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Gli evergreen di Gennaio 2023

Classici o meno questi sono gli articoli per questo Gennaio 2023. Il tempo edace dei Sonetti di Shakespeare, il tempo mitico e ciclico di Frazer, il tempo “costruttivo” di Heaney, la Venezia insolita di T. S. Eliot, la visione esotica di Istanbul di Ambler, il caso, il baro, l’ultimo che passa per primo, i naufragi di Hirst.

“Abbiamo tutti la nostra macchina del tempo…”

Karma-leon

Oggi Branoalcollo compie 9 anni, oh, boy! Eccomi qui ancora fluttuante sulla piattaforma WordPress.

Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia…Mira silex mirusque latex qui flumina vincit – straordinaria è la pietra, straordinaria è l’acqua che vince i fiumi – recita l’iscrizione sulla vera da pozzo a San Giovanni e Paolo.

Sono partita dalla fine, pubblicando inizialmente stralci dei miei racconti, ho ottenuto alcune richieste di collaborazione, tutte a titolo gratuito – che agli esordi mi sembravano una manna – alcune andate a buon fine, altre già con la data di scadenza.

Tra tutte sarò sempre grata al mio amico scozzese Ian Mathie che purtroppo è mancato, era malato da tempo ma nella sua scrittura non traspariva nulla della sua sofferenza. Aveva vissuto tanti anni in Africa e scriveva questi racconti esotici in cui ritrovavi la bellezza di un mondo lontano che grazie a lui vibrava di una luce nuova. E poi sapeva cogliere l’aspetto ironico di ogni cosa, era leggero e profondo.

Ho scritto parecchie recensioni su scrittori (giovani, meno giovani, emergenti) che ho conosciuto in rete e che raramente ho incontrato nella vita reale.

Tra i pochi vantaggi dell’invecchiare c’è quello di finalmente imparare a seguire la tua natura, il tuo istinto-bussola rodato da molteplici imprevisti di percorso che poi con l’età ri-definisci come esperienze.

Occhio per occhio e il mondo diventerà cieco, insegna Gandhi, meglio tacere che cadere nella trita teatralità del pizzino ripicca che ormai è diventato suo malgrado un classico che vende.

Ringrazio chi continua a passare da queste parti, ognuno con le sue ragioni, «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.».

Un abbraccio speciale alla mia consigliera preferita.

Perché invece io continui a scrivere è una domanda che mi sono posta e che rimane costante nel tempo.

Perché mi piace.

A caccia di chimere

Ma l’uomo, l’uomo orgoglioso, ammantato d’una breve autorità, sommamente ignorante di ciò di cui si crede più sicuro, nella sua essenza fragile, come uno scimmione collerico, compie tali trucchi fantastici, al cospetto dell’alto cielo, che gli angeli piangono.

William Shakespeare

Don Chisciotte nel cuore della notte mentre tutto il paese russa di gusto, è convinto di essere nei paraggi del Palazzo di Dulcinea, nel Toboso (Provincia di Toledo). Ferma un contadino assonnato che sta andando a lavorare nei campi, che non sa rispondere, Sancio riesce a convincerlo ad aspettarlo in un bosco ai confini della città, andrà lui a cercare il Palazzo della sua innamorata, ormai convinto di essere più folle del suo padrone nel volerlo seguire in questa sua impresa. A un certo punto vede tre contadine piuttosto in carne che avanzano sui loro asini, e decide che Dulcinea sarà per forza una di quelle, ovviamente accompagnata dalle sue damigelle d’onore, e decide di convincere Don Chisciotte a credere alla panzana che sta progettando. Torna da Don Chisciotte e gli racconta quello che lui vuole sentire, Dulcinea è lììììì!

Quando uno ti racconta balle, scatta quel meccanismo di autodifesa che ti fa dire: “non è che stai mentendo?”. E puntualmente arriva quel “nooo, ma che stai dicendo?” che vuol dire, “sì è una palla e lo sai anche tu, dai su”. E così Sancio rincara la dose, le contadine sono tutte vestite d’oro, coperte di gioielli e broccati finissimi, capelli sciolti al vento, lucenti come raggi di sole, il sogno si sta avverando.

Appena escono dal bosco, si intravedono tre contadine su tre asini.
Anche di fronte all’evidenza, la farsa di Sancio continua: “asini? ma ci vede bene? sono cavalli bianchi come la neve.” Si avvicina alla contadina, si inchina e gli presenta il suo cavaliere innamorato, Don Chisciotte. Seguono insulti – non si capisce come mai nella traduzione italiana, le contadine parlino una sorta di dialetto toscaneggiante visto che siamo in Spagna – le tre donne minacciano pure di prenderli a botte, lui e quel pazzo che si porta dietro, tanto per mettere le cose in chiaro. La presunta Dulcinea cade dal suo asino ma appena Don Chisciotte fa per aiutarla, la donna scatta con un balzo, afferra la sua bestia e scappa via, lasciando una scia d’aglio che gli “avvelena l’anima” – questa volta Don Chisciotte è preciso, seppure addolorato.

Dove sarà andata mai? Don Chisciotte continua a credere a quello che Sancio gli racconta, le damigelle bellissime sono state trasformate da incantatori invidiosi. C’è però un dettaglio che non lo convince, come era la sella? Sancio non ha esitazioni, era una sella araba, riccamente decorata, “strano che non l’abbia vista” – aggiunge giusto per farlo sentire ancora più a disagio, incapace di vedere le cose come stanno. Don Chisciotte, sconsolato, decide che forse è meglio cambiare aria, direzione Saragozza, accompagnato sempre dal suo inaffidabile scudiero, perché mettere limiti all’autoinganno?

 

 

 

 

#GiornataInternazionaledellaPoesia #21Marzo

Oggi è la giornata internazionale della poesia. Io la dedico a Derek Walcott, Nobel per la letteratura nel 1992, è mancato recentemente. Originario dei Caraibi, Santa Lucia, ha insegnato letteratura ad Harvard. In italiano ci sono diverse pubblicazioni, tra cui la più nota, è la sua riscrittura dell’Odissea (Omeros), edita dalla casa editrice Adelphi, tradotta da Andrea Molesini.

Qui ho tradotto in italiano, Sea Grapes dalla raccolta omonima del 1976.

Uva marina

Quella vela che si appoggia alla luce,
stanca di isole,
una goletta che batte il mar dei Caraibi
diretta a casa, potrebbe essere Odisseo,
che ritorna dall’Egeo,
quel desiderio di padre e marito
sotto l’effetto di aspra uva raggrinzita,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.
E questo non porta la pace a nessuno. L’antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non finirà mai ed è la stessa
per chi esplora il mare o chi sul lido
ora si allaccia i sandali per rientrare,
da quando Troia ha spirato la sua ultima fiamma
e il macigno del ciclope cieco ha sollevato le acque
dal fondo di grandiosi esametri che giungono
alle conclusioni di esausta spuma.
I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

Il ramo d’oro

In queste gelide giornate di festa di gennaio ritorno volentieri al mito. C’è una storia straordinaria che mi ha sempre affascinato, il culto degli alberi sacri. Il ramo d’oro allude quindi a un rito antico secondo il quale il sacerdote per ricevere il titolo di re del bosco doveva cogliere il ramo d’oro di un bosco sacro. Impresa non esente da ostacoli come racconta James George Frazer nel volume giallo intenso della Newton Compton (2016).

Per entrare nell’atmosfera Frazer parte da un quadro suggestivo di William Turner, le acque del lago di Nemi, specchio di Diana. Anche Turner ha un passato mitologico oltre agli schizzi sublimi dei suoi tramonti infuocati, si rifà a un episodio dell’Eneide quando Enea taglia la pianta del vischio per scendere agli Inferi seguendo le indicazioni della Sibilla Cumana..vicino al santuario della Diana dei Boschi.

Golden_bough.jpg
Il Ramo d’oro di William Turner (1834)

Ora torniamo al lago, che è un posto incantevole ma ha anche un aspetto inquietante, vicino all’albero si aggira una strana figura, un sacerdote che sguaina la spada non appena si faccia avanti qualcuno, sacerdote e allo stesso tempo assassino. Ha un compito ingrato deve sorvegliare quell’albero sacro, giorno e notte, stagione dopo stagione, e se si addormenta solo per qualche ora, mette la sua vita in pericolo.

Enea ricorre allo stratagemma del vischio (ramo d’oro) per potere accedere al regno dei morti, duella con il sacerdote per diventare Rex Nemorensis, re dei Boschi..il culto in realtà era stato voluto da Oreste che fuggito in Italia con la sorella dopo aver ucciso Toante, re della Tauride (Crimea) aveva portato con sé il simulacro della Dea Taurica. Si raccontava che qualsiasi pellegrino che si avvicinasse all’isola doveva essere immolato alla Dea. All’interno del santuario un fuoco perennemente acceso, accudito da vestali.

Diana era in compagnia di altre due divinità minori, Egeria, la ninfa della limpida acqua ricordata anche da Ovidio – i versi sui ciottoli delle sue placide acque ripresi anche da D’Annunzio – sempre secondo la leggenda si narra che le donne incinte bevessero alla fonte per avere un parto facile – amante del Re Numa, forse più saggio grazie all’unione segreta con la Dea..l’altra era Virbio, noto anche come Ippolito, l’eroe casto, devoto di Artemide che venne ucciso dalla Dea Afrodite per aver rifiutato la sua corte, riportato in vita da Diana, affidato alle cure della ninfa Egeria e richiamato Virbio..Ora se Virbio era come si presume anche lo sposo di Diana, si capisce come mai abbracciasse quell’albero come se fosse la sua amante, tenendosi stretto ai suoi rami. Un connubio segnato da un rituale doloroso e spietato, la successione per morte del sacerdote custode. Se i rami d’oro dell’albero non venivano spezzati non c’era nulla da temere, altrimenti il duello era inevitabile secondo un ordine invariabile che elevava il duellante al ruolo di potenziale divinità. Ramo d’oro selvatico e divino.

 

 

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