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June 2013

Venezia #10: San Marco reloaded

Passando davanti al Ponte dei sospiri, che collega Palazzo Ducale all’edificio che un tempo ospitava le prigioni, il pensiero va immediatamente al coraggio di Casanova, che calandosi con una fune dal tetto di un abbaino riuscì a evadere dai Piombi scappando in gondola. Una missione che sarebbe stata quasi impossibile senza l’aiuto decisivo di qualche guardiano corrotto, ma del resto lui stesso sosteneva che: “nelle grandi imprese ci sono sempre dei particolari decisivi, che, se si vuole riuscire, si devono curare di persona.” A quanto pare non un problema per un seduttore come lui che, una volta salvo, decise di scrivere la storia della sua vita perché stanco di raccontarla a voce.

Inutile dire che Casanova amasse particolarmente l’azzardo, all’epoca a Venezia c’erano molti “ridotti”, locali in cui ci si ritirava fino a tarda notte a giocare e non solo, in piacevole compagnia. Il carnevale durava sei mesi, che ora sembra quasi un’eternità per chi come me si tiene lontano dalle maschere, e si giocava moltissimo, giochi che sono spariti quasi del tutto, la bassetta, un gioco d’azzardo semplice in cui si doveva puntare una somma di denaro su una carta prima di farla estrarre al banco – un salto nel buio – il faraone, pare il preferito anche di Maria Antonietta che dilapidò una fortuna, una scommessa quasi sempre in perdita su più carte nella stessa mano, il biribissi, dal suono simpatico che fa quasi solletico, una lotteria con figure, e lo sbaraglino, di cui Casanova era un esperto, con un nome che già non prometteva bene, liquidato in poche righe dall’Accademia della Crusca: “Giuoco di tavole, che si fa con due dadi, e chiamasi anche Sbaraglino lo Strumento, sul quale si giuoca.” L’aggiunta di una nota di Francesco Berni lo fa sembrare quasi una calamità: “S’io perdessi a primiera il sangue, e gli occhi, non me ne curo, dove a sbaraglino rinnego Dio, s’io perdo tre baiocchi.”

Un Ridotto famoso si trovava proprio dietro Piazza San Marco, dipinto in un quadro di Pietro Longhi lievemente enigmatico, figure in tabarri neri con il viso coperto da bautte bianche e dame anonime con vesti broccate, un bambino arlecchino vicino a una ragazza di cui si intravedono i capelli chiari con il viso parzialmente nascosto da una moretta di velluto nero, chiamata anche maschera muta perché la forma circolare aderiva alla faccia grazie a un bottoncino che si teneva in bocca. La scena è ricca di dettagli rivelatori, grandi lampadari candelabri, carte da gioco sparpagliate sul pavimento, ai lati due tavoli animati da giocatori, sullo sfondo quadri nei quadri, con un ritratto di Venere.

Il palazzo ora è diventato un hotel, il gran salone ha il soffitto affrescato con una balaustra circolare intorno al piano superiore, impossibile non entrare. Dello spirito di Casanova nemmeno l’ombra, ammiro gli stucchi sorseggiando il mio cocktail, in sottofondo una specie di lounge music rococò, un potente antidoto contro la sindrome di Stendhal. Uscita da calle Vallaresso visibilmente di ottimo umore ritorno verso Piazza San Marco, un saluto veloce al “Leon”, in cima alla colonna che insieme a quella che ospita San Teodoro trionfante sopra un drago segnavano l’ingresso a Venezia via mare, per scaramanzia rispetto la tradizione di non camminare nello spazio che le separa, un tempo luogo di esecuzioni e area dove era consentito il gioco d’azzardo, una combinazione letale, pax tibi Marce, e non so se per merito del cielo indaco o del gin tonic mi sento serenissima.

 

 

 

 

 

 

Photo by Geoffroy Hauwen on Pexels.com

La chiave di Barbablù

Ieri mi sono messa a rileggere la storia di Barbablù, un utile ripasso. Barbablù, Bluebeard, Barbe bleue, Blaubart come lo si voglia chiamare è una “fiaba” macabra che bisogna studiare con attenzione, perché anche se è un racconto cruentissimo basato su un uxoricida seriale, è di fatto la rivisitazione di una tipologia maschile ricorrente, il predatore naturale.

Confesso che non mi ricordavo che Barbablù facesse una brutta fine, chissà perché lo immaginavo un po’ come Dracula, condannato a brancolare in eterno nell’oscurità, invece viene massacrato dai fratelli dell’ultima sposa, le sue cartilagini lasciate in pasto alle poiane, che nel dizionario vengono descritte come uccelli rapaci diurni, comunissimi, con occhi ben sviluppati, ali lunghe, non appuntite e carattere timido…

Nella versione analizzata in dettaglio dalla mitica Clarissa Pinkola Estés nell’altrettanto mitico Donne che corrono con i lupi, che è meglio in lingua inglese, il racconto le è stato tramandato dalla zia ungherese Katie di Dombovar e si riallaccia a una fiaba ancora più antica.

Barbablù si mette a corteggiare contemporaneamente tre sorelle, le invita nel suo castello, le riempie di attenzioni e di regali. Le sorelle maggiori seguono il loro istinto, da subito diffidano del colore della sua barba, e respingono le avances al mittente, la più piccola, che è la meno esperta, e la più ingenua, a poco a poco comincia a convincersi che in fondo la barba non è poi così blu, che la vita agiata nel castello è meglio di quanto immaginasse, e accetta la proposta di matrimonio. Come accade in tutte le fiabe, la salvezza è sempre legata alla disobbedienza a un divieto, non rispettare un ordine preciso. Il marito si allontana per un misterioso viaggio d’affari, le chiede di invitare le sue sorelle, ma si raccomanda di non usare una unica chiave, la chiave piccola con la spirale in cima. Neanche detto, appena il marito sale a cavallo, la chiave piccola con la spirale in cima ha l’attenzione che merita. Dopo aver organizzato un banchetto con le sorelle, si mette a perlustrare ogni stanza, finché non arriva in cantina, e lì una volta aperta l’unica porta che non doveva essere aperta lo spettacolo si fa inquietante: un lago di sangue pieno di scheletri. La piccola chiave comincia a grondare sangue, tenta di ripulirla con uno strofinaccio, ma niente, il sangue continua a scorrere a fiumi, alla fine, disperata, copre la chiave di cenere, le dà fuoco, ma non cambia nulla, la chiave resta insanguinata, allora decide di nasconderla nell’armadio e si cambia d’abito.

Barbablù, che ha un istinto infallibile, appena torna al castello, chiede subito della chiave, la moglie racconta trafelata che l’ha persa cavalcando nel bosco, lui va in camera, apre l’armadio e vede che tutti i vestiti della moglie grondano sangue, la prende per i capelli e l’accusa di “tradimento”. La sentenza è immediata, esecuzione anche per lei, annunciata senza tanti preamboli: “Ora tocca a te, mia signora.”

La moglie ha un lampo di genio, gli chiede un quarto d’ora per pregare. La richiesta viene fortunatamente accolta, chiede allora alle sorelle di invocare l’intervento provvidenziale dei fratelli e i fratelli arrivano. Quel poco tempo comprato per una preghiera, la salva da una morte certa, mentre per Barbablù non c’è più scampo.

La lezione fondamentale che la Estés trae dalla fiaba è la deviazione da un istinto che ci avverte del pericolo e che spesso non ascoltiamo, perché non abbiamo abbastanza fiducia nelle nostre percezioni. In molti casi questa scarsa consapevolezza è dovuta a un’educazione che fin da piccole ci insegna a calpestare le nostre intuizioni, a renderci sempre e comunque carine, in pratica a non vedere, e diventare facilmente preda di collezionisti di tesori.

Nell’antichità invece nei riti dei misteri eleusini la chiave veniva significativamente nascosta sotto la lingua, proprio a indicare che la risposta stava nella parola, nella soluzione legata a una domanda chiave.

Le domande quindi non solo vanno poste, ma devono ricevere una risposta, una volta scoperte delle verità scomode, non si può più fare finta di non avere visto e volgere lo sguardo altrove:

“Non abbiate paura di indagare il peggio. Soltanto così è garantito un aumento del potere dell’anima.”[1]


[1] p. 58, Barbablù in Donne che corrono con i lupi, traduzione di Maura Pizzorno, Frassinelli, 1993.

Venezia #9: Venezia riflessa

Cammino lungo il canale animato da case galleggianti, sono a Little Venice, la piccola Venezia, un quartiere di Londra a pochi passi da Maida Vale, zona residenziale nella West End immortalata al cinema dal grande Hitchcock in Dial M for Murder, tradotto in italiano con un titolo diverso, Il Delitto perfetto, perdendo totalmente il riferimento ormai storico al telefono con le lettere e l’evidente gioco di parole. I Charrington gardens citati nel film non esistono in realtà, ma se si seguono alla lettera le indicazioni date per raggiungere la casa in cui viene aggredita Mrs Margot Mary Wendice, interpretata da Grace Kelly, si dice che una volta usciti dalla stazione della metropolitana bisogna girare a sinistra, un probabile riferimento a Warrington Crescent, eleganti architetture disposte a mezzaluna, poco distanti dalla fermata della Bakerloo Line, linea che porta direttamente a casa di Sherlock Holmes.

La Little Venice londinese non ha nulla a che vedere con Venezia, se non per un piccolo canale navigabile che offre un percorso alternativo fino a Camden Lock. Passando per Warwick Avenue si arriva a uno spiazzo a ferro di cavallo circondato da edifici vittoriani con le immancabili colonne bianche davanti all’ingresso, attraccate in file ordinate una serie di abitazioni-barche piene di fiori, segno che nemmeno a bordo si rinuncia all’idea di un giardino.

Poco più in là proprio sul ponte c’è un bar caffè con terrazza con vista sull’acqua, l’apoteosi del pittoresco, un’idea di Venezia rivisitata secondo parametri neoclassici ottocenteschi, con una luce nordica. Cerco un posto a sedere, una breve occhiata ai piatti del giorno e scuoto la testa, c’è sempre questa tendenza a rendere la creatività all’italiana mescolando ingredienti alla rinfusa, un’interpretazione di quello che dovrebbe essere un richiamo al mediterraneo totalmente straniante, la nostalgia di un gianduiotto da Nico alla Zattere è immediata.

Mentre fisso scorci naturali che ricordano quadri preraffaelliti, dove persino gli arbusti secchi hanno una loro grazia, la mente corre veloce verso calle del vento, un corridoio buio e gelido che attraverso a passo spedito per andare incontro all’aria frizzante di San Basilio.

Ho letto moltissimi libri prendendo il sole alle Zattere, quasi un controsenso con uno scenario che potresti guardare per ore senza stancarti mai, sulla panchina, vicino a me, l’immancabile coppia di amiche ben truccate, con messe in piega impeccabili, e mani ingioiellate curatissime che parlano dei fatti loro in totale libertà. Alla fine finisco sempre per farmi distrarre dai passanti, un ragazzo con una tshirt heavy metal con teschio che insegue un cane ringhioso con il collare borchiato che però si chiama Chicco, in compagnia di un’amica giapponese con delle ballerine rosse fluorescenti. Quando si avvicina un tipo con gli occhiali sulla fronte, infilo il libro in borsa, e proseguo la passeggiata lungo la fondamenta, in mente ancora la luce improvvisa di Dante Gabriel Rossetti.

 

Sono già stato qui,

Non so dire come o quando:

Conosco l’erba oltre la porta,

L’odore dolce intenso,

Il suono gemente, le luci sulla riva.

 

Sei stata mia prima,

Quanto tempo prima non so:

Ma appena si librò in volo quella rondine

Girasti il collo in questo modo,

Cadde un velo, e conobbi tutto di te.

 

Tutto questo è già stato così?

E così il volo vorticoso del tempo

Non ci restituirà ancora il nostro amore con le nostre vite

A dispetto della morte,

E il giorno e la notte ci concederanno ancora una volta un piacere?

 

 

 

 

 

 

Photo by cheptu00e9 cormani on Pexels.com

Ezra Pound: La ragazza e gli ultimi versi dei Cantos

Oggi vi propongo “The Girl” (“La Ragazza”, molti hanno tradotto fanciulla, che a me piace meno, ma è una mia idiosincrasia in un testo così profondo nella sua semplicità stilistica) di Ezra Pound (1885-1972), uno dei più grandi poeti del Novecento.

Voce immortale, a tratti epica, con una conoscenza enciclopedica dei classici, in primis Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, impareggiabile imitatore delle rime della poesia provenzale del XII secolo, ammiratore del poeta e pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti – lui stesso racconta che iniziò a scrivere grazie a lui – segretario dello scrittore irlandese Yeats, saggista e letterato, si trasferì in Italia nel 1924 dove rimase fino al 1945 quando venne imprigionato senza processo e rinchiuso per dodici anni in un manicomio criminale americano con l’accusa di propaganda fascista. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nell’amata Venezia, in una casa dietro alle Zattere, la sua tomba si trova nell’isola di San Michele.

Ecco la sua ragazza, personificazione poetica:

La ragazza

L’albero mi è entrato nelle mani,

La linfa è risalita lungo le braccia,

L’albero mi è cresciuto in seno – In basso,

I rami crescono fuori di me, come braccia.

Sei Albero, sei Muschio,

Sei viole coperte da vento.

Una bambina – così alta – sei,

E tutto questo è follia al mondo.

§

The Girl

The tree has entered my hands,

The sap has ascended my arms,

The tree has grown in my breast -
Downward,

The branches grow out of me, like arms.

Tree you are, Moss you are,

You are violets with wind above them.

A child – so high – you are,

And all this is folly to the world.

§

Su Youtube avevo trovato un prezioso video documento dedicato a lui – bloccato, fortunatamente c’è dell’altro, vi consiglio la versione integrale di A Baby in the Woods disponibile su youtube, non lo metto perché farebbe la stessa fine del primo – vi lascio con gli ultimi versi tratti dei suoi celebri Cantos citati nel documentario della RAI rimosso:

M’amour m’amour
cos’è che amo e dove sei?
Ho perso il mio centro
a combattere il mondo.
I sogni cozzano
e si frantumano –
e che ho cercato di costruire un paradiso terrestre.
Ho provato a scrivere il Paradiso,
Non ti muovere, lascia parlare il vento
così è il Paradiso,
Lascia che gli dei perdonino
quello che ho costruito,
Chi ho amato cerchi di perdonare
quello che ho costruito,
uomini siate non distruttori.
 
 §
 
 

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