Oggi il bardo compie 455 anni, è l’anniversario della morte del sommo Cervantes, il libro di oggi deve avere un certo peso. Quale scegliere?
Un libro che continuo a leggere nel corso degli anni e che ha sempre le risposte giuste al momento giusto.
Eccolo qui, con la prefazione di Carl Gustav Jung, mi ha seguito in tutti i miei traslochi, è per me un compagno fidatissimo. Da consultare sempre con grande soddisfazione anche quando la sentenza non è tra quelle che si vorrebbero sentire. Ci vogliono anni per capirlo, bisogna studiarlo per imparare a decifrarlo, non avere pregiudizi e affidarsi al principio di sincronicità. Jung inizialmente aveva perseguito l’idea di scrivere una presentazione più corposa ma era stato vivamente sconsigliato dall’oracolo, non era ancora arrivato il momento, non sarebbe stato capito. La scelta era comunque legata alla volontà di un approccio individuale, “l’antica saggezza dell’Oriente dà la debita importanza al fatto che l’individuo intelligente chiarisca i propri pensieri, ma non ne dà nessuna alla maniera in cui lo fa.” [1]
Un’opera antica e profonda, si dice scritta da quattro santi: Fu Hsi, il re Wên, il Duca di Chou e Confucio.
§
[1] p. 33 tratto da I Ching, Edizione Adelphi, 1995, Milano, Traduzione a cura di Bruno Veneziani e A. G. Ferrara
Re Lear è stata la prima tragedia che ho letto di Shakespeare, e probabilmente quella che ricordo meglio forse perché studiata con la premura del principiante… c’è una scena, che ogni volta che rileggo, di una forza straordinaria, siamo quasi alla fine di tutto, Re Lear vaga nelle lande desolate, le figlie si sono spartite il regno come volevano, il conte di Gloucester, che ha tentato di salvare il salvabile, viene torturato, accecato e abbandonato al suo destino. Non è solo, al suo fianco compare il figlio Edgar, che lui crede in esilio, nelle parti e vesti di un mendicante folle, che lui invece tratta come un buffone di poco conto. Sarà proprio il buffone a salvargli la vita, quando Gloucester, ormai esausto, vuole farla finita e chiede a Edgar di accompagnarlo in cima alla scogliera, Edgar finge di assecondarlo, descrivendogli un finto paesaggio a precipizio sul mare:
Ecco. Siamo arrivati. Fermo qui. Fa paura. Gira la testa, a ficcare gli occhi laggiù nello sprofondo. I corvi e le cornacchie che battono d’ala l’interposto cielo sembrano appena scarabei. A mezza costa giù, appeso a una corda – spaventoso mestiere! – c’è uno che raccoglie il finocchio marino nei crepacci; e non pare più grosso là della sua testa qui. Topi appaiono pescatori in fila sulla battima; e non sembra quel grosso barco laggiù alla fonda, grosso più della scialuppa; e la scialuppa non più di un gavitello che da qui si distingue sí e no. Il flutto dei marosi che mormora e spumeggia sulle fitte ghiaiole pigre del greto, non si arriva a sentire da quassù alto. Non voglio più guardare, che non m’abbia da cogliere la vertigine: e la vista, piombar giù a capofitto.[1]
E Gloucester:
O dèi potenti, rinuncio a questo mondo sotto gli occhi vostri qui mi scrollo di dosso, rassegnato, la mia immensa miseria. Se io potessi trascinarmela ancora e non mettermi in contrasto coi vostri decreti ineluttabili, lo stoppino di quell’odioso moccolo di vita che mi rimane, arderebbe fino in fondo. Se Edgardo è vivo, oh proteggetelo voi! Va’ giovinotto, puoi andare; addio.[2]
E il salto nel vuoto è una caduta soffice sull’erba.
[1]Re Lear, Einaudi, 1969, Atto IV, scena VI, pp. 482-483, traduzione a cura di Cesare Vico Lodovici.
Sono capitata per caso su questo video in inglese su youtube, un ritratto di Guglielmo Scuotilancia di Jorge Luis Borges, non ho potuto fare a meno di condividerlo. Metto just in case anche la traduzione in italiano, tratta dai magnifici Oscar Mondadori, a cura di Domenico Porzio.
Da Everything and Nothing (Tutto e Niente):
Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non assomiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente si era già addestrato nell’abilità di essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca a essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo. Le fatiche dell’istrione gli fecero conoscere una felicità singolare, forse la prima che provasse; ma applaudito l’ultimo verso e ritirato dalla scena l’ultimo morto, l’odiato sapore della irrealtà tornava a impossessarsi di lui. Cessava di essere Ferrex o Tamerlano ed era nuovamente nessuno. Così, mentre il corpo compiva il suo destino di corpo nei lupanari e nelle bettole di Londra, l’anima che l’abitava era Cesare, che non presta ascolto all’ammonizione dell’augure, e Giulietta, che ha in odio l’allolodola, e Macbeth, che conversa nella landa con le streghe che insieme sono le sue parche. Nessuno fu tanti uomini come quell’uomo, che a somiglianza dell’egizio Proteo poté esaudire tutte le apparenze dell’essere. Talora, lasciò in qualche luogo della sua opera una confessione, certo che non sarebbe stata decifrata; Riccardo afferma che nella sua persona fa la parte di molti, e Jago dice con curiose parole “Non sono quel che sono”. L’identità fondamentale dell’esistere, il sognare e il rappresentare, gl’ispirò passi famosi.
Vent’anni durò in codesta allucinazione guidata, ma una mattina fu sopraffatto dal tedio e dall’orrore d’essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che convergono, divergono e melodiosamente agonizzano. Quello stesso giorno decise di vendere il suo teatro. Meno di una settimana più tardi era tornato al paese natale, dove riebbe gli alberi e il fiume della fanciullezza e non li collegò a quegli altri che aveva celebrato la sua musa, illustri per allusioni mitologiche e voci latine. Doveva essere qualcuno; fu un impresario in ritiro che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, le liti e la piccola usura. In tale carattere dettò l’arido testamento che conosciamo, dal quale deliberatamente escluse qualsiasi tratto patetico o letterario. Solevano visitare il suo ritiro amici di Londra, ed egli riprendeva per loro la parte del poeta.
La storia aggiunge che, prima di morire o dopo morto, si seppe di fronte a Dio e gli disse: “Io, che tanti uomini sono stato invano, voglio essere uno e io.”
La voce di Dio gli rispose da un turbine: “Neanche io sono; io sognai il mondo come tu sognasti la tua opera, mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno sei tu, che come me sei tanti e nessuno”.
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