Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Month

May 2013

Pizzini

La fantascienza non è scritta per gli scienziati più di quanto le storie di fantasmi siano scritte per i fantasmi.

Brian Aldiss

Da un po’ di tempo fluttuano pizzini ovunque mi giri: post risentiti dall’amante tradita all’amico sposato che la tradisce con una new entry, mentre la moglie ignara è schiacciata da una vita di doveri – un classico che di solito viene camuffato come racconto – lettere di rimprovero a fantasmi della rete, coppie che si nascondono dietro avatar che sono frammenti di un unico puzzle, che si inseguono in commenti ammiccanti, attizzati da una complicità apparentemente segreta, che secondo loro non verrà mai decifrata.

Un panorama che risulta a lungo andare deprimente, sembra di risentire l’eco delle verità amare di Alda Merini, “non mi manca quello che mostravi di essere, mi manca quello che pensavo tu fossi.” Quasi tutti sono messaggi di amore in codice, in molti casi, non corrisposto, non almeno quanto si vorrebbe, sperando che il destinatario misterioso li legga e si senta parte di quella intensa confessione anonima condivisa con assoluti estranei ma indirizzata a una persona speciale.

E fin qui nulla di nuovo, la sorpresa è semmai quando si scoprono spezzoni di frasi riportate in articoli di persone che fingono di citarti, o ancor peggio, ti taggano in mezzo a recensioni di autori pomposi con cui non hai nulla in comune, né per stile né per affinità elettive. Misere ripicche o aberrazioni della rete, di questa tecnologia che ci fa sentire comunque protagonisti, tiranni di vuoti cosmici abitati dai nostri pensieri.

Stanislaw Lem l’aveva già capito in tempi ormai lontani, nelle trame intricate di Solaris, il pianeta alimentato da un magma omnisciente che finisce per inglobare le emozioni e le paure inconsce di un gruppo di astronauti in missione, e quando poi restituisce l’incubo di un meccanismo inceppato, diventa un mostro da cui scappare, uno specchio in cui nessuno vuole riconoscersi.

Venezia #6: San Polo

Mio blu – dice –

Mio blu.

Lo sono.

E anche più del cielo.

Ovunque tu sia

Io ti circondo.

 

Yannis Ritsos

 

 

Una volta scesa dall’autobus a Piazzale Roma, procedo spedita verso i Frari, con una furia sospetta, come se avessi un affare urgente da sbrigare, invece voglio solo distanziarmi dagli studenti in gita scolastica, qualche gomitata arriva comunque, hanno sempre degli zaini troppo ingombranti, poi taglio per calle Morosin, mi infilo nella pancia di una strettoia scorciatoia che sbuca vicino all’ultimo ponte che porta a campo San Polo, controllo se esiste ancora il negozio che ha vestiti degni di una cerimonia Klingon, una presenza rassicurante proprio perché surreale, e qui comincio a rallentare, in omaggio a un mio amico napoletano che diceva: “io non cammino, passeggio.”

San Polo è un campo grandissimo, camaleontico secondo le stagioni, ora di inverno ospita persino una pista da pattinaggio sul ghiaccio, a fine estate uno schermo gigante su cui rivedere i film della mostra del cinema in programma al Lido. Le sedie sono di una scomodità leggendaria, se si sposta il tuo vicino, oscilli anche tu. Nel caso di trame particolarmente noiose, hai sempre la distrazione dello scenario nello scenario, guardi altrove, veneziani affacciati alle finestre che se non altro seguono il sonoro, squarci di cielo o cominci a odiare seriamente il tuo vicino di sedia. Qui però ho visto anche bellissimi film, devo ammettere quasi tutti drammatici, e quasi tutti non italiani, molto spesso strazianti – i russi in questo sono maestri – come nel caso de Il Ritorno di Andrej Zvjagintsev, vincitore del Leone d’oro una decina di anni fa, a sorpresa perché era il suo esordio cinematografico. La storia ruota attorno alla vita infelice di due fratelli adolescenti, Vanya e Andrej, uniti in una sorta di invincibile alleanza fraterna per colmare l’aridità di un ambiente famigliare poco accogliente: madre addolorata dall’abbandono del marito e amareggiata, padre assente e quindi inesistente. Insieme hanno imparato a gioire di piccoli svaghi creati dal niente, già rassegnati alla mancanza di prospettive, finché improvvisamente dopo dodici anni si rifà vivo il padre, proponendogli una vacanza di pesca sul lago Ladoga. La madre cerca di opporsi con tutte le sue forze, ma i ragazzi, incuriositi e allietati dalla novità di un viaggio, partono all’avventura. Il sogno si trasforma presto in incubo, la convivenza forzata mette in luce relazioni disastrose, scopriamo un uomo divorato dai sensi di colpa, brusco nei modi, incapace di aprirsi a un dialogo, sordo ai desideri dei figli. Il paesaggio e le atmosfere sospese tra nostalgia e flashback rimandano al genio di Tarkovskij, capace di illuminare lo squallore con occhi amorevoli, cambiandone per sempre il senso. Proprio come succede a volte a Venezia, epifanie inaspettate che avvengono per caso passando per certi spazi, man mano che i passi diventano pensieri. Lascio alle mie spalle l’edicola ormai convertita a bazar, e ritorno al traffico delle calli, come una gazza mi faccio distrarre da pietre verdi smeraldo che brillano in una vetrina.

 

 

Il cuore affamato di Ulisse

Alfred Tennyson, 1st Baron Tennyson (1809-1892...

Ardano attraverso la notte, lungamente

le stelle lucentissime.

Ibico

Non avevo ancora tradotto l’Ulisse (1833) di Alfred Tennyson (1809-1892), poeta laureato di epoca vittoriana, celebratissimo, scoraggiata in parte dalla versione aulica di Giovanni Pascoli[1], poi quando l’ho riletta in inglese, mi ha emozionato di nuovo, una visione diversa che si concentra sulla psicologia del personaggio: un cuore libero che non vuole cedere alla ragionevolezza della vecchiaia per continuare a esplorare nuovi mondi di sé. Telemaco invece è legato al suo ruolo, mantenere l’ordine in assenza del padre, una figura indispensabile perché l’avventura possa prendere vita.

Il tema del viaggio mi ha ricordato un documentario che avevo visto tempo fa sul giornalista Terzani, che raccontò con gli occhi velati dalle lacrime che la sua barba gli aveva salvato la pelle in varie occasioni, un camuffamento che aveva scelto per cercare di assomigliare di più all’altro, a chi andava incontro, per fare in modo che si rispecchiasse in lui e si sentisse accolto nel tentativo camaleontico di annullare le distanze in terre straniere forse per ritrovare se stesso.

 

Ulisse

Serve poco che un re inoperoso,

Vicino a un focolare calmo, fra aride rupi

Unito a una sposa invecchiata, stia a ripartire ed elemosinare

Leggi ineguali a gente selvaggia,

Che accumula, dorme e mangia, e non mi conosce.

Non riesco a non viaggiare, berrò

Fino all’ultima goccia di vita, ogni volta mi sono divertito

Molto, ho sofferto molto, sia con coloro

Che mi hanno amato, che da solo, sulla riva, quando

Tra correnti tumultuose le piovose Iadi

Hanno agitato il mare oscuro: sono diventato un nome;

Perché volevo sempre vagare con cuore affamato;

Molto ho visto e conosciuto, città di uomini,

E costumi, climi, consigli, governi,

E non di meno me stesso, ma onorato da tutti;

Ho bevuto in onore della gioia della battaglia con i miei pari;

Lontano sulle pianure risonanti della ventosa Troia.

Sono parte di tutto quello che ho incontrato;

Eppure tutta l’esperienza è un arco con cui 

Si illumina quel mondo inesplorato, i cui confini sbiadiscono

Sempre più appena mi muovo.

Che noioso è fermarsi, mettere una fine,

Arrugginire spento, non risplendere in azione!

Come se respirare fosse vita. Vita ammassata su vita

Sarebbe troppo poco, e di una vita mi rimane

Poco tempo: ma da quel silenzio eterno,

Si risparmia ogni ora, ancora qualcosa,

Uno che apporti opere nuove, sarebbe ignobile,

Per qualche anno risparmiare e mettere da parte,

Questo spirito esperto che arde dal desiderio

Di seguire la conoscenza come una stella cadente,

Fino ai confini estremi del pensiero umano.

Questo è mio figlio, il mio Telemaco,

Al quale lascio lo scettro e l’isola –

Che io amo molto, a cercare di adempiere

Questo compito, con lenta prudenza rendere mite

Un popolo rude, per teneri gradi

Sottometterlo all’utile e al buono.

Egli è più di tutti senza colpa, equilibrato nella sfera

Dei suoi doveri, adatto a non mancare

Nelle tenere usanze, e rispettare il culto convenevole

Dei miei numi tutelari,

Quando me ne sarò andato. Lui fa il suo lavoro, io il mio.

Là c’è il porto. La nave issa le vele:

Laggiù risplendono gli oscuri mari aperti. Miei marinai,

Animi che avete faticato, lavorato e pensato,

Che accoglieste con uguale saluto gioioso sia

Le tempeste che il sole, e opponeste

Cuori liberi, fronti libere – voi ed io siamo vecchi;

E la vecchiaia tuttavia ha un suo onore e un suo fardello;

La morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine,

Qualche impresa di fattura nobile, deve essere ancora svolta,

Da uomini degni che lottarono contro gli Dei.

Le luci cominciano a brillare dalle rocce:

Il lungo giorno declina; la luna sorge lenta; il profondo

Si lamenta attorno con molte voci. Venite, amici miei,

Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.

Al largo, e sedetevi in ordine per cercare di colpire

I flutti tumultuosi; perché il mio scopo è

Di navigare oltre il tramonto, e i lavacri

Di tutte le stelle occidentali, fino a che non morrò.

Forse gli abissi ci inghiottiranno:

Forse toccheremo le Isole dei Beati,

E rivedremo il grande Achille, che conoscemmo

Anche se perdemmo molto, molto ci resta; e se

Ora non abbiamo la forza che avevamo ai vecchi tempi

Che muoveva terra e cielo; quello che noi siamo, siamo,

Una tempra uguale di cuori eroici,

Resa debole dal tempo e dal destino, ma forte nella volontà

Di lottare, cercare, trovare e non cedere.

 

 


[1] Tratta dalla Raccolta del 1938 Traduzioni e Riduzioni, Mondadori, Milano.

 

Il cuore affamato di Ulisse

Alfred Tennyson, 1st Baron Tennyson (1809-1892...

Ardano attraverso la notte, lungamente

le stelle lucentissime.

Ibico

Non avevo ancora tradotto l’Ulisse (1833) di Alfred Tennyson (1809-1892), poeta laureato di epoca vittoriana, celebratissimo, scoraggiata in parte dalla versione aulica di Giovanni Pascoli[1], poi quando l’ho riletta in inglese, mi ha emozionato di nuovo, una visione diversa che si concentra sulla psicologia del personaggio: un cuore libero che non vuole cedere alla ragionevolezza della vecchiaia per continuare a esplorare nuovi mondi di sé. Telemaco invece è legato al suo ruolo, mantenere l’ordine in assenza del padre, una figura indispensabile perché l’avventura possa prendere vita.

Il tema del viaggio mi ha ricordato un documentario che avevo visto tempo fa sul giornalista Terzani, che raccontò con gli occhi velati dalle lacrime che la sua barba gli aveva salvato la pelle in varie occasioni, un camuffamento che aveva scelto per cercare di assomigliare di più all’altro, a chi andava incontro, per fare in modo che si rispecchiasse in lui e si sentisse accolto nel tentativo camaleontico di annullare le distanze in terre straniere forse per ritrovare se stesso.

 

Ulisse

Serve poco che un re inoperoso,

Vicino a un focolare calmo, fra aride rupi

Unito a una sposa invecchiata, stia a ripartire ed elemosinare

Leggi ineguali a gente selvaggia,

Che accumula, dorme e mangia, e non mi conosce.

Non riesco a non viaggiare, berrò

Fino all’ultima goccia di vita, ogni volta mi sono divertito

Molto, ho sofferto molto, sia con coloro

Che mi hanno amato, che da solo, sulla riva, quando

Tra correnti tumultuose le piovose Iadi

Hanno agitato il mare oscuro: sono diventato un nome;

Perché volevo sempre vagare con cuore affamato;

Molto ho visto e conosciuto, città di uomini,

E costumi, climi, consigli, governi,

E non di meno me stesso, ma onorato da tutti;

Ho bevuto in onore della gioia della battaglia con i miei pari;

Lontano sulle pianure risonanti della ventosa Troia.

Sono parte di tutto quello che ho incontrato;

Eppure tutta l’esperienza è un arco con cui 

Si illumina quel mondo inesplorato, i cui confini sbiadiscono

Sempre più appena mi muovo.

Che noioso è fermarsi, mettere una fine,

Arrugginire spento, non risplendere in azione!

Come se respirare fosse vita. Vita ammassata su vita

Sarebbe troppo poco, e di una vita mi rimane

Poco tempo: ma da quel silenzio eterno,

Si risparmia ogni ora, ancora qualcosa,

Uno che apporti opere nuove, sarebbe ignobile,

Per qualche anno risparmiare e mettere da parte,

Questo spirito esperto che arde dal desiderio

Di seguire la conoscenza come una stella cadente,

Fino ai confini estremi del pensiero umano.

Questo è mio figlio, il mio Telemaco,

Al quale lascio lo scettro e l’isola –

Che io amo molto, a cercare di adempiere

Questo compito, con lenta prudenza rendere mite

Un popolo rude, per teneri gradi

Sottometterlo all’utile e al buono.

Egli è più di tutti senza colpa, equilibrato nella sfera

Dei suoi doveri, adatto a non mancare

Nelle tenere usanze, e rispettare il culto convenevole

Dei miei numi tutelari,

Quando me ne sarò andato. Lui fa il suo lavoro, io il mio.

Là c’è il porto. La nave issa le vele:

Laggiù risplendono gli oscuri mari aperti. Miei marinai,

Animi che avete faticato, lavorato e pensato,

Che accoglieste con uguale saluto gioioso sia

Le tempeste che il sole, e opponeste

Cuori liberi, fronti libere – voi ed io siamo vecchi;

E la vecchiaia tuttavia ha un suo onore e un suo fardello;

La morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine,

Qualche impresa di fattura nobile, deve essere ancora svolta,

Da uomini degni che lottarono contro gli Dei.

Le luci cominciano a brillare dalle rocce:

Il lungo giorno declina; la luna sorge lenta; il profondo

Si lamenta attorno con molte voci. Venite, amici miei,

Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.

Al largo, e sedetevi in ordine per cercare di colpire

I flutti tumultuosi; perché il mio scopo è

Di navigare oltre il tramonto, e i lavacri

Di tutte le stelle occidentali, fino a che non morrò.

Forse gli abissi ci inghiottiranno:

Forse toccheremo le Isole dei Beati,

E rivedremo il grande Achille, che conoscemmo

Anche se perdemmo molto, molto ci resta; e se

Ora non abbiamo la forza che avevamo ai vecchi tempi

Che muoveva terra e cielo; quello che noi siamo, siamo,

Una tempra uguale di cuori eroici,

Resa debole dal tempo e dal destino, ma forte nella volontà

Di lottare, cercare, trovare e non cedere.

 

 


[1] Tratta dalla Raccolta del 1938 Traduzioni e Riduzioni, Mondadori, Milano.

 

Venezia #5: Castello

Il tempo non è moneta,

ma è quasi tutto il resto.

 

Ezra Pound

 

Dopo una lunga camminata verso via Garibaldi, mi siedo per una meritata pausa, il bar sembra più una trattoria, mi serve una cameriera cinese, caffè ottimo, guardo lo scontrino e il nome fa tenerezza: cin-cin. E cin cin sia, seppure con un’acqua minerale e un caffè.

La Biennale è finita da un pezzo, un luogo che prende vita solo pochi mesi all’anno, e poi rimane silente, padiglioni abbandonati in mezzo a giardini incolti, architetture fantasma. La strada è un via vai di veneziani con le borse della spesa, un posto tranquillo.

Proseguo il mio viaggio a ritroso nel tempo attraversando il ponte dell’Arsenale, altissimo, un po’ effetto baita con quella sua struttura in legno, e passo davanti a un’istituzione veneziana, la Società Dante Alighieri, dove è possibile assistere a letture di interi capitoli della Divina Commedia, che ricordano un po’ mattini pigri a letto ad ascoltare la voce di Vittorio Sermonti che declamava i versi con una tale soavità da piombare presto nelle braccia di Morfeo, per svegliarsi con la sigla finale, “ma come è già finito?”, e lasciare Virgilio a un altro vallon.

Ma in caso di dubbi danteschi qui si può sempre ritornare. Vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…

Se proprio si vuole ritornare ancora più indietro, è bene proseguire alla volta di San Pietro in Castello, un micro cosmo a sé, ancora una volta un ponte, si attraversa uno spiazzo verde su cui campeggia la Basilica di San Pietro, con un campanile che ora pende come la torre di Pisa, un villaggio che resiste al contemporaneo, anzi potrebbe essere proprio un’installazione in sé. In che anno siamo? Non si sa, commemorato in un quadro di Canaletto, uno dei due unici notturni, l’altro, magnifico, con una luna che spicca in un cielo nero dedicato alla veglia di Santa Marta, il panorama è immutato. Apparentemente, mi distrae la suoneria di un telefonino, ma non è la solita suoneria elettronica, è Alan Sorrenti, “Noi siamo figli delle stelle”, la preistoria del pop italiano…”Eh ora dove ti xé?” risponde inaspettatamente una signora di età indefinita.

E così per colpa di quella suoneria, mi ritrovo a cantare, “come due stelle noi, soli nella notte ci incontriamo”…meno male che in giro non ci sono persone. Occorre un cambio di scenario, meglio rituffarsi nella fondamenta affollata verso San Zaccaria. Lungo il tragitto si incontrano spesso damine settecentesche che distribuiscono volantini sui concerti di Vivaldi, il prete rosso, e mi vengono in mente le sue musiciste prodigiose, nell’orfanotrofio della Pietà, abilissime strumentiste che venivano educate alla musica e potevano rinascere a nuova vita grazie alla musica. Ma l’aspetto più commovente è che nel momento dell’abbandono, quando la loro vita ricominciava altrove, nella cesta veniva lasciato un segno di riconoscimento, la metà di qualcosa, un oggetto, un nastrino, e una piccola striscia di carta in cui veniva spiegato il motivo di quella scelta dolorosa e che doveva essere tenuta da chi avesse voluto tornare sui suoi passi, un lascia passare per ricominciare daccapo se si cambiava idea.

A questo punto è impossibile non rendere omaggio a una delle più belle cantate di Vivaldi, tratte dall’Orlando Furioso, “Cessate, ormai cessate”, larghetto e andante molto, esaltata come sempre dal virtuosismo degli archi contro l’amore tiranno, alla faccia dell’ineluttabile susseguirsi delle quattro stagioni.

 

 

Powered by WordPress.com.

Up ↑