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Le Interviste Probabili: 2. Sir Arthur Conan Doyle

Qui ci inchiniamo di fronte al maestro del Detective per eccellenza, Arthur Conan Doyle, medico, sportivo, abile boxeur, una vita ricca, costellata di avventure di ogni genere, dall’Artico all’Africa, alle guerre, in compagnia della sua creatura più famosa, Sherlock Holmes, autore di altri romanzi, The White Company, The Lost World, e The Adventures of Brigadier Gerard, indubbiamente meno noti.

Si è già messo comodo in poltrona, e quindi gli offro uno sherry, il clima è umido, fuori piove, mi sembra adatto all’occasione.

Caro Arthur, dovevo scoprirlo da un altro scrittore, Mark Haddon (1), che lei non fa mai dire “elementary” al suo investigatore, ma è un’invenzione cinematografica.

Sherlock Holmes è un uomo sorprendente, anche nella normalità, “quante volte vi ho detto che una volta che avete escluso l’impossibile, ciò che resta per quanto improbabile, deve essere la verità?”

Hanno fatto anche un telefilm negli Stati Uniti con la stessa espressione…

Ehm sì, un’idea bizzarra ma non priva di interesse, Moriarty è una donna, e mi sembra che sia un’interpretazione con una sua validità, più contemporanea; mi hanno detto che hanno girato centinaia e centinaia di film – peraltro non ho mai guadagnato un penny – preferisco sempre e comunque il buon vecchio libro, nella mia opera è fondamentale la ricostruzione dei fatti, come vengono descritti gli oggetti, la memoria si sa è selettiva, si ricorda quello che si vuole ricordare, e certi dettagli, se ben analizzati hanno una microstoria che si somma a tante altre, e poi ci vuole tempo, anche per ricordare, la lettura mi sembra la scala ideale, mediata anche da una successiva rielaborazione, non necessariamente in ordine cronologico.

La lente di ingrandimento è davvero utile, o ormai è un gadget sopravvalutato?

Indispensabile, almeno per me, intanto è sempre un gesto elegante osservare le cose attraverso una lente di ingrandimento, e poi mi serve per distrarre l’attenzione, per prendere appunti.

In molti suoi casi, ci sono riferimenti ad avvenimenti di cronaca nera realmente accaduti, mi viene in mente la fine tremenda di Charles Walton, il ragazzino che lei rievoca nel Mastino dei Buskerville…sessant’anni dopo il suo racconto, è stato trovato in un campo ridotto in pessime condizioni da un forcone…

È un episodio che ancora mi sconvolge, l’incontro di quel bracciante con un cane mostruoso che poi aveva preso le sembianze di una donna coperta da un mantello mi avevo spinto a scrivere la storia in effetti, ma le assicuro che se passa da quei luoghi, ai piedi di Meon Hill, vicino al cerchio di pietre neolitiche, The Whispering Knights – i cavalieri sussurranti – l’atmosfera non è delle migliori. Seguii la vicenda, perché quell’incontro con la bestia nera era stato pubblicato sul giornale locale, c’era da aspettarselo che Ann Turner si sarebbe vendicata.

Ma un uomo di scienza come lei crede ancora alle leggende e al folklore?

Non si può negare che nel 1875 Ann Turner fece una brutta fine, macellata da un forca, da un tal John Hayward, la riteneva colpevole di atti di stregoneria nei suoi confronti.

Il luogo è oggettivamente suggestivo, al centro dell’Inghilterra, nel Warwickshire, la terra di Shakespeare, dei cottage di fieno, e anche degli Hobbit, come insegna Tolkien, le leggende non mancano da queste parti. Era uno scenario che non si poteva ignorare, un setting ideale, e poi il Cane Nero fa proprio parte delle saghe popolari, direttamente derivato dal mito egizio, Anubi, il dio dell’imbalsamazione è ritratto con la testa di un cane nero o comunque di un canide simile allo sciacallo, è stato Anubi ad aiutare Iside a ricomporre il cadavere del marito Osiride. I pezzi di mummie erano ingredienti comuni di molte pozioni magiche in Gran Bretagna e altrove, e nel Medioevo il commercio di mummie era piuttosto diffuso. Tutti elementi non trascurabili.

“I cani non sbagliano”.

Arthur Conan Doyle sorride compiaciuto della citazione.

Ricorda ancora l’episodio dei due spaniel messi all’inseguimento di tracce di Jack lo Squartatore?

Come no? Barnaby e Burgo, due spaniel piuttosto svegli, è vero che si persero, ma la colpa era degli addestratori, e poi la cronaca dimostrò che durante quel periodo Jack lo Squartatore non commise nessun delitto. Coincidenza, casualità? Entrambe le cose.

Le sanguisughe servivano, era davvero convinto del metodo?

Sono anellidi che hanno una loro utilità, in medicina primitiva si usavano per salassare i pazienti, una terapia di cui si è spesso abusato e invece si è scoperto che preservava la circolazione di parti riattaccate chirurgicamente. E poi c’è questo strano legame con un qualcosa di repellente, di estraneo al nostro corpo che può avere una funzione salvifica, a volte succede anche tra esseri apparentemente incompatibili.

Accanto all’analisi deduttiva lei ha sempre avuto uno spiccato interesse per lo spiritismo, che cosa l’ha spinto a interessarsi all’argomento?

Sono sempre stato affascinato dall’ignoto, è stata la mia esperienza personale, durante la guerra, che mi ha spinto a investigare che cosa succedesse dopo la morte, se c’era qualcosa o se venivamo inghiottiti in un grande nulla. Non ho mai condotto i miei esperimenti da solo, quindi quello che ho visto e ho udito è stato testimoniato da altre persone, sono fenomeni di cui mi sono occupato fin dagli esordi della mia carriera, già nel 1886, in compagnia del Generale Drayson. Fui così colpito che feci pubblicare un articolo sulla rivista Light, proprio per dare una nuova svolta ai miei interessi, e poi successivamente mi iscrissi alla Società per la Ricerca Psichica, sono certo che la telepatia funzioni veramente.

Il suo rapporto con Houdini davverò si guastò per una lettera che sua moglie disse di aver scritto teleguidata dallo spirito della madre di Houdini?

Tutto insolitamente vero, mia moglie Jean condivideva i miei interessi, facemmo un esperimento di ipnosi, lei cadde in trance grazie alla scrittura automatica riferì un messaggio della madre di Houdini. Houdini non apprezzò, la madre non sapeva una parola di inglese, per lui era una frode, priva di fondamento scientifico, ecco detto da lui, mi sembrò quasi impossibile. Inutile dirle che dopo quell’evento la nostra amicizia finì. Per me era inconcepibile che un uomo di quel talento e con tanti poteri fosse così poco ricettivo di fronte ad altre manifestazioni, e si fermasse a un limite traduttivo. E poi Houdini viveva di magia e anche di suggestioni, era un esperto manipolatore, oltre che illusionista.

Lei ha svolto numerose ricerche sulle fate, nel 1920 venne incaricato a scrivere un articolo sul tema per il numero di Natale dello Strand, fu allora che scoprì che due ragazze dello Yorkshire, due cugine Elsie Wright e Frances Griffith avevano fotografato delle strane creature, le fate di Cottingley… un evento epocale?

Un caso difficile e complesso, che documentai con perizia, incaricai il mio fidato amico Edward Gardner. Da vero scozzese non potevo non studiarlo, perché qui nulla è come sembra, nessuno poteva credere che Elsie giocasse con uno gnomo, le fate erano deliziose, per alcuni un po’ troppo parigine, così chiesi a Edward di portare delle macchine fotografiche per far scattare delle nuove foto, e non successe niente, i luoghi misteriosi con cascate sembravano svaniti insieme agli elfi, fino a che nella primavera del 1921, successe l’inaspettato, Elsie e Frances scattarono tre nuove foto, l’evento venne catalogato come qualcosa di inspiegabile, è più facile che la gente creda al mostruoso che al fantastico, mi sono fatto una mia idea sull’argomento, gliela racconterò al prossimo sherry, davvero squisito.

Mi raccomando la prendo in parola, spiace davvero che il tempo a disposizione sia finito…alla prossima…nell’aria soltanto una scia di profumo lievemente muschiato.

 

___________________________________________________________________________

 (1) Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, 2003.

Le Interviste Probabili: 2. Sir Arthur Conan Doyle

Qui ci inchiniamo di fronte al maestro del Detective per eccellenza, Arthur Conan Doyle, medico, sportivo, abile boxeur, una vita ricca, costellata di avventure di ogni genere, dall’Artico all’Africa, alle guerre, in compagnia della sua creatura più famosa, Sherlock Holmes, autore di altri romanzi, The White Company, The Lost World, e The Adventures of Brigadier Gerard, indubbiamente meno noti.

Si è già messo comodo in poltrona, e quindi gli offro uno sherry, il clima è umido, fuori piove, mi sembra adatto all’occasione.

Caro Arthur, dovevo scoprirlo da un altro scrittore, Mark Haddon (1), che lei non fa mai dire “elementary” al suo investigatore, ma è un’invenzione cinematografica.

Sherlock Holmes è un uomo sorprendente, anche nella normalità, “quante volte vi ho detto che una volta che avete escluso l’impossibile, ciò che resta per quanto improbabile, deve essere la verità?”

Hanno fatto anche un telefilm negli Stati Uniti con la stessa espressione…

Ehm sì, un’idea bizzarra ma non priva di interesse, Moriarty è una donna, e mi sembra che sia un’interpretazione con una sua validità, più contemporanea; mi hanno detto che hanno girato centinaia e centinaia di film – peraltro non ho mai guadagnato un penny – preferisco sempre e comunque il buon vecchio libro, nella mia opera è fondamentale la ricostruzione dei fatti, come vengono descritti gli oggetti, la memoria si sa è selettiva, si ricorda quello che si vuole ricordare, e certi dettagli, se ben analizzati hanno una microstoria che si somma a tante altre, e poi ci vuole tempo, anche per ricordare, la lettura mi sembra la scala ideale, mediata anche da una successiva rielaborazione, non necessariamente in ordine cronologico.

La lente di ingrandimento è davvero utile, o ormai è un gadget sopravvalutato?

Indispensabile, almeno per me, intanto è sempre un gesto elegante osservare le cose attraverso una lente di ingrandimento, e poi mi serve per distrarre l’attenzione, per prendere appunti.

In molti suoi casi, ci sono riferimenti ad avvenimenti di cronaca nera realmente accaduti, mi viene in mente la fine tremenda di Charles Walton, il ragazzino che lei rievoca nel Mastino dei Buskerville…sessant’anni dopo il suo racconto, è stato trovato in un campo ridotto in pessime condizioni da un forcone…

È un episodio che ancora mi sconvolge, l’incontro di quel bracciante con un cane mostruoso che poi aveva preso le sembianze di una donna coperta da un mantello mi avevo spinto a scrivere la storia in effetti, ma le assicuro che se passa da quei luoghi, ai piedi di Meon Hill, vicino al cerchio di pietre neolitiche, The Whispering Knights – i cavalieri sussurranti – l’atmosfera non è delle migliori. Seguii la vicenda, perché quell’incontro con la bestia nera era stato pubblicato sul giornale locale, c’era da aspettarselo che Ann Turner si sarebbe vendicata.

Ma un uomo di scienza come lei crede ancora alle leggende e al folklore?

Non si può negare che nel 1875 Ann Turner fece una brutta fine, macellata da un forca, da un tal John Hayward, la riteneva colpevole di atti di stregoneria nei suoi confronti.

Il luogo è oggettivamente suggestivo, al centro dell’Inghilterra, nel Warwickshire, la terra di Shakespeare, dei cottage di fieno, e anche degli Hobbit, come insegna Tolkien, le leggende non mancano da queste parti. Era uno scenario che non si poteva ignorare, un setting ideale, e poi il Cane Nero fa proprio parte delle saghe popolari, direttamente derivato dal mito egizio, Anubi, il dio dell’imbalsamazione è ritratto con la testa di un cane nero o comunque di un canide simile allo sciacallo, è stato Anubi ad aiutare Iside a ricomporre il cadavere del marito Osiride. I pezzi di mummie erano ingredienti comuni di molte pozioni magiche in Gran Bretagna e altrove, e nel Medioevo il commercio di mummie era piuttosto diffuso. Tutti elementi non trascurabili.

“I cani non sbagliano”.

Arthur Conan Doyle sorride compiaciuto della citazione.

Ricorda ancora l’episodio dei due spaniel messi all’inseguimento di tracce di Jack lo Squartatore?

Come no? Barnaby e Burgo, due spaniel piuttosto svegli, è vero che si persero, ma la colpa era degli addestratori, e poi la cronaca dimostrò che durante quel periodo Jack lo Squartatore non commise nessun delitto. Coincidenza, casualità? Entrambe le cose.

Le sanguisughe servivano, era davvero convinto del metodo?

Sono anellidi che hanno una loro utilità, in medicina primitiva si usavano per salassare i pazienti, una terapia di cui si è spesso abusato e invece si è scoperto che preservava la circolazione di parti riattaccate chirurgicamente. E poi c’è questo strano legame con un qualcosa di repellente, di estraneo al nostro corpo che può avere una funzione salvifica, a volte succede anche tra esseri apparentemente incompatibili.

Accanto all’analisi deduttiva lei ha sempre avuto uno spiccato interesse per lo spiritismo, che cosa l’ha spinto a interessarsi all’argomento?

Sono sempre stato affascinato dall’ignoto, è stata la mia esperienza personale, durante la guerra, che mi ha spinto a investigare che cosa succedesse dopo la morte, se c’era qualcosa o se venivamo inghiottiti in un grande nulla. Non ho mai condotto i miei esperimenti da solo, quindi quello che ho visto e ho udito è stato testimoniato da altre persone, sono fenomeni di cui mi sono occupato fin dagli esordi della mia carriera, già nel 1886, in compagnia del Generale Drayson. Fui così colpito che feci pubblicare un articolo sulla rivista Light, proprio per dare una nuova svolta ai miei interessi, e poi successivamente mi iscrissi alla Società per la Ricerca Psichica, sono certo che la telepatia funzioni veramente.

Il suo rapporto con Houdini davverò si guastò per una lettera che sua moglie disse di aver scritto teleguidata dallo spirito della madre di Houdini?

Tutto insolitamente vero, mia moglie Jean condivideva i miei interessi, facemmo un esperimento di ipnosi, lei cadde in trance grazie alla scrittura automatica riferì un messaggio della madre di Houdini. Houdini non apprezzò, la madre non sapeva una parola di inglese, per lui era una frode, priva di fondamento scientifico, ecco detto da lui, mi sembrò quasi impossibile. Inutile dirle che dopo quell’evento la nostra amicizia finì. Per me era inconcepibile che un uomo di quel talento e con tanti poteri fosse così poco ricettivo di fronte ad altre manifestazioni, e si fermasse a un limite traduttivo. E poi Houdini viveva di magia e anche di suggestioni, era un esperto manipolatore, oltre che illusionista.

Lei ha svolto numerose ricerche sulle fate, nel 1920 venne incaricato a scrivere un articolo sul tema per il numero di Natale dello Strand, fu allora che scoprì che due ragazze dello Yorkshire, due cugine Elsie Wright e Frances Griffith avevano fotografato delle strane creature, le fate di Cottingley… un evento epocale?

Un caso difficile e complesso, che documentai con perizia, incaricai il mio fidato amico Edward Gardner. Da vero scozzese non potevo non studiarlo, perché qui nulla è come sembra, nessuno poteva credere che Elsie giocasse con uno gnomo, le fate erano deliziose, per alcuni un po’ troppo parigine, così chiesi a Edward di portare delle macchine fotografiche per far scattare delle nuove foto, e non successe niente, i luoghi misteriosi con cascate sembravano svaniti insieme agli elfi, fino a che nella primavera del 1921, successe l’inaspettato, Elsie e Frances scattarono tre nuove foto, l’evento venne catalogato come qualcosa di inspiegabile, è più facile che la gente creda al mostruoso che al fantastico, mi sono fatto una mia idea sull’argomento, gliela racconterò al prossimo sherry, davvero squisito.

Mi raccomando la prendo in parola, spiace davvero che il tempo a disposizione sia finito…alla prossima…nell’aria soltanto una scia di profumo lievemente muschiato.

 

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 (1) Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, 2003.

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: I parte

Orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta, e cor gentile

Riprendo con piacere la serie dedicata ai classici, con un señor libro, Viaggio Sentimentale di Laurence Sterne (1768), amato da Goethe, e con un traduttore-scrittore, Ugo Foscolo, che qui adotta lo pseudonimo di Didimo Chierico, protagonista Yorik, stesso nome del buffone nell’Amleto di Shakespeare, che si prende una vacanza, e va in giro per la Francia e l’Italia, fregandosene delle convenzioni letterarie dell’epoca.

Nella letteratura da viaggio tradizionale c’era ancora la distinzione tra finzione e non finzione, e un certo autobiografismo, il ricorrere troppo spesso a un io narrativo invadente veniva tacciato di egotismo sfrenato. Sterne, grazie alla maschera di Yorik, rompe le regole e parte per una nuova avventura letteraria e non solo, l’io con tutte le sue idiosincrasie trova ed esplora nuovi spazi, dando sfogo all’uso dell’aneddoto irrilevante, il dettaglio selezionato casualmente dalla memoria prende il sopravvento sulla cronologia dei fatti.

Una volta sbarcato a Calais, il primo appuntamento è con un pollo in fricassea innaffiato da abbondante vino rosso, per raggiungere immediatamente quello stadio felice in cui la vita ti sorride sempre. Come da copione, incontra un frate francescano che chiede soldi, tentando di farlo sentire in colpa per i dolori del mondo, viene ignorato, non riceve un penny, il viaggio continua in una piccola carrozza per una sola persona, dove Yorik si mette a scrivere le sue note, e se la moleskine fosse stata inventata prima, sarebbe tornata utile. Ci sono fondamentalmente tre categorie di viaggiatori:

  • i semplici viaggiatori: scioperati, curiosi, bugiardi, orgogliosi, vani, ipocondriaci;
  • i viaggiatori per necessità: il delinquente e il fellone – ballista traditore in tempi post-foscoliani – il disgraziato e l’innocente, il viaggiatore semplice;
  • e il viaggiatore sentimentale, in viaggio per il gusto di farlo, a caccia di nuovi saperi, e non per incontrare chi si conosce già.

Sceso dalla carrozza rimane colpito da una giovane donna a cui porge la mano e che lo emoziona da subito, adocchiata anche dal frate, sensibile al fascino femminile. Il frate tira fuori la sua tabacchiera e si mette a sniffare del tabacco insieme a Yorik, iniziano a conversare, vuole sapere dove è diretto, Yorik risponde a Parigi, la donna invece sta andando ad Amiens, mentre Yorik riflette sulla migliore strategia da adottare, la donna si è già allontanata lasciandolo solo con i suoi pensieri. Scopre da un’altra persona che la donna è di Bruxelles, non si sa se sia sposata o vedova. Decide di proseguire il viaggio con il garzone scudiero La Fleur, a Nampont incontra un uomo disperato per la morte del suo asino, il cocchiere è indifferente al tema e riprende la guida correndo come un pazzo. Lo sguardo di Yorik si illumina quando sente che stanno arrivando ad Amiens, stesso luogo dove è diretta la dama che ha incontrato all’inizio del viaggio insieme al fratello: “ella aveva tanta bontà nell’animo quanto negli occhi.”[1] Con sua grande sorpresa, riceve una lettera da Madame de L. che lo invita a visitarla a Bruxelles non appena sia libero da impegni. Yorik è entusiasta, poi però si ricorda delle promesse fatte a Eloise, e allora tocca andare a Bruxelles con Eloise, a visitare Madame de L., in netta contraddizione alla mossa iniziale, ma “il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione dire troppo.”[2]

fine prima parte…

______________________________________________

[1] L. Sterne, Viaggio Sentimentale, trad. Ugo Foscolo, Mondadori, Milano, 1983, p. 77.

[2] Ibidem, p. 81.

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: I parte

Orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta, e cor gentile

Riprendo con piacere la serie dedicata ai classici, con un señor libro, Viaggio Sentimentale di Laurence Sterne (1768), amato da Goethe, e con un traduttore-scrittore, Ugo Foscolo, che qui adotta lo pseudonimo di Didimo Chierico, protagonista Yorik, stesso nome del buffone nell’Amleto di Shakespeare, che si prende una vacanza, e va in giro per la Francia e l’Italia, fregandosene delle convenzioni letterarie dell’epoca.

Nella letteratura da viaggio tradizionale c’era ancora la distinzione tra finzione e non finzione, e un certo autobiografismo, il ricorrere troppo spesso a un io narrativo invadente veniva tacciato di egotismo sfrenato. Sterne, grazie alla maschera di Yorik, rompe le regole e parte per una nuova avventura letteraria e non solo, l’io con tutte le sue idiosincrasie trova ed esplora nuovi spazi, dando sfogo all’uso dell’aneddoto irrilevante, il dettaglio selezionato casualmente dalla memoria prende il sopravvento sulla cronologia dei fatti.

Una volta sbarcato a Calais, il primo appuntamento è con un pollo in fricassea innaffiato da abbondante vino rosso, per raggiungere immediatamente quello stadio felice in cui la vita ti sorride sempre. Come da copione, incontra un frate francescano che chiede soldi, tentando di farlo sentire in colpa per i dolori del mondo, viene ignorato, non riceve un penny, il viaggio continua in una piccola carrozza per una sola persona, dove Yorik si mette a scrivere le sue note, e se la moleskine fosse stata inventata prima, sarebbe tornata utile. Ci sono fondamentalmente tre categorie di viaggiatori:

  • i semplici viaggiatori: scioperati, curiosi, bugiardi, orgogliosi, vani, ipocondriaci;
  • i viaggiatori per necessità: il delinquente e il fellone – ballista traditore in tempi post-foscoliani – il disgraziato e l’innocente, il viaggiatore semplice;
  • e il viaggiatore sentimentale, in viaggio per il gusto di farlo, a caccia di nuovi saperi, e non per incontrare chi si conosce già.

Sceso dalla carrozza rimane colpito da una giovane donna a cui porge la mano e che lo emoziona da subito, adocchiata anche dal frate, sensibile al fascino femminile. Il frate tira fuori la sua tabacchiera e si mette a sniffare del tabacco insieme a Yorik, iniziano a conversare, vuole sapere dove è diretto, Yorik risponde a Parigi, la donna invece sta andando ad Amiens, mentre Yorik riflette sulla migliore strategia da adottare, la donna si è già allontanata lasciandolo solo con i suoi pensieri. Scopre da un’altra persona che la donna è di Bruxelles, non si sa se sia sposata o vedova. Decide di proseguire il viaggio con il garzone scudiero La Fleur, a Nampont incontra un uomo disperato per la morte del suo asino, il cocchiere è indifferente al tema e riprende la guida correndo come un pazzo. Lo sguardo di Yorik si illumina quando sente che stanno arrivando ad Amiens, stesso luogo dove è diretta la dama che ha incontrato all’inizio del viaggio insieme al fratello: “ella aveva tanta bontà nell’animo quanto negli occhi.”[1] Con sua grande sorpresa, riceve una lettera da Madame de L. che lo invita a visitarla a Bruxelles non appena sia libero da impegni. Yorik è entusiasta, poi però si ricorda delle promesse fatte a Eloise, e allora tocca andare a Bruxelles con Eloise, a visitare Madame de L., in netta contraddizione alla mossa iniziale, ma “il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione dire troppo.”[2]

fine prima parte…

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[1] L. Sterne, Viaggio Sentimentale, trad. Ugo Foscolo, Mondadori, Milano, 1983, p. 77.

[2] Ibidem, p. 81.

Parola ai corvi

Giornata non proprio da gita pasquale, cielo grigio, piccioni in posa spettrale sui tetti degni di un’inquadratura alla Hitchcock, e da qualche minuto ha deciso pure di piovere, così per rallegrarci la giornata. Sugli scaffali il richiamo di Edgar Allan Poe, un’edizione anni ’60 della Mondadori di tutti i suoi racconti tradotti da Delfino Cinelli ed Elio Vittorini, in un italiano che non esiste più, dove “l’essenza del delitto perdura inesplicabile.” Apro a caso, pagina 220, perfetto, “L’uomo della folla” con tanto di citazione in francese delle massime di La Bruyère: Ce grand malheur, de ne pouvoir être seul (questa grande infelicità di non poter essere solo), da leggere …

Il protagonista del racconto siede annoiato al caffè “D” di Londra, osserva la folla, ha abbandonato la lettura di un libro tedesco con un giudizio che non lascia speranza: “er loesst sich nich lesen” – non si lascia leggere. L’umanità invece è più che varia, catalogata secondo abiti e portamenti: gentiluomini, impiegati, tagliaborse camuffati da impiegati, prostitute di ogni età, mendicanti, una marea che invade le strade illuminate dalla luce fioca dei lampioni. A un certo punto in mezzo alla folla, incrocia uno strano personaggio, un uomo di circa sessant’anni, minuto, basso di statura con uno sguardo demoniaco, sente che deve seguirlo, vuole scoprire tutto di lui, attirato dal bagliore fulmineo di una lama di pugnale nascosta velocemente tra i suoi abiti. Comincia un inseguimento faticoso a passo veloce, l’uomo si muove con un’agilità sorprendente, conosce la città, scompare e ricompare in mezzo a ondate di persone che escono dai teatri, si infila in strettoie buie, instancabile nella sua fuga intermittente in quartieri sempre più malfamati. Ma lui non demorde, continua a seguirlo fino alle prime luci dell’alba finché, esausto, si ritrova proprio davanti al punto di partenza, il caffè “D”, lo guarda fisso negli occhi, ma l’uomo sfugge di nuovo scomparendo dietro a un nugolo di persone. Eh già, dopo tutto, “il vecchio è l’uomo della folla…il genio tipico del delitto profondo, egli non vuole restare solo”. Inutile seguirlo, grato per una volta che “er loesst sich nich lessen” – non si lascia leggere, come il libro di Grünninger, Il giardinetto delle anime [1]…meglio passare oltre.

 

[1] Hortulus Animae = una raccolta di preghiere popolari ed esercizi devozionali aggiunti al “Piccolo ufficio della Madonna”, che fu molto diffusa, soprattutto in Germania al principio del sec. XVI (Si veda Encliclopedia Treccani online).

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