750 anni della nascita del sommo vate, celebriamo! Si legge a voce alta, volendo. Non è un canto intero, ma una libera successione di versi scelti da Inferno, Purgatorio e Paradiso. Metodo innegabilmente Random.
750 anni della nascita del sommo vate, celebriamo! Si legge a voce alta, volendo. Non è un canto intero, ma una libera successione di versi scelti da Inferno, Purgatorio e Paradiso. Metodo innegabilmente Random.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita.
Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostenere la guerra
Per me si va ne la città dolente,
Per me si va ne l’eterno dolore,
Per me si va tra la perduta gente.
“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo.”
Stavi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’entrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
“Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”.
Cominciò Pluto con la voce chioccia;
Udir non porti quello ch’a lor porse;
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.”
Vedi là Farinata che s’è dritto:
Ed elli a me “Perché tanto delira”
Poi mi tentò e disse: “Quelli è Nesso.”
Quivi si piangono li spiatati danni;
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
Poi disse: “Ormai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne;”
Gente vien con la quale essere non deggio.
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
Ecco la fiera con la coda aguzza,
Luogo è in inferno detto Malebolge,
O Simon mago, o miseri seguaci
Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta
l’alta mia tragedia in alcun loco:
Così di ponte in ponte, altro parlando,
Io vidi già cavalier muover campo,
Taciti, soli, senza compagnia
E io al duca: “Dilli che non mucci.”
Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
Noi passar’ oltre, io e ‘l duca mio,
gridò: “Ricordera’ti anche del Mosca”,
sì vedrai che sono l’ombra di Capocchio,
mi disse, “Quel folletto è Gianni Schicchi”,
Noi demmo il dosso al misero vallone.
E fu sommato Sassol Mascheroni,
“Aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi.
E sanza cura aver di alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto che io vidi de le cose belle,
che porta il ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
***
E canterò di quel secondo regno
Già era ‘l sol a l’orizzonte giunto
Orribil furono li peccati miei
Più non rispondo e questo so per vero.
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Vidi conte Orso e l’anima divisa
E ‘l buon Sordello in terra fregò il dito,
Fui chiamato Currado Malaspina;
La concubina di Titone antico
già si imbiancava al balco d’oriente,
O superbi cristian, miseri lassi,
“O padre nostro, che ne’ cieli stai,”
A che guardando, il mio duce sorrise.
‘Vinum non habet’ altamente disse,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e misericordia,
ciascun confusamente un ben apprende,
e ‘l pensamento in sogno trasmutai.
Vattene ormai: non vo’ che più t’arresti.
Chiamato fui di là Ugo Ciappetta,
Or son io d’una parte e dell’altra preso,
Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
ed ecco pianger e cantar s’udìe,
‘Donne ch’avete intelletto d’amore’
Allor sicuramente aprì la bocca,
son Guido Guinizzelli e già mi purgo,
non aspettar mio dir più né mio cenno.
Non credo che splendesse tanto lume,
E una melodia dolce correva,
Tutti dicevan: Benedictus qui venis!
E come la mia faccia si distese,
volgesi schiera, e sé gira col segno,
e aggi a mente, quando tu le scrivi,
puro e disposto a salire a le stelle.
***
Poca favilla gran fiamma seconda,
o voi che siete in piccioletta barca,
virtù diversa fa diversa lega
Questa è la luce de la gran Costanza,
E quasi mi perdei con li occhi chini.
Nel modo che ‘l seguente canto canta,
indi partissi povero e vetusto,
or drizza il viso a quel ch’or si ragiona,
un corollario voglio che t’ammanti,
Cunizza fui chiamata e qui refulgo,
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino,
L’un fu tutto serafico in ardore,
Rabano è qui,
Non sien le genti ancor troppo sicure,
forse la mia parola par troppo osa,
O sanguis meus, o superinfusa
Io cominciai, “voi siete il padre mio”,
che questo tempo chiameranno antico,
poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo,
parea dinanzi a me con le ali aperte,
nel benedetto rostro fu tacente,
né io lo ‘tesi, sì mi vinse il tuono.
Mi disse, “Non sai tu che tu se’ nel cielo?”
Oh Beatrice, dolce guida e cara!
“Dì, buon Cristiano, fatti manifesto.”
Da molte stelle mi vien questa luce,
mentre io dubitava per lo viso spento,
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
Maggior bontà vuol far maggior salute,
Ieronimo vi scrisse lungo tratto,
a poco a poco il mio veder si stinse,
in forma di candida rosa
così orai; e quella, sì lontana
rispuose a la divina cantilena,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Quando la sera raffredda il giallo fiume, e l’ombra incede sui sentieri della giungla, il palazzo di Zimbabwe si accende di un bagliore accecante per un grande re che ha paura di sognare.
H. P. Lovecraft
Il 24 Marzo a Madrid si è tenuta la terza notte creativa interamente dedicata a un colore, il giallo, organizzata dall’Atelier Meta-morphic in collaborazione con Miradas de Mujeres. L’intento, peraltro riuscito in pieno, era di formulare una nuova visione rispetto al ruolo che la donna ha con il potere e l’espressione di sé e di presentare dei progetti innovativi che mettessero in luce la creatività in una dimensione multimediale e multi-sensoriale.
http://creativeinsomnia.wordpress.com/proximamente-creative-insomnia-yellow-night/
Grazie alla tecnologia, in attesa che perfezionino il tele-trasportatore, ho partecipato via skype all’una di notte circa, e confesso di essermi emozionata per la bellissima esperienza.
Ho parlato dei tre articoli che ho pubblicato qui sul mio blog:
1. Questioni di feeling o di fili
http://branoalcollo.wpcomstaging.com/2011/01/15/questioni-di-feeling-o-di-fili…/
2. Non solo fiori
http://branoalcollo.wpcomstaging.com/2012/03/05/non-solo-fiori/
3. Un barlume di giallo
http://branoalcollo.wpcomstaging.com/2012/03/19/un-barlume-di-giallo/
Sono partita da Virgilio e Amarillide, la donna pastora che grazie al suo nome diventerà il simbolo della figura femminile negli Idilli. L’eco di Amarillide ricompare nelle moltissime traduzioni dei primi versi della I Bucolica che sono reperibili online, a cui ho aggiunto la mia versione tradotta dall’inglese.
La combinazione donna-fiore ha evidenziato un ulteriore aspetto, la connessione con la ventesima stella più luminosa del nostro cielo, Becrux, volgarmente nota come Mimosa, una gigante blu nella costellazione della Croce del Sud che richiama il nostro sole interiore.
Josif Brodskij, poeta che ha amato Venezia e che ha descritto la città-isola con versi iridescenti, ha svelato il lato oscuro del giallo, la chiarezza che fa vedere quello che a volte non si vorrebbe.
Ho accompagnato al trittico una playlist ispirata alle sonorità del giallo, dodici brani che attraversano dodici possibili interpretazioni cromatiche in cinquant’anni di musica. Spero vi piaccia…
Fra pochi giorni sarà la Festa della Donna, che qui in Italia è diventata spesso un’occasione sprecata per celebrare male la donna e le sue lotte per ottenere uguali diritti e giustizia sociale. Certo ognuna è liberissima di fare quello che vuole, a me le cene in trattoria organizzate dalla Pro Loco mi hanno sempre fatto un po’ di malinconia, anche se apprezzo la compagnia delle donne, i fiori e la buona tavola. Il Women’s Day è celebrato internazionalmente da oltre un secolo per ricordare tutte quelle donne che hanno lottato per migliorare le loro condizioni di vita, spesso con risvolti tragici, ma che hanno contribuito enormemente alla nostra emancipazione.
Molti fanno risalire la ricorrenza al 25 Marzo del 1911, a un terribile incendio che uccise a New York centinaia di operai, prevalentemente emigrate italiane ed ebree, che lavoravano in una fabbrica di camicie e che non poterono salvarsi perché erano rimaste intrappolate nello stabilimento. Per evitare furti e pause troppo lunghe, i proprietari le avevano chiuse a chiave nell’edificio, come se fosse una procedura normale. Un episodio terrificante che non bisogna dimenticare. [1]
L’idea di abbinare un fiore alla giornata dell’8 Marzo è un’esclusiva italiana, promossa nel 1946 da Rita Montagnana e Teresa Mattei. La mimosa venne preferita alle anemoni e ai garofani, perché fioriva nei primi giorni di marzo e non era troppo cara. Il fiore giallo venne quindi votato all’unanimità dall’assemblea dell’Udi, l’Unione Donne Italiane, come simbolo di vitalità e gioia. Peccato che sia un fiore delicatissimo che dura poco, di solito ti regalano dei mini bouquet mummificati dentro delle confezioni di plastica, che una volta aperte, si sgretolano tra le mani, anche se l’immagine della donna fiore rimane una combinazione fortunata. Ricorda molte figure femminili letterarie, prima fra tutte la bellissima Amarillide, descritta da Virgilio nelle Bucoliche. Un nome che divenne comune nel genere agreste, usato per la prima volta da Teocrito negli Idilli con il significato di “brillante, splendida”. Secondo la simbologia dei fiori, l’amarillide belladonna, originaria del Sudafrica, dai petali carnosi rossi con screziature bianche, si regala per esprimere interesse, fascino, bellezza e ammirazione. Le connotazioni della mimosa sono ancora più affascinanti. È anche il nome della ventesima stella più luminosa del nostro cielo, Becrux, volgarmente nota come Mimosa, una gigante blu nella costellazione della Croce del Sud. Impossibile non vedere nel binomio fiore-stella un richiamo al nostro sole interiore.
§
[1] e a chi sostiene che l’incendio non sia mai avvenuto, qui il link
Strane associazioni della mente: ieri mi è capitato di leggere online alcune traduzioni dal latino, l’incipit della prima ecloga delle Bucoliche di Virgilio. I versi che iniziano con:
Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi
silvestrem tenui musam meditaris avena;
nos patriae fines et dulcia linquimus arva;
nos patriam fugimus: tu, Tityre, lentus in umbra
formosam resonare doces Amaryllida silvas.
Queste sono le versioni che ho trovato:
O Titiro, tu sdraiandoti sotto l’ombra di un ampio faggio
canti un canto silvestre con il flauto sottile:
noi lasciamo i confini della patria e i dolci campi.
Noi fuggiamo la patria: tu, o Titiro, tranquillo all’ombra
insegni ai boschi a risuonare della bella Amarillide.
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O Titiro, tu sdraiato sotto l’ombra di un grande faggio,
mediti un canto silvestre sull’esile flauto,
noi invece lasciamo il territorio della nostra patria e i dolci campi,
noi fuggiamo dalla nostra patria, mentre tu, o Titiro, mollemente adagiato all’ombra,
insegni alle foreste a far risuonare il nome della bella Amarillide.
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Senza vocativo…
Titiro, tu riposandoti all’ombra di un ampio faggio
componi con un esile zufolo una poesia silvestre;
noi lasciamo i confini della patria ed i dolci campi,
noi fuggiamo esuli dalla patria: tu, Titiro, placido all’ombra,
insegni ai boschi a riecheggiare del nome della bella Amarillide.
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Titiro, tu riposi al riparo di un gran faggio
e intoni un’aria silvestre sulla sottile canna;
noi, la patria terra lasciamo e i dolci campi.
Partiamo esuli, noi, via dal paese; tu giaci all’ombra,
Titiro, e insegni al bosco a risonare il nome di Amarìlli.
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Uhm…alla fine la traduzione cristallina pubblicata dalla Cambridge University Press
Tityrus, you lying there beneath the shade of a spreading beech
practising your woodland music on a slender pipe, we are leaving
the boundaries of our country and our sweet fields. We are being
exiled from our country, while you, Tityrus, at your ease in the shade,
teach the woods to re-echo the name of beautiful Amaryllis.
La traduco e il cerchio si chiude…
Titiro, sei lì disteso all’ombra di un grande faggio
Provi la musica dei boschi con un esile flauto,
noi lasciamo i confini della nostra patria e i dolci campi,
esiliati dalla nostra patria, mentre tu, Titiro, comodo all’ombra,
insegni ai boschi a riecheggiare il nome della bella Amarillide.