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Le interviste possibili: IX. Cristina Bove

Oggi sono felice di avere come ospite Cristina Bove, un’artista baciata dalle Muse, si occupa da sempre di poesia, pittura, scultura, orecchio musicale raffinato, è presente in diverse antologie poetiche, ha pubblicato quattro raccolte di poesie, Mi hanno detto di Ofelia (Edizioni Smasher, 2012), Attraversamenti verticali (Il Foglio Letterario, 2009), Il Respiro della Luna (Il Foglio Letterario, 2008), Fiori e Fulmini (Il Foglio Letterario, 2007), solo a leggere i titoli si aprono mondi…

Benvenuta nel mio salotto virtuale, dovrei offrirti dell’ambrosia, in alternativa un caffè all’aroma italiano (il mio preferito è Kimbo), un tè, un aperitivo, a te la scelta…

Rispondo con piacere alle domande di Carla Bonollo, sensibile intervistatrice e gentile ospite, nel suo salotto virtuale dove si respira arte e poesia.

Prendo volentieri un caffè, grazie.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata al tuo ultimo lavoro poetico, Mi hanno detto di Ofelia, il titolo inevitabilmente riporta in assenza la follia di Amleto, e io ogni volta che penso al suicidio di Ofelia, ho sempre in mente il quadro di Millais, che secondo me rappresenta in modo sublime la tragicità dell’abbandono in una natura accogliente, qual è stato l’elemento scatenante che ti ha spinto a raccontare quella deriva?

Sono stata ispirata proprio dalla mite tragicità di quel gesto, che conosco, avendolo effettuato a mia volta tuffandomi nell’aria, anziché nell’acqua. Miracolosamente viva, ho poi guardato le vicende del mondo con occhi diversi. La nascita dei miei quattro figli, le tappe della loro crescita, la loro assidua vicinanza, sono per me veri tesori. Ed è anche grazie a loro che la mia sensibilità si è acuita, forse anche troppo, diventando qualcosa di più intenso e coinvolgente di una normale empatia. E credo che sia da questi accadimenti che scaturisce il mio mondo artistico, soprattutto la poesia.

Ofelia, mi chiedevi: bene, per me la vera figura eroica della tragedia shakespeariana è lei, non Amleto. Lei che si allontana dalla follia vendicativa dell’amato, che rinuncia alla vita, e nel farlo offre ancora bellezza e amore. E l’immortalità ad entrambi. È la Donna che vive in ogni donna che ama non riamata.

Nella tua scrittura, compare spesso il trattino, che dà un ordine nuovo alle parole, un cambio di tono, una caduta, un abisso, come se quel segno rimandasse a tutto ciò che non viene detto. C’entra la tua esperienza come scultrice?

Il trattino basso l’ho adottato al posto delle parentesi e delle pause (dopo aver sperimentato un tratto lungo tra i versi per dare ulteriore incisività alle distanze e ai tempi) e mi piace allungarlo o accorciarlo secondo l’ispirazione del momento. Trovo interessante la tua domanda a proposito della scultura: sinceramente non ci avevo mai pensato, questo mi dice che tu ne hai colto la “spazialità” estetica oltre a quella poetica. Un’acutezza di sguardo che mi gratifica, molto.

“Versi in transfert” descrive in modo esemplare il tuo blog di poesie in movimento, come affronti i cambiamenti?

Penso che tutta la nostra vita sia in transfert. Adottai questo titolo mutuandolo dalla psicanalisi, non solo trasferimento di dati e di pensiero, però, ma anche di spostamento continuo da luogo a luogo, da mente a mente (ho traslochi di ogni genere, alle mie spalle). Ed è in me sempre presente la consapevolezza del Mutamento, frutto di lunghe ricerche filosofiche e grazie alla disciplina Zen.

È in uscita il tuo nuovo romanzo, di che si tratta?

Si tratta di un romanzo autobiografico. So che qualcuno storcerebbe il naso: chi racconta la propria vita, i suoi giri intorno alla banalità quotidiana, se non è Proust, è meglio che butti via la penna. Ma se qualcuno scrive della sua vita avventurosa, dei suoi viaggi attraverso case e cose, terre e storie, musica e poesia, e narra ciò che a tanti altri sfuggiva; se nel racconto oltre al corpo ci mette pure il senso del mistero che l’accompagna quasi ad ogni respiro, ebbene, credo che questa autobiografia potrebbe essere letta.

La leggerò. Personalmente sono totalmente a favore della autobiografia, in fondo ognuno riscrive la propria storia, se però cambia il nome all’autobiografia e si inventa un romanzo storico, allora i critici si incuriosiscono. Mi sembra una complicazione in più, tanto vale misurarsi con quello che si vuole scrivere.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Sono stata molto in forse sulla scelta del brano, appassionata di musica classica mi piace soprattutto Bach, che trovo geniale, ma anche tanti, tanti altri. Ho dato la preferenza a questo valzer di Sibelius, perché mi riporta alla mia adolescenza (era il preferito di mia madre) e perché mi incanta la direzione di Vladimir Ashkenazy, il primo violino Lorenza Borrani, e l’esecuzione sentita e assorta di tutti gli orchestrali:

Che meraviglia! E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Cristina.

Grazie a te.

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Il blog di Cristina Bove è:  http://ancorapoesia.wordpress.com

 

Il canto della sirena

Odysseus and the Sirens. An 1891 painting by J...
Odysseus and the Sirens. An 1891 painting by John William Waterhouse.

 

 

 

 

 

 

 

Abbassa di più l’orecchio, avvicinalo. Copri l’altro con una mano. Pensa alle conchiglie. Ecco. Adesso puoi sentirmi.

Margaret Atwood, La Bottiglia

“Il canto della sirena” è una poesia della scrittrice canadese Margaret Atwood (1939 – vivente), tratta da una collana stampata negli anni ’70, Selected Poems, 1964-1975, il mito viene reinterpretato in chiave ironica, la parola alla sirena quindi con beneficio del dubbio…

Il canto della sirena

 

Questo è il canto che tutti

Vorrebbero imparare: il canto

Che è irresistibile:

 

Il canto che forza gli uomini

A buttarsi in mare a schiere

Anche se vedono i teschi arenati

 

Il canto che nessuno conosce

Perché chi l’ha sentito

È morto, e gli altri non riescono a ricordare.

 

Volete che vi sveli il segreto

E se lo faccio, mi libererete

Da queste fattezze di uccello?

 

Non sto bene qui

Acquattata su quest’isola

A sembrare pittoresca e mitica

 

Con questi due folli piumati

Non mi piace cantare

Questo trio, fatale e prezioso.

 

Dirò il segreto solo a te,

A te, a te solo,

Vieni più vicino. Questo canto

 

È un grido di aiuto. Aiutami!

Solo tu, solo tu puoi,

Tu sei unico

 

Alla fine. Ahimé

È un canto noioso

Ma funziona tutte le volte.

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The siren song

 

This is the one song everyone

would like to learn: the song

that is irresistible:

 

the song that forces men

to leap overboard in squadrons

even though they see the beached skulls

 

the song nobody knows

because anyone who has heard it

is dead, and the others can’t remember.

 

Shall I tell you the secret

and if I do, will you get me

out of this bird suit?

 

I don’t enjoy it here

squatting on this island

looking picturesque and mythical

 

with these two feathery maniacs,

I don’t enjoy singing

this trio, fatal and valuable.

 

I will tell the secret to you,

to you, only to you.

Come closer. This song

 

is a cry for help: Help me!

Only you, only you can,

you are unique

 

at last. Alas

it is a boring song

but it works every time.

 

Selected Poems, 1974

Per chi volesse ascoltare altre sirene immaginate, la bellissima lettura dal capitolo dell’Ulisse di Joyce della poliglotta e meravigliosa interprete Cathy Berberian

 


Sempre struggente invece il percorso contrario, la canzone dedicata alla sirena di Tim Buckley 

L’enigma dei pipistrelli

“I couldn’t even say what I write ‘about’, because I distrust the relationship expressed by the word ‘about’. I’d rather say that I write ‘toward’. Or perhaps ‘within’.”

Kathleen Jamie

Stamattina una poesia decisamente curiosa, scritta dalla scozzese Kathleen Jamie (1962), dedicata ai pipistrelli, che diventano metafora di un enigma dell’anima, pensieri improvvisi che svelano altre visioni possibili.

Indubbiamente gli studi filosofici hanno influenzato la sua ricerca poetica, spesso incentrata sull’aspetto trascendente della natura. In un’intervista sul Telegraph dice di aver letto la migliore definizione su di sé in una rivista, che in poche righe la descriveva esattamente come avrebbe desiderato: “Kathleen Jamie – somewhere between the Presbyterian and the Tao.”

In merito al testo, aggiungo solo una annotazione botanica: ignoravo l’esistenza degli abeti di Douglas, ho scoperto invece che sono una comunissima specie in Nord America, volgarmente nota come pino dell’Oregon, o molto più elegantemente douglasia costiera, nome derivato direttamente dal botanico scozzese David Douglas.

Pipistrelli

 

In mezzo al campo di pecore

un bosco di abeti di Douglas

tenevano tra loro, teneramente,

un’alta recinzione, come in un vaso.

 

Come avevamo potuto non accorgerci

Fino a oggi – solo che non avevamo visto

Questo recipiente chiaro, traslucido

Dipinto come un quarzo citrino?

 

Quello che osservavamo erano pipistrelli:

cinerei, friabili, che svolazzavano

nello spazio popolato in inverno dagli alberi

fino a che l’aria sembrò animarsi,

 

e i pipistrelli erano un corpo unico segreto

appuntito che testava un’idea,

per una nuova forma,

che si svelava, restava unita

 

davanti a noi. La mente del mondo è

proprio questi interstizi; cellule

che si caricano con l’aria fredda dell’alba,

– ci stavano dicendo questo?

 

– ma sparirono, improvvisamente

prima che fossimo in grado di capire,

e gli alberi diventarono un circolo,

elegante e muto.

——————————————————————————————–

Pipistrelles

 

In the centre of the sheep-field

a stand of Douglas firs

hold between them, tenderly,

a tall enclosure, like a vase.

 

How could we have missed it

before today – just never seen

this clear, translucent vessel

tinted like citrine?

 

What we noticed were pipistrelles:

cinder-like, friable; flickering

the place hained by trees

till the air seemed to quicken,

 

and the bats were a single

edgy intelligence, testing an idea

for a new form,

which unfolded, cohered

 

before our eyes. The world’s

mind is such interstices; cells

charging with cool dawn light;

– is that what they were telling us?

 

– but they vanished, suddenly,

before we’d understood,

and the trees grew in a circle,

elegant and mute.

L’enigma dei pipistrelli

“I couldn’t even say what I write ‘about’, because I distrust the relationship expressed by the word ‘about’. I’d rather say that I write ‘toward’. Or perhaps ‘within’.”

Kathleen Jamie

Stamattina una poesia decisamente curiosa, scritta dalla scozzese Kathleen Jamie (1962), dedicata ai pipistrelli, che diventano metafora di un enigma dell’anima, pensieri improvvisi che svelano altre visioni possibili.

Indubbiamente gli studi filosofici hanno influenzato la sua ricerca poetica, spesso incentrata sull’aspetto trascendente della natura. In un’intervista sul Telegraph dice di aver letto la migliore definizione su di sé in una rivista, che in poche righe la descriveva esattamente come avrebbe desiderato: “Kathleen Jamie – somewhere between the Presbyterian and the Tao.”

In merito al testo, aggiungo solo una annotazione botanica: ignoravo l’esistenza degli abeti di Douglas, ho scoperto invece che sono una comunissima specie in Nord America, volgarmente nota come pino dell’Oregon, o molto più elegantemente douglasia costiera, nome derivato direttamente dal botanico scozzese David Douglas.

Pipistrelli

 

In mezzo al campo di pecore

un bosco di abeti di Douglas

tenevano tra loro, teneramente,

un’alta recinzione, come in un vaso.

 

Come avevamo potuto non accorgerci

Fino a oggi – solo che non avevamo visto

Questo recipiente chiaro, traslucido

Dipinto come un quarzo citrino?

 

Quello che osservavamo erano pipistrelli:

cinerei, friabili, che svolazzavano

nello spazio popolato in inverno dagli alberi

fino a che l’aria sembrò animarsi,

 

e i pipistrelli erano un corpo unico segreto

appuntito che testava un’idea,

per una nuova forma,

che si svelava, restava unita

 

davanti a noi. La mente del mondo è

proprio questi interstizi; cellule

che si caricano con l’aria fredda dell’alba,

– ci stavano dicendo questo?

 

– ma sparirono, improvvisamente

prima che fossimo in grado di capire,

e gli alberi diventarono un circolo,

elegante e muto.

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Pipistrelles

 

In the centre of the sheep-field

a stand of Douglas firs

hold between them, tenderly,

a tall enclosure, like a vase.

 

How could we have missed it

before today – just never seen

this clear, translucent vessel

tinted like citrine?

 

What we noticed were pipistrelles:

cinder-like, friable; flickering

the place hained by trees

till the air seemed to quicken,

 

and the bats were a single

edgy intelligence, testing an idea

for a new form,

which unfolded, cohered

 

before our eyes. The world’s

mind is such interstices; cells

charging with cool dawn light;

– is that what they were telling us?

 

– but they vanished, suddenly,

before we’d understood,

and the trees grew in a circle,

elegant and mute.

H. P. Lovecraft e la quarta dimensione

Si dice che a Ulthar, oltre il fiume Skai, non si possono uccidere i gatti, e mentre guardo la bestiola accoccolata a far le fusa davanti al caminetto, non ho nessun motivo per dubitarne. Enigmatico, il gatto è affine a quelle strane cose che l’uomo non può vedere. È lo spirito dell’antico Egitto, depositario dei racconti a noi giunti dalle città dimenticate delle terre di Meroe e Ophir. È parente dei signori della giungla, erede dell’Africa oscura e feroce. La Sfinge è sua cugina, e lui parla la sua lingua; ma il gatto è più vecchio della Sfinge, e ricorda ciò che lei ha dimenticato.

H.P. Lovecraft, The Cats of Ulthar

Secondo il folklore stanotte si celebra la Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, la festa della primavera in Germania e in Europa Centrale. Secondo invece la tradizione esoterica l’evento coincide con il raduno annuale delle streghe che festeggiano a modo loro sul monte Brocken. Goethe lo ricorda anche in una scena del Faust.

Oltreoceano, a Providence, cittadina del New England, c’è stato un grande scrittore visionario che è riuscito a immaginare l’inimmaginabile: H. P. Lovecraft (1890-1937). Considerato il padre della fantascienza americana, anche se a mio avviso è una definizione limitativa per un pioniere della sperimentazione narrativa, capace di mescolare con disinvoltura generi diversi con un approccio totalmente innovativo per l’epoca, onirico e convincente allo stesso tempo.

Il racconto a cui mi riferisco venne scritto nel 1932 e pubblicato l’anno successivo in una raccolta dal nome emblematico, Weird Tales (Racconti Soprannaturali, Strani): The Dreams in the Witch House (I sogni nella casa stregata).

Il protagonista è uno studente di matematica che sta facendo una ricerca sulle realtà parallele. Walter Gilman affitta una stanza in una casa ad Arkham, che si dice sia infestata da uno spirito di una strega del XVII secolo. Ben presto comincerà ad avere strani incubi notturni, seguiti da risvegli sempre più agitati con segni di morsi visibili sul corpo. Nessuno dei suoi compagni di università è in grado di fornire delle spiegazioni plausibili, danno la colpa a una forma di sonnambulismo provocata dal morso di qualche topo che di notte vaga indisturbato per la casa. Gilman invece è sicuro che determinate relazioni geometriche all’interno dell’edificio aprano dei tunnel spazio-temporali verso altri mondi. All’inizio è incuriosito dall’impulso incontrollabile a viaggiare in altre dimensioni nel cuore della notte, affascinato più dall’idea di essere altrove, brancola nel buio, sospeso tra paura e sete di conoscenza. Ogni sera esplora territori sempre più oscuri, un frammento di incubo si aggiunge ad un altro frammento di incubo, finché non incontrerà la strega e il suo servitore e allora la ricerca avrà un esito imprevisto…

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