Aprendo Armonia e Stile, gli autori eleggono come esempio di ironia Giuseppe Parini (nato Parino)…ritratto del giovin signore
Or chi è quell’eroe che tanta parte
Colà ingombra di loco, e mangia e fiuta
e guata e, de l’altrui cure ridendo,
sì superba di ventre agita mole.
Non riuscitissimo.
…Smorza qualsiasi entusiasmo Giambattista Vico:
L’ironia certamente non poté cominciare che da’ tempi della riflessione, perch’ella è formata dal falso in forza d’una riflessione che prende maschera di verità.
Lo Zingarelli cita il sommo Dante, “figura retorica che consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa, spec. a scopo derisorio” e la citazione è dedicata ai vizi di Firenze…tanto per cambiare.
Ieri mi sono messa a rileggere la storia di Barbablù, un utile ripasso. Barbablù, Bluebeard, Barbe bleue, Blaubart come lo si voglia chiamare è una “fiaba” macabra che bisogna studiare con attenzione, perché anche se è un racconto cruentissimo basato su un uxoricida seriale, è di fatto la rivisitazione di una tipologia maschile ricorrente, il predatore naturale.
Confesso che non mi ricordavo che Barbablù facesse una brutta fine, chissà perché lo immaginavo un po’ come Dracula, condannato a brancolare in eterno nell’oscurità, invece viene massacrato dai fratelli dell’ultima sposa, le sue cartilagini lasciate in pasto alle poiane, che nel dizionario vengono descritte come uccelli rapaci diurni, comunissimi, con occhi ben sviluppati, ali lunghe, non appuntite e carattere timido…
Nella versione analizzata in dettaglio dalla mitica Clarissa Pinkola Estés nell’altrettanto mitico Donne che corrono con i lupi, che è meglio in lingua inglese, il racconto le è stato tramandato dalla zia ungherese Katie di Dombovar e si riallaccia a una fiaba ancora più antica.
Barbablù si mette a corteggiare contemporaneamente tre sorelle, le invita nel suo castello, le riempie di attenzioni e di regali. Le sorelle maggiori seguono il loro istinto, da subito diffidano del colore della sua barba, e respingono le avances al mittente, la più piccola, che è la meno esperta, e la più ingenua, a poco a poco comincia a convincersi che in fondo la barba non è poi così blu, che la vita agiata nel castello è meglio di quanto immaginasse, e accetta la proposta di matrimonio. Come accade in tutte le fiabe, la salvezza è sempre legata alla disobbedienza a un divieto, non rispettare un ordine preciso. Il marito si allontana per un misterioso viaggio d’affari, le chiede di invitare le sue sorelle, ma si raccomanda di non usare una unica chiave, la chiave piccola con la spirale in cima. Neanche detto, appena il marito sale a cavallo, la chiave piccola con la spirale in cima ha l’attenzione che merita. Dopo aver organizzato un banchetto con le sorelle, si mette a perlustrare ogni stanza, finché non arriva in cantina, e lì una volta aperta l’unica porta che non doveva essere aperta lo spettacolo si fa inquietante: un lago di sangue pieno di scheletri. La piccola chiave comincia a grondare sangue, tenta di ripulirla con uno strofinaccio, ma niente, il sangue continua a scorrere a fiumi, alla fine, disperata, copre la chiave di cenere, le dà fuoco, ma non cambia nulla, la chiave resta insanguinata, allora decide di nasconderla nell’armadio e si cambia d’abito.
Barbablù, che ha un istinto infallibile, appena torna al castello, chiede subito della chiave, la moglie racconta trafelata che l’ha persa cavalcando nel bosco, lui va in camera, apre l’armadio e vede che tutti i vestiti della moglie grondano sangue, la prende per i capelli e l’accusa di “tradimento”. La sentenza è immediata, esecuzione anche per lei, annunciata senza tanti preamboli: “Ora tocca a te, mia signora.”
La moglie ha un lampo di genio, gli chiede un quarto d’ora per pregare. La richiesta viene fortunatamente accolta, chiede allora alle sorelle di invocare l’intervento provvidenziale dei fratelli e i fratelli arrivano. Quel poco tempo comprato per una preghiera, la salva da una morte certa, mentre per Barbablù non c’è più scampo.
La lezione fondamentale che la Estés trae dalla fiaba è la deviazione da un istinto che ci avverte del pericolo e che spesso non ascoltiamo, perché non abbiamo abbastanza fiducia nelle nostre percezioni. In molti casi questa scarsa consapevolezza è dovuta a un’educazione che fin da piccole ci insegna a calpestare le nostre intuizioni, a renderci sempre e comunque carine, in pratica a non vedere, e diventare facilmente preda di collezionisti di tesori.
Nell’antichità invece nei riti dei misteri eleusini la chiave veniva significativamente nascosta sotto la lingua, proprio a indicare che la risposta stava nella parola, nella soluzione legata a una domanda chiave.
Le domande quindi non solo vanno poste, ma devono ricevere una risposta, una volta scoperte delle verità scomode, non si può più fare finta di non avere visto e volgere lo sguardo altrove:
“Non abbiate paura di indagare il peggio. Soltanto così è garantito un aumento del potere dell’anima.”[1]
[1] p. 58, Barbablù in Donne che corrono con i lupi, traduzione di Maura Pizzorno, Frassinelli, 1993.
Continua la mia ricerca sulle figure retoriche fai da te, in questo caso l’hysteron proteron, più comune di quanto si pensi, l’ultimo usato per primo. Nell’edizione dello Zingarelli del 1967 il termine è saltato a piè pari perché viene classificato sotto la voce isterologia, ossia dire prima ciò che andrebbe detto dopo invertendo la sequenza logica-temporale che lega due azioni tra loro, ho però imparato un aggettivo nuovo, non proprio di uso frequente, per chi è appassionato di ere antiche, “huroniano”, secondo e ultimo periodo dell’era arcaica in Nord America; il vocabolo ricompare nell’edizione del nuovo millennio, spiegato ancora una volta grazie a un prestito dantesco con un esempio non fortunatissimo, che è il seguente:
Tu non avresti in tanto tratto e messo
Nel foco il dito
(Paradiso, XXII 109-110)
E in effetti non fa una piega, come la deviazione concreta dall’hysteron proteron dell’involontariamente saggio Trapattoni, con il famoso “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, mutuato dal detto popolare non dire quattro se non l’hai nel sacco, tradotto in conferenza stampa in occasione della partita Estonia-Irlanda con un poco convinto “no say cat is in the sack”…come il quattro sia diventato gatto non si sa, ma aveva già spiegato che l’espressione italiana era l’equivalente di “don’t jump the gun”, non essere troppo precipitoso…appunto. Nel dizionario americano, invece, si cita direttamente una frase chiarificatrice, figura retorica che consiste nel rovesciamento di un ordine naturale o razionale: “Arrivò prima il tuono e poi il fulmine.” Conciso ed efficace come sempre il Merriam Webster. Nella vita di tutti i giorni la testimonianza palese che gli ultimi saranno i primi è in una qualsiasi coda all’italiana, a imbuto. L’hysteron proteron è proprio davanti a me, impossibile non notarlo, è il panzone con la Tshirt di Snoopy in tenuta da vacanza con la famiglia che aveva già tentato di superarmi alla cassa del parcheggio e che avevo fulminato con lo sguardo, e che poi a forza di gomitate e pestate di piedi è riuscito a imbarcarsi prima di me sulla motonave, seguito da una manciata disordinata di imitatori grezzi. Dopo aver conquistato il mio posto con una delicatezza da Terminator, lanciando la borsa sulla sedia, è il momento di rilassarmi, al ritorno ci penserò dopo, bastano poche note per allontanarmi nel rifugio temporaneo di Donald Byrd e Booker Little…un tempio finalmente tranquillo.
Continua la mia ricerca sulle figure retoriche fai da te, in questo caso l’hysteron proteron, più comune di quanto si pensi, l’ultimo usato per primo. Nell’edizione dello Zingarelli del 1967 il termine è saltato a piè pari perché viene classificato sotto la voce isterologia, ossia dire prima ciò che andrebbe detto dopo invertendo la sequenza logica-temporale che lega due azioni tra loro, ho però imparato un aggettivo nuovo, non proprio di uso frequente, per chi è appassionato di ere antiche, “huroniano”, secondo e ultimo periodo dell’era arcaica in Nord America; il vocabolo ricompare nell’edizione del nuovo millennio, spiegato ancora una volta grazie a un prestito dantesco con un esempio non fortunatissimo, che è il seguente:
Tu non avresti in tanto tratto e messo
Nel foco il dito
(Paradiso, XXII 109-110)
E in effetti non fa una piega, come la deviazione concreta dall’hysteron proteron dell’involontariamente saggio Trapattoni, con il famoso “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, mutuato dal detto popolare non dire quattro se non l’hai nel sacco, tradotto in conferenza stampa in occasione della partita Estonia-Irlanda con un poco convinto “no say cat is in the sack”…come il quattro sia diventato gatto non si sa, ma aveva già spiegato che l’espressione italiana era l’equivalente di “don’t jump the gun”, non essere troppo precipitoso…appunto. Nel dizionario americano, invece, si cita direttamente una frase chiarificatrice, figura retorica che consiste nel rovesciamento di un ordine naturale o razionale: “Arrivò prima il tuono e poi il fulmine.” Conciso ed efficace come sempre il Merriam Webster. Nella vita di tutti i giorni la testimonianza palese che gli ultimi saranno i primi è in una qualsiasi coda all’italiana, a imbuto. L’hysteron proteron è proprio davanti a me, impossibile non notarlo, è il panzone con la Tshirt di Snoopy in tenuta da vacanza con la famiglia che aveva già tentato di superarmi alla cassa del parcheggio e che avevo fulminato con lo sguardo, e che poi a forza di gomitate e pestate di piedi è riuscito a imbarcarsi prima di me sulla motonave, seguito da una manciata disordinata di imitatori grezzi. Dopo aver conquistato il mio posto con una delicatezza da Terminator, lanciando la borsa sulla sedia, è il momento di rilassarmi, al ritorno ci penserò dopo, bastano poche note per allontanarmi nel rifugio temporaneo di Donald Byrd e Booker Little…un tempio finalmente tranquillo.
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