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Oggi no, domani sì?

Français : Samuel Beckett.

Aspettando Godot è un’altra di quelle espressioni ormai entrate nel vocabolario quotidiano, come Carlo in Francia, altra frase usata spesso a casa mia come metro di paragone vago per indicare qualcuno che ne ha fatte di tutti i colori, eufemismo un po’ vintage ma che rende l’idea. Di solito è sempre qualche conoscente…

Quando sono stata a Dublino, mi ha colpito che la gente andasse a teatro in ciabatte, un’azione assolutamente comune, un luogo familiare frequentato da tutti, Beckett era amatissimo. Credo che sia ancora così, se qualcuno ha il coraggio di attraversare O’ Connell Bridge con un vento che ti trapassa come una pugnalata.

In Italia abbiamo delle produzioni complicatissime con attori con la voce impostata impegnati a rappresentare l’inesistente, in Irlanda invece il teatro è l’equivalente di bersi una pinta, o anche due. Basta entrare in un pub, e si hanno delle conversazioni che sono degli autentici capolavori dell’assurdo. Il giorno dopo, bisogna ricominciare tutto daccapo, perché tu sei l’unico che ti ricordi qualcosa, l’altro, che è quasi sempre seduto allo stesso posto, ti guarda con un punto interrogativo sulla fronte, ma è comunque sempre ben disposto, per cui si attacca a parlare come se non fosse successo niente, esattamente come in Aspettando Godot, un loop interattivo senza fine.

L’opera venne scritta negli anni ’50 in francese, e successivamente tradotta in inglese dallo stesso Beckett. Definito come il capolavoro del teatro dell’assurdo, alcuni critici temerari hanno persino azzardato l’ipotesi che il nome Godot fosse in realtà una riflessione su Dio (God) ma che il suffisso in ot, derivato dal francese, ne rimpiccioliva l’entità, riducendolo quasi a una figura grottesca. C’è poi chi si è spinto oltre, mettere un punto a Dio, dalla contrazione di God e dot.

Beckett ha sempre negato, con aria quasi annoiata, è sempre stato molto restio a rilasciare interviste, non ha mai amato la notorietà acquisita con il Nobel nel 1969.

Chi l’ha definita una commedia post-atomica, una riflessione sull’uomo che ormai ha perso la propria identità, in un mondo in cui non ha nulla in cui riconoscersi.

Chi invece non si arrende e riflette sulla coppia di amici, Estragone-Gogo e Vladimiro-Didi, vestiti da barboni, seduti su una panca, con un albero alle spalle, e le foglie che cadono a testimoniare il passare del tempo. Hanno fame, freddo, litigano in continuazione ma non riescono a separarsi, sempre seduti sulla stessa panchina, una relazione distruttiva senza speranza. Ancora una volta dettagli che racchiudono mondi.

Se si osserva qualche foto di Beckett (1906-1989) si scopre un viso interessantissimo, pieno di rughe, con degli occhi cristallini, una specie di sfinge che custodisce infiniti segreti.

Samuel Beckett trascorre l’infanzia a Foxrock nella periferia di Dublino, si laurea a pieni voti al Trinity College in letteratura inglese, francese, italiana, insegna per un breve periodo alla Normale di Parigi, il suo primo lavoro è un saggio su Dante, Vico, Bruno e James, si appassiona a Ėjzenštejn e gli chiede una collaborazione come assistente, ma la lettera non arriverà mai a destinazione e chissà che film avrebbe potuto girare con il regista della corazzata Potëmkin. La madre non accetterà mai la scelta di dedicarsi alla letteratura, considerata una totale perdita di tempo. A Parigi conosce e frequenta Giacometti, gioca a scacchi con Duchamp, è un esperto di Marcel Proust, ha un flirt con Peggy Guggenheim, viene persino accoltellato da un ammiratore respinto, un tale Prudent, che Beckett ha la bontà di perdonare e non denunciare. Durante la guerra partecipa alla Resistenza.

Il successo di Aspettando Godot (1953) inaugura una proficua carriera teatrale, Finale di Partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1958), Giorni Felici (1961). Collabora con la BBC con un’opera radiofonica, Tutti quelli che cadono, e nel 1964 scrive la sceneggiatura per il cortometraggio Film di Allan Schneider – indubbiamente non casuale la scelta di intitolare un film film – con Buster Keaton. Più tardi cura la regia per alcune rappresentazioni teatrali televisive con la televisione tedesca. Nel 1982 scrive Catastrofe come atto di solidarietà a Vaclav Havlev, che era stato imprigionato per la sua attività politica.

Il fluire frenetico di una vita ricca di avvenimenti si traduce in una produzione letteraria rigorosa, un continuo togliere, ridurre le cose all’essenza, dove il silenzio viene colmato da quello che non viene detto. Ma alla poesia Beckett riserva parole eloquenti.

Musica indifferente

Cuore tempo aria fuoco sabbia

Dal silenzio una frana di amori

Copre le loro voci che

Io non possa più sentirmi

Tacere

E lucevan le stelle

Per riprendermi dal freddo polare di questi giorni mi sono buttata a rileggere la biografia del sole di David Whitehouse (1), un trattato scientifico-filosofico sulla storia del pianeta infuocato. Pur analizzando in dettaglio le teorie scientifiche, trovo che le parti più avvincenti siano quelle legate alle leggende sul sole.

In Irlanda, in un luogo dal nome impronunciabile Sliabh na Calighe (letteralmente ‘colline della strega’), noto anche come Loughcrew, figura la prima incisione neolitica di un’eclissi di sole, risalente al 3340 a.C..

Nell’Oriente antico le eclissi venivano considerate come un rimprovero del cielo nei confronti dell’operato di un determinato sovrano; si pensava che fossero causate da un enorme drago che divorava il sole, quasi sempre considerate presagi funesti. Persino l’aureola era in un primo tempo utilizzata dai pagani greci e romani per rappresentare il dio del sole Helios o Apollo. Serviva per indicare il sole che risplendeva dietro la testa dei personaggi, un riferimento indiretto alla corona o alone di luce che si vede attorno al sole durante un’eclissi.

La corona solare era già stata identificata all’epoca di Plutarco, nell’ 83 d.C. ma esistono testimonianze sulle ossa oracolari dell’antica Cina.

Il nostro sole è la seconda stella più luminosa. L’invenzione dello spettroscopio permise di classificare le stelle in base al loro colore. Le classi spettrali furono divise in lettere, ricordate dall’acronimo riassunto nella frase romantica dell’astronoma americana Annie Jump Cannon (1863-1941): “Oh, Be A Fine Girl. Kiss Me!”.

Oltre alle classi O, B, A, F, G, K, M, ci sono anche alcune categorie minori, la W rappresenta le stelle più calde, le R, N, S, le più fredde. Le stelle O sono bianche e lievemente bluastre come le stelle B, le stelle F e G sono più giallastre, le K sono arancioni e le M rosse. Sirio è una stella di tipo A, le nane rosse sono di classe M, Alpha Centauri B è K, il sole è di classe G.

C’è un’altra nana rossa vicino al nostro sistema, segnalata dalla serie televisiva Star Trek, si tratta di Wolf 359. È nella costellazione del Leone ed ha una luce molto delicata. Se il sole dovesse essere sostituito da Wolf 359 sulla Terra ci sarebbe una luminosità solamente dieci volte maggiore rispetto a quella lunare. Non ci resta che augurarle di rimanere dov’è, come campo di battaglia tra la Federazione Stellare e i temibili Borg, una popolazione che riduce la libertà individuale a mero meccanismo robotico.

Nel frattempo live long and prosper…

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(1) David Whitehouse, Il Sole. Una Biografia, Milano, Mondadori 2007.

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