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August 2011

Attenti a quei tre

Rina aveva messo a rosolare in una casseruola il burro con il midollo tritato e la cipolla, il brodo di manzo era già pronto sul fuoco, versò in un piatto fondo sette pugni di riso. Non sapeva che farsene di tutte quelle lumache che il vicino di casa le aveva regalato. Prese una scatola di cartone, bucherellò il fondo e abbandonò le lumache sopra uno strato di crusca. Si era ricordata che da qualche parte conservava una scatoletta di pregiatissimo zafferano dalla Spagna, glielo aveva portato la sua amica Agata che lavorava come domestica in un palazzetto dietro Piazza Sicilia.

Il trucco stava nell’ammorbidire lo zafferano con un po’ di brodo caldo. Aprì la dispensa, spostò la tazza sbeccata che conteneva delle liquirizie impolverate: la scatolina era sparita. Controllò allora nel cassetto del tavolo da lavoro, fece per aprirlo e le rimase in mano il pomello, anche la cucina stava cadendo a pezzi.

Aveva lavorato tutta una vita per tenersi stretta quella casa che non era nemmeno sua, il marito era morto due anni prima e i cognati continuavano a insistere per avere la loro quota. Il fabbricato si affacciava su una corte interna occupata da un mucchio di cianfrusaglie: reti da pesca rotte, bottiglie vuote, pezzi di legno, vecchi copertoni e rottami di biciclette. Il pezzo forte, custodito come una reliquia, era una gabbia di canarini, coperta da un telo a fiori sbiadito. In mezzo al giardino di ghiaia, due pali storti con un filo di spago logoro su cui stendere il bucato.

Rina era stata irremovibile, non voleva andarsene, i figli stavano dalla sua parte. Il maggiore diceva di essere un artigiano – un artigiano senza bottega che faceva dei lavoretti in giro; il fratello minore invece trafficava con degli strani personaggi in motorino, sempre occupato a trasportare carriole piene di materiali di scarto. Ogni tanto si univa alla combriccola un amico di famiglia, un uomo senza età che lavorava saltuariamente come imbianchino e che usava il bar come ufficio. Aveva un aspetto losco ma era gentile nei modi, spesso l’aiutava in casa in cambio di un pasto. A volte dormiva sul divano in sala, poi all’alba spariva.

Il postino suonò il campanello, Rina scosse la testa, firmò il registro, prese la raccomandata, l’ennesima ingiunzione di pagamento, e la mise sulla pila di bollette sulla mensola vicino al frigo.

Guardò l’orologio, erano già le 12.30, era curiosa di sapere che scusa avrebbero inventato i figli questa volta.

Apparecchiò la tavola, grattugiò la crosta di parmigiano, versò il riso nella pentola ricoprendolo a filo con il brodo, affondò la mano nella scatola di cartone, prese una manciata di lumache aggrovigliate tra loro e le lanciò nel brodo caldo.

Si versò un bicchiere di vino rosso, e si preparò un panino con il salame, a questo punto era chiaro che lei il risotto non l’avrebbe mangiato.

 

NOT TO BE CONTINUED

P.S. ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale

Attenti a quei tre

Rina aveva messo a rosolare in una casseruola il burro con il midollo tritato e la cipolla, il brodo di manzo era già pronto sul fuoco, versò in un piatto fondo sette pugni di riso. Non sapeva che farsene di tutte quelle lumache che il vicino di casa le aveva regalato. Prese una scatola di cartone, bucherellò il fondo e abbandonò le lumache sopra uno strato di crusca. Si era ricordata che da qualche parte conservava una scatoletta di pregiatissimo zafferano dalla Spagna, glielo aveva portato la sua amica Agata che lavorava come domestica in un palazzetto dietro Piazza Sicilia.

Il trucco stava nell’ammorbidire lo zafferano con un po’ di brodo caldo. Aprì la dispensa, spostò la tazza sbeccata che conteneva delle liquirizie impolverate: la scatolina era sparita. Controllò allora nel cassetto del tavolo da lavoro, fece per aprirlo e le rimase in mano il pomello, anche la cucina stava cadendo a pezzi.

Aveva lavorato tutta una vita per tenersi stretta quella casa che non era nemmeno sua, il marito era morto due anni prima e i cognati continuavano a insistere per avere la loro quota. Il fabbricato si affacciava su una corte interna occupata da un mucchio di cianfrusaglie: reti da pesca rotte, bottiglie vuote, pezzi di legno, vecchi copertoni e rottami di biciclette. Il pezzo forte, custodito come una reliquia, era una gabbia di canarini, coperta da un telo a fiori sbiadito. In mezzo al giardino di ghiaia, due pali storti con un filo di spago logoro su cui stendere il bucato.

Rina era stata irremovibile, non voleva andarsene, i figli stavano dalla sua parte. Il maggiore diceva di essere un artigiano – un artigiano senza bottega che faceva dei lavoretti in giro; il fratello minore invece trafficava con degli strani personaggi in motorino, sempre occupato a trasportare carriole piene di materiali di scarto. Ogni tanto si univa alla combriccola un amico di famiglia, un uomo senza età che lavorava saltuariamente come imbianchino e che usava il bar come ufficio. Aveva un aspetto losco ma era gentile nei modi, spesso l’aiutava in casa in cambio di un pasto. A volte dormiva sul divano in sala, poi all’alba spariva.

Il postino suonò il campanello, Rina scosse la testa, firmò il registro, prese la raccomandata, l’ennesima ingiunzione di pagamento, e la mise sulla pila di bollette sulla mensola vicino al frigo.

Guardò l’orologio, erano già le 12.30, era curiosa di sapere che scusa avrebbero inventato i figli questa volta.

Apparecchiò la tavola, grattugiò la crosta di parmigiano, versò il riso nella pentola ricoprendolo a filo con il brodo, affondò la mano nella scatola di cartone, prese una manciata di lumache aggrovigliate tra loro e le lanciò nel brodo caldo.

Si versò un bicchiere di vino rosso, e si preparò un panino con il salame, a questo punto era chiaro che lei il risotto non l’avrebbe mangiato.

 

NOT TO BE CONTINUED

P.S. ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale

Tu quoque

Hesiod and the Muse
Image via Wikipedia

Quando penso al diario di bordo mi viene subito in mente il capitano Kirk che compila resoconti angoscianti dall’astronave Enterprise, a partire da una remota data astrale…la parola blogger non mi è mai piaciuta, ma apparentemente non esiste una traduzione in italiano, e se esistesse sarebbe una perifrasi: “chi scrive un blog”.

Non si riesce quindi ancora una volta a fare a meno di ricorrere all’inglese.

Siamo in un’era tecnologica dove l’ascolto è necessariamente passato in secondo piano, una Babele di lingue dove tutti si parlano sopra, certi che prima o poi il nostro messaggio arriverà a destinazione, anche se non si sa dove.

A parte i parenti prossimi, non sono ancora riuscita a scoprire l’identità dei miei lettori, espertissimi nel custodire la loro privacy.

Con WordPress, è possibile vedere quale parola compare nel motore di ricerca, e in teoria un elenco di chi ti ha letto. Ogni volta che clicco un link, mi ritrovo sempre dirottata su siti anonimi con indirizzi e-mail che assomigliano a degli algoritmi. L’abilità tecnologica di alcuni miei lettori metterebbe a dura prova il più scaltro degli investigatori, sono sicura che sarebbero tempi duri persino per Sherlock Holmes.

Scoraggiata dall’inizio, ho ormai rinunciato a cercare di decrittare geroglifici incomprensibili, inutile svelare identità che si vogliono nascondere.

Sono invece rimasta piacevolmente colpita dal fatto che ai primi posti, nella classifica degli articoli più letti, oltre agli aggiornamenti settimanali sul mio nuovo giallo, figurano sempre le traduzioni di Shakespeare, Auden, lo spazio dedicato alla poesia.

Ringrazio quindi tutti quelli che continuano a navigare nel mare di Branoalcollo, il viaggio continua, per il resto vale quanto consiglia Oscar Wilde, “bisognerebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno.”

Tu quoque

Hesiod and the Muse
Image via Wikipedia

Quando penso al diario di bordo mi viene subito in mente il capitano Kirk che compila resoconti angoscianti dall’astronave Enterprise, a partire da una remota data astrale…la parola blogger non mi è mai piaciuta, ma apparentemente non esiste una traduzione in italiano, e se esistesse sarebbe una perifrasi: “chi scrive un blog”.

Non si riesce quindi ancora una volta a fare a meno di ricorrere all’inglese.

Siamo in un’era tecnologica dove l’ascolto è necessariamente passato in secondo piano, una Babele di lingue dove tutti si parlano sopra, certi che prima o poi il nostro messaggio arriverà a destinazione, anche se non si sa dove.

A parte i parenti prossimi, non sono ancora riuscita a scoprire l’identità dei miei lettori, espertissimi nel custodire la loro privacy.

Con WordPress, è possibile vedere quale parola compare nel motore di ricerca, e in teoria un elenco di chi ti ha letto. Ogni volta che clicco un link, mi ritrovo sempre dirottata su siti anonimi con indirizzi e-mail che assomigliano a degli algoritmi. L’abilità tecnologica di alcuni miei lettori metterebbe a dura prova il più scaltro degli investigatori, sono sicura che sarebbero tempi duri persino per Sherlock Holmes.

Scoraggiata dall’inizio, ho ormai rinunciato a cercare di decrittare geroglifici incomprensibili, inutile svelare identità che si vogliono nascondere.

Sono invece rimasta piacevolmente colpita dal fatto che ai primi posti, nella classifica degli articoli più letti, oltre agli aggiornamenti settimanali sul mio nuovo giallo, figurano sempre le traduzioni di Shakespeare, Auden, lo spazio dedicato alla poesia.

Ringrazio quindi tutti quelli che continuano a navigare nel mare di Branoalcollo, il viaggio continua, per il resto vale quanto consiglia Oscar Wilde, “bisognerebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno.”

Flashback

La padrona di casa è una vecchia signora, cicciottella come Margaret Rutherford, la mia attrice preferita nel ruolo di Miss Marple. Ha i capelli bianco ghiaccio, gli occhi azzurri cristallini, è una donna energica con cui vado molto d’accordo. Ogni mattina mi prepara la colazione, poi esamina il mio look in salotto.

“Marvellous darling! Marvellous darling!”

La sera quando salgo in camera, mi aspetta per una chiacchierata nel suo studiolo, la trovo davanti al computer, ha un i-book come me. Il marito è un uomo pedante che ha una voce stridula, si limita a eseguire i suoi ordini.

“Hai notato che le persone di una certa età diventano più religiose e praticano come hobby il giardinaggio?”

“In effetti lo fanno.”

“Sai perché lo fanno?”

“Non me lo sono mai chiesta.”

“Beh lo fanno perché sentono che stanno per morire e che torneranno alla terra.”

Non posso che annuire, a volte se ne esce con certe frasi che ti fanno sempre riflettere. Fra gli inquilini sono la sua preferita, mi ha dato la stanza del figlio che fa il manager a Hong Kong, mi ha permesso di fumare in camera e sono quella che paga meno.

Kuniko è un personaggio tragico, vive reclusa in casa occupandosi degli animali, non è in grado di comunicare in inglese. Cucina molto bene, al mattino a volte trovo un sacchetto appeso alla maniglia con dei biscotti fatti da lei. Quando la ringrazio, commossa dal gesto, lei china semplicemente la testa e ride imbarazzata coprendosi la bocca. In Giappone torna una volta all’anno, ma è un argomento tabù di cui non si può parlare. Se mi sveglio nel cuore della notte per andare in bagno, la ritrovo sulle scale come una figura spettrale, aspetta che il gatto Madeleine rientri dalla passeggiata notturna, lascia la porta d’ingresso aperta come se non si fidasse della gattaiola. Una vita a servizio di un gatto ma poi mi viene in mente Io sono un gatto di Soseki e capisco il perché.

In casa oltre a Madeleine c’è anche Ernest, un soriano decisamente antipatico e due setter che vagano indisturbati in giro per le stanze, ma non nella mia. Io ignoro i loro nomi e loro ignorano me. Questa mania di chiamare gli animali con nomi di persona è un modo per legittimare gli istinti di norma repressi. Beviamo il tè in salotto mentre Marcus il cane scoreggia rumorosamente ed Ernest si lecca le palle a zampe all’aria.

To be continued…

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