui che ascolto.”

Il treno si fermò giusto in tempo.

P.S. Le citazioni sono tratte da Dostoevskij, Gadda, Bradbury, Tolstoj, J.C. McCandless, Marco Tullio Giordana, Flaubert, Céline, Queneau.

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