Una volta che ti trovi in una posizione di fiducia e potere, sogna un po’ prima di pensare
Toni Morrison
È da tempo che volevo scrivere qualcosa sull’Otello di Shakespeare, non voglio parlare del tema trito e ritrito della gelosia, ma proprio all’inizio del dramma c’è una frase che mi ha sempre colpito perché si apre a diverse interpretazioni: “quando la fortuna toglie ciò che non può essere conservato, bisogna avere pazienza: essa muta in burla la sua offesa. Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, ma chi piange per un dolore vano, ruba qualcosa a se stesso.”[1]
E come dargli torto? Solo che non è riferita alle sofferenze sentimentali come si potrebbe pensare leggendola fuori contesto, ma è un’esortazione che il Doge di Venezia fa a Otello per convincerlo ad accettare l’incarico di andare a combattere contro i turchi a Cipro…e infatti ci riesce lavorando proprio sulle sue insicurezze, la paura di sentirsi ridicolo e costantemente inadeguato. E Otello la interpreta proprio così: “c’è poco tempo da perdere, archivia le perdite del passato e datti una mossa”…”Il possessore”, non ancora assillato dalle iniezioni di sfiducia in se stesso di Iago, accetta la missione e parte con Desdemona, nome che significativamente vuol dire “destino avverso”. Il resto lo farà Iago, la dimostrazione palese dei danni arrecati dall’invidia, e un fazzoletto…
Anni fa, sempre a Venezia, mi capitò di assistere a una interessante lezione sull’Otello, la relatrice era la scrittrice afro-americana Toni Morrison che era stata chiamata a commentare un balletto cambogiano liberamente, e sottolineo liberamente ispirato all’opera, in occasione della Biennale Danza, quelle strane combinazioni che a volte il teatro offre, a volte anche disastrose, se penso a certe trasposizioni contemporanee di opere antiche, registi che improvvisamente trasformano il setting in un campo di battaglia, cantanti lirici che già sono corpulenti di natura che vengono costretti a recitare con pesanti armature appesi a fili volanti… quella volta andai, non per il balletto, di cui non mi importava assolutamente nulla, ma perché volevo ascoltare quello che Toni Morrison aveva da dire.
La Morrison aveva apprezzato il fatto che nella nuova rivisitazione era stata eliminata completamente la distinzione tra bianco e nero, e la differenza razziale, per dare maggiore risalto al personaggio di Desdemona e alla sua attrazione per l’altrove. Desdemona si innamora di Otello perché è affascinata dal suo essere straniero, e dal modo in cui parla, colpita dai suoi racconti “outside the borders”, oltre i confini, che descrivono il pericolo in terre lontane. Un rapporto basato sulla difficoltà reciproca di capire la differenza tra verità e menzogna, e che oscilla sempre tra rabbia e difesa, complicato ulteriormente dal senso di solitudine di sentirsi sempre e comunque straniero in terra straniera. E con questi presupposti, anche la versione cambogiana non fa presagire nulla di buono, invece scopro dagli appunti sulla mia moleskine, la parte di Iago viene assegnata a una scimmia dispettosa che salta come Arlecchino, Otello uccide Desdemona ma poi magicamente la fa risorgere e tutti finiscono a danzare in un bosco…e così torna il sorriso.
[1] Atto I, Scena III, Il Doge, Otello, Edizione Einaudi, 1969, Traduzione e note a cura di Cesare Vico Lodovici.
Prateria, sei lo scrigno del giorno.
René Char
Come volevasi dimostrare, confermo, “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, certo, non sono stata in inferno ma in compagnia di Caronte, che non mi ha mai lasciato sola…un caldo a tratti insopportabile anche per chi come me, nata d’agosto, ama l’estate. Dopo questo lungo assedio afoso ho persino sentito nostalgia dell’Inghilterra, non mi succedeva da anni.
In questo mese di assenza dal blog, non ho fatto nulla di quanto mi ero ripromessa, né ho finito di leggere la pila di libri accumulati sul comodino, tra cui una Janet Evanovich in francese, una inutile complicazione mi rendo conto, considerando che l’autrice è americana, un giallo comprato distrattamente in aeroporto in memoria dei tempi in cui lavoravo in una libreria specializzata in crimini letterari e non solo, non ho mai capito perché Thalia – così si chiamava il vice capo – fosse pazza della Evanovich. Sarà stata colpa di Mécano girl, una detective esperta di motori, ma nonostante vari tentativi credo che rimarrà nel limbo dei non letti, il finale lo posso sempre immaginare, l’assassino di sicuro non è il maggiordomo…mi sono invece fatta distrarre dal giardinaggio, usando sfrenatamente le cesoie, come Edward Mani di Forbice, con un aspetto decisamente meno inquietante.
Gli indiani Sikh vanno sempre in giro con una piccola spada simbolo di rispetto, volontà e indipendenza, io di questi tempi dovrei avere un piccolo badile portatile – utensile fondamentale per sradicare erbacce – ho un conto in sospeso con la zizzania, altresì nota come “loglio cattivo”.
Eliminati un po’ di rami secchi, eccomi pronta a ripartire verso nuove destinazioni, oggi Branoalcollo compie tre anni e così lo festeggio con un breve concerto di Vivaldi, allegro larghetto e spiritoso allegro, caricato su youtube da un avatar che si chiama Mozart, che ha scelto come sfondo la chiesa della Salute e la statua della Fortuna sulla punta della dogana dell’impressionista spagnolo Martin Rico y Ortega …una sorpresa felice.
Prateria, sei lo scrigno del giorno.
René Char
Come volevasi dimostrare, confermo, “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, certo, non sono stata in inferno ma in compagnia di Caronte, che non mi ha mai lasciato sola…un caldo a tratti insopportabile anche per chi come me, nata d’agosto, ama l’estate. Dopo questo lungo assedio afoso ho persino sentito nostalgia dell’Inghilterra, non mi succedeva da anni.
In questo mese di assenza dal blog, non ho fatto nulla di quanto mi ero ripromessa, né ho finito di leggere la pila di libri accumulati sul comodino, tra cui una Janet Evanovich in francese, una inutile complicazione mi rendo conto, considerando che l’autrice è americana, un giallo comprato distrattamente in aeroporto in memoria dei tempi in cui lavoravo in una libreria specializzata in crimini letterari e non solo, non ho mai capito perché Thalia – così si chiamava il vice capo – fosse pazza della Evanovich. Sarà stata colpa di Mécano girl, una detective esperta di motori, ma nonostante vari tentativi credo che rimarrà nel limbo dei non letti, il finale lo posso sempre immaginare, l’assassino di sicuro non è il maggiordomo…mi sono invece fatta distrarre dal giardinaggio, usando sfrenatamente le cesoie, come Edward Mani di Forbice, con un aspetto decisamente meno inquietante.
Gli indiani Sikh vanno sempre in giro con una piccola spada simbolo di rispetto, volontà e indipendenza, io di questi tempi dovrei avere un piccolo badile portatile – utensile fondamentale per sradicare erbacce – ho un conto in sospeso con la zizzania, altresì nota come “loglio cattivo”.
Eliminati un po’ di rami secchi, eccomi pronta a ripartire verso nuove destinazioni, oggi Branoalcollo compie tre anni e così lo festeggio con un breve concerto di Vivaldi, allegro larghetto e spiritoso allegro, caricato su youtube da un avatar che si chiama Mozart, che ha scelto come sfondo la chiesa della Salute e la statua della Fortuna sulla punta della dogana dell’impressionista spagnolo Martin Rico y Ortega …una sorpresa felice.
Guardando la laguna, lasciandosi la città alle spalle, La Punta della Dogana significativamente si trova al vertice di un triangolo di isola che divide i due principali canali di Venezia, a destra il Canale della Giudecca, a sinistra il Canal Grande. L’edificio è sormontato da una torretta con due Atlanti che reggono una sfera d’oro con un’esile statua, la Fortuna girevole con un segnavento. Passeggiando lungo le Zattere, se si percorre la Fondamenta fino in fondo, la strada finisce qui, ora con due attrazioni in più: il museo di arte contemporanea progettato da Tadao Ando, e la tanto vituperata statua del ragazzo nudo che tiene una rana per la zampa, che presto sarà rimossa per dare spazio a un passato che si rinnova, il ritorno del vecchio lampione ottocentesco che c’era un tempo. La statua bianca, alta due metri ideata da Charles Ray, un nome che se rovesciato ricorda inevitabilmente Ray Charles, The Genius, aveva una ragione d’essere, a testimonianza della natura anfibia di Venezia, perennemente sospesa tra terra e acqua. Il ragazzo ha gli occhi chiusi, sventola la rana come un trofeo, e i turisti lo fotografano con aria perplessa, ognuno con un’interpretazione diversa, l’opera finisce sempre per inglobare le idiosincrasie di chi la osserva.
Per me rimane un luogo ideale da cui ammirare le navi in transito, di solito verso mete esotiche, spesso con scritte greche dai nomi mitologici, alcune si spingono fino ad Alessandria d’Egitto. Ogni volta che le vedo passare, non posso fare a meno di pensare a una delle sette meraviglie del mondo, la biblioteca più vasta dell’antichità, fondata da Tolomeo su suggerimento di Aristotele con l’intento di catalogare tutto il sapere umano, una missione quasi impossibile che però riuscì nell’intento di radunare settecentomila papiri, tutti tradotti in greco. L’idea geniale di chiedere ai sovrani del mondo di inviare una copia delle opere che avevano a disposizione alla biblioteca fu del faraone Tolomeo II, che istituì anche il “fondo delle navi”, l’obbligo da parte di tutte le navi che facevano scalo ad Alessandria di lasciare i loro scritti originali alla biblioteca, e di tornare indietro con delle copie.
Gli scritti raccolti andarono in fumo in epoche storiche diverse, indipendentemente dal credo pagano, cristiano o islamico. Prima arrivò Giulio Cesare che distrusse una porzione consistente di papiri durante un assedio alle navi di Cleopatra, poi l’imperatore Aureliano due secoli dopo, e quando Alessandria divenne cristiana sotto il patriarca Teofilo, furono eliminati tutti i testi pagani, bruciati tutti i papiri di alchimia e magia. Il califfo Omar ebbe il triste merito di aver distrutto il resto della collezione due secoli dopo, motivato da una convinzione ancora più radicale, i papiri non servivano a nulla, così si decise per un rogo finale definitivo, e una delle sette meraviglie del mondo sparì per sempre.
Le navi proseguono le loro rotte verso il mare aperto, alla mia destra guardo il rimorchiatore Titanus procedere lento lungo il canale della Giudecca, uno stormo di piccioni mi sfiora la testa, mi passo veloce una mano sui capelli, lo sguardo fisso come una sfinge verso il bacino di San Marco.
