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Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister: (V e ultima parte)

E anche Goethe ha i minuti contati, siamo arrivati alla fine, quasi…torniamo al castello dove Lenardo, Friedrich e Wilhelm hanno ascoltato la storia di Melusine.

Il senso del peregrinare nasce dalla volontà di trovarsi in una condizione migliore, puntualmente disattesa per scoprire sempre nuove realtà. La differenza tra un vagare senza meta e un vagare saggio viene riassunta da una storia custodita nella biblioteca di Lenardo, il titolo già spiega molto, “La Folle che peregrina”, ma qui si allude alla follia nella ragione. Il Signor di Revanne, uomo ricchissimo e proprietario di una vasta tenuta, incontra passeggiando per la campagna una donna viandante. Colpito dalla sua bellezza, figura slanciata, occhi azzurri, vestita con merletti, calze di seta lucide, nonostante il dettaglio delle scarpe infangate denoti faticose camminate, comincia a conversare con lei. La donna racconta che quando ha necessità di guadagnare qualcosa lavora come domestica ma si capisce da come parla che è bene educata, non è orfana, la sua è proprio una scelta di vita. Affascinato sempre più, il Signor di Revanne la invita a casa sua, e lei a sorpresa si mette a suonare il piano e comincia a cantare una canzone che ha una nota finale poco rassicurante: …”così succeda ad ognuno, che di giorno, la sua nobile innamorata sfacciatamente inganna, e di notte con troppa ardita bilancia, al falso mulino di Amore striscia.”[1]

Fine della canzone, e l’argomento non viene più affrontato. Il Signor di Revanne e la sorella decidono di invitarla a rimanere nel castello con loro, la ragazza accetta di essere la loro governante, ma ogni volta che si tenta di avere una conversazione un po’ più privata si chiude a riccio e risponde per massime, vietato nominare l’argomento Amore. Ormai è chiaro che l’uomo si sta innamorando, ma scopre che deve competere con il figlio, lui ha cinquant’anni, lei ha solo ventuno anni. Per liberarsi della corte troppo insistente di entrambi, la ragazza confessa al Signor di Revanne la sua passione per il figlio, il figlio invece sempre più geloso, pensa che lei l’abbia tradito con il padre. La ragazza coglie l’occasione al volo, e si congeda aggiungendo che lei tornerà al “falso mulino” – quello nominato nella canzone che li aveva conquistati – solamente quando il suo innamorato si renderà conto di quello che ha perso. Padre e figlio sono sempre più perplessi e della ragazza non si viene a sapere più nulla, esce di scena.

Lenardo insieme ai suoi amici si ritrovano a parlare del Sodalizio Pellegrinante, una sorte di alleanza segreta che aiuta gli adepti nei loro commerci per il mondo. Jarno aka Montan ormai si è specializzato nell’industria mineraria. Lenardo invece confessa di aver rintracciato la brunetta che tanto voleva rivedere e consegna a Wilhelm le pagine del suo diario…Hersilie gli scrive che è stata ritrovata la chiave del cofanetto che lui aveva consegnato al vecchio custode, e che è certa che era stata rubata da Fritz, il compagno di giochi di Felix. Friedrich invece gli legge un’altra storia, “Dov’è finito il Traditore?”.

L’intreccio ruota sempre attorno al solito triangolo amoroso, un uomo che non a caso ha studiato Legge ma non sa decidere cosa sia giusto per sé, due donne su cui si è indecisi e l’arrivo di un rivale straniero, colto e sorprendente. Goethe gli affida il nome di Anton Reiser, un cameo omaggio al suo amico scrittore, Karl Philipp Moritz, che aveva pubblicato nel 1783 un romanzo autobiografico dallo stesso titolo. Lucidor è pazzo di gelosia quando vede Lucinde seduta su una panca con Antoni. Decisamente altri tempi, e dopo pagine di tormenti e anatemi contro Antoni, arriva la svolta, Lucinde gli va vicino e dice: “Lei è mio, io sua, io la tengo nelle mia braccia, non indugi a gettare le sue braccia attorno a me! Suo padre è d’accordo su tutto, Antoni sposa mia sorella.”[2]

Le cose però non vanno per il verso giusto, arrivano Antoni e Julie, e la donna lo invita a salire solo con lei in carrozza, lasciando Antoni a terra. Litigano impetuosamente, Lucidor viene inchiodato da una frase, “lei è un traditore! Abbiamo origliato di notte i suoi monologhi a voce alta.”

“Ma ora, cognata cara!”

“Adesso dice ‘cara’, che si è liberato di me…Ringrazi Iddio: tutto espiato, tutto perdonato, io non volevo lei, questo è vero, ma che lei non volesse assolutamente me, questo nessuno ragazza lo perdona…ecco la mia mano.”[3]

Scesi dalla carrozza Julie si precipita verso Antoni, e Lucinde accoglie Lucidor, e le coppie si allontanano nella campagna.

Lenardo si lancia in un monologo sulla natura umana, ammirato dalla bravura di Laurence Sterne e del suo viaggio sentimentale tra la Francia e l’Italia. Prima di ogni cosa bisogna ricordare tutti gli artisti con simpatia, perché “coinvolti nel movimento del mondo.” Pittori, musicisti, attori, insegnanti sono tutte categorie da rispettare. I veri pellegrini devono mantenere un legame con il mondo. Devono rispettare il culto di ognuno, e ogni forma di governo, imparando – e qui viene il difficile – a “esercitare e promuovere la morale senza pedanteria e rigidezza, come esige il Rispetto davanti a noi stessi.”[4]

The world is your oyster, il mondo è la tua ostrica.

§

Altre letture


[1] Cap. XVI, p. 199.

[2] Cap. XVII, p. 236.

[3] Ibidem, pp. 243-244.

[4] Capitolo Ultimo, p. 253.

Le interviste possibili: IX. Cristina Bove

Oggi sono felice di avere come ospite Cristina Bove, un’artista baciata dalle Muse, si occupa da sempre di poesia, pittura, scultura, orecchio musicale raffinato, è presente in diverse antologie poetiche, ha pubblicato quattro raccolte di poesie, Mi hanno detto di Ofelia (Edizioni Smasher, 2012), Attraversamenti verticali (Il Foglio Letterario, 2009), Il Respiro della Luna (Il Foglio Letterario, 2008), Fiori e Fulmini (Il Foglio Letterario, 2007), solo a leggere i titoli si aprono mondi…

Benvenuta nel mio salotto virtuale, dovrei offrirti dell’ambrosia, in alternativa un caffè all’aroma italiano (il mio preferito è Kimbo), un tè, un aperitivo, a te la scelta…

Rispondo con piacere alle domande di Carla Bonollo, sensibile intervistatrice e gentile ospite, nel suo salotto virtuale dove si respira arte e poesia.

Prendo volentieri un caffè, grazie.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata al tuo ultimo lavoro poetico, Mi hanno detto di Ofelia, il titolo inevitabilmente riporta in assenza la follia di Amleto, e io ogni volta che penso al suicidio di Ofelia, ho sempre in mente il quadro di Millais, che secondo me rappresenta in modo sublime la tragicità dell’abbandono in una natura accogliente, qual è stato l’elemento scatenante che ti ha spinto a raccontare quella deriva?

Sono stata ispirata proprio dalla mite tragicità di quel gesto, che conosco, avendolo effettuato a mia volta tuffandomi nell’aria, anziché nell’acqua. Miracolosamente viva, ho poi guardato le vicende del mondo con occhi diversi. La nascita dei miei quattro figli, le tappe della loro crescita, la loro assidua vicinanza, sono per me veri tesori. Ed è anche grazie a loro che la mia sensibilità si è acuita, forse anche troppo, diventando qualcosa di più intenso e coinvolgente di una normale empatia. E credo che sia da questi accadimenti che scaturisce il mio mondo artistico, soprattutto la poesia.

Ofelia, mi chiedevi: bene, per me la vera figura eroica della tragedia shakespeariana è lei, non Amleto. Lei che si allontana dalla follia vendicativa dell’amato, che rinuncia alla vita, e nel farlo offre ancora bellezza e amore. E l’immortalità ad entrambi. È la Donna che vive in ogni donna che ama non riamata.

Nella tua scrittura, compare spesso il trattino, che dà un ordine nuovo alle parole, un cambio di tono, una caduta, un abisso, come se quel segno rimandasse a tutto ciò che non viene detto. C’entra la tua esperienza come scultrice?

Il trattino basso l’ho adottato al posto delle parentesi e delle pause (dopo aver sperimentato un tratto lungo tra i versi per dare ulteriore incisività alle distanze e ai tempi) e mi piace allungarlo o accorciarlo secondo l’ispirazione del momento. Trovo interessante la tua domanda a proposito della scultura: sinceramente non ci avevo mai pensato, questo mi dice che tu ne hai colto la “spazialità” estetica oltre a quella poetica. Un’acutezza di sguardo che mi gratifica, molto.

“Versi in transfert” descrive in modo esemplare il tuo blog di poesie in movimento, come affronti i cambiamenti?

Penso che tutta la nostra vita sia in transfert. Adottai questo titolo mutuandolo dalla psicanalisi, non solo trasferimento di dati e di pensiero, però, ma anche di spostamento continuo da luogo a luogo, da mente a mente (ho traslochi di ogni genere, alle mie spalle). Ed è in me sempre presente la consapevolezza del Mutamento, frutto di lunghe ricerche filosofiche e grazie alla disciplina Zen.

È in uscita il tuo nuovo romanzo, di che si tratta?

Si tratta di un romanzo autobiografico. So che qualcuno storcerebbe il naso: chi racconta la propria vita, i suoi giri intorno alla banalità quotidiana, se non è Proust, è meglio che butti via la penna. Ma se qualcuno scrive della sua vita avventurosa, dei suoi viaggi attraverso case e cose, terre e storie, musica e poesia, e narra ciò che a tanti altri sfuggiva; se nel racconto oltre al corpo ci mette pure il senso del mistero che l’accompagna quasi ad ogni respiro, ebbene, credo che questa autobiografia potrebbe essere letta.

La leggerò. Personalmente sono totalmente a favore della autobiografia, in fondo ognuno riscrive la propria storia, se però cambia il nome all’autobiografia e si inventa un romanzo storico, allora i critici si incuriosiscono. Mi sembra una complicazione in più, tanto vale misurarsi con quello che si vuole scrivere.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Sono stata molto in forse sulla scelta del brano, appassionata di musica classica mi piace soprattutto Bach, che trovo geniale, ma anche tanti, tanti altri. Ho dato la preferenza a questo valzer di Sibelius, perché mi riporta alla mia adolescenza (era il preferito di mia madre) e perché mi incanta la direzione di Vladimir Ashkenazy, il primo violino Lorenza Borrani, e l’esecuzione sentita e assorta di tutti gli orchestrali:

Che meraviglia! E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Cristina.

Grazie a te.

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Il blog di Cristina Bove è:  http://ancorapoesia.wordpress.com

 

I paradossi dell’anafora

Dante Alighieri, detail from a Luca Signorelli...
Dante Alighieri, dettaglio di un affresco di Luca Signorelli, nella Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto.

È proprio il caso di dirlo qualche volta è utile ripetere le cose, come ricorda una figura retorica ampiamente utilizzata, l’anafora, dal greco “ripetizione”, da anaphérõ, io ripeto, semplicissima, basta impiegare la stessa parola, o anche più parole, all’inizio di almeno due frasi successive. Esempio colto citato dallo Zingarelli, l’immancabile Dante:

s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

s’io meritai di voi assai o poco…

(Inferno, XXVI, 80-81)

Un suo sinonimo è l’epanafora, che suona un po’ come una sua versione paracula, ma è un altro modo per dire la stessa cosa. Sono inevitabili invece le variazioni da un punto di vista linguistico segnalate dall’epanafora, quando si riprende un elemento del discorso già menzionato con un altro termine per evitare i doppioni, e qui vengono in mente ore perse a tentare di non usare espressioni già usate in precedenza. Un classico che ricorre nei temi letterari, quando al posto di Dante, si usa il “vate”, il “sommo poeta”, per intenderci meglio. Diventa evidente quando si usa troppo spesso il pronome “egli”, egli intendeva dire…egli descriveva…egli rivisitava…di rara bruttezza, giusto per non scrivere “Dante” centinaia di volte nello stesso saggio.

Curiosamente quando si passa al linguaggio parlato, ecco che l’anafora comincia a essere un campanello d’allarme preoccupante. Se qualcuno ti ripete la stessa cosa due volte, basta solo un accenno, lo stoppi immediatamente con un annoiato, “sì, me l’hai già detto”, se è tua madre a farlo, scatta subito l’accusa di rincoglionimento acuto.

Immancabilmente c’è anche la deriva folle, la reiterazione di una frase che ti mette di fronte al pericolo, “Ma dici a me? Dici a me? Con chi stai parlando? Stai parlando con me eh?”, rivivi la scena di De Niro alienato che parla da solo davanti allo specchio in Taxi Driver, e ormai sai che non c’è nulla da fare. Inutile opporre obiezioni, meglio concentrarsi sui dettagli della fuga.

Antidoto speciale e rassicurante sono i versi bellissimi della poetessa polacca Wislawa Szymborska in Nulla accade due volte, né accadrà:

Nulla accade due volte,

Né accadrà. Per questo motivo

Si nasce senza esperienza,

Si muore senza abitudini.

Anche se fossimo gli studenti più ottusi

Del mondo non avremo lo stesso inverno,

Né la stessa estate.

Nessun giorno sarà uguale,

Non ci sono due notti uguali,

Né due baci simili,

Nemmeno due sguardi uguali.

Ieri, quando qualcuno ha pronunciato

Ad alta voce il tuo nome,

È stato come se cadesse

Una rosa da una finestra aperta.

Oggi, che siamo insieme,

Ho rivolto il viso al muro.

Rosa? A cosa assomiglia una rosa?

È un fiore? O forse è una pietra?

Perché tu, ora malvagia, ti confondi

Con un’ansia non voluta?

Se lo fai – allora devi andare via.

Passerai – e allora sarà bello.

Sorridenti, abbracciati,

Cercheremo di trovare un accordo,

Anche se siamo diversi l’uno dall’altra

Come due goccia di acqua. [1]


[1] La poesia è una mia traduzione dall’inglese da questo sito http://dailycandor.com/szymborskas-nic-dwa-razy-nothing-twice/

Ezra Pound: La ragazza e gli ultimi versi dei Cantos

Oggi vi propongo “The Girl” (“La Ragazza”, molti hanno tradotto fanciulla, che a me piace meno, ma è una mia idiosincrasia in un testo così profondo nella sua semplicità stilistica) di Ezra Pound (1885-1972), uno dei più grandi poeti del Novecento.

Voce immortale, a tratti epica, con una conoscenza enciclopedica dei classici, in primis Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, impareggiabile imitatore delle rime della poesia provenzale del XII secolo, ammiratore del poeta e pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti – lui stesso racconta che iniziò a scrivere grazie a lui – segretario dello scrittore irlandese Yeats, saggista e letterato, si trasferì in Italia nel 1924 dove rimase fino al 1945 quando venne imprigionato senza processo e rinchiuso per dodici anni in un manicomio criminale americano con l’accusa di propaganda fascista. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nell’amata Venezia, in una casa dietro alle Zattere, la sua tomba si trova nell’isola di San Michele.

Ecco la sua ragazza, personificazione poetica:

La ragazza

L’albero mi è entrato nelle mani,

La linfa è risalita lungo le braccia,

L’albero mi è cresciuto in seno – In basso,

I rami crescono fuori di me, come braccia.

Sei Albero, sei Muschio,

Sei viole coperte da vento.

Una bambina – così alta – sei,

E tutto questo è follia al mondo.

§

The Girl

The tree has entered my hands,

The sap has ascended my arms,

The tree has grown in my breast -
Downward,

The branches grow out of me, like arms.

Tree you are, Moss you are,

You are violets with wind above them.

A child – so high – you are,

And all this is folly to the world.

§

Su Youtube avevo trovato un prezioso video documento dedicato a lui – bloccato, fortunatamente c’è dell’altro, vi consiglio la versione integrale di A Baby in the Woods disponibile su youtube, non lo metto perché farebbe la stessa fine del primo – vi lascio con gli ultimi versi tratti dei suoi celebri Cantos citati nel documentario della RAI rimosso:

M’amour m’amour
cos’è che amo e dove sei?
Ho perso il mio centro
a combattere il mondo.
I sogni cozzano
e si frantumano –
e che ho cercato di costruire un paradiso terrestre.
Ho provato a scrivere il Paradiso,
Non ti muovere, lascia parlare il vento
così è il Paradiso,
Lascia che gli dei perdonino
quello che ho costruito,
Chi ho amato cerchi di perdonare
quello che ho costruito,
uomini siate non distruttori.
 
 §
 
 

Vademecum? Anche no!

English: Stanley Kubrick was a Look magazine p...

…”E ti conviene sperare che non accada niente a me. Perché se muoio io…muori pure tu.”

Annie Wilkes in Misery non deve morire

Marzullo, ormai è risaputo, ha creato dei mostri: domande a cui è impossibile rispondere in modo intelligente. Anni fa, il Corriere della Sera aveva stilato una classifica di alcune risposte, la mia preferita rimane quella di Glenn Ford, che alla fatidica domanda a cui era impossibile sottrarsi: “Cos’è la notte per lei?”, rispose: “È la prima volta che me lo chiedono.” Insuperabile, inutile fingere un entusiasmo che non si ha, stroncandolo fin dall’inizio.

Ora invece imperversano i consigli degli scrittori, ancora una volta è un’impresa ardua non cadere nel già detto, come sosteneva Leo Longanesi: “non ho bisogno di consigli. So sbagliare da solo!”-

Ma prima o poi tutti tentano di rispondere in modo originale alle domande dei lettori e aspiranti scrittori su come si inizia a scrivere e quali sono le motivazioni per farlo.

Tra tutti gli intervistati, io ho un debole per Stephen King, soprattutto per i film tratti dai suoi romanzi, autore di moltissimi best sellers, tra cui un noto saggio sulla scrittura, Autobiografia di un mestiere.

Ogni volta che osservo qualche foto di King, rimango ipnotizzata dalla montatura dei suoi occhiali che variano nel corso degli anni, quelli anni ’70, degli ovali imbarazzanti, sono ora diventati più esili, con lenti spesse come due fondi di bicchiere, che incorniciano un viso indurito illuminato dagli occhi chiari e un sorriso che si apre quasi squarciando i lineamenti. Così quando afferma: “I work until beer o’clock”, fornisce in fondo tutto quello che c’è da sapere, lavorare sodo a quello che si ha in mente, con costanza, tutti i giorni e poi concedersi una meritata pausa, lui evidentemente la birra, gli altri quello che vogliono. Come del resto fece Kubrick ignorando la sceneggiatura scritta appositamente per The Shining, concentrandosi sui meccanismi interni della famiglia Torrance, insieme alla scrittrice Diane Johnson, alla faccia di King e dei suoi lettori. Dopo quel film è obbligatorio tenersi alla larga dagli alberghi sperduti in mezzo al nulla, eventuali cloni dell’Overlook Hotel, che esiste veramente.

L’altra categoria da cui scappare a gambe levate, è la fan devota, pericolosissima, quella che finge di interessarsi all’opera omnia di uno scrittore che ammira, prende moltissimi appunti, e aggiunge ad ogni frase un tono mortificante: le mie non sono che sciocchezze, non è che un umile tributo, non sono che piccoli pensieri che non potranno mai uguagliare il suo grande talento…e però diffonde ovunque le sue umili note, e pian piano si trasforma senza che nessuno gliel’abbia richiesto in biografa di autori accuratamente selezionati, compilatrice full time di vite altrui, collezionando tutto quello che può raccattare in giro. Offre i suoi servizi gratis, segnalando a chi di dovere alcune piccole discrepanze che ha riscontrato nelle serie di scritti analizzati con perizia, appellandosi a una logica infallibile, perché lei nella sua follia ragionata conosce tutto a memoria ed è l’ammiratrice numero uno. Impossibile sfuggire al controllo maniacale dei fan devoti, non ti danno tregua, la passione si è già trasformata in ossessione, sostituirsi a qualcun altro fino a prendere il suo posto.

L’unico predicatore che continuo ad ascoltare con piacere è D. R. Hooker, di cui si è persa ogni traccia.

 

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