Le idee e la comprensione crescono e maturano come le piante; non serve trafficare troppo attorno ad esse. Pavel Florenskij
Quest’anno ho scritto poco, non sono riuscita a superare la media dell’anno scorso, circa due articoli al mese. Il blog continua a vivere e lottare insieme a voi, sempre fluttuante, costante nel tempo.
La Compagnia è stata varia: Wallace Stevens, Venezia, migliaia di turisti, San Valentino, Casanova, gli alieni Kanamiti, Jiro Taniguchi, Reginald Bliss, i classici Disney, MarcoTopo, La Baronessa Orczy e la sua Primula Rossa, Astarte e la Prosopopea, la Storia Universale Disney, Topalbano, Pascal, Bordiga, IUAV, Ang Lee, Richard Parker, Pi, Emily Dickinson, FreeSpace ai Giardini e all’Arsenale, Isola di San Giorgio Maggiore, il Vaticano alla Biennale, Tintoretto, Carlo Scarpa.
Ora finalmente si avvicina la meritata pausa natalizia, vi auguro di trascorrerla nel miglior modo possibile. Buone Feste a tutti ovunque voi siate!
Mentre carri in maschera stanno per invadere Venezia, qui si studia. Sto leggendo parecchi saggi, alcuni scoraggianti come può essere un mattone di quattrocento pagine con lunghe note in coda al libro. Tra tutti gli articoli scritti, le traduzioni rimangono in pole position – saluto le professoresse che mi seguono con attenzione da anni, sempre le stesse, e sempre nello stesso ordine, Tempo Divoratore Spunta gli Artigli al Leone di Shakespeare, Scaffolding di Seamus Heaney, a seguire Jenny Joseph – e mi chiedo la poetessa che ama le sorprese si è degnata di mettere il mio nome nella traduzione anziché il suo dopo tutto questo tempo?, l’oceano di Whitman, Spinoza di Borges e Wordsworth.
Inizio quindi la settimana con un componimento di Wallace Stevens, ANECDOTE OF A JAR [1]. Criptico già dal titolo, L’Aneddoto del vaso, con un richiamo indiretto all’ode su un’urna greca del romantico Keats.
Che mi significa direbbe qualcuno?
Come sostiene Stevens la poesia NON va mai spiegata. La traduco.
ANEDDOTO del VASO
Ho messo un vaso in Tennessee,
Rotondo era, su una collina.
La natura incolta selvaggia fece
circondare quella collina.
La natura incolta salì fin lì,
Si estese tutt’intorno, non più selvaggia.
Il vaso era rotondo su quel terreno
E alto, e un oblò nell’aria.
Prese dominio ovunque.
Il vaso era grigio e vuoto.
Non provvedeva a uccelli e arbusti
Come qualsiasi altra cosa in Tennessee.
Nelle stranezze della vita c’è l’anima della poesia.
Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati
Peckham?
Hai detto Peckham?
Sì, ho detto proprio Peckham, oggi andiamo oltre, oltre a tutto, oltre il Tamigi, a sud-est, direzione Southwark. Intanto qui hanno ambientato una delle sit-com più divertenti, Only Fools and Horses, due fratelli che tirano bidoni, Del Boy Trotter e suo fratello Rodney, in compagnia del nonno, personaggio surreale, che danno ogni tanto ancora in replica. Trotter/David Jason si è poi infilato in un’altra serie, serissima, il soporifero Inspector Frost (L’ispettore Gelo in A Touch of Frost), ma io ogni volta che lo vedo, scoppio a ridere, perché per me è inchiodato al ruolo di Del Boy, un cialtrone simpatico che ha la mania di usare frasi in francese che non hanno senso, strafalcioni giusto per darsi un tono, il fratello Rodney è la versione maschile di Biancaneve, segue sempre con titubanza le imprese deliranti del fratello, ma lo segue; il nonno è forse il più fuso di tutti, un vecchio lupo di mare, assomiglia al nostromo della pubblicità, che osserva con distacco un mondo che va a rotoli. Guardando il paesaggio urbano dal finestrino dell’autobus, le architetture hanno avuto un destino diverso, la via commerciale che include il mercato e negozi vari è un agglomerato fatiscente di edifici divisi per insegne, molto cemento. Ci sono delle eccezioni, una di queste è la Peckham Central Library, biblioteca e centro multimediale progettato da Alsop e Störmer, che ha vinto nel 2000 il premio Stirling per l’Architettura, e organizza spesso eventi culturali.
Proseguendo la strada, tra Brixton e Peckham, c’è un altro gioiello che è bene visitare di tanto in tanto, la Dulwich Picture Gallery, che ha una imponente collezione di quadri antichi: Rembrandt, Rubens, Canaletto, Poussin, Gainsborough, Hogarth, Reni, Guercino, Tiepolo. Nel corso degli anni si è specializzata nella riproduzione di stampe, che si possono ordinare in vari formati, la mecca dei fanatici del poster artistico. I ritratti sono sereni quadri di famiglia, i cani dipinti hanno delle espressioni significative, l’apparente quiete da setting ideale tipica del pittoresco rivela comunque altro, c’è sempre un dettaglio che supera i limiti della rappresentazione, il quadro nel quadro nel quadro. E poi ha una delle più belle sale da tè in circolazione, le facciate in vetro si aprono al paesaggio verde, anche in una giornata fredda e umida, quel prato verde intenso rimane la cornice ideale per ospitare nuovi pensieri, e non c’è bisogno di spiegare nulla, niente calma quanto una decisione presa.
In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.
Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.
Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.
Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.
“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.
L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).
Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.
Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.
Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.
Il coniglio come re dei fantasmi
La difficoltà a pensare alla fine del giorno,
Quando l’ombra informe copre il sole
E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–
C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno
Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco
E agosto è il mese più tranquillo.
Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,
Senza quel monumento del gatto.
Il gatto dimenticato sulla luna;
E sentire che la luce è una luce di coniglio
In cui tutto ha un senso per te
E non c’è bisogno di spiegare nulla;
Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;
E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta
Niente importa, e l’erba è piena
Piena di te, gli alberi intorno sono per te,
L’intera vastità della notte è per te,
Un sé che tocca tutti i confini,
Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,
Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,
E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,
Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–
Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,
E il gattino verde è un insetto nell’erba.
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The Rabbit as king of the ghosts
The difficulty to think at the end of day,
When the shapeless shadow covers the sun
And nothing is left except light on your fur—
There was the cat slopping its milk all day,
Fat cat, red tongue, green mind, white milk
And August the most peaceful month.
To be, in the grass, in the peacefullest time,
Without that monument of cat,
The cat forgotten on the moon;
And to feel that the light is a rabbit-light
In which everything is meant for you
And nothing need be explained;
Then there is nothing to think of. It comes of itself;
And east rushes west and west rushes down,
No matter. The grass is full
And full of yourself. The trees around are for you,
The whole of the wideness of night is for you,
A self that touches all edges,
You become a self that fills the four corners of night.
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