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San Girolamo

Fai di necessità virtù

Cor meum, ubi ego sum quicumque sum

Mio cuore, dove io sono chiunque sono (Sant’Agostino, Confessioni, X, 3)

Visto che domani è San Girolamo, patrono dei traduttori letterari, il traduttore automatico che è in me mi obbliga ogni anno a ricordarlo. Niente di grave, passa in fretta, “fai di necessità virtù”, e allora se proprio devo, quattro quadri memorabili del Maestro nel suo studio, così ricchi di dettagli che è un piacere guardarli e ri-guardarli.

Iniziamo con il dipinto di Colantonio con il leone accudito amorevolmente da San Girolamo, il muso del leone lievemente preoccupato per la spina che gli deve essere tolta dalla zampa ma tutto sommato fiducioso, il cappello rosso in basso a sinistra rimanda all’abito cardinalizio, sulla scrivania il libro sempre aperto e gli scaffali in disordine, segno di una frenetica attività di ricerca.

Colantonio, Museo di Capodimonte, Napoli (1444)
Colantonio, Museo di Capodimonte, Napoli (1444)

Il secondo è lo studio-casa di Antonello da Messina progettato e realizzato nel Quattrocento, una micro architettura che contiene un piccolo mondo a sé, pieno di libri, oggetti, sculture, piante, un gatto sdraiato, fuori dalla struttura sopraelevata, un pavone in primo piano, la coda dai molti occhi e dai molti colori simboleggia la ricchezza delle possibili interpretazioni della Scrittura, e a sinistra una coturnice in direzione opposta, simbolo di verità, mentre l’amico leone se ne sta tranquillo nell’ombra proiettata dagli archi in successione, in lontananza scorci di paesaggi verdi e orizzonti azzurri incorniciati nelle finestre laterali e nelle bifore in alto, l’interno che si apre al mondo che scorre fuori.

Antonello da Messina, National Gallery di Londra, 1474-75
Antonello da Messina, “San Girolamo nello studio”(1474-75), National Gallery di Londra

Il terzo è la stanza straordinaria di Sant’Agostino, oltre ai numerosi libri e paramenti liturgici vicino all’altare centrale, sullo sfondo a sinistra un’altra porta svela altri strumenti di lavoro tra cui un astrolabio e un quadrante, domina la scena il cagnolino maltese dallo sguardo docile e attento – razza antica di origine egiziana – un personaggio di tutto rispetto, anche lui testimone di un’apparizione ultraterrena, San Girolamo è il fascio di luce che penetra dalla finestra e che avverte Sant’Agostino della sua imminente ascesa in cielo.

Vittore Carpaccio, Venezia (1502), Visione di Sant'Agostino, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni
Vittore Carpaccio, “Visione di Sant’Agostino”, Venezia (1502), Scuola di San Giorgio degli Schiavoni

Chiude il trittico, il mio preferito, un esterno quasi domestico, San Girolamo selvaggio in campagna, “studio” all’aperto di Vincenzo Bellini, una panca di roccia in una natura accogliente racchiusa in un ovale, al centro un esile albero di fico, simbolo di redenzione, della conoscenza del bene e del male, in prospettiva un villaggio lontano con delle rovine, l’immancabile libro-Bibbia, e qui scatta il toto-animali, ce ne sono parecchi: un baby scoiattolo in alto sulla zolla d’erba-oasi-giardino con arbusti, un volatile nero che ho notato solo ora su un ramo che sembra interessato ad altro, due lepri che giocano tra loro, una lucertola tra i sassi, e pure il leone, nascosto nell’angolo in basso a destra, sfiorato dalla mano del santo…Buona visione!

Vincenzo Bellini, San Girolamo che legge in campagna, (1505), National Gallery di Washington
Vincenzo Bellini, “San Girolamo che legge in campagna” (1505), National Gallery di Washington

 

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Quattro anni oggi ✌✒♘✰☟

 
Mia profonda fierezza
 
Ovunque tu sia mi sei accanto.
Stringo la tua cintura alla mia vita.
Mia profonda fierezza.
Ovunque io sia, tu sei vicino a me
ti stringo, ti allaccio,
mi proteggi dagli sbandamenti dell’anima
dalle violenze improvvise e dalle assurdità.
Che sollievo tornare al tuo abbraccio.
 
Yiannis Ritsos 
(trad. N. Crocetta)
 

Quattro anni OGGI, 29 Agosto 2014

Quattro considerazioni in croce dopo circa 300 articoli…ringrazio davvero tutti, tra Linkedin e WordPress siamo quasi arrivati a 1000, per me è una grande soddisfazione!

Branoalcollo è stato inizialmente pensato come blog letterario dedicato prevalentemente alla rivisitazione e ri-traduzione di classici della narrativa e della poesia, si è poi via via aperto anche a nuove esperienze e collaborazioni, stimolate da nuovi incontri.

Quest’anno ho partecipato a diversi progetti, la maggior parte sono ricerche nate grazie alle iniziative culturali promosse dall’Atelier Meta-morphic. In galleria una breve mostra degli ultimi lavori svolti insieme all’artista e architetto Claudia Bonollo, una produzione Sisterly: il raggio verde, i cieli di Londra e l’Atlante delle Nuvole, Cupìdo e Piccadilly Circus, i paesaggi mistici raccolti in un articolo pubblicato sulle Metamorfosi del Verde dalla webzine PressTletter.

Tra le “nuove entrate” sono state particolarmente apprezzate le riletture dei romanzi, pubblicate a puntate, il Doctor Faustus di Thomas Mann e Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, il preferito dai lettori!

Gli articoli sono stati ispirati dai contributi di: Claudia Bonollo, Raffaele Serra, John Cassavetes, Gena Rowlands, Martin Amis, Arturo Schwarz, Les Baxter, Derek Walcott, Alain Resnais, Jorge Luis Borges, Doctor Faustus di Thomas Mann, Matteo Guarnaccia, E. A. Poe, G. Abbott Abbott, Frédéric Dard, George Orwell, Cristina Campo, Marcel Mauss, San Girolamo, David Shriegley, Vittorio Sereni, Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, Giampaolo Azzoni, il blu indaco.

Sto lavorando ad altri progetti, vi aggiornerò quanto prima. Buona navigazione! Un brindisi virtuale con tutti voi! Alla prossima esplorazione…

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L’ambivalenza del dono

Contrariamente a quanto sosteneva il maestro nonché patrono dei traduttori, San Girolamo, autore delle due frasi più citate in circolazione, “a caval donato non si guarda in bocca”, e una mia preferita, “chi si giustifica si auto-accusa”, al cavallo i denti vanno guardati. Non solo per il significato della parola “gift” che nelle lingue germaniche, voleva dire sia “dono” che “dose di veleno”, ma per tutto quello che ruota intorno a quel gesto, all’atto di donare qualcosa agli altri.  Simpatico cadeau per chi? Sappiamo che fine ha fatto il cavallo di Troia.

Tutti abbiamo preso qualche bidone, oggetti che vengono immediatamente scartati in senso reale e figurato, c’è chi incassa elegantemente il colpo, e ringrazia con la formula classica “grazie per il pensiero” – e una volta mi è pure capitato, in Inghilterra però, che alla sorpresa di ricevere per Natale due presine di rara bruttezza, dentro una confezione di plastica impolverata con ancora il prezzo sopra, 50 pence, la signora con tono seccato mi ha risposto prontamente, “è stato più che un pensiero” – chi medita vendetta e rifila subito il bidone a un altro, e aggiunge con poca convinzione “magari può piacere…”, e così un pagliaccio in vetro viene smerciato altrove, chi lo rivende su e-bay, e monetizza subito lo scarto, chi se ne dimentica, e chi finge di aver dimenticato, ma prepara un altro bidone per un’altra occasione, e poi c’è chi è contrario ai regali, “ah, io non li faccio”, punto e basta.

Il tema è stato analizzato da un famoso antropologo francese, Marcel Mauss, grazie ad anni di studi legati alle società arcaiche, principalmente in Polinesia. Arcaiche o meno, me lo sono andato a rileggere, libro comprato alla storica libreria La Toletta a Venezia, anni orsono, giusto per rimanere nel linguaggio antico, quando era gestita da due fratelli che litigavano come i vecchietti dei Muppets ma erano sempre insieme a discutere di libri e vendevano delle edizioni introvabili.

L’aspetto fondamentale che regolava i contratti e le relazioni tra le varie tribù era la certezza che i doni dovevano circolare ed essere ricambiati, una cena offerta, un talismano erano destinati a ricevere altri oggetti equivalenti. Il dono in qualche modo introduceva già la nozione di credito: il baratto, l’acquisto o la vendita a tempi stabiliti con merci di scambio, legati da un contratto di onore, ci si impegnava a mantenere la parola data. E perdere il prestito, non ricambiare, equivaleva a perdere la faccia. Obbligo di dare e di ricevere, respingere un dono veniva visto come un’ammissione di paura e debolezza, dimostrando di non sapere gestire lo scambio. Un mondo difficile, per certi versi, volendo si poteva ricambiare “a usura” restituendo qualcosa del valore del 30% all’anno…poi le cose si complicavano, chi non poteva restituire quanto ricevuto, perdeva il proprio rango, e non era più considerato un uomo libero, una punizione di una crudeltà estrema.

Ecco che allora ritorniamo all’elemento pericoloso che caratterizza l’arte del dono anche nella mitologia scandinava:

Tu hai dato dei doni,

Ma non hai dato doni d’amore,

Non hai dato un cuore benevolo,

Della vostra vita, sareste già privati,

Se avessi saputo del pericolo.[1]

Mauss risolve il dilemma con una nota finale:

Così da un capo all’altro dell’evoluzione umana, non ci sono due tipi di saggezza. Si adotti come principio della nostra vita, ciò che è stato e sarà sempre un principio: uscire da se stessi, dare, liberamente e per obbligo; non c’è il rischio di sbagliare. Lo afferma un bel proverbio maori:

Ko Maru kai atu

Ko Maru kai mai

Ka ngohe ngohe

“Dai quanto ricevi, tutto andrà bene.”[2]


[1] Marcel Mauss, Saggio sul dono, traduzione di Franco Zannino, Einaudi, 2002, versi tratti dall’Edda, p. 115.

[2] Ibidem, pp. 124-125.

L’ambivalenza del dono

Contrariamente a quanto sosteneva il maestro nonché patrono dei traduttori, San Girolamo, autore delle due frasi più citate in circolazione, “a caval donato non si guarda in bocca”, e una mia preferita, “chi si giustifica si auto-accusa”, al cavallo i denti vanno guardati. Non solo per il significato della parola “gift” che nelle lingue germaniche, voleva dire sia “dono” che “dose di veleno”, ma per tutto quello che ruota intorno a quel gesto, all’atto di donare qualcosa agli altri.  Simpatico cadeau per chi? Sappiamo che fine ha fatto il cavallo di Troia.

Tutti abbiamo preso qualche bidone, oggetti che vengono immediatamente scartati in senso reale e figurato, c’è chi incassa elegantemente il colpo, e ringrazia con la formula classica “grazie per il pensiero” – e una volta mi è pure capitato, in Inghilterra però, che alla sorpresa di ricevere per Natale due presine di rara bruttezza, dentro una confezione di plastica impolverata con ancora il prezzo sopra, 50 pence, la signora con tono seccato mi ha risposto prontamente, “è stato più che un pensiero” – chi medita vendetta e rifila subito il bidone a un altro, e aggiunge con poca convinzione “magari può piacere…”, e così un pagliaccio in vetro viene smerciato altrove, chi lo rivende su e-bay, e monetizza subito lo scarto, chi se ne dimentica, e chi finge di aver dimenticato, ma prepara un altro bidone per un’altra occasione, e poi c’è chi è contrario ai regali, “ah, io non li faccio”, punto e basta.

Il tema è stato analizzato da un famoso antropologo francese, Marcel Mauss, grazie ad anni di studi legati alle società arcaiche, principalmente in Polinesia. Arcaiche o meno, me lo sono andato a rileggere, libro comprato alla storica libreria La Toletta a Venezia, anni orsono, giusto per rimanere nel linguaggio antico, quando era gestita da due fratelli che litigavano come i vecchietti dei Muppets ma erano sempre insieme a discutere di libri e vendevano delle edizioni introvabili.

L’aspetto fondamentale che regolava i contratti e le relazioni tra le varie tribù era la certezza che i doni dovevano circolare ed essere ricambiati, una cena offerta, un talismano erano destinati a ricevere altri oggetti equivalenti. Il dono in qualche modo introduceva già la nozione di credito: il baratto, l’acquisto o la vendita a tempi stabiliti con merci di scambio, legati da un contratto di onore, ci si impegnava a mantenere la parola data. E perdere il prestito, non ricambiare, equivaleva a perdere la faccia. Obbligo di dare e di ricevere, respingere un dono veniva visto come un’ammissione di paura e debolezza, dimostrando di non sapere gestire lo scambio. Un mondo difficile, per certi versi, volendo si poteva ricambiare “a usura” restituendo qualcosa del valore del 30% all’anno…poi le cose si complicavano, chi non poteva restituire quanto ricevuto, perdeva il proprio rango, e non era più considerato un uomo libero, una punizione di una crudeltà estrema.

Ecco che allora ritorniamo all’elemento pericoloso che caratterizza l’arte del dono anche nella mitologia scandinava:

Tu hai dato dei doni,

Ma non hai dato doni d’amore,

Non hai dato un cuore benevolo,

Della vostra vita, sareste già privati,

Se avessi saputo del pericolo.[1]

Mauss risolve il dilemma con una nota finale:

Così da un capo all’altro dell’evoluzione umana, non ci sono due tipi di saggezza. Si adotti come principio della nostra vita, ciò che è stato e sarà sempre un principio: uscire da se stessi, dare, liberamente e per obbligo; non c’è il rischio di sbagliare. Lo afferma un bel proverbio maori:

Ko Maru kai atu

Ko Maru kai mai

Ka ngohe ngohe

“Dai quanto ricevi, tutto andrà bene.”[2]


[1] Marcel Mauss, Saggio sul dono, traduzione di Franco Zannino, Einaudi, 2002, versi tratti dall’Edda, p. 115.

[2] Ibidem, pp. 124-125.

Cuor di leone

San Girolamo, patrono dei traduttori, a volte è raffigurato in compagnia di un leone. A Venezia, alla Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, un intero ciclo di Vittore Carpaccio è dedicato al santo. Nella tela “San Girolamo e il leone nel convento”, il santo ritorna dall’eremitaggio nel deserto con un leone che aveva ammansito togliendogli una spina dalla zampa. L’opera mostra il momento in cui i frati del convento vedono la belva e fuggono terrorizzati prima che il monaco possa raccontare come siano andati i fatti. Ci sono moltissimi altri dipinti legati all’episodio del leone accudito dal santo. Alla National Gallery di Londra si può ammirare il quadro straordinario di Antonello da Messina. In realtà l’associazione santo-leone è piuttosto comune, basti pensare a San Marco…

Ma come mai il leone accompagna quasi sempre l’eremita nelle sue peregrinazioni? La spiegazione più convincente e commovente viene proprio da James Hillman che ha scritto un bellissimo saggio sul pensiero del cuore. (1)

Il leone ruggisce al deserto dell’anima, San Girolamo abita il cuore del leone. Qui la rabbia leonina non è associata all’aggressione, all’ostilità, alla violenza, ma alla vitalità delle emozioni, le passioni dell’anima rendono abitabile persino il deserto. Non a caso, l’animale scelto dal santo è il re degli animali, un animale regale che diventa il guardiano di un sottile equilibrio tra rabbia e pulsione. La preghiera nasce proprio come diretta conseguenza della confessione, la necessità di spostare la riflessione da sé al potere indipendente ed evocativo delle immagini.

Nel Fedro di Platone, come ricorda Hillman, Socrate significativamente nomina per primo Pan, il semidio figlio di Hermes e della ninfa Driope: “O Caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo, datemi la bellezza interiore dell’anima e, quanto all’esterno, che esso si accordi con ciò che è nel mio interno“.

Per l’eremita il ruggito del leone non è altro che il risveglio dell’anima.

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(1) L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, Milano, 2002.

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