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Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: III e ultima parte

A Tort_ _

A Versailles il Reverendo chiede udienza dal conte B., non è l’unico, così approfitta dell’attesa per farsi un giro, incontra un cavaliere che si è convertito all’arte della pasticceria e offre i suoi dolci e paté fuori dai palazzi dei nobili, visto che deve perdere un po’ di tempo inserisce un racconto inventato di sana pianta, sulla storia dell’investitura di un nobile a Rennes, ma qui diamo libero sfogo alla fiction, intanto sono passate due ore, e si ritorna dal conte B..

Sullo scrittoio una copia di Shakspeare, che nella versione foscoliana si scrive così, come anche “Tis strange!” come esclamazione di stupore viene tradotto nel sintetico “Poffare!” – volendo c’era anche Pofferbacco ma forse a Diodimo sembrava troppo – e il conte viene conquistato dal fatto che Yorik abbia lo stesso nome del buffone Yorik nell’Amleto, che il buffone sia morto da secoli e che sia un teschio è del tutto irrilevante per il conte, il Reverendo Yorik, soprattutto per quel rimando letterario, ha il diritto ad avere un passaporto nuovo di zecca. Mentre si assenta per accelerare le pratiche, Yorik si distrae leggendo Molto Rumore per Nulla, con le schermaglie amorose tra Benedick e Beatrice nel Regno di Sicilia, e così il tempo vola, il conte gli consegna il nuovo documento e lo interroga sulla gentilezza dei Francesi. Yorik non può che esagerare, un po’ forzatamente, e infatti per smorzare i toni aggiunge al discorso che i Francesi hanno un unico difetto: sono forse troppo seri. L’ironia non viene colta. Il conte si ripromette di invitarlo a pranzo non appena si presenterà l’occasione giusta, vuole fargli cambiare idea. Il Reverendo ringrazia e ritorna al suo hotel, a Parigi.

Mai rientro fu più fortunato, trova ad accoglierlo la dama al servizio di Madame R., con la scusa di consegnargli un piccolo portafoglio di seta per le sue monete. Il Reverendo è estasiato, all’inizio per mascherare l’imbarazzo si mette a scriverle una lettera mentre lei lo osserva e gli passa il calamaio, non è concentrato. Si siedono sul suo letto e lei si accorge che il pizzo attorno al collo ha bisogno di qualche punto, Yorik comincia a sudare, poi non si perde d’animo e le fa notare che il nastro della sua scarpa si è slacciato, è arrivato il momento di passare all’azione, indugia un po’ troppo ad accarezzare la fibbia della scarpa, la meta del letto è sempre più vicina…e il cuore va sempre seguito.

La scena successiva il Reverendo è risollevato, non ha voglia di vedere altre persone, nemmeno la sarta da cui aveva comprato due paia di guanti lungo il tratto di strada per l’Opéra, fa sapere a La Fleur che non vuole essere disturbato, la grisette dalle ciglia di seta non viene ricevuta. Lo scudiero La Fleur, grazie alla nuova paga e alla moda parigina, ha cambiato look, pantaloni sgargianti, camicia svolazzante, ha pure un nuovo amore, dopo avergli servito la colazione in camera, si congeda per un appuntamento domenicale con una donna. Ma chi è? Qualcuno che ha conosciuto a Versailles…in casa ha un esempio a cui ispirarsi, ogni occasione è persa. Yorik, dopo aver divorato la colazione, si dedica alla lettura di Rabelais – autore molto amato da Sterne.

Rapito dal racconto di un notaio alle prese con una moglie troppo passionale, si accorge che mancano delle pagine, quando risolleva la testa, La Fleur è già tornato indietro, un po’ accasciato, la demoiselle non ne vuole più sapere di lui e ha di meglio da fare.

Fuori dall’albergo Yorik osserva che c’è sempre un mendicante che chiede l’elemosina, questa volta ha puntato due signore, a cui chiede 12 soldi, è talmente insistente e abile che riesce a ottenere esattamente quello che vuole, grazie al potere dell’adulazione. Yorik divide le dame francesi in tre categorie distinte per fasce d’età: coquette, déiste – amante dei liberi pensatori – e devota, l’ipocrita per eccellenza. Il Reverendo ormai è conteso da tutte le dame della buona società francese, partecipa a cene e a dibattiti su argomenti vari, fino a che comincia a provare nausea per se stesso, per quello che sta diventando, una specie di pallone gonfiato che vive alle spese dei suoi ospiti, è arrivato il momento di cambiare aria e partire per l’Italia.

Lungo il tragitto da Parigi a Lione, Yorik che non può fare a meno di raccontare qualche aneddoto, inserisce la storia straziante di Maria, una donna impazzita per amore che vaga come un pastorella, suona delle melodie malinconiche con il flauto, la famiglia per quanto preoccupata non ha i mezzi né per curarla né per capirla, il padre è morto. Il Reverendo si sente un nuovo Don Chisciotte – la pastorella ricorda vagamente la sua versione di Marcella Bella – accompagna la ragazza per un tratto di strada e riprende il viaggio, interrotto da una nuova avventura, il ronzino perde un ferro di cavallo, e la sosta si fa obbligatoria, vicino al Tararo. Viene invitato a cena da una famiglia di contadini, mangia di gusto in compagnia e alla fine del pasto gli fanno pure un concerto con tanto di viola.

Il giorno dopo si ritrova in un albergo in Savoia, a dover dividere la stanza, l’unica disponibile con due letti e un caminetto con una signora piemontese e la sua cameriera. Per rompere il ghiaccio bevono una bottiglia di vino rosso, si mettono d’accordo che una volta chiusi dietro le tende dei loro rispettivi letti a baldacchino – il Reverendo ha l’ordine tassativo di non levarsi mai la sua veste da camera – non si possono rivolgere la parola, vi lascio immaginare che fine faccia la cameriera nel cuore della notte…Sterne allude ma non specifica, Didimo lascia intendere che cogliere la rosa forse vuol dire altro.

E così si chiude il secondo tomo, senza fare in tempo a compilare gli altri due volumi riservati all’Italia.

§

If love is a game where you win or you lose, can you explain the consequences right here, ah ’cause we have found that love is always near…

§

Altre letture

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Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: III e ultima parte

A Tort_ _

A Versailles il Reverendo chiede udienza dal conte B., non è l’unico, così approfitta dell’attesa per farsi un giro, incontra un cavaliere che si è convertito all’arte della pasticceria e offre i suoi dolci e paté fuori dai palazzi dei nobili, visto che deve perdere un po’ di tempo inserisce un racconto inventato di sana pianta, sulla storia dell’investitura di un nobile a Rennes, ma qui diamo libero sfogo alla fiction, intanto sono passate due ore, e si ritorna dal conte B..

Sullo scrittoio una copia di Shakspeare, che nella versione foscoliana si scrive così, come anche “Tis strange!” come esclamazione di stupore viene tradotto nel sintetico “Poffare!” – volendo c’era anche Pofferbacco ma forse a Diodimo sembrava troppo – e il conte viene conquistato dal fatto che Yorik abbia lo stesso nome del buffone Yorik nell’Amleto, che il buffone sia morto da secoli e che sia un teschio è del tutto irrilevante per il conte, il Reverendo Yorik, soprattutto per quel rimando letterario, ha il diritto ad avere un passaporto nuovo di zecca. Mentre si assenta per accelerare le pratiche, Yorik si distrae leggendo Molto Rumore per Nulla, con le schermaglie amorose tra Benedick e Beatrice nel Regno di Sicilia, e così il tempo vola, il conte gli consegna il nuovo documento e lo interroga sulla gentilezza dei Francesi. Yorik non può che esagerare, un po’ forzatamente, e infatti per smorzare i toni aggiunge al discorso che i Francesi hanno un unico difetto: sono forse troppo seri. L’ironia non viene colta. Il conte si ripromette di invitarlo a pranzo non appena si presenterà l’occasione giusta, vuole fargli cambiare idea. Il Reverendo ringrazia e ritorna al suo hotel, a Parigi.

Mai rientro fu più fortunato, trova ad accoglierlo la dama al servizio di Madame R., con la scusa di consegnargli un piccolo portafoglio di seta per le sue monete. Il Reverendo è estasiato, all’inizio per mascherare l’imbarazzo si mette a scriverle una lettera mentre lei lo osserva e gli passa il calamaio, non è concentrato. Si siedono sul suo letto e lei si accorge che il pizzo attorno al collo ha bisogno di qualche punto, Yorik comincia a sudare, poi non si perde d’animo e le fa notare che il nastro della sua scarpa si è slacciato, è arrivato il momento di passare all’azione, indugia un po’ troppo ad accarezzare la fibbia della scarpa, la meta del letto è sempre più vicina…e il cuore va sempre seguito.

La scena successiva il Reverendo è risollevato, non ha voglia di vedere altre persone, nemmeno la sarta da cui aveva comprato due paia di guanti lungo il tratto di strada per l’Opéra, fa sapere a La Fleur che non vuole essere disturbato, la grisette dalle ciglia di seta non viene ricevuta. Lo scudiero La Fleur, grazie alla nuova paga e alla moda parigina, ha cambiato look, pantaloni sgargianti, camicia svolazzante, ha pure un nuovo amore, dopo avergli servito la colazione in camera, si congeda per un appuntamento domenicale con una donna. Ma chi è? Qualcuno che ha conosciuto a Versailles…in casa ha un esempio a cui ispirarsi, ogni occasione è persa. Yorik, dopo aver divorato la colazione, si dedica alla lettura di Rabelais – autore molto amato da Sterne.

Rapito dal racconto di un notaio alle prese con una moglie troppo passionale, si accorge che mancano delle pagine, quando risolleva la testa, La Fleur è già tornato indietro, un po’ accasciato, la demoiselle non ne vuole più sapere di lui e ha di meglio da fare.

Fuori dall’albergo Yorik osserva che c’è sempre un mendicante che chiede l’elemosina, questa volta ha puntato due signore, a cui chiede 12 soldi, è talmente insistente e abile che riesce a ottenere esattamente quello che vuole, grazie al potere dell’adulazione. Yorik divide le dame francesi in tre categorie distinte per fasce d’età: coquette, déiste – amante dei liberi pensatori – e devota, l’ipocrita per eccellenza. Il Reverendo ormai è conteso da tutte le dame della buona società francese, partecipa a cene e a dibattiti su argomenti vari, fino a che comincia a provare nausea per se stesso, per quello che sta diventando, una specie di pallone gonfiato che vive alle spese dei suoi ospiti, è arrivato il momento di cambiare aria e partire per l’Italia.

Lungo il tragitto da Parigi a Lione, Yorik che non può fare a meno di raccontare qualche aneddoto, inserisce la storia straziante di Maria, una donna impazzita per amore che vaga come un pastorella, suona delle melodie malinconiche con il flauto, la famiglia per quanto preoccupata non ha i mezzi né per curarla né per capirla, il padre è morto. Il Reverendo si sente un nuovo Don Chisciotte – la pastorella ricorda vagamente la sua versione di Marcella Bella – accompagna la ragazza per un tratto di strada e riprende il viaggio, interrotto da una nuova avventura, il ronzino perde un ferro di cavallo, e la sosta si fa obbligatoria, vicino al Tararo. Viene invitato a cena da una famiglia di contadini, mangia di gusto in compagnia e alla fine del pasto gli fanno pure un concerto con tanto di viola.

Il giorno dopo si ritrova in un albergo in Savoia, a dover dividere la stanza, l’unica disponibile con due letti e un caminetto con una signora piemontese e la sua cameriera. Per rompere il ghiaccio bevono una bottiglia di vino rosso, si mettono d’accordo che una volta chiusi dietro le tende dei loro rispettivi letti a baldacchino – il Reverendo ha l’ordine tassativo di non levarsi mai la sua veste da camera – non si possono rivolgere la parola, vi lascio immaginare che fine faccia la cameriera nel cuore della notte…Sterne allude ma non specifica, Didimo lascia intendere che cogliere la rosa forse vuol dire altro.

E così si chiude il secondo tomo, senza fare in tempo a compilare gli altri due volumi riservati all’Italia.

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If love is a game where you win or you lose, can you explain the consequences right here, ah ’cause we have found that love is always near…

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Altre letture

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Forme e colori: Cristina Bove

Questa settimana doppia programmazione con due scritti di Cristina Bove, che ho già avuto il piacere di avere come ospite delle interviste possibili, qui nel blog.

Si tratta di due pubblicazioni delle Edizioni Smasher, casa editrice siciliana sotto la direzione editoriale di Carmen Fasolo. La prima è una raccolta di poesie, Mi hanno detto di Ofelia, Settembre 2012, la seconda, è un romanzo, Una per Mille, Ottobre 2013, già alla I ristampa, che sarebbe riduttivo chiamare semplicemente autobiografia perché supera i confini di genere e interroga la scrittura stessa, attraversando anni di vita de-costruita e ri-costruita in un collage di frammenti, dialoghi, enigmi, sfoghi, pensieri, riflessi, tracce di tante metamorfosi femminili.

Da subito mi ha colpito l’illustrazione in copertina della stessa autrice, fantasmi intangibili e presenti, attraversati da uno sfondo azzurro intenso con riflessi dorati.

Mi hanno detto di Ofelia

Il titolo di shakespeariana memoria rievoca l’insensatezza di Amleto troppo preso dalla sua sete di vendetta al punto da essere cieco, dando voce a quella sensibilità sacrificata, a cui sono destinati caratteri più empatici. Qui finalmente si recupera il senso di tante esperienze soffocate da un’ottusa mancanza, quell’anima ferita rivive indomita confondendosi nel paesaggio, muta forma, diventa stella, abisso, onda, vento, figura mitologica, sogno, gioco, fino a essere naturalmente reinvestita da un’epica leggendaria:

 

Legend

 

Raccontava di un posto dove l’aria

era suono, geometria la luce

e dove il tempo

scompigliava logiche

non c’erano però campi di grano

né ciliegie a dipingere sorrisi

gli arcobaleni tanti

che a distinguerli mai

e note sovrapposte di incantesimi

ma un bacio

il raccogliersi dentro

e raccontarsi morbido e bagnato

quello non c’era

e se

fosse questo calore

il paradiso?..[1]

 

Il senso di smarrimento che circonda gli atti incompiuti viene sostituito da nuovi orizzonti di parole che tornano a essere azioni generose.

L’aria continua a essere un elemento rivelatore nei versi di Cristina Bove, lo spazio viene ampliato dall’uso di lunghi trattini_pause che aprono nuovi spiragli, sottolineando a volte distanze inconciliabili, rotture, silenzi eloquenti.

Il sarcasmo scioglie l’amarezza in un sorriso, altrove il disincanto regala una consapevolezza contagiosa, non più nostalgia di non ritorni impossibili ma vuoto che accoglie pienamente e rimanda a configurazioni eteree:

e tu sarai fremente d’arabeschi/nel rovescio di_stanze della terra/il piacere d’un attimo scomposto/avrà braccia di cielo a contenermi/e luce finalmente/a farmi amore.[2]

 

Una per Mille

 

Dove c’è pericolo
Cresce anche ciò che salva
Friedrich Hölderlin

 

Una per Mille, ma anche Mille per Una – per non farci mancare il rimando a Dumas e al senso di solidarietà nell’avventura, nelle gioie e nei dispiaceri – raccoglie le molte vite di Cristina Bove, dall’infanzia a Napoli alle sue peregrinazioni in giro per l’Italia e all’estero (Israele, Costa Rica) e un lungo soggiorno in Tunisia. Nei suoi ruoli diversi di figlia, madre, scrittrice, artista, moglie, amica, paziente, custode di segreti, ha saputo e ha dovuto affrontare non poche difficoltà, gravi operazioni superate con coraggio, crisi di crescita, vere e proprie evoluzioni personali senza mai perdere di vista il periodo storico di riferimento, dal dopo guerra ai giorni nostri, le dure battaglie per ottenere uguali diritti e giustizia sociale.

In questo ri-pensarsi a ritroso riaffiorano dall’archivio della memoria scorci di eventi che tornano a essere dolorosi e traumatici – l’abbandono del padre, una maturità precoce ad accudire il fratellino, l’impossibilità di continuare gli studi come si avrebbe desiderato, un non-amore sofferto, un tentato suicidio mai commentato in famiglia – si stabilisce un rapporto privilegiato con un tempo interiore che non coincide con la fredda cronologia dei fatti. La riscrittura di ciò che è stato reintroduce un ordine nuovo nel magma delle emozioni, ci si ri-esamina con il dovuto distacco, si riscoprono improvvisi tentativi di fuga nell’ironia, antiche paure, il passato diventa intreccio pressante e presente, i ricordi rimettono a nudo il potere terapeutico dell’esperienza creativa, dove “mille per una” assume una diversa connotazione, finalmente una combinazione libera che si accorda con altri modi di essere non codificati. Tante sono le madeleines che nutrono le ingiustizie di un cuore spezzato alla ricerca di nuove risorse e nuove chiavi di lettura – il romanzo è ricco di rimandi metatestuali, letterari e filosofici, tra cui spiccano l’interpretazione dei sogni di Premananda, l’oracolo cinese de I Ching, non a caso il Libro dei Mutamenti studiato a lungo da Carl Gustav Jung, un sistema di divinazione basato su 64 esagrammi che servono a guidarci nella sincronicità dei cambiamenti, mentre la musica accarezza i pensieri. Sono percorsi intrapresi da un’anima indagatrice, alimentata dalla voglia di imparare, di confrontarsi con altri mondi, esoterici e non, aperta e ricettiva anche all’incontro con manifestazioni sorprendenti: fantasmi, esseri mutevoli e trascendenti che permettono di riconciliarsi con figure scomparse. E dopo tante spine, c’è bisogno di rose delicate, di cieli luminosi, di ritornare alla piacevolezza dei sensi, farsi corpo vitale, essere grata a ognuna di quelle mille.

_______________________________________________________

[1] Cristina Bove, Mi hanno detto di Ofelia, Edizioni Smasher, Settembre 2012, p. 58.

[2] Ibidem, Karma, p. 46.

§

Doctor Faustus: IX e ultima parte

Il passato è tollerabile solo quando ci si sente superiori ad esso.

Pubblico oggi la IX e ultima puntata del Doctor Faustus, ci inabissiamo nei meandri malati della mente di Adrian Leverkühn, e le notizie non sono buone…(potreste piangere)… Serenus ormai è invecchiato insieme alla fedele moglie Helene, amareggiato dalle sorti della Germania, dalla sconfitta della guerra, dall’imbarbarimento a cui è costretto ad assistere, tutto quello di buono e utile in cui aveva creduto, è stato distrutto: “L’inevitabile riconoscimento della perdizione non equivale a rinnegare l’amore. Io tedesco modesto ed erudito, ho amato molte qualità tedesche, anzi la mia vita insignificante ma capace di affetto e di dedizione fu consacrata all’amore spesso combattuto, sempre ansioso, ma eternamente fedele a un uomo insigne e artista tedesco…”[1] E così Serenus Zeitblom preferisce tornare indietro nel tempo, siamo intorno al 1926, Adrian è quasi sempre malato, non riesce nemmeno a partecipare alla rappresentazione della sua opera più significativa a Francoforte, Apocalipsis cum figuris. Soffre spesso di mal di denti, denti che per mancanza di soldi non riesce a curare. Dopo la morte del padre, osservatore attento della natura, Adrian si mette a comporre musica da camera, il Quartetto d’Archi, il Trio per violino, viola e violoncello, e la Lamentatio Doctoris Fausti. L’apparente monotonia dei suoi giorni nella campagna bavarese viene spezzata da una novità, la visita del nipote Nepomuk, figlio della sorella Ursula che gravata da frequenti polmoniti, chiede al fratello Adrian di occuparsi per un periodo del bambino, che ha avuto il morbillo e ha bisogno di un periodo di riposo. Nepo è un bambino delizioso, educato, che conquista subito tutti gli abitanti di Pfeiffering e zone limitrofe, persino l’algido Adrian che lo chiama Echo, per quella sua voce cristallina che anima la casa. Serenus gli regala un carillon che diventa uno dei suoi giocattoli preferiti, Nepo aka Echo ascolta in ammirato silenzio lo zio al piano mentre lavora ai canti di Ariel nella Tempesta di Shakespeare, vuole sapere quanti anni ha il folletto magico imprigionato per dodici anni, ed Adrian gli risponde che non ha età, e Nepo da allora vuole sempre leggere storie di fate e folletti. La sera Adrian non gli fa mai mancare il saluto della buona notte, il bambino recita dei salmi mai sentiti prima, le sue preghiere hanno un’originalità insolita: “Splende il sole anche al demonio, ed è puro tuttavia, possa anch’io restare puro finché scocca l’ora mia. Così sia.”[2] Nessuno sa chi gli abbia insegnato quelle preghiere, Adrian non vuole nemmeno saperlo a dire il vero, è colpito dalla costanza con cui il bambino recita ogni sera quei salmi serali fuori dal comune. Dopo quasi due mesi e mezzo, Echo si ammala, febbre, nausea, chiede a tutti saggiamente di “parlare piano”, viene chiamato il dottor Kürbiss e la diagnosi non lascia speranza: meningite cerebrospinale. Viene convocato un altro professore ben più preparato del dottor Kürbiss, che conferma la diagnosi, corregge le cure, al posto della morfina, la codeina, ma nessun rimedio efficace. Il bambino morirà dopo settimane di agonia, Adrian dopo la scomparsa prematura del nipote preferito chiude ogni contatto con l’esterno, le uniche persone ammesse sono il traduttore Rüdiger, Jeannette Scheurl, la musicologa con cui ripassa opere del Seicento, e Serenus durante i week-end, che viene ignorato praticamente tutto il giorno, perché non vuole essere disturbato quando studia, tranne qualche minuto di dialogo in cui si concede al fedele amico. Serenus nota come nelle sue composizioni Adrian abbia inserito l’eco come ripercussione del suono umano, probabilmente in ricordo del nipote, un’assenza malinconica presente e mai dimenticata. Nella Lamentatio è colpito da quel senso di speranza persino nella dannazione, il miracolo che va oltre la fede, che diventa trascendenza pura. Adrian decide di confessare le sue pene ai suoi amici e conoscenti, li invita tutti a Pfeiffering e una volta riuniti nella sala, ammette la sua colpa, confida di aver fatto un patto con il diavolo, che gli ha concesso 24 anni di vita per comporre opere degne di fama, l’iniziazione è stata più facile di quanto si creda, basta solamente un atto nella direzione sbagliata, il contatto prima non voluto e poi cercato con l’Hetaera Esmeralda, e per lui l’impossibilità di avere accanto a sé un affetto vero. Parla del nipote come di un figlio che i demoni gli hanno tolto. L’unica coppia con la macchina, appena lo sente parlare, abbandona sala e ospiti al loro destino, gli altri ascoltano costernati e scioccati, tranne un poeta, Daniel Zur Höhe, l’unico a trovare la storia “sublime”…Serenus vorrebbe quasi proteggerlo dagli sguardi intrusivi di occhi indagatori, ma Adrian è un fiume in piena e dopo un accenno della sua ultima opera al piano, si sente male. Viene ricoverato alla clinica neurologica di Monaco per tre mesi, durante tutto questo periodo Serenus è combattuto se rivelare o meno alla madre di Adrian quanto accaduto, ma una volta dimesso, sente che non può più nascondere la verità. La signora Elsbeth si viene a prendere il figlio, un bambino vecchio, e lo trascina a casa, in quel tentativo maldestro di ridare vita a un’infanzia adulta persa nella follia. Per Serenus sarà troppo doloroso vedere il suo amico pieno di talento, ridotto a un perenne delirio, andrà a trovarlo solamente altre due volte, a distanza di molti anni, nel 1935 e nel 1939. Nel 1940 gli arriva la notizia che Adrian Leverkühn è morto. Al funerale i suoi fedeli amici, Rüdiger, Jeannette Scheurl, Serenus, Kunigunde Rosenstiel, Meta Nackedey, e una donna velata, irriconoscibile, che scompare non appena coprono la bara con zolle di terra. Cominciano a traballare anche i presunti trionfi della Germania, Serenus ritorna al presente dolente: “oggi, avvinghiata dai suoi demoni, precipita di disperazione in disperazione. Quando toccherà il fondo degli abissi?…Dio sia clemente alle vostre povere anime, o amico, o patria!”[3] E preghiera sia.

§

§

Altre letture

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[1] DF, p. 530.

[2] Ibidem, p. 552.

[3] Ibidem, p. 593.

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