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Vivaldi

Zeugma: una fuga necessaria

Al Gianca

Nata vota, ebbene sì è arrivata l’ora di un’altra figura retorica, lo zeugma, non è la marca di marmellate che ci rifilavano tra i viveri dei piloti delle Frecce Tricolori, la dolcissima Zuegg, insieme a barre di cioccolato fondente amaro in un modo pazzesco, una sfida alla grammatica, un giogo che lega. “Parlar e lagrimar vedrai insieme”, dove? Nell’inferno di Dante ma non solo, in altre parole, un unico verbo per due idee, azioni, concetti, che invece avrebbero bisogno di due verbi. Un esempio classico, A Silvia di Leopardi, quando il topo di biblioteca si lascia andare ai ricordi:

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela

(vv. 19-22)

Ma Silvia ha altro da fare e non sta nemmeno troppo bene.

La corrispondenza funziona in parte, non è mai appropriata, una parola è destinata ad adattarsi più dell’altra, si tratta di una convivenza poetica forzata, un’unione solo retorica, efficace su carta ma meno altrove.

Originariamente Zeugma era una città siriana, un ponte di barche sull’Eufrate che collegava due città, poi come succede nelle storie antiche, da città fiorenti diventano luoghi di sfacelo, di solito distrutti da qualche incendio o lotte acerrime tra tiranni, e anche Zeugma ha fatto una brutta fine, all’epoca delle Crociate era già una rovina.

Necessario un cambio di rotta pratico, “io vado a Las Palmas, Sempronio a casa.”

 

Homecoming

Prateria, sei lo scrigno del giorno.

René Char

Come volevasi dimostrare, confermo, “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, certo, non sono stata in inferno ma in compagnia di Caronte, che non mi ha mai lasciato sola…un caldo a tratti insopportabile anche per chi come me, nata d’agosto, ama l’estate. Dopo questo lungo assedio afoso ho persino sentito nostalgia dell’Inghilterra, non mi succedeva da anni.

In questo mese di assenza dal blog, non ho fatto nulla di quanto mi ero ripromessa, né ho finito di leggere la pila di libri accumulati sul comodino, tra cui una Janet Evanovich in francese, una inutile complicazione mi rendo conto, considerando che l’autrice è americana, un giallo comprato distrattamente in aeroporto in memoria dei tempi in cui lavoravo in una libreria specializzata in crimini letterari e non solo, non ho mai capito perché Thalia – così si chiamava il vice capo – fosse pazza della Evanovich. Sarà stata colpa di Mécano girl, una detective esperta di motori, ma nonostante vari tentativi credo che rimarrà nel limbo dei non letti, il finale lo posso sempre immaginare, l’assassino di sicuro non è il maggiordomo…mi sono invece fatta distrarre dal giardinaggio, usando sfrenatamente le cesoie, come Edward Mani di Forbice, con un aspetto decisamente meno inquietante.

Gli indiani Sikh vanno sempre in giro con una piccola spada simbolo di rispetto, volontà e indipendenza, io di questi tempi dovrei avere un piccolo badile portatile – utensile fondamentale per sradicare erbacce –  ho un conto in sospeso con la zizzania, altresì nota come “loglio cattivo”.

Eliminati un po’ di rami secchi, eccomi pronta a ripartire verso nuove destinazioni, oggi Branoalcollo compie tre anni e così lo festeggio con un breve concerto di Vivaldi, allegro larghetto e spiritoso allegro, caricato su youtube da un avatar che si chiama Mozart, che ha scelto come sfondo la chiesa della Salute e la statua della Fortuna sulla punta della dogana dell’impressionista spagnolo Martin Rico y Ortega …una sorpresa felice.

Homecoming

Prateria, sei lo scrigno del giorno.

René Char

Come volevasi dimostrare, confermo, “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, certo, non sono stata in inferno ma in compagnia di Caronte, che non mi ha mai lasciato sola…un caldo a tratti insopportabile anche per chi come me, nata d’agosto, ama l’estate. Dopo questo lungo assedio afoso ho persino sentito nostalgia dell’Inghilterra, non mi succedeva da anni.

In questo mese di assenza dal blog, non ho fatto nulla di quanto mi ero ripromessa, né ho finito di leggere la pila di libri accumulati sul comodino, tra cui una Janet Evanovich in francese, una inutile complicazione mi rendo conto, considerando che l’autrice è americana, un giallo comprato distrattamente in aeroporto in memoria dei tempi in cui lavoravo in una libreria specializzata in crimini letterari e non solo, non ho mai capito perché Thalia – così si chiamava il vice capo – fosse pazza della Evanovich. Sarà stata colpa di Mécano girl, una detective esperta di motori, ma nonostante vari tentativi credo che rimarrà nel limbo dei non letti, il finale lo posso sempre immaginare, l’assassino di sicuro non è il maggiordomo…mi sono invece fatta distrarre dal giardinaggio, usando sfrenatamente le cesoie, come Edward Mani di Forbice, con un aspetto decisamente meno inquietante.

Gli indiani Sikh vanno sempre in giro con una piccola spada simbolo di rispetto, volontà e indipendenza, io di questi tempi dovrei avere un piccolo badile portatile – utensile fondamentale per sradicare erbacce –  ho un conto in sospeso con la zizzania, altresì nota come “loglio cattivo”.

Eliminati un po’ di rami secchi, eccomi pronta a ripartire verso nuove destinazioni, oggi Branoalcollo compie tre anni e così lo festeggio con un breve concerto di Vivaldi, allegro larghetto e spiritoso allegro, caricato su youtube da un avatar che si chiama Mozart, che ha scelto come sfondo la chiesa della Salute e la statua della Fortuna sulla punta della dogana dell’impressionista spagnolo Martin Rico y Ortega …una sorpresa felice.

Venezia #5: Castello

Il tempo non è moneta,

ma è quasi tutto il resto.

 

Ezra Pound

 

Dopo una lunga camminata verso via Garibaldi, mi siedo per una meritata pausa, il bar sembra più una trattoria, mi serve una cameriera cinese, caffè ottimo, guardo lo scontrino e il nome fa tenerezza: cin-cin. E cin cin sia, seppure con un’acqua minerale e un caffè.

La Biennale è finita da un pezzo, un luogo che prende vita solo pochi mesi all’anno, e poi rimane silente, padiglioni abbandonati in mezzo a giardini incolti, architetture fantasma. La strada è un via vai di veneziani con le borse della spesa, un posto tranquillo.

Proseguo il mio viaggio a ritroso nel tempo attraversando il ponte dell’Arsenale, altissimo, un po’ effetto baita con quella sua struttura in legno, e passo davanti a un’istituzione veneziana, la Società Dante Alighieri, dove è possibile assistere a letture di interi capitoli della Divina Commedia, che ricordano un po’ mattini pigri a letto ad ascoltare la voce di Vittorio Sermonti che declamava i versi con una tale soavità da piombare presto nelle braccia di Morfeo, per svegliarsi con la sigla finale, “ma come è già finito?”, e lasciare Virgilio a un altro vallon.

Ma in caso di dubbi danteschi qui si può sempre ritornare. Vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…

Se proprio si vuole ritornare ancora più indietro, è bene proseguire alla volta di San Pietro in Castello, un micro cosmo a sé, ancora una volta un ponte, si attraversa uno spiazzo verde su cui campeggia la Basilica di San Pietro, con un campanile che ora pende come la torre di Pisa, un villaggio che resiste al contemporaneo, anzi potrebbe essere proprio un’installazione in sé. In che anno siamo? Non si sa, commemorato in un quadro di Canaletto, uno dei due unici notturni, l’altro, magnifico, con una luna che spicca in un cielo nero dedicato alla veglia di Santa Marta, il panorama è immutato. Apparentemente, mi distrae la suoneria di un telefonino, ma non è la solita suoneria elettronica, è Alan Sorrenti, “Noi siamo figli delle stelle”, la preistoria del pop italiano…”Eh ora dove ti xé?” risponde inaspettatamente una signora di età indefinita.

E così per colpa di quella suoneria, mi ritrovo a cantare, “come due stelle noi, soli nella notte ci incontriamo”…meno male che in giro non ci sono persone. Occorre un cambio di scenario, meglio rituffarsi nella fondamenta affollata verso San Zaccaria. Lungo il tragitto si incontrano spesso damine settecentesche che distribuiscono volantini sui concerti di Vivaldi, il prete rosso, e mi vengono in mente le sue musiciste prodigiose, nell’orfanotrofio della Pietà, abilissime strumentiste che venivano educate alla musica e potevano rinascere a nuova vita grazie alla musica. Ma l’aspetto più commovente è che nel momento dell’abbandono, quando la loro vita ricominciava altrove, nella cesta veniva lasciato un segno di riconoscimento, la metà di qualcosa, un oggetto, un nastrino, e una piccola striscia di carta in cui veniva spiegato il motivo di quella scelta dolorosa e che doveva essere tenuta da chi avesse voluto tornare sui suoi passi, un lascia passare per ricominciare daccapo se si cambiava idea.

A questo punto è impossibile non rendere omaggio a una delle più belle cantate di Vivaldi, tratte dall’Orlando Furioso, “Cessate, ormai cessate”, larghetto e andante molto, esaltata come sempre dal virtuosismo degli archi contro l’amore tiranno, alla faccia dell’ineluttabile susseguirsi delle quattro stagioni.

 

 

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