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May 2013

Venezia #8: San Marco notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.

Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.

La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.

Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.

Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:

 

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

 

Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.

 

I credenti nelle chiese

si ubriacano di eternità.

Ma io do spallate al cielo

e rimescolo la tenebra.[1]

_____________________________________

[1] Oktoich, Ottetto della Chiesa, Sergej Eisenin

Photo by Trace Hudson on Pexels.com

Venezia #8: San Marco notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.

Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.

La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.

Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.

Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:

 

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

 

Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.

 

I credenti nelle chiese

si ubriacano di eternità.

Ma io do spallate al cielo

e rimescolo la tenebra.[1]

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[1] Oktoich, Ottetto della Chiesa, Sergej Eisenin

Photo by Trace Hudson on Pexels.com

Vademecum? Anche no!

English: Stanley Kubrick was a Look magazine p...

…”E ti conviene sperare che non accada niente a me. Perché se muoio io…muori pure tu.”

Annie Wilkes in Misery non deve morire

Marzullo, ormai è risaputo, ha creato dei mostri: domande a cui è impossibile rispondere in modo intelligente. Anni fa, il Corriere della Sera aveva stilato una classifica di alcune risposte, la mia preferita rimane quella di Glenn Ford, che alla fatidica domanda a cui era impossibile sottrarsi: “Cos’è la notte per lei?”, rispose: “È la prima volta che me lo chiedono.” Insuperabile, inutile fingere un entusiasmo che non si ha, stroncandolo fin dall’inizio.

Ora invece imperversano i consigli degli scrittori, ancora una volta è un’impresa ardua non cadere nel già detto, come sosteneva Leo Longanesi: “non ho bisogno di consigli. So sbagliare da solo!”-

Ma prima o poi tutti tentano di rispondere in modo originale alle domande dei lettori e aspiranti scrittori su come si inizia a scrivere e quali sono le motivazioni per farlo.

Tra tutti gli intervistati, io ho un debole per Stephen King, soprattutto per i film tratti dai suoi romanzi, autore di moltissimi best sellers, tra cui un noto saggio sulla scrittura, Autobiografia di un mestiere.

Ogni volta che osservo qualche foto di King, rimango ipnotizzata dalla montatura dei suoi occhiali che variano nel corso degli anni, quelli anni ’70, degli ovali imbarazzanti, sono ora diventati più esili, con lenti spesse come due fondi di bicchiere, che incorniciano un viso indurito illuminato dagli occhi chiari e un sorriso che si apre quasi squarciando i lineamenti. Così quando afferma: “I work until beer o’clock”, fornisce in fondo tutto quello che c’è da sapere, lavorare sodo a quello che si ha in mente, con costanza, tutti i giorni e poi concedersi una meritata pausa, lui evidentemente la birra, gli altri quello che vogliono. Come del resto fece Kubrick ignorando la sceneggiatura scritta appositamente per The Shining, concentrandosi sui meccanismi interni della famiglia Torrance, insieme alla scrittrice Diane Johnson, alla faccia di King e dei suoi lettori. Dopo quel film è obbligatorio tenersi alla larga dagli alberghi sperduti in mezzo al nulla, eventuali cloni dell’Overlook Hotel, che esiste veramente.

L’altra categoria da cui scappare a gambe levate, è la fan devota, pericolosissima, quella che finge di interessarsi all’opera omnia di uno scrittore che ammira, prende moltissimi appunti, e aggiunge ad ogni frase un tono mortificante: le mie non sono che sciocchezze, non è che un umile tributo, non sono che piccoli pensieri che non potranno mai uguagliare il suo grande talento…e però diffonde ovunque le sue umili note, e pian piano si trasforma senza che nessuno gliel’abbia richiesto in biografa di autori accuratamente selezionati, compilatrice full time di vite altrui, collezionando tutto quello che può raccattare in giro. Offre i suoi servizi gratis, segnalando a chi di dovere alcune piccole discrepanze che ha riscontrato nelle serie di scritti analizzati con perizia, appellandosi a una logica infallibile, perché lei nella sua follia ragionata conosce tutto a memoria ed è l’ammiratrice numero uno. Impossibile sfuggire al controllo maniacale dei fan devoti, non ti danno tregua, la passione si è già trasformata in ossessione, sostituirsi a qualcun altro fino a prendere il suo posto.

L’unico predicatore che continuo ad ascoltare con piacere è D. R. Hooker, di cui si è persa ogni traccia.

 

Venezia #7: Sant’Erasmo

I te ciava to mama e to popà

No i fa mia posta, ma i te ciava

Luigi Meneghello che traduce in veneto Philip Larkin[1]

 

 

Si arriva all’isola verde di solito per andare a mangiare fuori con la scusa di fare una gita fuori porta, e bisogna proprio volerlo, i vaporetti non passano frequentemente, ma nelle giornate di primavera, riscaldate da un sole tiepido, il viaggio in laguna è piacevole. Certo se si pensa al martirio di Sant’Erasmo ritratto in un celebre quadro di Nicolas Poussin, in cui due soldati romani gli strappano gli intestini, banchettare sembra quasi un sacrilegio, ma si sa che noi italiani raramente rinunciamo a un pasto, come ricorda Campo Santa Margherita all’ora dell’aperitivo con i suoi bar affollati che si affacciano sull’unico edificio isolato in mattoni al centro del campo, la famigerata “casa del boia” e il dettaglio sinistro nella bitta di pietra, un tempo ceppo per le esecuzioni, poi utilizzata per battere il baccalà dai venditori di pesce del mercato, in completa dimenticanza dei drammi del passato.

Oltre ai famosi orti dove si coltivano frutta e verdura, a tratti la vegetazione diventa selvaggia, piena di piante che crescono spontanee, arbusti di laguna, fiori di campo. Nulla a che vedere con i giardini inglesi pettinati, dove sedersi a terra sembra quasi un gesto di scortesia al prato, qui l’erba cresce liberamente, in certe aree persino rada, poi quando meno te l’aspetti senti un po’ di confusione, e come un segugio ti fai guidare dall’odore di fritoin e dalla risate fragorose di chi sta brindando in compagnia. Hai camminato talmente tanto che hai una fame da lupi, in pace con te stessa, soddisfatta della visita alla Torre Massimiliana, una fortezza in uso nella seconda guerra mondiale, abbandonata per anni, usata come deposito da un agricoltore locale, e ritornata in vita grazie a un restauro voluto dal Magistero delle acque.

Molti sono arrivati con le loro barche, tu invece dipendi dagli orari dell’ACTV, e un po’ ti dispiace, quando vedi che i tuoi vicini di tavola si allontanano felici sulle loro imbarcazioni, con le guance arrossate per il vino e il sole. C’è sempre qualche straniero paonazzo che si legge un libro, titolo incomprensibile in lingue nordiche piene di consonanti, accompagnato da una Valchiria con le gambe massacrate dalle punture delle zanzare, tu nel frattempo hai già divorato tutti i grissini, e ti sei messa a tentare di fare un aeroplano con il tovagliolo di carta, bruttissimo con le ali asimmetriche, poi il tuo compagno ti strappa il tovagliolo di mano per farti vedere come si fa.

Accenni un lieve sorriso ma lo sguardo comunica tutt’altro, lasci planare l’aeroplano di carta sotto la sedia, mentre ti fingi impegnata a controllare i messaggi sul telefonino. L’arrivo della cameriera rompe il silenzio forzato, e già l’annuncio “frittura mista” ti mette immediatamente di buon umore, unica musica di sottofondo il tintinnio felice delle posate, poi d’improvviso per garanzia animale / l’anima sempre torna sempre uguale…[2]

 

 

_______________________________________________________________

[1] “They fuck you up, your mum and dad/They may not mean to, but they do”, tratti da This be the verse (1971).

[2] Poi d’improvviso, Patrizia Cavalli.

Venezia #7: Sant’Erasmo

I te ciava to mama e to popà

No i fa mia posta, ma i te ciava

Luigi Meneghello che traduce in veneto Philip Larkin[1]

 

 

Si arriva all’isola verde di solito per andare a mangiare fuori con la scusa di fare una gita fuori porta, e bisogna proprio volerlo, i vaporetti non passano frequentemente, ma nelle giornate di primavera, riscaldate da un sole tiepido, il viaggio in laguna è piacevole. Certo se si pensa al martirio di Sant’Erasmo ritratto in un celebre quadro di Nicolas Poussin, in cui due soldati romani gli strappano gli intestini, banchettare sembra quasi un sacrilegio, ma si sa che noi italiani raramente rinunciamo a un pasto, come ricorda Campo Santa Margherita all’ora dell’aperitivo con i suoi bar affollati che si affacciano sull’unico edificio isolato in mattoni al centro del campo, la famigerata “casa del boia” e il dettaglio sinistro nella bitta di pietra, un tempo ceppo per le esecuzioni, poi utilizzata per battere il baccalà dai venditori di pesce del mercato, in completa dimenticanza dei drammi del passato.

Oltre ai famosi orti dove si coltivano frutta e verdura, a tratti la vegetazione diventa selvaggia, piena di piante che crescono spontanee, arbusti di laguna, fiori di campo. Nulla a che vedere con i giardini inglesi pettinati, dove sedersi a terra sembra quasi un gesto di scortesia al prato, qui l’erba cresce liberamente, in certe aree persino rada, poi quando meno te l’aspetti senti un po’ di confusione, e come un segugio ti fai guidare dall’odore di fritoin e dalla risate fragorose di chi sta brindando in compagnia. Hai camminato talmente tanto che hai una fame da lupi, in pace con te stessa, soddisfatta della visita alla Torre Massimiliana, una fortezza in uso nella seconda guerra mondiale, abbandonata per anni, usata come deposito da un agricoltore locale, e ritornata in vita grazie a un restauro voluto dal Magistero delle acque.

Molti sono arrivati con le loro barche, tu invece dipendi dagli orari dell’ACTV, e un po’ ti dispiace, quando vedi che i tuoi vicini di tavola si allontanano felici sulle loro imbarcazioni, con le guance arrossate per il vino e il sole. C’è sempre qualche straniero paonazzo che si legge un libro, titolo incomprensibile in lingue nordiche piene di consonanti, accompagnato da una Valchiria con le gambe massacrate dalle punture delle zanzare, tu nel frattempo hai già divorato tutti i grissini, e ti sei messa a tentare di fare un aeroplano con il tovagliolo di carta, bruttissimo con le ali asimmetriche, poi il tuo compagno ti strappa il tovagliolo di mano per farti vedere come si fa.

Accenni un lieve sorriso ma lo sguardo comunica tutt’altro, lasci planare l’aeroplano di carta sotto la sedia, mentre ti fingi impegnata a controllare i messaggi sul telefonino. L’arrivo della cameriera rompe il silenzio forzato, e già l’annuncio “frittura mista” ti mette immediatamente di buon umore, unica musica di sottofondo il tintinnio felice delle posate, poi d’improvviso per garanzia animale / l’anima sempre torna sempre uguale…[2]

 

 

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[1] “They fuck you up, your mum and dad/They may not mean to, but they do”, tratti da This be the verse (1971).

[2] Poi d’improvviso, Patrizia Cavalli.

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