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Guglielmo Scuotilancia

Missione possibile

Da quando ho aperto il blog, ho notato che è pratica comune copiare e incollare autori vari senza mai citare il nome del traduttore, l’autore invisibile che lavora alla traduzione di un testo e che non viene mai considerato in modo professionale. Ora capisco che per chi non è del mestiere, la pratica diffusa “giustifica” un’azione scorretta, lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io? I testi sono disponibili online, gratis per giunta, perché dovrei occuparmi di citare anche il traduttore? Per il semplice fatto che non potreste leggere quello che avete condiviso con ingordigia senza un traduttore, poliglotti esclusi.

In questi tre anni ho sempre messo a disposizione le mie traduzioni in italiano di scrittori di lingua inglese, perché credo nel valore della condivisione, mi piace studiare e continuerò a studiare sempre, è una mia regola di vita. Il fatto che il lavoro sia accessibile a tutti non ne autorizza però il furto, omettere il nome del traduttore è davvero inaccettabile. Ancora più grave è chi lo spaccia per suo, vi assicuro che è uno spettacolo squallido oltre a essere un reato. C’è chi cita versi di Shakespeare per far vedere che ha capito qualcosa della vita, appropriandosi di una traduzione non sua, e siccome non l’ha nemmeno pagata, ma l’ha trovata in rete, e questo è il punto ancora più triste, non la rispetta nemmeno, attinge a piene mani a informazioni che gli sono state regalate, e pensa anche di essere più furbo e ci tratta pure da autentici idioti. La mia ricerca continua e non si può certo fermare per colpa di questi casi che si commentano da sé, ma se devo trasformarmi in guardiana di traduzioni condivise e rubate, e andare ogni volta nel blog di Tizio, Caio e Sempronio per rivendicare un mio diritto, quando basterebbe nominare il vero traduttore – procedura che dovrebbe essere scontata e nemmeno essere richiesta – smetterò di pubblicarne altre, la comunicazione non può, né deve funzionare a senso unico, e mi auguro davvero che incidenti spiacevoli del genere non si ripetano più. Buon inizio settimana a tutti, per chi è interessato alle interviste possibili, vi anticipo già che il prossimo appuntamento è previsto per mercoledì 29 gennaio, avrò un ospite davvero speciale. La sigla di Cristina D’Avena, Occhi di Gatto, mi sembra più che adatta come nota finale…

Libere interpretazioni

Una volta che ti trovi in una posizione di fiducia e potere, sogna un po’ prima di pensare

Toni Morrison

È da tempo che volevo scrivere qualcosa sull’Otello di Shakespeare, non voglio parlare del tema trito e ritrito della gelosia, ma proprio all’inizio del dramma c’è una frase che mi ha sempre colpito perché si apre a diverse interpretazioni: “quando la fortuna toglie ciò che non può essere conservato, bisogna avere pazienza: essa muta in burla la sua offesa. Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, ma chi piange per un dolore vano, ruba qualcosa a se stesso.”[1]

E come dargli torto? Solo che non è riferita alle sofferenze sentimentali come si potrebbe pensare leggendola fuori contesto, ma è un’esortazione che il Doge di Venezia fa a Otello per convincerlo ad accettare l’incarico di andare a combattere contro i turchi a Cipro…e infatti ci riesce lavorando proprio sulle sue insicurezze, la paura di sentirsi ridicolo e costantemente inadeguato. E Otello la interpreta proprio così: “c’è poco tempo da perdere, archivia le perdite del passato e datti una mossa”…”Il possessore”, non ancora assillato dalle iniezioni di sfiducia in se stesso di Iago, accetta la missione e parte con Desdemona, nome che significativamente vuol dire “destino avverso”. Il resto lo farà Iago, la dimostrazione palese dei danni arrecati dall’invidia, e un fazzoletto…

Anni fa, sempre a Venezia, mi capitò di assistere a una interessante lezione sull’Otello, la relatrice era la scrittrice afro-americana Toni Morrison che era stata chiamata a commentare un balletto cambogiano liberamente, e sottolineo liberamente ispirato all’opera, in occasione della Biennale Danza, quelle strane combinazioni che a volte il teatro offre, a volte anche disastrose, se penso a certe trasposizioni contemporanee di opere antiche, registi che improvvisamente trasformano il setting in un campo di battaglia, cantanti lirici che già sono corpulenti di natura che vengono costretti a recitare con pesanti armature appesi a fili volanti… quella volta andai, non per il balletto, di cui non mi importava assolutamente nulla, ma perché volevo ascoltare quello che Toni Morrison aveva da dire.

La Morrison aveva apprezzato il fatto che nella nuova rivisitazione era stata eliminata completamente la distinzione tra bianco e nero, e la differenza razziale, per dare maggiore risalto al personaggio di Desdemona e alla sua attrazione per l’altrove. Desdemona si innamora di Otello perché è affascinata dal suo essere straniero, e dal modo in cui parla, colpita dai suoi racconti “outside the borders”, oltre i confini, che descrivono il pericolo in terre lontane. Un rapporto basato sulla difficoltà reciproca di capire la differenza tra verità e menzogna, e che oscilla sempre tra rabbia e difesa, complicato ulteriormente dal senso di solitudine di sentirsi sempre e comunque straniero in terra straniera. E con questi presupposti, anche la versione cambogiana non fa presagire nulla di buono, invece scopro dagli appunti sulla mia moleskine, la parte di Iago viene assegnata a una scimmia dispettosa che salta come Arlecchino, Otello uccide Desdemona ma poi magicamente la fa risorgere e tutti finiscono a danzare in un bosco…e così torna il sorriso.


[1] Atto I, Scena III, Il Doge, Otello, Edizione Einaudi, 1969, Traduzione e note a cura di Cesare Vico Lodovici.

Asini d’oro

Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro.

Demetrio: atto V, scena I, Sogno di una notte di mezza estate, Guglielmo Scuotilancia

Questi sono giorni di ricordi…e allora mi è venuta in mente una frase che citava sempre la mia padrona di casa inglese, Mrs Record, un cognome fantastico:

“You can lead a horse to water but you can’t make it drink” (puoi portare un cavallo all’acqua ma non puoi fargliela bere)…

Il classico sforzo inutile, con una variante in più: c’è la pretesa di sentirsi utili per qualcuno. Ed è evidente che è un atto compensatorio, si ama come si vorrebbe essere amati, su questo non ho dubbi.

Se invece ti ritrovi un cavallo testardo come un asino, un misto di fierezza e fragilità – che poi sono due facce della stessa medaglia – che non solo non ti ascolta, ma ti mette in un mare di guai, meglio lasciare perdere.

Nella fiction le cose vanno diversamente. Gli asini letterari sono quasi sempre ritratti come animali scherzosi che fanno ridere: l’Asino d’oro (chiamato così perché curiosissimo e intelligente e quindi prezioso come l’oro) o Metamorfosi di Apuleio, Sogno di una notte di mezza estate, dove il tessitore Bottom, letteralmente “fondo”, che dovrebbe interpretare la parte di Piramo innamorato di Tisbe, durante le prove dello spettacolo organizzato dalla compagnia degli artigiani, per colpa di un incantesimo del folletto Puck, il simpatico Robin Goodfellow, entra in scena con una testa d’asino*, gli amici scappano impauriti e lo lasciano da solo nel bosco. Bottom, che ancora non si è reso conto della sua metamorfosi, si mette a cantare, svegliando la Regina delle Fate, e qui si apre un mondo…

Una volta subita l’umiliazione di ritrovarsi degradati alla condizione bestiale, quando si è toccato il fondo, non si può che risalire. Nell’apparente involuzione c’è già un’evoluzione in atto pronta ad accoglierti, cambiare stato per riappropriarti di un’identità rinnovata. E allora anche l’abbandono forzato di un contesto che non ti appartiene più, assume una connotazione nuova, è stata legittima difesa, come nella fuga memorabile di Antoine Doinel, ne I Quattrocento Colpi – titolo che in italiano non ha molto senso, è una traduzione letterale di un’espressione francese che significa “fare il diavolo a quattro”, forse un po’ anni ’50 adesso ma che rende l’idea – che racconta l’infanzia di Truffaut, una vita di inferno a scuola, trattato come un asino, incompreso dai genitori ottusi, in un lampo di genio, fa l’unica cosa possibile, scappa verso il mare…

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* Per chi volesse rivedere la scena, segnalo su youtube una versione della commedia con Judi Dench nella parte di Titania, regina delle fate, che si innamora dell’asino-Bottom per un filtro d’amore…versione del 1968 di Peter Hall.

 

Asini d’oro

Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro.

Demetrio: atto V, scena I, Sogno di una notte di mezza estate, Guglielmo Scuotilancia

Questi sono giorni di ricordi…e allora mi è venuta in mente una frase che citava sempre la mia padrona di casa inglese, Mrs Record, un cognome fantastico:

“You can lead a horse to water but you can’t make it drink” (puoi portare un cavallo all’acqua ma non puoi fargliela bere)…

Il classico sforzo inutile, con una variante in più: c’è la pretesa di sentirsi utili per qualcuno. Ed è evidente che è un atto compensatorio, si ama come si vorrebbe essere amati, su questo non ho dubbi.

Se invece ti ritrovi un cavallo testardo come un asino, un misto di fierezza e fragilità – che poi sono due facce della stessa medaglia – che non solo non ti ascolta, ma ti mette in un mare di guai, meglio lasciare perdere.

Nella fiction le cose vanno diversamente. Gli asini letterari sono quasi sempre ritratti come animali scherzosi che fanno ridere: l’Asino d’oro (chiamato così perché curiosissimo e intelligente e quindi prezioso come l’oro) o Metamorfosi di Apuleio, Sogno di una notte di mezza estate, dove il tessitore Bottom, letteralmente “fondo”, che dovrebbe interpretare la parte di Piramo innamorato di Tisbe, durante le prove dello spettacolo organizzato dalla compagnia degli artigiani, per colpa di un incantesimo del folletto Puck, il simpatico Robin Goodfellow, entra in scena con una testa d’asino*, gli amici scappano impauriti e lo lasciano da solo nel bosco. Bottom, che ancora non si è reso conto della sua metamorfosi, si mette a cantare, svegliando la Regina delle Fate, e qui si apre un mondo…

Una volta subita l’umiliazione di ritrovarsi degradati alla condizione bestiale, quando si è toccato il fondo, non si può che risalire. Nell’apparente involuzione c’è già un’evoluzione in atto pronta ad accoglierti, cambiare stato per riappropriarti di un’identità rinnovata. E allora anche l’abbandono forzato di un contesto che non ti appartiene più, assume una connotazione nuova, è stata legittima difesa, come nella fuga memorabile di Antoine Doinel, ne I Quattrocento Colpi – titolo che in italiano non ha molto senso, è una traduzione letterale di un’espressione francese che significa “fare il diavolo a quattro”, forse un po’ anni ’50 adesso ma che rende l’idea – che racconta l’infanzia di Truffaut, una vita di inferno a scuola, trattato come un asino, incompreso dai genitori ottusi, in un lampo di genio, fa l’unica cosa possibile, scappa verso il mare…

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* Per chi volesse rivedere la scena, segnalo su youtube una versione della commedia con Judi Dench nella parte di Titania, regina delle fate, che si innamora dell’asino-Bottom per un filtro d’amore…versione del 1968 di Peter Hall.

 

Trick or treat?

Macbeth and Banquo with the Witches by Henry F...

Macbeth e Banco con le Streghe di Henry Fuseli

Ormai la frase scherzetto o dolcetto? è sbarcata anche in Italia, anche se Halloween in versione mediterranea è un bell’ossimoro. È una festa che inevitabilmente mi ricorda l’Inghilterra, soprattutto i bambini che ti suonano il campanello vestiti da fantasmi che non fanno per niente paura per avere qualche biscotto. Gli scherzetti, i famigerati tricks, che anticamente si riferivano a veri e propri sortilegi, sono di solito ragni di plastica, gelatine verdastre filiformi, scheletri tremolanti tenuti da visibilissimi fili di nylon.

La scena invece di un incontro spaventoso con le streghe riaffiora nel Macbeth di William Shakespeare, tragedia scritta probabilmente intorno al 1605, la cui datazione è stata a lungo dibattuta, e si fonda principalmente su confronti e citazioni con altre opere dell’epoca. Fondamentale la scena del banchetto rievocata da Beaumont Fletcher nel Knight of the Burning Pestle (Il cavaliere del Pestello Ardente, 1607-1610) dove si è visto un chiaro riferimento all’atto III, scena IV del Macbeth. In Beaumont l’apprendista finto fantasma Jasper, con la faccia infarinata dice al suo padrone, il mercante Venturewell:

“E non ti riuscirà mai più di sedere e restartene solo in nessun luogo, perch’io sempre verrò a visitarti con il mio volto di spettro e ti richiamerò alla mente i grandi oltraggi che mi hai fatto. E come siederai a banchetto insieme ai tuoi amici e ti sentirai allegro in cuore e sazio di vino generoso, ecco io mi insinuerò nel bel mezzo della tua fiera allegrezza e, restando invisibile per tutti i mortali tranne che per te, mormorerò al tuo orecchio una storia così sinistra che il tuo bicchiere cadrà di mano e tu resterai muto e pallido come la stessa morte.”[1]

Le tre streghe che Macbeth incontra per sapere che cosa gli riserverà il futuro sono invece una rielaborazione delle Norne della mitologia scandinava, un rimando indiretto alle Parche, secondo alcuni critici di fatto l’impersonificazione di una degenerazione degli impulsi autodistruttivi già anticipati nell’Othello.

Le tre “weird sisters” significativamente salutano Macbeth in tre modi diversi, prima con un titolo che già possiede Thane of Glamis, poi con un titolo che non possiede ancora Thane of Cawdor, e infine con il suo vero desiderio segreto, quello di re di Scozia.

Una tragedia che affronta il tema della degradazione di un’ambizione sfrenata, una storia d’amore terribile con un elemento soprannaturale che ne scandisce il progressivo declino in una serie di efferatezze che non sembrano aver fine.

Quando Macbeth trova le streghe che si sono riunite intorno a un calderone per fare un rito magico, si rivolge a loro in tono sprezzante:

“Ehi, negre arcane, streghe di mezzanotte, che cosa fate lì?”

“Un’opera senza nome.”[2]

Una frase che fa venire i brividi, l’identità del demoniaco che non si deve e non si può svelare…

Ecco che allora l’eco dello scherzetto ricomincia a far paura sul serio.


[1] cit. in Manualetto Shakespeariano, Gabriele Baldini, Einaudi, Torino 1964, p. 432.

[2] Macbeth, William Shakespeare, nel volume De Agostini, Novara 1969, Traduzione a cura di Cesare Vico Lodovici, Atto IV, scena I, p. 345. In inglese “a deed without a name”.

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