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Il segreto di Merlino

English: Illumination of a 15th century manusc...
English: Illumination of a 15th century manuscript of Historia Regum Britanniae showing king of the Britons Vortigern and Ambros waching the fight between two dragons.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A un gatto speciale

Edwin Muir (1887-1959) è stato un poeta, giornalista, critico letterario, conosciuto anche per la sua attività di traduttore, il primo ad avere tradotto in inglese l’opera di Franz Kafka, insieme alla moglie Wilhelmina “Willa” Anderson. Originario delle isole Orkney, ha trascorso la prima parte della sua infanzia nella fattoria del padre, insieme ai suoi cinque fratelli, il trasferimento a Glasgow segna l’inizio di un periodo doloroso, la perdita in breve tempo di entrambi i genitori, e di due fratelli, l’impatto con un ambiente urbano austero, lontanissimo dalla vita idilliaca di campagna. Nelle poesie di Muir, compare quasi sempre la mescolanza di presente e passato, spesso equilibrata con una sapiente rievocazione del mito e della leggenda. Per chi fosse interessato a leggere le sue raccolte di poesie in inglese, segnalo due edizioni, la prima curata da T. S. Eliot per la Faber & Faber, del 1965, ristampata nel 1974 come Selected Poems e la seconda, The Complete Poems of Edwin Muir, a cura di Peter H. Butler, Association for literary studies, Aberdeen, Scotland, 1991.

Tra tutte le poesie, ho scelto alcuni versi dedicati a una grande figura leggendaria, il Mago Merlino, ormai ammansito dalla trasposizione cinematografica della Disney, ma secondo i cicli arturiani un indovino potentissimo, descritto brillantemente nel libretto di John Dryden per l’opera di Henry Purcell King Arthur (1691).[1]

In realtà esisterebbero due personaggi di nome Merlino (Myrddin in gallese): Myrddin Wylt, Merlino il Selvaggio, un bardo che sarebbe impazzito dopo aver assistito alle brutalità della guerra, che non ha nulla a che vedere con il ciclo di Artù, e Myrddin Emrys, Merlino il Saggio, tramandatoci dalla Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (del 1136 circa), figlio di un demone e di una donna mortale.

La versione di Goffredo di Monmouth è basata su una fusione tra questa figura leggendaria e quella storica di Ambrosio Aureliano del V secolo, riportato erroneamente come Aurelio Ambrosio, un capo romano britannico che vinse numerose battaglie, secondo alcuni una possibile ispirazione per il personaggio di Re Artù.

A Goffredo di Monmouth si deve anche la trasformazione del nome in Merlino, per evitare la spiacevole assonanza con il francese merde.

Nelle sue storie Merlino compare al fianco del padre di Artù Uther Pendragon. Diventa tutore di Artù ma non appena viene eletto re, scompare e non si sa più nulla. Nella Vita di Merlino invece va a vivere nella foresta e impazzisce. Nella versione romanza di Robert de Baron invece vive imprigionato in una grotta, sconfitto dalla bellissima Vivienne, la Dama del Lago, che gli sottrae i suoi poteri magici.

In Edwin Muir Merlino torna alla sua essenza, un enigma senza fine.

Merlino

 

Merlino nella tua grotta di cristallo

Immerso nel diamante del giorno,

Ci sarà mai un cantore

La cui musica attenui

Il solco tracciato dal dito di Adamo

Attraverso la memoria e l’onda?

O un fuggiasco che supererà

L’ombra lunga dell’uomo che si protrae

Varcando i cancelli della memoria

E appenderà la mela all’albero?

La tua magia mostrerà mai

La sposa dormiente chiusa nella sua stanza,

Il giorno avvolto nel suo globo di neve

E il Tempo chiuso nella sua torre?

——————————————————————————————–

Merlin 

 

O Merlin in your crystal cave

Deep in the diamond of the day,

Will there ever be a singer

Whose music will smooth away

The furrow drawn by Adam’s finger

Across the memory and the wave?

Or a runner who’ll outrun

Man’s long shadow driving on,

Break through the gate of memory

And hang the apple on the tree?

Will your magic ever show

The sleeping bride shut in her bower,

The day wreathed in its mound of snow

and Time locked in his tower?


[1] Trama: Arthur, re dei Bretoni, e Oswald, re dei Sassoni, aspirano alla mano di Emmeline, figlia del duca di Cornovaglia. Dopo aver perso una battaglia decisiva contro i Bretoni, Oswald rapisce Emmeline e tenta invano di ottenere i suoi favori. Intanto, Arthur riesce a resistere alle seduzioni di due sirene e si libera dagli incantesimi di cui era vittima. Il giorno di San Giorgio si svolge il combattimento decisivo fra i due rivali; il mago Osmond e uno spirito della terra, Grimbald, sostengono Oswald, mentre Merlino e uno spirito dell’aria, Philidel, sostengono Arthur e i Bretoni. L’ultimo atto vede lo scontro fra le due armate: Arthur affronta Oswald in un duello e, dopo averlo disarmato, lo risparmia. Emmeline sposa il vincitore; indi Merlino fa sorgere dal mare le isole britanniche.

(Dizionario del teatro.it)

Imprevisti e probabilità, il cuore in un sasso

Una decina di anni fa nel Northumberland, nella parte nord-orientale dell’Inghilterra ai confini con la Scozia è stato fatto un esperimento poetico, affidato al caso e a una manciata di pecore. L’autrice, Valerie Laws, ampiamente criticata per aver ottenuto 2000 sterline per finanziare il progetto, da molti ritenuto ridicolo, ha pensato bene di rallegrare la comunità rurale, afflitta da una tremenda epidemia di bestiame, scrivendo sulle schiene degli ovini alcune parole, che a seconda di come gli animali si muovevano nel gregge andavano a comporre delle poesie casuali. Tra le migliori combinazioni possibili, è stata segnalata questa:

Warm drift graze gentle white below the sky soft sheep mirrors snow clouds.

Non un capolavoro, dei semplici pensieri delicati da parte di tredici animali inconsapevoli che “pascolano riflettendo nuvole di neve”.

Nulla a che vedere con le brughiere insanguinate di Ted Hughes (1930-1998), animate da versi infuocati dove natura e mito si mescolano sapientemente perché vivono in una dimensione atemporale.

In netto contrasto con i pensieri addomesticati degli animali della Laws, ho scelto Thistles, incentrata sui cardi, piante piene di aculei con dei bellissimi fiori violacei, simbolo araldico della Scozia. La poesia è costruita proprio sulla polivalenza evocata dai fiori spinosi.

Un’antica leggenda racconta che gli Scozzesi si salvarono grazie alle spine della pianta; durante un agguato notturno, un Vichingo calpestò un cardo, si mise a urlare e la missione fallì. “Nessuno mi avrà sfidato impunemente” è il motto che compare negli stendardi scozzesi.

Cardi

 

Contro le lingue di gomma delle vacche e le mani da zappatura degli uomini

I cardi infilzano l’aria estiva

E aperti crepitano sotto una pressione nero-blu.

 

Ognuno ha uno scoppio vendicativo

Di resurrezione, una manciata tenace

Di armi scheggiate e gelo islandese emerso

 

Dalla macchia sotterranea di un Vichingo imputridito.

Sono come pallidi crini e le gutturali dei dialetti.

Ognuno regge una piuma di sangue.

 

Poi diventano canuti come gli uomini.

Una volta falciati, è una lotta. I figli arrivano

Rigidi di armi, contrattaccano sullo stesso terreno.

——————————————————————————————–

Thistles

 

Against the rubber tongues of cows and the hoeing hands of men

Thistles spike the summer air

And crackle open under a blue-black pressure.

 

Every one a revengeful burst

Of resurrection, a grasphed fistful

Of splintered weapons and Icelandic frost thrust up

 

From the underground stain of a decayed Viking.

They are like pale hair and the gutturals of dialects.

Every one manages a plume of blood.

 

Then they grow grey like men.

Mown down, it is a feud. Their sons appear

Stiff with weapons, fighting back over the same ground.

Il tempo delle fragole

A chi di dovere

Questo lunedì una poesia di Edwin Morgan (1920-2010), pubblicata nel 1968 nella raccolta The Second Life, stesso titolo di futuri mondi virtuali che verranno creati anni dopo. Una strana coincidenza, anche se Morgan è sempre stato un grande sperimentatore, uno dei primi a scrivere poesie dedicate alla fantascienza e spaziare tra mito, tradizione e avanguardia. Tra le mie preferite rimane sempre l’intraducibile canzone scritta per il mostro di Loch Ness. (1)

Fragole invece è un frammento di ricordo di due uomini che sono stati innamorati. Idealmente mi sarebbe piaciuto mantenere l’anonimato del genere, ma in italiano bisognava fare una scelta: il maschile e non il femminile, come ho letto in alcune traduzioni online.

Una porzione di frutta per alcuni forse eccessivamente zuccherata in cui però si riconoscono emozioni già vissute.

Strawberries

There were never strawberries

like the ones we had

that sultry afternoon

sitting on the step

of the open french window

facing each other

your knees held in mine

the blue plates in our laps

the strawberries glistening

in the hot sunlight

we dipped them in sugar

looking at each other

not hurrying the feast

for one to come

the empty plates

laid on the stone together

with the two forks crossed

and I bent towards you

sweet in that air

in my arms

abandoned like a child

from your eager mouth

the taste of strawberries

in my memory

lean back again

let me love you

let the sun beat

on our forgetfulness

one hour of all

the heat intense

and summer lightning

on the Kilpatrick hills

let the storm wash the plates

——————————————————————————————–

Fragole

Mai ci furono fragole

Come quelle che mangiammo

Quel pomeriggio afoso

Seduti sul gradino

Del balcone aperto

Uno di fronte all’altro

Le tue ginocchia tra le mie

I piatti azzurri sul grembo

Le fragole che brillavano

Ai raggi caldi del sole

Le intingevamo nello zucchero

Guardandoci negli occhi

Rallentando il banchetto

Perché ce ne fosse un altro

I piatti vuoti

Posati insieme sulla pietra

Con le due forchette incrociate

E io che mi chinavo su di te

Dolce in quell’aria

Fra le mie braccia

Abbandonato come un bambino

Dalla tua bocca impaziente

Il sapore delle fragole

Nel mio ricordo

Si sporge ancora

Lasciami amarti

Lascia che il sole batta

Sulla nostra distrazione

Un’ora di tutto

Quel calore intenso

E i fulmini d’estate

Sulle colline di Kilpatrick

Lasciamo lavare i piatti al temporale

Il tempo delle fragole

A chi di dovere

Questo lunedì una poesia di Edwin Morgan (1920-2010), pubblicata nel 1968 nella raccolta The Second Life, stesso titolo di futuri mondi virtuali che verranno creati anni dopo. Una strana coincidenza, anche se Morgan è sempre stato un grande sperimentatore, uno dei primi a scrivere poesie dedicate alla fantascienza e spaziare tra mito, tradizione e avanguardia. Tra le mie preferite rimane sempre l’intraducibile canzone scritta per il mostro di Loch Ness. (1)

Fragole invece è un frammento di ricordo di due uomini che sono stati innamorati. Idealmente mi sarebbe piaciuto mantenere l’anonimato del genere, ma in italiano bisognava fare una scelta: il maschile e non il femminile, come ho letto in alcune traduzioni online.

Una porzione di frutta per alcuni forse eccessivamente zuccherata in cui però si riconoscono emozioni già vissute.

Strawberries

There were never strawberries

like the ones we had

that sultry afternoon

sitting on the step

of the open french window

facing each other

your knees held in mine

the blue plates in our laps

the strawberries glistening

in the hot sunlight

we dipped them in sugar

looking at each other

not hurrying the feast

for one to come

the empty plates

laid on the stone together

with the two forks crossed

and I bent towards you

sweet in that air

in my arms

abandoned like a child

from your eager mouth

the taste of strawberries

in my memory

lean back again

let me love you

let the sun beat

on our forgetfulness

one hour of all

the heat intense

and summer lightning

on the Kilpatrick hills

let the storm wash the plates

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Fragole

Mai ci furono fragole

Come quelle che mangiammo

Quel pomeriggio afoso

Seduti sul gradino

Del balcone aperto

Uno di fronte all’altro

Le tue ginocchia tra le mie

I piatti azzurri sul grembo

Le fragole che brillavano

Ai raggi caldi del sole

Le intingevamo nello zucchero

Guardandoci negli occhi

Rallentando il banchetto

Perché ce ne fosse un altro

I piatti vuoti

Posati insieme sulla pietra

Con le due forchette incrociate

E io che mi chinavo su di te

Dolce in quell’aria

Fra le mie braccia

Abbandonato come un bambino

Dalla tua bocca impaziente

Il sapore delle fragole

Nel mio ricordo

Si sporge ancora

Lasciami amarti

Lascia che il sole batta

Sulla nostra distrazione

Un’ora di tutto

Quel calore intenso

E i fulmini d’estate

Sulle colline di Kilpatrick

Lasciamo lavare i piatti al temporale

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