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April 2014

La mia classifica

«Bellezza e verità sono una cosa».

Questo è quanto sappiamo sulla terra

E questo è tutto che sapere importa.

John Keats

Secondo la classifica di WP, William Shakespeare è sempre ai primi posti, il sonetto più cliccato mescola fiction e realtà, ispirato al lascito del secondo miglior letto alla moglie, Anne Hathaway, probabilmente per traduzioni ed esercitazioni in classe, l’arcano quindi è svelato. In alternativa alle commedie del bardo, a Puck e al regno delle fate, questa è la mia classifica personale, cinque articoli a cui sono legata per motivi diversi:

#1 Dai tempo al tempo

#2 Le Odissee che preferisco ricordare

#3 Pizzini

#4 Il tempo delle fragole

#5 Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister

 

 

 

 

 

Fantasia canaglia

Abbi pazienza che il mondo è vasto e largo[1]

 

La citazione è tratta da Flatlandia, un racconto fantastico a più dimensioni, del reverendo Edwin Abbott Abbott, nome con eco, fantastico davvero.

Nato a Londra nel 1838, fu rettore della City of London School, fautore della pronuncia classica del latino – pare che adesso sia di nuovo in auge nelle scuole della fredda Albione – di formazione classica, aveva una passione per la chimica, materia che rese obbligatoria per tutti i suoi studenti. Insegnò dal 1865 al 1889 e poi si ritirò a scrivere libri e trattati. Flatlandia sembra quasi uno scoop, una dissertazione tra la letteratura e la fantascienza, che vuole spiegare la terza dimensione, l’altezza, in un mondo dove tutto è piatto: case, abitanti e alberi. Il reverendo chiede al lettore : “come reagiresti alla rivelazione che esiste un mondo a te superiore, una “quarta dimensione”?

All’epoca il libro venne ridotto a un mero jeu d’esprit e non ottenne tutta l’attenzione che avrebbe meritato, a pochi importava che il tempo venisse descritto come una porta che si apriva verso altre dimensioni. Solo in seguito, e specialmente tra gli appassionati di esplorazioni virtuali e spaziali, è divenuto un classico.

Come si vive a Flatlandia?

Le case hanno una forma pentagonale, proibite a norma di legge case triangolari o rettangolari, un rischio per gli spigoli. Per un periodo fu possibile costruire case quadrate, ma poi il pentagono venne scelto come forma più adeguata, la forma quadrata rivela residenze un po’ datate.

Gli abitanti sono molto piccoli, l’“altezza media” si aggira intorno ai 28 cm, 30 cm è una rarità. Le donne sono delle linee rette. I soldati e gli operai sono dei triangoli isosceli, i professionisti e gentiluomini – Abbott Abbott si definisce tale – sono quadrati e figure a cinque lati, pentagoni. Tra l’aristocrazia esistono solo esagoni, e si procede via via a seconda di gradi diversi fino ai Poligonali, un titolo onorifico. Per confondere ulteriormente le idee, i figli degli isosceli, le classi operaie, rimangono isosceli, mentre per le altri classi, si aggiunge un lato, il figlio di un pentagono diventa un esagono…le donne invece sono pericolosissime, possono rendersi facilmente invisibili, e vengono descritte male, come degli esseri privi di logica e raziocinio.

Come ci si riconosce tra figure piatte? Ci si tasta, e la domanda da formulare è la seguente:

“Posso chiedere di tastare il signor Taldeitali?”

La vita scorre piuttosto monotona, ma si riconosce a un certo Cromatiste, di aver introdotto il colore, dipingendo quasi tutte le figure piatte, con esclusione delle donne e dei preti, per evitare una possibile confusione tra ruoli diversi. In seguito a un progetto di legge universale venne decretato di eliminare definitivamente ogni colore, proprio per non alimentare un cambiamento che avrebbe potuto alimentare false speranze.

La dimostrazione che esiste altro al di fuori dei confini di Flatlandia arriva grazie a un sogno. Il Quadrato Gentiluomo, protagonista del racconto, entra in contatto con il regno di Linelandia. Qui cambia tutto, il re del mondo è una piccola linea. La comunicazione non è più visiva, ma passa attraverso la voce e l’udito, ci si riconosce grazie al suono. Vietato tastarsi, reato punibile con la morte.

Al risveglio dal sogno il Quadrato riceve una visita insolita, uno straniero da un’altra dimensione, Spacelandia. Spiegare la terza dimensione a chi vive in Flatlandia diventa davvero un’impresa ardua, ma lo straniero sa il fatto suo e aggiunge: “se una linea avesse solo la lunghezza, senza l’ “altezza” cesserebbe di occupare lo spazio e diventerebbe invisibile. Di questo vi rendete conto, no?”[2]

Il problema è semmai che il mondo a due dimensioni non è ampio abbastanza da contenere e raffigurare una terza dimensione, lo straniero si rifiuta di essere chiamato “Circolo”…il Quadrato non vuole cedere, finché lo straniero si muove nello spazio della sua casa, prende una tavoletta dal suo armadio e la scaglia a terra. A poco a poco il Quadrato si rende conto dei limiti del suo mondo, ma sa bene che gli abitanti di Flatlandia faranno fatica a concepire altre realtà. Inizialmente tenta di spiegare le teorie sull’esistenza di un nuovo mondo al nipotino, un Esagono portato per la matematica, ma non viene capito. A Flatlandia si punisce con il carcere chiunque riporti teorie astruse da altri mondi, e così in attesa di un’altra verità che illumini le visioni piatte di un mondo piatto, il Quadrato viene incarcerato aspettando dimensioni migliori:

A volte mi pesa il triste pensiero di non poter dire onestamente di essere certo della forma del Cubo, visto una sola volta e tanto spesso rimpianto…e tutte le concrete realtà della stessa Flatlandia, mi paiono soltanto come il parto di una fantasia malata, o come l’edificio senza fondamento di un sogno.[3]

 

 

 

 

[1] Flatlandia, Edwin A. Abbott, Adelphi, 2009, traduzione a cura di Masolino d’Amico.

[2] Ibidem, pp. 114-115.

[3] Ibidem, p. 151.

3 minuti di surrealismo con Fernando Arrabal

Alle 2.06 appuntamento a casa di Arrabal, l’agorà di Platone, con tutti gli amici della patafisica – la scienza delle soluzioni immaginarie…

Random

Lo stronzo non perde mai il proprio tempo, perde quello degli altri.

Frédéric Dard, I pensieri di San Antonio, 1996

 

Distrazioni

Non tutti siamo ossessionati dal baseball o dalla pesca, però tutti siamo ossessionati da noi stessi. Siamo il nostro Hobby preferito. Esperti di noi stessi. 


Chuck Palahniuk

Il baseball è un gioco che non mi ha mai entusiasmato, me l’avranno spiegato decine di volte, e tutte le volte, mi sono fatta distrarre da qualche dettaglio, forse colpa dell’area diamante o degli innings, so solo che non esiste il pareggio ed è già un aspetto curioso delle partite, e poi tutti i film che ci hanno propinato, le amicizie sofferte tra allenatore e giocatori, la retorica del vincitore…per non parlare della pesca, escluse le metafore, vedere file di pescatori che qui sul Brenta, si siedono pazienti per ore per smembrare ganasce di pesci che poi rigettano con un certo sadismo compiaciuto in canale, mi sembra uno sport crudele e inutile.

Esperti di noi stessi come passatempo rende l’idea, sì, si prova, si tenta, spesso con rovinose ricadute nell’auto-illusione…certo la parola hobby non aiuta, un termine che in Inghilterra si usa poco, forse perché tutti lo praticano in silenzio, ma che rende subito l’idea di un’altra dimensione che deve rimanere distante anni luce da quello che facciamo per vivere, relegata a un ordine di secondaria importanza. “Oh è solo un hobby”, poi però vedi come tengono i loro studi segreti, in genere nascondono tutto in garage, e con che orgoglio ti mostrano le loro tele, e a quel punto vai oltre ogni forma di giudizio estetico, che ti piacciano o meno, rispetti le ore spese a fare copie di quadri di Monet, un’impresa da Titani…per lo stesso motivo per anni mi sono sorbita suonatori maldestri di chitarra perché mi confessavano che la musica era la loro passione, una passione diciamo condivisa diversamente, se cantano come Assurancentourix, è un esercizio zen, o suonano sempre la stessa nenia, dopo anni di maltrattamento acustico, il flamenco mi piace a piccole dosi e per un tempo limitato.

Ieri passeggiando nel parco, mi ha abbordato un ottantenne, “lei è una bella donna, non glielo dico con secondi fini” – e mi chiedo c’era bisogno di specificarlo? – “mi sa che lei non è di qua”…e quando mi dicono così, mi spiazzano, perché raccontare la storia della mia famiglia è un’impresa, così aggiungo solo un laconico “ha ragione”, e non dico altro.

“Nemmeno io.”

“L’avevo capito…”

Mi sorride.

“Io scrivo poesie…”

“Ah sì?”

“È un hobby eh, scrivo sempre, ne vuole sentire qualcuna?”

“E mi reciti una poesia…sentiamo.”

“Improvviso qualche verso per lei:

ho visto il suo sorriso

e mi sono sentito in paradiso

la sua forma leggiadra

è delicata come rugiada…

“Grazie.” Fingo malissimo.

“Uso la rima.”

“Si nota.”

“Sono un poeta istintivo, scrivo, scrivo, scrivo sempre.”

La frase ripetuta mi mette in allarme.

“Devo tornare a casa, allora, buon proseguimento.”

Sembra non ascoltare…

“Vuole sentire un’altra poesia?”

Ancora? Ma allora non sente…

“La ringrazio, ma meglio che vada.”

“Mi dispiace, magari ci rivediamo.”

“Magari…”

“Io il pomeriggio sono sempre qui su questa panchina, mi metto a leggere.”

“E cosa legge?”

“Di solito tragedie, le commedie non mi piacciono.”

“Davvero? E come mai?”

“Perché si raccontano meno fesserie, ci sono le battaglie, si vince, o si perde, non ci sono vie di mezzo.”

“E il lieto fine della commedia?”

“Robetta.”

“Come robetta?”

“Meglio i vichinghi.”

Questa volta rido di gusto, mentre mi allontano il pensiero corre veloce al Vichingo della 6th Avenue, Moondog, anima sensibilissima, e così mi riascolto il suo lamento, un omaggio a Charlie Parker, che si apre con un enigma:

the only one who knows this ounce of words is just a token, is he who has a tongue to tell that must remain unspoken – l’unico a sapere che quest’insieme di parole è solo un segno, è colui che pur avendo una lingua per parlare, deve rimanere zitto…basta la musica.

 

 

 

 

 

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