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Venezia #1: La Punta della Dogana

Guardando la laguna, lasciandosi la città alle spalle, La Punta della Dogana significativamente si trova al vertice di un triangolo di isola che divide i due principali canali di Venezia, a destra il Canale della Giudecca, a sinistra il Canal Grande. L’edificio è sormontato da una torretta con due Atlanti che reggono una sfera d’oro con un’esile statua, la Fortuna girevole con un segnavento. Passeggiando lungo le Zattere, se si percorre la Fondamenta fino in fondo, la strada finisce qui, ora con due attrazioni in più: il museo di arte contemporanea progettato da Tadao Ando, e la tanto vituperata statua del ragazzo nudo che tiene una rana per la zampa, che presto sarà rimossa per dare spazio a un passato che si rinnova, il ritorno del vecchio lampione ottocentesco che c’era un tempo. La statua bianca, alta due metri ideata da Charles Ray, un nome che se rovesciato ricorda inevitabilmente Ray Charles, The Genius, aveva una ragione d’essere, a testimonianza della natura anfibia di Venezia, perennemente sospesa tra terra e acqua. Il ragazzo ha gli occhi chiusi, sventola la rana come un trofeo, e i turisti lo fotografano con aria perplessa, ognuno con un’interpretazione diversa, l’opera finisce sempre per inglobare le idiosincrasie di chi la osserva.

Per me rimane un luogo ideale da cui ammirare le navi in transito, di solito verso mete esotiche, spesso con scritte greche dai nomi mitologici, alcune si spingono fino ad Alessandria d’Egitto. Ogni volta che le vedo passare, non posso fare a meno di pensare a una delle sette meraviglie del mondo, la biblioteca più vasta dell’antichità, fondata da Tolomeo su suggerimento di Aristotele con l’intento di catalogare tutto il sapere umano, una missione quasi impossibile che però riuscì nell’intento di radunare settecentomila papiri, tutti tradotti in greco. L’idea geniale di chiedere ai sovrani del mondo di inviare una copia delle opere che avevano a disposizione alla biblioteca fu del faraone Tolomeo II, che istituì anche il “fondo delle navi”, l’obbligo da parte di tutte le navi che facevano scalo ad Alessandria di lasciare i loro scritti originali alla biblioteca, e di tornare indietro con delle copie.

Gli scritti raccolti andarono in fumo in epoche storiche diverse, indipendentemente dal credo pagano, cristiano o islamico. Prima arrivò Giulio Cesare che distrusse una porzione consistente di papiri durante un assedio alle navi di Cleopatra, poi l’imperatore Aureliano due secoli dopo, e quando Alessandria divenne cristiana sotto il patriarca Teofilo, furono eliminati tutti i testi pagani, bruciati tutti i papiri di alchimia e magia. Il califfo Omar ebbe il triste merito di aver distrutto il resto della collezione due secoli dopo, motivato da una convinzione ancora più radicale, i papiri non servivano a nulla, così si decise per un rogo finale definitivo, e una delle sette meraviglie del mondo sparì per sempre.

Le navi proseguono le loro rotte verso il mare aperto, alla mia destra guardo il rimorchiatore Titanus procedere lento lungo il canale della Giudecca, uno stormo di piccioni mi sfiora la testa, mi passo veloce una mano sui capelli, lo sguardo fisso come una sfinge verso il bacino di San Marco.

 

 

 

 

 

 

 

Photo by Jess Loiterton on Pexels.com

“Asso” Shaw

Edgar Lee Masters on a 1970 stamp

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard

(Stéphane Mallarmé)

Oggi sono andata a votare, ogni volta che vedo il simbolo dell’Italia dei valori, non so per quale inspiegabile meccanismo mentale, ricordo la voce di Di Pietro che recita “L’Italia dei valori è…”, poi fortunatamente svanisce, ma devo ammettere che riesce sempre a distrarmi per qualche secondo. Ho spostato la tenda da saloon del mio box con una spavalderia da “cowgirl”, e ho fatto la mia croce. Tornata a casa, non ho potuto fare a meno di andare a ritradurre la filosofia apparentemente spicciola di “Asso” Shaw, un giocatore d’azzardo rievocato da Edgar Lee Masters nell’antologia di Spoon River. Poche righe significative contro o a favore della fortuna o della sorte, dipende dai punti di vista…

Ace Shaw

I never saw any difference

Between playing cards for money

And selling real estate,

Practicing law, banking, or anything else.

For everything is chance.

Nevertheless

Seest thou a man diligent in business?

He shall stand before Kings!

——————————————————————————————–

Asso Shaw

Non ho mai visto nessuna differenza

Tra giocare a carte per soldi

E vendere proprietà,

Lavorare come avvocato, in banca o qualsiasi altro campo.

Perché tutto è una questione di fortuna.

Ciononostante

Vedi un uomo scrupoloso negli affari?

Egli starà in piedi davanti ai Re!

——————————————————————————————–

Tre note sulla fortuna-azzardo-chance:

1) Gli ultimi due versi della poesia sono tratti dalla Bibbia, Il libro dei Proverbi 22-29, “Vedi tu un uomo abile nel suo mestiere? Egli entrerà fra gli artigiani del re.”

2) Quando nomina la professione dell’avvocato, non si può non vedere un riferimento indiretto al padre, avvocato come lui. La fortuna aveva giocato a suo sfavore, per gravi questioni economiche non era riuscito a pagare le rette scolastiche al figlio.

3) Per chi volesse vedere il libro-poesia di Stéphane Mallarmé, ecco un link interessante:

 

“Asso” Shaw

Edgar Lee Masters on a 1970 stamp

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard

(Stéphane Mallarmé)

Oggi sono andata a votare, ogni volta che vedo il simbolo dell’Italia dei valori, non so per quale inspiegabile meccanismo mentale, ricordo la voce di Di Pietro che recita “L’Italia dei valori è…”, poi fortunatamente svanisce, ma devo ammettere che riesce sempre a distrarmi per qualche secondo. Ho spostato la tenda da saloon del mio box con una spavalderia da “cowgirl”, e ho fatto la mia croce. Tornata a casa, non ho potuto fare a meno di andare a ritradurre la filosofia apparentemente spicciola di “Asso” Shaw, un giocatore d’azzardo rievocato da Edgar Lee Masters nell’antologia di Spoon River. Poche righe significative contro o a favore della fortuna o della sorte, dipende dai punti di vista…

Ace Shaw

I never saw any difference

Between playing cards for money

And selling real estate,

Practicing law, banking, or anything else.

For everything is chance.

Nevertheless

Seest thou a man diligent in business?

He shall stand before Kings!

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Asso Shaw

Non ho mai visto nessuna differenza

Tra giocare a carte per soldi

E vendere proprietà,

Lavorare come avvocato, in banca o qualsiasi altro campo.

Perché tutto è una questione di fortuna.

Ciononostante

Vedi un uomo scrupoloso negli affari?

Egli starà in piedi davanti ai Re!

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Tre note sulla fortuna-azzardo-chance:

1) Gli ultimi due versi della poesia sono tratti dalla Bibbia, Il libro dei Proverbi 22-29, “Vedi tu un uomo abile nel suo mestiere? Egli entrerà fra gli artigiani del re.”

2) Quando nomina la professione dell’avvocato, non si può non vedere un riferimento indiretto al padre, avvocato come lui. La fortuna aveva giocato a suo sfavore, per gravi questioni economiche non era riuscito a pagare le rette scolastiche al figlio.

3) Per chi volesse vedere il libro-poesia di Stéphane Mallarmé, ecco un link interessante:

 

Well well well

Ogni anno, come sempre, vado a vedere la Biennale. Come ogni anno? Ma non si chiama Biennale? Appunto, si alternano le Biennali di Arte con quelle di Architettura.

Quest’anno, il tema della mostra erano le “Illuminazioni”, un titolo quasi diderottiano, con l’implicito gioco di parole tra illumina + nazioni…in realtà anche un omaggio alle “illuminazioni” di Rimbaud, nel senso di intuizioni o visioni raccontate.

Purtroppo le illuminazioni coinvolgono un panorama piuttosto lugubre. Del Padiglione Italia se n’è parlato anche troppo, ma devo ammettere che il richiamo agli uccelli di Hitchcock ha sempre il suo fascino. Ci sono delle eccezioni, sorprendenti le light boxes di Pipilotti Rist con la rappresentazione classica di Venezia, quasi stereotipata, immersa in paesaggi visionari subacquei. “Hippy Dialectics” di Nathaniel Mellors è un lavoro pieno di humour, due teste parlanti che si parlano sopra, ripetendo in continuazione “very interesting”, come se tentassero di convincersi l’un l’altro.

La Francia propone l’opera di Christian Boltanski, “Chance”, un’installazione sul caso e la relazione tra vita e morte. Nella sala “Essere di nuovo” scorrono sullo schermo i volti di 60 Polacchi neonati e di 52 Svizzeri deceduti, il visitatore schiaccia un bottone e improvvisamente compare sullo schermo l’immagine di un volto composto da fotogrammi diversi, se per combinazione le tre parti corrispondono allo stesso neonato, una musica annuncia che si è vinto l’opera. Nel frattempo in un’altra sala si continuano a contare quanti uomini muoiono nel mondo e quanti bambini nascono nel mondo. Ogni giorno nascono 200.000 bambini in più rispetto agli uomini che muoiono. Sulla locandina avvertono che per tutta la durata della Biennale sarà possibile giocare online, e mi chiedo chi abbia voglia di mettersi nei panni della dea bendata… Tutta la mia solidarietà alla guardasala costretta a sopportare il rumore assordante dei fotogrammi otto ore al giorno.

La Gran Bretagna ospita l’intervento invasivo di Mike Nelson, “I impostor”, vedendo la mostra si capisce subito perché. All’entrata la coda composta viene redarguita da una signorina che dà tre indicazioni preoccupanti: fa molto caldo, state attenti alle borse e alla testa. A quel punto si entra già titubanti, l’intero edificio è stato trasformato in una specie di bottega antica, un’enorme maquette claustrofobica con tanto di corte interna. Dopo pochi passi non si può fare a meno di desiderare l’agognata uscita.

Di fronte agli Stati Uniti troneggia un grande carro armato con un manichino che corre sul tapis roulant, dentro il padiglione una copia della statua della libertà distesa sul lettino abbronzante, alcuni reperti di sedili di aereo e un bancomat organo.

Il padiglione della Germania ha una delle installazioni più impressionanti che abbia mai visto, la creazione di una vera e propria chiesa, la “Chiesa della Paura” di Christoph Schlingensief, morto per un cancro ai polmoni poco prima della Biennale. È un lavoro veramente immane con la ricostruzione dettagliata di un’iconografia sacra con tanto di reliquario.

Il Giappone ha invece scelto come tema l’idea di una zuppa invertita, la “teleco-soup”, un’installazione in cui si ribaltano continuamente le relazioni tra acqua e cielo, fluido e recipiente. A parte alcuni bambini che si divertivano a tuffarsi nelle immagini onde, la sensazione destabilizzante resta indubbiamente la nota dominante. L’artista Tabaimo sostiene che la sua è una riflessione sulla “Sindrome Galapagos”, un tempo riferita all’incompatibilità tra la tecnologia giapponese e i mercati internazionali, oggi maggiormente al fenomeno della globalizzazione. Impossibile non pensare ai recenti cataclismi naturali e alle esplosioni nucleari.

La Svizzera accoglie i lavori di un incellofanatore seriale, non si può non rimanere colpiti dalla perizia con cui Thomas Hirschhorn avvolge ogni oggetto, con una predilezione per i telefonini. Titolo dell’opera “Crystal of Resistance”. Nel volantino l’artista scrive: “…voglio elaborare una forma che crei qualcosa di nuovo. Deve essere una forma che sostanzialmente renda possibile ‘pensare’.” Evidentemente devo ancora riflettere.

Quello che emerge in quasi tutti i padiglioni dei Giardini è un catastrofismo diffuso, un senso di devastazione onnipresente, come se l’arte, se non altro quella esposta, ci restituisse solamente un immaginario distruttivo quasi documentaristico. La visione reiterata di immagini di morte e distruzione provoca una sorta di depressione senza speranza che non lascia via d’uscita. Fortunatamente è una sensazione passeggera, basta sollevare lo sguardo, lo scorcio della laguna in lontananza è di una bellezza confortante, un paesaggio pieno di riflessi e di giochi di luce che allontana subito il malumore.

Alle Corderie disseminate di installazioni immerse nell’oscurità, la situazione migliora seppure lievemente. A volte si intravedono percorsi alternativi, la fatidica luce alla fine del tunnel. Bellissimi i teli illuminati di spighe di Giulia Piscitelli, e suggestivo il video dal titolo significativo “ghost” di Elad Lassry, con un fantasma, una presenza assenza che si muove con grazia indisturbata insieme agli altri ballerini. La stanza cromatica di James Turrell è un’altra attrattiva che ha sempre una paziente coda in attesa. Quasi al termine di un viaggio volutamente incerto, si arriva all’installazione di Christian Marclay, meritatamente premiata con il Leone d’oro. Un’oasi di pace, ci si siede su dei comodissimi divani bianchi dove si gustano montaggi di film scanditi da sequenze dove il tempo è protagonista insieme a noi. Le immagini cambiano ogni minuto, in modo che il nostro tempo coincide con il tempo dei film, e a quel punto tutto continua a scorrere in una rassicurante sincronicità speculare.

Canzoni stonate

“Siamo noi questo viaggio questo posto è una favola vuota che ti mostra la sua copertina dove tutto è una botta di vita dove al cielo si chiede perdono e fortuna e coraggio| Come radici agli alberi d’inverno senza più foglie quel mare dentro che spegne e annega ogni tormento mi toglie il fiato| Amanda è libera dentro una lacrima che bagna l’anima e la sua ingenuità| Chiamami ancora amore chiamami sempre amore che questa maledetta notte dovrà pur finire perché la riempiremo noi da qui di musica e parole| Voglio dirti quello che sento farti morire nello stesso momento bastardo!!!| Lo so di aver sbagliato e so cosa dirai lo so di aver sbagliato e sono qui ma chi non sbaglia mai?| Vivo sospesa e un giorno io ti rivedrò a ogni respiro la vita io trasformerò| Arriverà una frase e una luna di quelle che poi ti sorprenderà arriverà la mia pelle a curare le tue voglie la magia delle stelle| Senti chi bussa alla porta sarà il solito scocciatore della domenica ma no tu non ti muovere che stai benissimo su di me| Yanez de Gomera l’eet vedüda l’altra siira? Pussee che la Perla de Labuan, Marianna adess la me paar un sass…| Ricorda che la nostra tre colori ha verde la speranza rosso il sangue di frontiera neve biancaneve i cuori abbraccerà| Che c’è il mio secondo tempo e non voglio perderlo perché io mi sento un po’ come all’inizio dello show| E andare su su su nel cielo giù giù giù nel mare su su su nel sole giù giù fino in fondo al cuore| Io vivo nei panni di un alieno che non vola che non mi assomiglia ma io vivo ai margini di una vita vera e non mi riconosco.”

Sanremo 2011

Nell’ordine La mia anima d’uomo Anna Oxa, Il mare immenso Giusy Ferreri, Amanda Al Bano, Chiamami ancora amore Roberto Vecchioni, Bastardo Anna Tatangelo, Io confesso La Crus, Vivo sospesa Nathalie, Arriverà Modà e Emma Marrone, Il vento e le rose Patty Pravo, Yanez Davide Van De Sfroos, Il mio secondo tempo Max Pezzali, Tre colori Tricarico, Fino in fondo Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario, L’alieno Franco Battiato e Luca Madonia

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