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La Lista delle Liste #2 – The Others

Gli anni Verdissimi del secolo scorso

Tra i primi libri di letteratura straniera di noi ventenni di provincia il best-seller americano di Bret Easton Ellis, Less than zero (Meno di zero), scritto da un ventenne americano che in quanto a esperienza e a cinismo sembrava avere il doppio dei nostri anni e poco in comune con noi ragazzi di ieri.

Los Angeles con una generazione perduta tra sesso, droga, sedute di psicoanalisi, con famiglie spezzate, avidità e ambizione.

Catcher in the Rye (Il Giovane Holden di Salinger) per la Mtv generation – USA TODAY

Li chiamavano i “minimalisti”, anche Dan Flavin, con i suoi neon spiazzanti era considerato un minimalista, ma tra i due c’era un mare infinito di amarezze diverse.

Oltreoceano, all’epoca, avevo già individuato il mio preferito, Raymond Carver, e mi ero fatta portare dall’America, alla faccia di Amazon che ancora non esisteva, What we talk about when we talk about love, uno dei casi rari in cui la traduzione è uguale anche in italiano, Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore, che era anche il titolo di un racconto che dava il nome all’intera raccolta.

Carver not only enchants, he convinces. J. D. Reed TIME

Anche senza stordirti di alcool, capivi da subito che quella sofferenza raccontata sarebbe stato presto un ricordo condiviso, essere fuori tempo, e fuori luogo, con una precisione che non lasciava tregua.

Black Sparrow Press, 1986

John Fante, anch’esso un regalo inaspettato, è stato amore a prima vista, con questi ritratti di famiglia lucidi, Hollywood e la consapevolezza di non essere più lo sceneggiatore ricercato di un tempo, e l’amore per la letteratura russa, soprattutto Dostoevskij:

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai piú stato lo stesso. Il suo nome era Fedor Michailovic Dostoevskij. Ne sapeva piú lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e cosí di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.

(La Confraternita dell’uva, VIII; 2006, Trad. di Francesco Durante, pp. 81-82)

Dall’altra parte della Manica, i sempreverdi, il rigore imposto a tutti i romanzi vittoriani, dalle sorelle Bronte – la temeraria Charlotte è stata l’unica a uscire dai confini dello Yorkshire, spingendosi fino in Belgio per fare l’insegnante a Bruxelles (Villette) – Charles Dickens che ho tradotto parola per parola e che per me è stato il mio vero insegnante di inglese, William Thackeray con la magnifica trasposizione cinematografica di Barry Lyndon di Kubrick immortalata dalle sonate al piano di Shubert, e la sua Fiera delle Vanità, tuttora attuale, per il rimando alla ambizione sfrenata di certi personaggi che a ognuno di noi capita di incrociare.

E poi il doppio di Stevenson, con l’invenzione di Dr Jekyll and Mr Hyde, nell’equilibrio incerto degli opposti:

Mi hanno sempre accusato di essere “leggero e senza cuore”: ciò che è una cosa eccellente; se non avessi il cuore leggero, morirei.

La letteratura irlandese invece aggiungeva alla letteratura inglese una lingua nuova, e una mitologia che faceva credere ad altri mondi possibili.

C’era pure Dracula, scritto da Bram Stoker, ispirato dai racconti gotici che gli raccontava la madre quando da piccolo fu costretto a starsene a letto fino a otto anni…

Ma come sosteneva Sigmund Freud, “gli irlandesi sono l’unico popolo che non può essere psicanalizzato, sono troppi inclini alla fantasia.”

Yeats, Wilde, Joyce, e quella sfinge di Beckett.

Il mistero si infittiva.

Fine II parte…TO BE CONTINUED #lalistadelleliste #branoalcollo

La Lista delle Liste #2 – The Others

Gli anni Verdissimi del secolo scorso

Tra i primi libri di letteratura straniera di noi ventenni di provincia il best-seller americano di Bret Easton Ellis, Less than zero (Meno di zero), scritto da un ventenne americano che in quanto a esperienza e a cinismo sembrava avere il doppio dei nostri anni e poco in comune con noi ragazzi di ieri.

Los Angeles con una generazione perduta tra sesso, droga, sedute di psicoanalisi, con famiglie spezzate, avidità e ambizione.

Catcher in the Rye (Il Giovane Holden di Salinger) per la Mtv generation – USA TODAY

Li chiamavano i “minimalisti”, anche Dan Flavin, con i suoi neon spiazzanti era considerato un minimalista, ma tra i due c’era un mare infinito di amarezze diverse.

Oltreoceano, all’epoca, avevo già individuato il mio preferito, Raymond Carver, e mi ero fatta portare dall’America, alla faccia di Amazon che ancora non esisteva, What we talk about when we talk about love, uno dei casi rari in cui la traduzione è uguale anche in italiano, Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore, che era anche il titolo di un racconto che dava il nome all’intera raccolta.

Carver not only enchants, he convinces. J. D. Reed TIME

Anche senza stordirti di alcool, capivi da subito che quella sofferenza raccontata sarebbe stato presto un ricordo condiviso, essere fuori tempo, e fuori luogo, con una precisione che non lasciava tregua.

Black Sparrow Press, 1986

John Fante, anch’esso un regalo inaspettato, è stato amore a prima vista, con questi ritratti di famiglia lucidi, Hollywood e la consapevolezza di non essere più lo sceneggiatore ricercato di un tempo, e l’amore per la letteratura russa, soprattutto Dostoevskij:

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai piú stato lo stesso. Il suo nome era Fedor Michailovic Dostoevskij. Ne sapeva piú lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e cosí di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.

(La Confraternita dell’uva, VIII; 2006, Trad. di Francesco Durante, pp. 81-82)

Dall’altra parte della Manica, i sempreverdi, il rigore imposto a tutti i romanzi vittoriani, dalle sorelle Bronte – la temeraria Charlotte è stata l’unica a uscire dai confini dello Yorkshire, spingendosi fino in Belgio per fare l’insegnante a Bruxelles (Villette) – Charles Dickens che ho tradotto parola per parola e che per me è stato il mio vero insegnante di inglese, William Thackeray con la magnifica trasposizione cinematografica di Barry Lyndon di Kubrick immortalata dalle sonate al piano di Shubert, e la sua Fiera delle Vanità, tuttora attuale, per il rimando alla ambizione sfrenata di certi personaggi che a ognuno di noi capita di incrociare.

E poi il doppio di Stevenson, con l’invenzione di Dr Jekyll and Mr Hyde, nell’equilibrio incerto degli opposti:

Mi hanno sempre accusato di essere “leggero e senza cuore”: ciò che è una cosa eccellente; se non avessi il cuore leggero, morirei.

La letteratura irlandese invece aggiungeva alla letteratura inglese una lingua nuova, e una mitologia che faceva credere ad altri mondi possibili.

C’era pure Dracula, scritto da Bram Stoker, ispirato dai racconti gotici che gli raccontava la madre quando da piccolo fu costretto a starsene a letto fino a otto anni…

Ma come sosteneva Sigmund Freud, “gli irlandesi sono l’unico popolo che non può essere psicanalizzato, sono troppi inclini alla fantasia.”

Yeats, Wilde, Joyce, e quella sfinge di Beckett.

Il mistero si infittiva.

Fine II parte…TO BE CONTINUED #lalistadelleliste #branoalcollo

Isole

Bluebells-2005-05-02-1
Bluebells

Ho sempre vissuto su isole, sono abituata a stare sola, a convivere con la nostalgia per luoghi che non abito più, molti anni a Venezia, città amata e poi abbandonata, un anno in Irlanda, ma non l’Irlanda di ora, l’Irlanda di vent’anni fa, piena di pecore e di pub con gli sgabelli in similpelle sbucciata, sette anni in Inghilterra, più heavy-metal che swinging, per poi scomparire nella mia isola di libri.

Mr Black vive anche lui nella sua isola lontanissima, Singapore, l’ho conosciuto per caso su Linkedin, che effettivamente lega più di quanto si creda.

E così ho scritto un libro in inglese con uno scrittore scozzese che probabilmente non vedrà mai la luce, originariamente un giallo che si è ribellato al suo destino da solo, diventando una commedia involontaria, ho conversato amabilmente con un sacco di scrittori in giro per il mondo, e poi un giorno ho risposto a una newsletter di Mr Black, colpita dalla foto nel suo profilo: un arcobaleno riflesso sul viso.

Mr Black non si poteva ignorare, un cognome cinematografico, c’era un film con Brad Pitt nella parte del Signor Nero, “Vi presento Joe Black”, una finta commedia con un finale a sorpresa in cui il signor Nero era la morte in persona.

Il mio Signor Nero invece voleva una recensione dei suoi racconti, e io non mi sono tirata indietro[1]. In quel tentativo poco riuscito di nascondere il dolore con un eccesso di ironia, si capiva che anche lui aveva il cuore spezzato. A un certo punto però nelle trame parallele della narrazione arriva la svolta, la visita inaspettata di un connazionale, un commerciante di elettrodomestici in viaggio di affari in Estremo Oriente, grasso e con il vizio della battuta facile… il tipico personaggio da telefilm americano – il classico ciccione con il sorriso stampato sulle labbra che poi di solito viene massacrato da qualche balordo mentre mangia come un maiale un doppio cheeseburger in un autogrill con musica country in sottofondo, ma questa è un’altra storia – che lo invita a bere qualcosa per sentirsi a “casa”. Dopo qualche bicchiere di troppo il discorso cade sull’Oceania, il libro sull’Oceania di Paul Theroux, che tutti e due hanno letto. Si riferiscono alla scena in cui lo scrittore si trova in un fast-food di un’isola sperduta e fa finta di leggere un libro mentre aspetta il suo pranzo.

Il viaggio è diventato un alibi per dimenticare il divorzio da cui non si è ancora ripreso. Circondato da famiglie piene di bambini festosi che lo osservano con diffidenza, perché da quelle parti nessuno entra in un locale da solo, continua a fissare il libro per difendersi dagli sguardi intrusivi dei suoi vicini di tavolo, è palesemente a disagio, cerca di controllarsi e poi all’improvviso scoppia a piangere a dirotto per la famiglia che non ha più.

“Quell’uomo” ero io – confessa il ciccione in lacrime, e Mr Black non può che annuire in silenzio.

In quel preciso istante io e l’uomo-arcobaleno siamo diventati amici, lui nella sua isola, io nella mia.

Il mio tempo diverso è finalmente arrivato, come annuncia profeticamente Derek Walcott in “Amore dopo amore” dalla sua isola nei Caraibi, è il momento in cui ti guardi allo specchio e ritorni ad amare lo straniero che era il tuo io, gli occhi si riempiono di blu e quel blu è il mio nuovo inizio…

Altri trifogli

Questo lunedì di Marzo che sembra autunno, almeno qui in Veneto, voglio ricordare un poeta irlandese, Patrick Kavanagh (1904-1967), nato a Inniskeen, County Monaghan –  in Irlanda ogni volta che si presentano, annunciano il nome della contea, e quindi rispetto la tradizione – in una famiglia numerosa di contadini, in una terra che però ha visto nascere i più grandi scrittori e sperimentatori del linguaggio in lingua inglese, ricca di miti, storia, letteratura, elfi, folletti, e leprechauns, gnomi sui generis. E visto che ieri è stato pure San Patrizio, patrono di Irlanda, festeggiato ogni anno con fiumi di Guinness, e trifogli dipinti sulla guancia, la memoria torna indietro ai paesaggi infuocati dell’anima, alla metafisica rurale.

“Ploughman” è tratta dalla sua prima raccolta di poesie, Ploughman and other poems, del 1936, ma qui entriamo in un tunnel a-temporale.

Aratore

 

In questi campetti

Ho conosciuto il piacere

Di rinascere ogni mattino

E di morire ogni sera.

 

E posso dire

Che nascita e morte

Non sono così crudeli

Come dice il Predicatore.

 

Ma quando la vita è solo un giorno

Grembo e tomba

Congiungono le labbra con tenerezza

Come sposo e sposa.

 

E quando è la vita di un aratore

Come sono io ora

L’età è un solco

E il Tempo un aratro,

 

E l’infinito un campo

Che non può andare oltre

Il canale di scolo

O attraversare il fossato.[1]

Film sull’epica del campo, come in una tragedia greca, The Field, di John Sheridan, 1990.


[1] Qui l’originale in inglese:

Ploughman

In these small fields


I have known the delight


Of being reborn each morning


And dying each night.


 

And I can tell


That birth and death


Are nothing so fierce


As the Preacher saith.





But when a life’s but a day


The womb and tomb


Press lips in fondness

Like bride and groom.



 

And when a man’s a ploughman


As I am now


An age is a furrow

And Time a plough,


 

And Infinity a field


That cannot stretch


Over the drain


Or through the ditch.

Oggi no, domani sì?

Français : Samuel Beckett.

Aspettando Godot è un’altra di quelle espressioni ormai entrate nel vocabolario quotidiano, come Carlo in Francia, altra frase usata spesso a casa mia come metro di paragone vago per indicare qualcuno che ne ha fatte di tutti i colori, eufemismo un po’ vintage ma che rende l’idea. Di solito è sempre qualche conoscente…

Quando sono stata a Dublino, mi ha colpito che la gente andasse a teatro in ciabatte, un’azione assolutamente comune, un luogo familiare frequentato da tutti, Beckett era amatissimo. Credo che sia ancora così, se qualcuno ha il coraggio di attraversare O’ Connell Bridge con un vento che ti trapassa come una pugnalata.

In Italia abbiamo delle produzioni complicatissime con attori con la voce impostata impegnati a rappresentare l’inesistente, in Irlanda invece il teatro è l’equivalente di bersi una pinta, o anche due. Basta entrare in un pub, e si hanno delle conversazioni che sono degli autentici capolavori dell’assurdo. Il giorno dopo, bisogna ricominciare tutto daccapo, perché tu sei l’unico che ti ricordi qualcosa, l’altro, che è quasi sempre seduto allo stesso posto, ti guarda con un punto interrogativo sulla fronte, ma è comunque sempre ben disposto, per cui si attacca a parlare come se non fosse successo niente, esattamente come in Aspettando Godot, un loop interattivo senza fine.

L’opera venne scritta negli anni ’50 in francese, e successivamente tradotta in inglese dallo stesso Beckett. Definito come il capolavoro del teatro dell’assurdo, alcuni critici temerari hanno persino azzardato l’ipotesi che il nome Godot fosse in realtà una riflessione su Dio (God) ma che il suffisso in ot, derivato dal francese, ne rimpiccioliva l’entità, riducendolo quasi a una figura grottesca. C’è poi chi si è spinto oltre, mettere un punto a Dio, dalla contrazione di God e dot.

Beckett ha sempre negato, con aria quasi annoiata, è sempre stato molto restio a rilasciare interviste, non ha mai amato la notorietà acquisita con il Nobel nel 1969.

Chi l’ha definita una commedia post-atomica, una riflessione sull’uomo che ormai ha perso la propria identità, in un mondo in cui non ha nulla in cui riconoscersi.

Chi invece non si arrende e riflette sulla coppia di amici, Estragone-Gogo e Vladimiro-Didi, vestiti da barboni, seduti su una panca, con un albero alle spalle, e le foglie che cadono a testimoniare il passare del tempo. Hanno fame, freddo, litigano in continuazione ma non riescono a separarsi, sempre seduti sulla stessa panchina, una relazione distruttiva senza speranza. Ancora una volta dettagli che racchiudono mondi.

Se si osserva qualche foto di Beckett (1906-1989) si scopre un viso interessantissimo, pieno di rughe, con degli occhi cristallini, una specie di sfinge che custodisce infiniti segreti.

Samuel Beckett trascorre l’infanzia a Foxrock nella periferia di Dublino, si laurea a pieni voti al Trinity College in letteratura inglese, francese, italiana, insegna per un breve periodo alla Normale di Parigi, il suo primo lavoro è un saggio su Dante, Vico, Bruno e James, si appassiona a Ėjzenštejn e gli chiede una collaborazione come assistente, ma la lettera non arriverà mai a destinazione e chissà che film avrebbe potuto girare con il regista della corazzata Potëmkin. La madre non accetterà mai la scelta di dedicarsi alla letteratura, considerata una totale perdita di tempo. A Parigi conosce e frequenta Giacometti, gioca a scacchi con Duchamp, è un esperto di Marcel Proust, ha un flirt con Peggy Guggenheim, viene persino accoltellato da un ammiratore respinto, un tale Prudent, che Beckett ha la bontà di perdonare e non denunciare. Durante la guerra partecipa alla Resistenza.

Il successo di Aspettando Godot (1953) inaugura una proficua carriera teatrale, Finale di Partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1958), Giorni Felici (1961). Collabora con la BBC con un’opera radiofonica, Tutti quelli che cadono, e nel 1964 scrive la sceneggiatura per il cortometraggio Film di Allan Schneider – indubbiamente non casuale la scelta di intitolare un film film – con Buster Keaton. Più tardi cura la regia per alcune rappresentazioni teatrali televisive con la televisione tedesca. Nel 1982 scrive Catastrofe come atto di solidarietà a Vaclav Havlev, che era stato imprigionato per la sua attività politica.

Il fluire frenetico di una vita ricca di avvenimenti si traduce in una produzione letteraria rigorosa, un continuo togliere, ridurre le cose all’essenza, dove il silenzio viene colmato da quello che non viene detto. Ma alla poesia Beckett riserva parole eloquenti.

Musica indifferente

Cuore tempo aria fuoco sabbia

Dal silenzio una frana di amori

Copre le loro voci che

Io non possa più sentirmi

Tacere

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