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November 2013

Parole al vento

Forse Marcella Bella sarà lusingata o forse no, ma la protagonista di uno dei racconti che compongono il Don Chisciotte si chiama proprio così, una pastora che ha spezzato il cuore di un tal Grisostomo, amore ovviamente non corrisposto. Cervantes genialmente fa esporre ai pastori una versione dei fatti così confusa e piena di strafalcioni da invocare l’intervento di Marcella stessa che si autoassolve con una logica rigorosa:

“Chi mi chiama belva e basilisco, mi lasci stare come cosa cattiva e pericolosa; chi mi chiama ingrata, non mi offra i suoi servigi; chi mi chiama sconoscente, non cerchi di conoscermi; chi mi dice crudele, non mi segua.” [1]

Marcella vuole vivere nei boschi per i fatti suoi, e non ne vuole sapere di essere corteggiata: “I miei desideri non vanno oltre queste montagne, e se ne escono, escono per contemplare la bellezza del cielo. Sono i passi con cui l’anima s’avvia verso la sua prima dimora.”[2]

Una volta appreso dalle sue stesse parole di non avere mai illuso Grisostomo, e di non averlo mai amato, Don Chisciotte, folgorato dalla sua avvenenza, ne rimane conquistato, lanciandosi in una sua difesa incondizionata. Marcella Bella ha il diritto di essere lasciata in pace.

Gli altri pastori, sempre più perplessi, fingono di avere ascoltato il suo consiglio, fanno finta di metterci una pietra sopra, in senso reale e figurato, seppelliscono in tutta fretta il pastore morto di crepacuore, e come lapide sulla sua tomba scrivono:

“Qui giace la fredda e misera spoglia di un pastore innamorato, condotto dalla sua passione, a un disperato passo. Morì per la durezza di una bella ritrosa ed ingrata, con la quale la tirannia d’Amore estende i suoi confini.” [3]Dopo di che, come se niente fosse, gli fanno: “Viene a Siviglia?” – luogo apparentemente pieno di avventure degne di essere vissute. E Don Chisciotte, serio e convinto, risponde che ha in mente di ripulire le montagne dai briganti, mentre in realtà continua a pensare a Marcella Bella. In fondo la pastora non aveva detto che non voleva i servigi di Don Chisciotte, e quindi perché non provarci lui?

Un caso perfettamente riuscito di incomunicabilità acuta.


[1] Don Chisciotte, I, p. 122, edizione I Meridiani, Mondadori, 2001, traduzione di Ferdinando Carlesi.

[2] Ibidem, p. 123.

[3] Ibidem, p. 124.

Parole al vento

Forse Marcella Bella sarà lusingata o forse no, ma la protagonista di uno dei racconti che compongono il Don Chisciotte si chiama proprio così, una pastora che ha spezzato il cuore di un tal Grisostomo, amore ovviamente non corrisposto. Cervantes genialmente fa esporre ai pastori una versione dei fatti così confusa e piena di strafalcioni da invocare l’intervento di Marcella stessa che si autoassolve con una logica rigorosa:

“Chi mi chiama belva e basilisco, mi lasci stare come cosa cattiva e pericolosa; chi mi chiama ingrata, non mi offra i suoi servigi; chi mi chiama sconoscente, non cerchi di conoscermi; chi mi dice crudele, non mi segua.” [1]

Marcella vuole vivere nei boschi per i fatti suoi, e non ne vuole sapere di essere corteggiata: “I miei desideri non vanno oltre queste montagne, e se ne escono, escono per contemplare la bellezza del cielo. Sono i passi con cui l’anima s’avvia verso la sua prima dimora.”[2]

Una volta appreso dalle sue stesse parole di non avere mai illuso Grisostomo, e di non averlo mai amato, Don Chisciotte, folgorato dalla sua avvenenza, ne rimane conquistato, lanciandosi in una sua difesa incondizionata. Marcella Bella ha il diritto di essere lasciata in pace.

Gli altri pastori, sempre più perplessi, fingono di avere ascoltato il suo consiglio, fanno finta di metterci una pietra sopra, in senso reale e figurato, seppelliscono in tutta fretta il pastore morto di crepacuore, e come lapide sulla sua tomba scrivono:

“Qui giace la fredda e misera spoglia di un pastore innamorato, condotto dalla sua passione, a un disperato passo. Morì per la durezza di una bella ritrosa ed ingrata, con la quale la tirannia d’Amore estende i suoi confini.” [3]Dopo di che, come se niente fosse, gli fanno: “Viene a Siviglia?” – luogo apparentemente pieno di avventure degne di essere vissute. E Don Chisciotte, serio e convinto, risponde che ha in mente di ripulire le montagne dai briganti, mentre in realtà continua a pensare a Marcella Bella. In fondo la pastora non aveva detto che non voleva i servigi di Don Chisciotte, e quindi perché non provarci lui?

Un caso perfettamente riuscito di incomunicabilità acuta.


[1] Don Chisciotte, I, p. 122, edizione I Meridiani, Mondadori, 2001, traduzione di Ferdinando Carlesi.

[2] Ibidem, p. 123.

[3] Ibidem, p. 124.

Il Palazzo enciclopedico: Giardini

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Che i nostri viaggi d’esplorazione non abbiano mai fine.

Paul Wühr

Appena rientrata dalla visita ai Giardini, decisamente molto più impegnativa e densa rispetto alle Corderie. Non so quanto Auriti sarebbe stato soddisfatto delle soluzioni scelte per rappresentare in parte il suo lavoro, secondo il suo progetto originario, tutto lo scibile umano avrebbe dovuto essere custodito in un palazzo alto circa 700 m, di circa 136 piani. Commentavo insieme a mia sorella, anche lei un’artista, quanto l’elemento verticale, o se non altro la vertigine di altre altezze qui mancasse completamente, per dare spazio a visioni molteplici, orizzontalmente sparpagliate a terra, arte primitiva, arte magica, psicomagia, land-art, installazioni, cartoni animati, collages, déjà-vu, perfomance con artisti attori, video, dj setting. Alcune interessanti, altre intense, altre meno, le classiche furbate, per intenderci meglio quelle installazioni che ti sembrano non voler dire niente, e che dimentichi una volta uscita dalle sale immerse nel buio. Il nero è un colore dominante di questa esposizione, molti messaggi mortiferi. Fortunatamente la Russia è stata la sorpresa finale, la mattina il Padiglione era chiuso per “problemi tecnici”, non ricordavo cosa ci fosse dentro, e quindi l’abbiamo riservato come emozione finale a conclusione di una giornata ricca di eventi…

Ho provato il minuto di silenzio nella stanza buia e insonorizzata del Padiglione Coreano, bisognava firmare una liberatoria in cui si dichiarava di non soffrire di claustrofobia o di attacchi di panico. La procedura iniziale mi aveva lievemente preoccupato, ti fanno levare le scarpe, ti danno un numero e devi attendere il tuo turno per entrare nella temibile stanza nera. Anche qui, le reazioni variavano, io che sono emotiva, mi sono un po’ agitata, il minuto mi è sembrato più lungo del solito, senza nessun riferimento, né suono, l’aria ferma, unica certezza la mano di mia sorella.

Il Canada aveva un’installazione legata alla musica del silenzio, un fantasma muto proiettato sul muro che mi ricordava Casper the friendly ghost, uno dei miei cartoni animati preferiti, e una scenografia teatro che cambiava a seconda delle luci. La Francia e la Germania si erano scambiate padiglioni per festeggiare il 50esimo anniversario del Trattato dell’Eliseo in onore al tema della trans-nazionalità…i tedeschi hanno fatto un lavoro legato ai credi religiosi, all’Islam, e alle diverse percezioni che si hanno rispetto alle convenzioni che la società ci impone, la Francia invece ha proposto un lavoro commovente sulla musica di Ravel, ambientato nello stesso padiglione.

La Gran Bretagna di Jeremy Deller, a parte un omaggio a tutti i luoghi di tour di David Bowie negli anni ’70, testimoniati dalle foto dei fans, di “magic” aveva davvero poco, molto ironia, alcuni titoli dei quadri citavano delle canzoni dei Depeche Mode, però sinceramente per citare Shakespeare “much ado about nothing”.

Mi ha invece piacevolmente stupito e divertito il Padiglione dell’Austria, che si trova in una zona remota dei Giardini, ai confini dell’impero dell’arte, si percorre un ponticello in ferro, si attraversa il Padiglione del Brasile, in fondo a destra il Padiglione Greco, in centro il Padiglione Venezia, con opere legate alle vie della seta e della tessitura, tra cui un’installazione uovo foderata di specchi a cui è stato impossibile resistere, la Romania, la Polonia, e a sinistra l’Egitto e la Serbia. L’Austria che normalmente presenta opere di un rigore e austerità assoluta, mette di buon umore, grazie a un cartone animato, “Imitation of life” che ha per protagonista un uccellino blu di una bellezza unica che ti chiede da subito “ciao tesoro, che cosa ti porta qui?” Tre minuti di puro svago, assolutamente necessario dopo i messaggi lugubri, in cui segui con piacere un asino vestito da marinaio che canta da dio e balla il tip-tap. Ancora una volta, un animale sorprendente.

Gli Stati Uniti propongono le installazioni inventario dell’artista Sarah Sze, alcune macchine inevitabilmente ricordano i meccanismi di Tinguely.

Il Giappone non poteva non riflettere sui danni ambientali di Fukushima, presentando un progetto dell’architetto Tanaka Koki.

La Spagna ha puntato tutto sulle macerie, invadendo il Padiglione dei materiali che sono serviti a costruirlo, mucchi di pietra, sabbia e vetro.

Israele documenta un viaggio utopico sotterraneo da Israele a Venezia, dal titolo significativo “The Workshop”, il laboratorio di Ratman, mescola realtà e finzione, riprendendo le fasi della preparazione dell’installazione, accompagnandola da un coro di voci gutturali, quasi primordiali, e dalla realizzazione in divenire di busti in argilla.

In Australia invece entriamo nel mondo delle miniere d’oro, foto scurissime illuminate dall’intensità del metallo prezioso.

Nel Padiglione Nordico, l’esposizione “Falling trees” richiama l’evento inaspettato della scorsa edizione della Biennale, quando un albero si è abbattuto sul padiglione Alvar Aalto, danneggiando le opere al suo interno. Ologrammi circolari mostrano quanto dura nell’ambiente l’energia corporea di cadaveri di animali.

La parte che ha attirato immediatamente l’attenzione è stata la sala numero uno del Padiglione Centrale, dove finalmente ho potuto ammirare dal vivo alcune tavole tratte dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung, splendide ma ovviamente intoccabili, vietato scattare foto. Intorno alla sala centrale, ci sono opere straordinarie, i quadri mistici di Emma Kunz, i simboli di Hilma af Klint, le icone di Jean-Frédéric Schnyder, gli arazzi di Enrico David, il video “scarabocchio” in bianco e nero di Tacita Dean, i tarocchi illustrati di Aleister Crowley e Frieda Harris, i paesaggi sublimi neri di Thierry de Cordier. Uscita all’aria aperta, dopo aver vagato nel percorso labirintico di simboli, viaggi iniziatici, abissi, fuochi, cieli, visioni profetiche, ritorniamo nuovamente al Padiglione della Russia, dove Vadim Zakharov ha reinterpretato il mito di Danae. Apriamo gli ombrelli trasparenti per farci bagnare da una pioggia di monete d’oro, la luce della laguna torna a essere radiosa.

Il Palazzo enciclopedico: Arsenale

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Ogni tanto la memoria mi fa brutti scherzi, ma non ricordo quali.

Rat-man

Sabato sono finalmente riuscita ad andare alla Biennale, solo la prima parte, l’Arsenale, meglio dividere la mostra in due giornate, la quantità di immagini e opere hanno bisogno di essere viste, apprezzate, criticate, dimenticate con adeguata calma. Inizio subito con le lamentele, il biglietto, 25 euro, anche se comprende due visite, in tempi di crisi come questi poteva costare meno, il catalogo, in vendita alla “modica” cifra di 85 euro è rimasto sugli scaffali della libreria, e la versione mini, era brutta con poche immagini, e quindi altrettanto inutile, i bagni, che invece diventano dei luoghi necessari che si è obbligati a visitare più volte durante la mostra sono degli autentici cessi, sporchi e privi di carta igienica, già alla mattina, segno di barbarie per noi visitatori trattati come automi senza diritti. Sul cibo si sa, ormai da anni, che ci si nutre fortunatamente di altro.

Veniamo al palazzo enciclopedico, ispirato da Auriti, nessuna pretesa di fare un elenco esaustivo, ma di nominare i lavori che mi hanno colpito o mi sono piaciuti di più. L’idea di presentare una sorta di Babele artistica, con voci dissonanti fra loro, in un’ipotetica enciclopedia architettonica virtuale è sicuramente stimolante. Molti lavori sono penalizzati da una cattiva esposizione, circondati da altri video che ne coprono in parte il suono. Mi riferisco a un lavoro assolutamente geniale, un video di Aurélien Froment, L’idea di Camillo, sul luogo come tempio della memoria. Ambientato nel Teatro Olimpico di Vicenza, un oratore spiega come certi stilemi architettonici diventano strumenti retorici per declamare un discorso a memoria, semplicemente guardando le sculture, gli intervalli tra le colonne, gli oggetti distribuiti tra le figure, dettagli incisi nella pietra innescano frasi da citare e veicolano flussi di pensiero. Magnifico.

Impossibile non notare le sculture degli uomini manichini dell’artista polacco Pawel Althamer, i visi erano impressionanti per somiglianza a modelli reali, e quei corpi, decomposti, pieni di bende, di tutte le taglie e forme, non potevano non evocare fantasmi, scheletri…

Il video di Ed Atkins, artista inglese, sulla incredibile collezione di arte di André Breton, merita di essere visto nonostante la coda di persone che affolla la sala.

Impossibile leggere in piedi la versione fumetto del Libro della Genesi di Robert Crumb, brillantemente illustrata in bianco e nero, solamente qualche briciola di tavola, come anticipa il cognome “crumb”.

L’artista più giovane presente in questa sezione è invece uno scultore giapponese, Shinichi Sawada, che soffre di una forma grave di autismo, realizza dei piccoli mostri in terracotta, che mescolano animali totem della mitologia giapponese con i suoi demoni personali, di rara bellezza.

Non poteva mancare l’artista visionario, il brasiliano Arthur Bispo do Rosário, un ex marinaio che si mise a realizzare opere ispirate da una voce divina, rinchiuso purtroppo in manicomio, con la possibilità di dedicarsi alla sua arte, enormi tele con formule, abiti cerimoniali, e sculture giocattolo, navi in miniatura, viaggi in altre dimensioni.

Al rientro, sosta nella chiesa di S. Giovanni in Bragora, entriamo, e la musica di Vivaldi ci commuove, guardiamo un busto in suo onore, e scopriamo che è stato battezzato proprio qui.

TO BE CONTINUED…

Il Palazzo enciclopedico: Arsenale

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Ogni tanto la memoria mi fa brutti scherzi, ma non ricordo quali.

Rat-man

Sabato sono finalmente riuscita ad andare alla Biennale, solo la prima parte, l’Arsenale, meglio dividere la mostra in due giornate, la quantità di immagini e opere hanno bisogno di essere viste, apprezzate, criticate, dimenticate con adeguata calma. Inizio subito con le lamentele, il biglietto, 25 euro, anche se comprende due visite, in tempi di crisi come questi poteva costare meno, il catalogo, in vendita alla “modica” cifra di 85 euro è rimasto sugli scaffali della libreria, e la versione mini, era brutta con poche immagini, e quindi altrettanto inutile, i bagni, che invece diventano dei luoghi necessari che si è obbligati a visitare più volte durante la mostra sono degli autentici cessi, sporchi e privi di carta igienica, già alla mattina, segno di barbarie per noi visitatori trattati come automi senza diritti. Sul cibo si sa, ormai da anni, che ci si nutre fortunatamente di altro.

Veniamo al palazzo enciclopedico, ispirato da Auriti, nessuna pretesa di fare un elenco esaustivo, ma di nominare i lavori che mi hanno colpito o mi sono piaciuti di più. L’idea di presentare una sorta di Babele artistica, con voci dissonanti fra loro, in un’ipotetica enciclopedia architettonica virtuale è sicuramente stimolante. Molti lavori sono penalizzati da una cattiva esposizione, circondati da altri video che ne coprono in parte il suono. Mi riferisco a un lavoro assolutamente geniale, un video di Aurélien Froment, L’idea di Camillo, sul luogo come tempio della memoria. Ambientato nel Teatro Olimpico di Vicenza, un oratore spiega come certi stilemi architettonici diventano strumenti retorici per declamare un discorso a memoria, semplicemente guardando le sculture, gli intervalli tra le colonne, gli oggetti distribuiti tra le figure, dettagli incisi nella pietra innescano frasi da citare e veicolano flussi di pensiero. Magnifico.

Impossibile non notare le sculture degli uomini manichini dell’artista polacco Pawel Althamer, i visi erano impressionanti per somiglianza a modelli reali, e quei corpi, decomposti, pieni di bende, di tutte le taglie e forme, non potevano non evocare fantasmi, scheletri…

Il video di Ed Atkins, artista inglese, sulla incredibile collezione di arte di André Breton, merita di essere visto nonostante la coda di persone che affolla la sala.

Impossibile leggere in piedi la versione fumetto del Libro della Genesi di Robert Crumb, brillantemente illustrata in bianco e nero, solamente qualche briciola di tavola, come anticipa il cognome “crumb”.

L’artista più giovane presente in questa sezione è invece uno scultore giapponese, Shinichi Sawada, che soffre di una forma grave di autismo, realizza dei piccoli mostri in terracotta, che mescolano animali totem della mitologia giapponese con i suoi demoni personali, di rara bellezza.

Non poteva mancare l’artista visionario, il brasiliano Arthur Bispo do Rosário, un ex marinaio che si mise a realizzare opere ispirate da una voce divina, rinchiuso purtroppo in manicomio, con la possibilità di dedicarsi alla sua arte, enormi tele con formule, abiti cerimoniali, e sculture giocattolo, navi in miniatura, viaggi in altre dimensioni.

Al rientro, sosta nella chiesa di S. Giovanni in Bragora, entriamo, e la musica di Vivaldi ci commuove, guardiamo un busto in suo onore, e scopriamo che è stato battezzato proprio qui.

TO BE CONTINUED…

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