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L’estate di Philip Larkin

A Chichan

Di Philip Larkin, poeta che mi piace molto, tempo fa avevo tradotto “Home is so sad”(1), la poesia che vi propongo oggi mi ha colpito perché descrive perfettamente il senso di smarrimento provocato da certe paure, con una sensibilità rara, l’imbarazzo di chi osserva si trasforma in timido riserbo.

Mamma, l’estate e io

Mia madre, che odia i temporali,

Blocca ogni giorno d’estate e lo svuota

Sospettosa per paura che cumuli

Di nuvole nere come uva si appostino nel cielo,

Ma quando il tempo di Agosto si guasta

E arrivano le piogge, e un fragile gelo

Affila l’aria abbandonata dagli uccelli

Perde il suo sguardo estivo preoccupato,

E io, suo figlio, anche se nato d’estate

E amante dell’estate, pure io

Mi sento più a mio agio quando cadono le foglie,

Troppo spesso i giorni estivi appaiono

Emblemi di una felicità perfetta

Che non sono capace di affrontare, devo aspettare

Un tempo meno sicuro, meno ricco, meno chiaro:

Un Autunno più adatto.

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Mother, Summer, I

My mother, who hates thunder storms,

Holds up each summer day and shakes

It out suspiciously, lest swarms

Of grape-dark clouds are lurking there;

But when the August weather breaks

And rains begin, and brittle frost

Sharpens the bird-abandoned air,

Her worried summer look is lost,

And I her son, though summer-born

And summer-loving, none the less

Am easier when the leaves are gone

Too often summer days appear

Emblems of perfect happiness

I can’t confront: I must await

A time less bold, less rich, less clear:

An autumn more appropriate.

§

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(1) vedi http://branoalcollo.wpcomstaging.com/2012/06/18/attraversamenti/

Trick or treat?

Macbeth and Banquo with the Witches by Henry F...

Macbeth e Banco con le Streghe di Henry Fuseli

Ormai la frase scherzetto o dolcetto? è sbarcata anche in Italia, anche se Halloween in versione mediterranea è un bell’ossimoro. È una festa che inevitabilmente mi ricorda l’Inghilterra, soprattutto i bambini che ti suonano il campanello vestiti da fantasmi che non fanno per niente paura per avere qualche biscotto. Gli scherzetti, i famigerati tricks, che anticamente si riferivano a veri e propri sortilegi, sono di solito ragni di plastica, gelatine verdastre filiformi, scheletri tremolanti tenuti da visibilissimi fili di nylon.

La scena invece di un incontro spaventoso con le streghe riaffiora nel Macbeth di William Shakespeare, tragedia scritta probabilmente intorno al 1605, la cui datazione è stata a lungo dibattuta, e si fonda principalmente su confronti e citazioni con altre opere dell’epoca. Fondamentale la scena del banchetto rievocata da Beaumont Fletcher nel Knight of the Burning Pestle (Il cavaliere del Pestello Ardente, 1607-1610) dove si è visto un chiaro riferimento all’atto III, scena IV del Macbeth. In Beaumont l’apprendista finto fantasma Jasper, con la faccia infarinata dice al suo padrone, il mercante Venturewell:

“E non ti riuscirà mai più di sedere e restartene solo in nessun luogo, perch’io sempre verrò a visitarti con il mio volto di spettro e ti richiamerò alla mente i grandi oltraggi che mi hai fatto. E come siederai a banchetto insieme ai tuoi amici e ti sentirai allegro in cuore e sazio di vino generoso, ecco io mi insinuerò nel bel mezzo della tua fiera allegrezza e, restando invisibile per tutti i mortali tranne che per te, mormorerò al tuo orecchio una storia così sinistra che il tuo bicchiere cadrà di mano e tu resterai muto e pallido come la stessa morte.”[1]

Le tre streghe che Macbeth incontra per sapere che cosa gli riserverà il futuro sono invece una rielaborazione delle Norne della mitologia scandinava, un rimando indiretto alle Parche, secondo alcuni critici di fatto l’impersonificazione di una degenerazione degli impulsi autodistruttivi già anticipati nell’Othello.

Le tre “weird sisters” significativamente salutano Macbeth in tre modi diversi, prima con un titolo che già possiede Thane of Glamis, poi con un titolo che non possiede ancora Thane of Cawdor, e infine con il suo vero desiderio segreto, quello di re di Scozia.

Una tragedia che affronta il tema della degradazione di un’ambizione sfrenata, una storia d’amore terribile con un elemento soprannaturale che ne scandisce il progressivo declino in una serie di efferatezze che non sembrano aver fine.

Quando Macbeth trova le streghe che si sono riunite intorno a un calderone per fare un rito magico, si rivolge a loro in tono sprezzante:

“Ehi, negre arcane, streghe di mezzanotte, che cosa fate lì?”

“Un’opera senza nome.”[2]

Una frase che fa venire i brividi, l’identità del demoniaco che non si deve e non si può svelare…

Ecco che allora l’eco dello scherzetto ricomincia a far paura sul serio.


[1] cit. in Manualetto Shakespeariano, Gabriele Baldini, Einaudi, Torino 1964, p. 432.

[2] Macbeth, William Shakespeare, nel volume De Agostini, Novara 1969, Traduzione a cura di Cesare Vico Lodovici, Atto IV, scena I, p. 345. In inglese “a deed without a name”.

Ritrovamenti

English: "Idiot" (1910). Film screen...

 

 

 

 

 

Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo.

Fëdor Dostoevskij

Il primo ricordo che ho risale a quando avevo due anni. Ricordo solo una stanza bianca, con una luce quasi accecante, ero spaventatissima. Non ho mai avuto paura del buio, invece l’intensità di quella luce non l’ho mai dimenticata.

Avevo avuto un attacco di convulsioni con febbre altissima e mi avevano ricoverata in ospedale. Fui messa sotto osservazione per una notte, legata al letto, mia madre appena lo scoprì fece una scenata degna di Anna Magnani e mi portò via con la delicatezza che poteva avere un’orsa ferita.

Dell’episodio in famiglia non se n’è mai parlato più di tanto, so solo che per altri sei anni, sono stata costretta a sottopormi a dei controlli periodici, primo fra tutti l’ispezione obbligatoria dell’elettroencefalogramma.

Da allora odio l’odore acre dell’aceto, forse perché ha lo stesso odore delle fialette che mi spruzzavano in testa prima di attaccarmi gli elettrodi. Quando vedevo che la macchina riproduceva con ritmo cacofonico una sfilza di zig-zag, cominciavo a preoccuparmi, pensavo che non fosse normale, agitata ma muta come un pesce, mentre l’infermiera friulana svolgeva meccanicamente le sue mansioni con una dose impercettibile di umanità, senza prestare nessuna attenzione al mio imbarazzo da bambina adulta. Mia madre mi aspettava fuori con quel suo tipico sguardo fiero sempre teso, pronta ad azzannare qualcuno se fosse stato necessario. Capivo che non era grave, semplicemente guardando l’espressione dei suoi occhi quando leggeva il responso che l’infermiera le consegnava con efficienza militaresca alla fine della visita.

A otto anni finalmente mi liberarono dal supplizio dell’elettroencefalogramma, non so se il merito fosse da attribuire a un medico tirolese che mi aveva curato o un colpo di fortuna, smisi di prendere la mia mini pastiglia quotidiana abbandonando la routine di quelle fastidiose intrusioni. Mi accontentai soddisfatta della spiegazione sommaria che mia madre mi diede: “non c’è n’è più bisogno, gli esami erano solo per precauzione.”

Dopo quel comunicato breve ma efficace, l’argomento venne archiviato per sempre nella memoria storica di famiglia, il problema era stato risolto e quindi non era necessario ritornarci sopra. Giustamente a quell’età non ci feci caso, preferivo andare in giro con la mia bicicletta Celestina, che in effetti era davvero celeste.

Decenni dopo il tema dell’epilessia, parola che a casa mia non era mai stata pronunciata, ricomparve grazie a un libro, più che un libro un capolavoro, L’Idiota di Dostoevskij.

Vivevo a Londra, in una casa orrenda nell’East End, una di quelle fregature che ti prendi solamente quando sei inesperta e senza soldi, e azzardi un salto quantico dall’estrema provincia alla metropoli. Lavoravo come commessa in un negozio di lusso di scarpe. Vendere su commissione era un lavoro che detestavo con tutte le mie forze, incapace di fregare i clienti come facevano i miei colleghi con una scaltrezza da gatti randagi. Sapevano procurarsi da mangiare senza andare troppo per il sottile. Avevano pietà di te solo all’inizio di giornata, il tacito accordo, l’unico a essere rispettato all’unanimità, era che non era ammesso rubare i clienti a chi non aveva fatto la prima vendita, ossia rifilato il primo bidone. Ero sempre l’ultima ad avere “aperto”, un eufemismo che indicava la fine della tregua e annunciava la guerra aperta giornaliera. Nelle pause tra uno scippo e l’altro, mi mettevo a leggere. Sceglievo apposta romanzi lunghissimi, avevo bisogno di esplorare altri mondi, lontani anni luce dal magazzino nel seminterrato. Fu un periodo davvero miserabile risollevato però da magnifiche letture. Credo di non aver mai pianto così tanto leggendo i pensieri del principe Myskin, erano lacrime di riconoscenza.

H. P. Lovecraft e la quarta dimensione

Si dice che a Ulthar, oltre il fiume Skai, non si possono uccidere i gatti, e mentre guardo la bestiola accoccolata a far le fusa davanti al caminetto, non ho nessun motivo per dubitarne. Enigmatico, il gatto è affine a quelle strane cose che l’uomo non può vedere. È lo spirito dell’antico Egitto, depositario dei racconti a noi giunti dalle città dimenticate delle terre di Meroe e Ophir. È parente dei signori della giungla, erede dell’Africa oscura e feroce. La Sfinge è sua cugina, e lui parla la sua lingua; ma il gatto è più vecchio della Sfinge, e ricorda ciò che lei ha dimenticato.

H.P. Lovecraft, The Cats of Ulthar

Secondo il folklore stanotte si celebra la Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, la festa della primavera in Germania e in Europa Centrale. Secondo invece la tradizione esoterica l’evento coincide con il raduno annuale delle streghe che festeggiano a modo loro sul monte Brocken. Goethe lo ricorda anche in una scena del Faust.

Oltreoceano, a Providence, cittadina del New England, c’è stato un grande scrittore visionario che è riuscito a immaginare l’inimmaginabile: H. P. Lovecraft (1890-1937). Considerato il padre della fantascienza americana, anche se a mio avviso è una definizione limitativa per un pioniere della sperimentazione narrativa, capace di mescolare con disinvoltura generi diversi con un approccio totalmente innovativo per l’epoca, onirico e convincente allo stesso tempo.

Il racconto a cui mi riferisco venne scritto nel 1932 e pubblicato l’anno successivo in una raccolta dal nome emblematico, Weird Tales (Racconti Soprannaturali, Strani): The Dreams in the Witch House (I sogni nella casa stregata).

Il protagonista è uno studente di matematica che sta facendo una ricerca sulle realtà parallele. Walter Gilman affitta una stanza in una casa ad Arkham, che si dice sia infestata da uno spirito di una strega del XVII secolo. Ben presto comincerà ad avere strani incubi notturni, seguiti da risvegli sempre più agitati con segni di morsi visibili sul corpo. Nessuno dei suoi compagni di università è in grado di fornire delle spiegazioni plausibili, danno la colpa a una forma di sonnambulismo provocata dal morso di qualche topo che di notte vaga indisturbato per la casa. Gilman invece è sicuro che determinate relazioni geometriche all’interno dell’edificio aprano dei tunnel spazio-temporali verso altri mondi. All’inizio è incuriosito dall’impulso incontrollabile a viaggiare in altre dimensioni nel cuore della notte, affascinato più dall’idea di essere altrove, brancola nel buio, sospeso tra paura e sete di conoscenza. Ogni sera esplora territori sempre più oscuri, un frammento di incubo si aggiunge ad un altro frammento di incubo, finché non incontrerà la strega e il suo servitore e allora la ricerca avrà un esito imprevisto…

Orangeness

Breve croni-memoria dedicata alla Notte Creativa sull’arancione organizzata dall’Atelier Meta-Morphic il 21 Gennaio a Madrid. 

L’arancione è stato un colore che ha attraversato tutta la mia infanzia. Negli anni settanta andavano di moda oggetti tecnologici che alludessero ad altri mondi, una rivisitazione del futuro che era già un dé-jà vu, suggerita dai telefilm dell’epoca: lampade improbabili con fibre ottiche che vibravano, puff scomodissimi in cui si sprofondava goffamente. Di solito venivano abbinati a dei mobili ordinari, i salotti erano una cattiva imitazione di setting spaziali, era un modo efficace per dominare il fascino dell’ignoto all’interno di un ambiente domestico.

Mi ricordo ancora i primi esperimenti televisivi a colori. Andavamo a vedere “le prove tecniche di trasmissione” a casa di una vicina, un programma che ora sarebbe inconcepibile: due signore srotolavano pile di stoffa colorata come se fossero doni preziosi inviati dal Marajà. Tentavamo di leggere il labiale, in sottofondo c’era una base musicale insulsa, ogni tanto partivano dei fischi e lo schermo si riempiva di strisce colorate, segnale che annunciava la fine delle prove tecniche, e noi ritornavamo a giocare.

L’arancione era il colore preferito per gli elettrodomestici, noi usavamo un registratore portatile arancione fiammante con cui ballavamo shake e beat italiano. I ghiaccioli erano pieni di coloranti che ti lasciavano dei baffi indelebili, il gingerino però mi aveva già conquistato.

L’estate la passavamo quasi sempre in località balneari sull’Adriatico, un mare inquinato in tempi non sospetti, dal colore verdastro, abitato da strane colonie di alghe a forma di insalata che noi scalciavamo come se fossero palloni sgonfi sul bagnasciuga a ondine. Nel ’77 improvvisamente scomparvero tutte le bibite colorate, ci fu una vera e propria guerra ai coloranti. La sequenza numerica E111 che indicava il colorante per l’arancione venne bandita per sempre. Per un periodo circolarono gingerini incolori, ma non c’era nessun gusto a bere bibite trasparenti, il divieto venne abolito in poco tempo, magicamente ritornarono le bibite colorate con non so quali additivi.

L’arancione veniva associato ai cibi sani: le spremute fresche di arancia piene di vitamina C, il profumo dei mandarini, i cachi… L’aranciata industriale, la Fanta, si beveva per le occasioni speciali, tempi di rinunce in cui l’euforia delle bollicine era un’esclusiva delle feste di compleanno. C’era anche lo “spumante analcolico” dei bambini, la mitica “Spuma”…una bibita dal sapore dolciastro che non aveva nulla a che vedere con l’uva e i suoi derivati.

La percezione dell’arancione cambiò per sempre quando andai a vedere Alien, il primo della serie interpretato dalla coraggiosa Sigourney Weaver.

La scena credo sia arcinota a tutti, ormai fa parte della storia cinematografica, mi riferisco al momento in cui l’equipaggio si riunisce per festeggiare Kane, l’astronauta che si è salvato miracolosamente da un incontro-scontro con una misteriosa entità aliena informe che prima gli si era avvinghiata sul viso e poi era esplosa, con grande soddisfazione del pubblico. È l’ultima cena prima del rientro sulla Terra. Nei bicchieri ci sono delle bibite arancioni che spiccano sullo sfondo bianco ghiaccio dei tavoli. A un certo punto, mentre tutti si stanno rilassando dopo qualche birra in compagnia, inaspettatamente Kane si sente male, ha delle terribili convulsioni, i suoi compagni non sanno cosa fare, tentano di soccorrerlo, gli bloccano la lingua con una posata ma assistono impotenti a uno spettacolo raccapricciante: gli esplode lo stomaco e dal busto fuoriesce un mostro tentacolare ricoperto da una sostanza vischiosa arancione, l’alien lo sta divorando sotto lo sguardo impietrito degli altri astronauti…

Un episodio terrificante che fa parte della fanta-scienza, ma da allora quella sequenza si è stampata nella mente, e dopo quel film inevitabilmente l’arancione ha inglobato una piccola dose di oscurità.

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La versione in spagnolo e il video racconto con la voce narrante di Denis Broduriès è ora visibile nel blog di Creative Insomnia, qui sotto il link

creativeinsomnia.wordpress.com/creativeinsomniaorange-night/branoalcollo

 

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