Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Tag

viaggio

Ancora qui

Oggi è il compleanno di Branoalcollo che dopo 14 anni resiste su WordPress.

Dedico a tutti noi un frammento di un poema di Derek Walcott che ho letto in questi giorni infuocati d’Agosto che mi ha particolarmente colpito perché unisce l’amore per Venezia, la ricerca di un affresco che non sappiamo fino a che punto è finzione o realtà e l’esperienza creativa. Nel racconto poetico si mescolano le vite dei due artisti caraibici Walcott e Pissarro, l’uno lascia i Caraibi alla volta di New York e l’altro l’isola di St Thomas per Parigi.

Tratto da Il Levriero di Tiepolo, tradotto da A. Molesini, Venezia, 2004.

Dietro il merletto di questi palazzi c’era l’opera

a cui il caso mi aveva condotto; a bordo

la prospettiva dei merletti si ampliava nella scia

del traghetto, di nuovo sperai

che, nella maglia di sole che era Venezia,

dove i gabbiani sui pali mimano gli stendardi

dei galeoni del Doge (prova che gli imperi svaniscono

mentre l’acqua ha un tempo e non scorre all’indietro),

io, pur venendo da una colonia senza un libro

per guida, avrei scoperto in una chiesa cadente,

con i pellegrini accalcati nella rete d’acqua

riflessa sui muri, la creatura che cercavo.

Sedetti nel campiello, il reticolo delle pietre

sembrava oscillare, tentai di fermarlo.

Il Guardi passò scivolando su una gondola.

Camminare a Venezia sembrava una contraddizione.

Dove si trova questo affresco?

Esiste veramente o Walcott involontariamente confonde due pittori diversi, Veronese o Tiepolo?

Leggetelo. Vi piacerà.

Oltre le fatiche

Fatica d’amore, tristezza

tu chiami una vita

che dentro, profonda, ha nomi

di cieli e giardini.

E fosse mia carne

che dono di male trasforma.

Salvatore Quasimodo

Che Eracle fosse un temerario si capisce già dall’inizio nel mito, quando nella culla strangola due serpenti mandati da Era – questa volta Zeus era stato più astuto del solito, quando aveva capito che non avrebbe potuto sedurre Alcmena sotto altre sembianze, aveva direttamente preso l’aspetto del marito Anfitrione, scatenando per l’ennesima volta l’ira di Era.

Con il crescere degli anni, la forza di Eracle aumenta, non riuscendo a impararare a suonare la lira, dopo aver ricevuto i rimproveri del maestro di musica Lino, lo uccide per sbaglio scagliandogli addosso l’odiato strumento.

Il paziente Anfitrione, rassegnato ormai alla incontrollata irruenza del figlio, lo porta a vivere tra i monti a sorvegliare le greggi…qui rimane fino a diciott’anni, sostenuto dai consigli del maestro Chirone, diventa un bravo guerriero, sempre ligio al dovere, la sete di avventura ancora una volta chiama ed Eracle partecipa alla spedizione degli Argonauti.

Al suo rientro si sposa con Megara e passa un periodo sereno in famiglia con i suoi figli – il numero varia a seconda delle fonti, 3, 8…nel corso della vita 70.

Tutto sembra procedere per il meglio fino a che preso da un attacco di ira cieca – anch’essa ad opera di Era – uccide l’adorata moglie e i figli. Perseguitato dal rimorso, decide di ritirarsi a vivere per sempre da solo, ma il cugino Teseo lo convince a purificarsi e ad andare a consultare l’oracolo di Delfi.

Il responso non è dei migliori, per espiare le sue colpe, dovrà compiere dodici imprese impossibili che non lasciano tregua:

  1. uccidere il leone di Nimea, una bestia terribile,
  2. uccidere l’idra di Lerna, un mostro a nove teste,
  3. catturare il cinghiale di Erimanto,
  4. catturare la cerva di Cerinea, dalle corna d’oro, sacra ad Artemide
  5. scacciare via gli uccelli dal lago Stinfalo, predatori dei raccolti,
  6. ripulire in un giorno le stalle di Augia – non venivano pulite da 30 anni,
  7. catturare il toro di Creta,
  8. rapire le cavalle di Diomede – si nutrivano di carne umana,
  9. prendere la cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni,
  10. rapire i buoi di Gerione,
  11. rubare le mele d’oro nel giardino delle Esperidi,
  12. portare Cerbero, il mostro a tre teste degli Inferi, “vivo” a Micene.

Euripide gli dedica una tragedia breve, che non brilla per particolare lirismo, incentrata sulla solitudine di un eroe tormentato dai sensi di colpa, che però ha il sostegno dell’amico e fidato cugino Teseo che lo incita a non abbondanarsi alla disperazione più nera.

In altri frammenti di vita ad Eracle il destino riserva ulteriori sorprese, numerosi amanti uomini e una seconda moglie che incontra per un altro motivo/scusa, riportarle un messaggio dagli Inferi del fratello.

Deianira è bellissima ed Eracle se ne innamora. Mentre stanno per attraversare il fiume Eveno, Deianira subisce un tentativo di molestia dal centauro Nesso, Eracle interviene. Il centauro viene ammazzato anche se ha il tempo di fare ulteriore danno, in punto di morte confida alla principessa che se bagna la tunica del suo sposo nel suo sangue avrà un filtro potentissimo d’amore e terrà per sempre Eracle al suo fianco.

Tutto ovviamente falso, la tragedia ancora una volta è in agguato, e sull’Olimpo i mostri saranno ricordo.

Oltre le fatiche

Fatica d’amore, tristezza

tu chiami una vita

che dentro, profonda, ha nomi

di cieli e giardini.

E fosse mia carne

che dono di male trasforma.

Salvatore Quasimodo

Che Eracle fosse un temerario si capisce già dall’inizio nel mito, quando nella culla strangola due serpenti mandati da Era – questa volta Zeus era stato più astuto del solito, quando aveva capito che non avrebbe potuto sedurre Alcmena sotto altre sembianze, aveva direttamente preso l’aspetto del marito Anfitrione, scatenando per l’ennesima volta l’ira di Era.

Con il crescere degli anni, la forza di Eracle aumenta, non riuscendo a impararare a suonare la lira, dopo aver ricevuto i rimproveri del maestro di musica Lino, lo uccide per sbaglio scagliandogli addosso l’odiato strumento.

Il paziente Anfitrione, rassegnato ormai alla incontrollata irruenza del figlio, lo porta a vivere tra i monti a sorvegliare le greggi…qui rimane fino a diciott’anni, sostenuto dai consigli del maestro Chirone, diventa un bravo guerriero, sempre ligio al dovere, la sete di avventura ancora una volta chiama ed Eracle partecipa alla spedizione degli Argonauti.

Al suo rientro si sposa con Megara e passa un periodo sereno in famiglia con i suoi figli – il numero varia a seconda delle fonti, 3, 8…nel corso della vita 70.

Tutto sembra procedere per il meglio fino a che preso da un attacco di ira cieca – anch’essa ad opera di Era – uccide l’adorata moglie e i figli. Perseguitato dal rimorso, decide di ritirarsi a vivere per sempre da solo, ma il cugino Teseo lo convince a purificarsi e ad andare a consultare l’oracolo di Delfi.

Il responso non è dei migliori, per espiare le sue colpe, dovrà compiere dodici imprese impossibili che non lasciano tregua:

  1. uccidere il leone di Nimea, una bestia terribile,
  2. uccidere l’idra di Lerna, un mostro a nove teste,
  3. catturare il cinghiale di Erimanto,
  4. catturare la cerva di Cerinea, dalle corna d’oro, sacra ad Artemide
  5. scacciare via gli uccelli dal lago Stinfalo, predatori dei raccolti,
  6. ripulire in un giorno le stalle di Augia – non venivano pulite da 30 anni,
  7. catturare il toro di Creta,
  8. rapire le cavalle di Diomede – si nutrivano di carne umana,
  9. prendere la cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni,
  10. rapire i buoi di Gerione,
  11. rubare le mele d’oro nel giardino delle Esperidi,
  12. portare Cerbero, il mostro a tre teste degli Inferi, “vivo” a Micene.

Euripide gli dedica una tragedia breve, che non brilla per particolare lirismo, incentrata sulla solitudine di un eroe tormentato dai sensi di colpa, che però ha il sostegno dell’amico e fidato cugino Teseo che lo incita a non abbondanarsi alla disperazione più nera.

In altri frammenti di vita ad Eracle il destino riserva ulteriori sorprese, numerosi amanti uomini e una seconda moglie che incontra per un altro motivo/scusa, riportarle un messaggio dagli Inferi del fratello.

Deianira è bellissima ed Eracle se ne innamora. Mentre stanno per attraversare il fiume Eveno, Deianira subisce un tentativo di molestia dal centauro Nesso, Eracle interviene. Il centauro viene ammazzato anche se ha il tempo di fare ulteriore danno, in punto di morte confida alla principessa che se bagna la tunica del suo sposo nel suo sangue avrà un filtro potentissimo d’amore e terrà per sempre Eracle al suo fianco.

Tutto ovviamente falso, la tragedia ancora una volta è in agguato, e sull’Olimpo i mostri saranno ricordo.

Diamo i numeri?

8.8.2018

Sarà per il caldo, la mattina è iniziata con una discussione sui numeri, che data eh? Si parte dalla somma 16 + 2 + 1 + 8 = 27 quindi 9 e poi non si sa dove va a finire.

Nel nostro caso, siamo arrivate a commentare La vita di Pi, il film di Ang Lee, tratto dal bestseller di Yann Martell, lo scrittore canadese che ha vinto il booker prize nel 2002, trasmesso ieri su RAI5, un’autentica manna visto il degrado dei programmi estivi e non solo, è tutta un’operazione nostalgica, ma cosa dobbiamo recuperare di un passato che ci inchioda a un tempo che non vive?

Il film (e il libro) pongono varie questioni su cui vale la pena riflettere.

Intanto la memoria è fiction, tutto si trasforma in racconto che ha poco che a vedere con la “realtà” là fuori, riflesso emotivo e non solo di quanto dobbiamo affrontare. In questo caso la storia sorprendente di un naufragio, perdere tutto e ritrovarsi completamente soli alla deriva, un ragazzo che vede morire tutta la famiglia e si ritrova in mezzo al mare su una scialuppa in compagnia di una tigre che ha un nome umano, avrebbe dovuto chiamarsi Thirsty (Assetata) ma per un errore del custode prende il nome del suo cacciatore Richard Parker. La tempesta, la violenza dell’impatto delle onde a cui non è preparato, lo obbligano a diventare saggio, a cercare di trovare un senso nel caos, ad occuparsi di se stesso senza mezzi e con una belva feroce che ha fame più di lui. La missione da supereroe lo tiene in vita, in mente la lezione sempre presente del padre, “non farti ingannare dagli occhi della tigre, il lato umano che vedi è solo il tuo riflesso”…già…ma che farsene di quel riflesso in mezzo a un oceano burrascoso?

A fatica impara a convivere con la paura, e quando sembra non farcela più, arriva un messaggio inaspettato da quella natura matrigna che a volte si ricorda di lui e gli dà qualche momento di tregua, e la speranza si nutre di altre piccole speranze, una pesca inaspettata, la belva che a forza di ruggiti sembra capirlo fino a che il naufragio finisce e finalmente si tocca terra.

Una volta approdati su una spiaggia deserta, la belva sparisce, senza mai voltarsi indietro, sta dimostrando di essere più saggia del ragazzo o è solo una sua percezione?

Su un letto di un anonimo ospedale gli umani stentano a credere che un ragazzo sia sopravvissuto in mare per tutto quel tempo da solo con una tigre di cui non si ha nessuna traccia. Siamo sicuri che non si sia inventato tutto?

E allora Pi cambia versione. Non credete al fantastico? Benissimo, cambio rotta, vi racconto un’altra verità, un racconto terribile, pieno di violenza in cui gli umani prendono il posto degli animali, sono cannibali crudeli che si ammazzano l’un l’altro, si torturano, e fanno una fine sciagurata. E io sono l’unico sopravvissuto, così voi assicuratori potete chiudere e archiviare definitivamente il caso. Il resto continua a esistere altrove e voi non lo vedrete mai.

La tigre Richard Parker non mi aveva mai visto come un amico, dopo tutto quello che avevamo passato, non si voltò nemmeno, ma io credo che nei suoi occhi ci fosse molto più che il semplice riflesso delle mie emozioni. Lo so, l’ho percepito, anche se non posso provarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diamo i numeri?

8.8.2018

Sarà per il caldo, la mattina è iniziata con una discussione sui numeri, che data eh? Si parte dalla somma 16 + 2 + 1 + 8 = 27 quindi 9 e poi non si sa dove va a finire.

Nel nostro caso, siamo arrivate a commentare La vita di Pi, il film di Ang Lee, tratto dal bestseller di Yann Martell, lo scrittore canadese che ha vinto il booker prize nel 2002, trasmesso ieri su RAI5, un’autentica manna visto il degrado dei programmi estivi e non solo, è tutta un’operazione nostalgica, ma cosa dobbiamo recuperare di un passato che ci inchioda a un tempo che non vive?

Il film (e il libro) pongono varie questioni su cui vale la pena riflettere.

Intanto la memoria è fiction, tutto si trasforma in racconto che ha poco che a vedere con la “realtà” là fuori, riflesso emotivo e non solo di quanto dobbiamo affrontare. In questo caso la storia sorprendente di un naufragio, perdere tutto e ritrovarsi completamente soli alla deriva, un ragazzo che vede morire tutta la famiglia e si ritrova in mezzo al mare su una scialuppa in compagnia di una tigre che ha un nome umano, avrebbe dovuto chiamarsi Thirsty (Assetata) ma per un errore del custode prende il nome del suo cacciatore Richard Parker. La tempesta, la violenza dell’impatto delle onde a cui non è preparato, lo obbligano a diventare saggio, a cercare di trovare un senso nel caos, ad occuparsi di se stesso senza mezzi e con una belva feroce che ha fame più di lui. La missione da supereroe lo tiene in vita, in mente la lezione sempre presente del padre, “non farti ingannare dagli occhi della tigre, il lato umano che vedi è solo il tuo riflesso”…già…ma che farsene di quel riflesso in mezzo a un oceano burrascoso?

A fatica impara a convivere con la paura, e quando sembra non farcela più, arriva un messaggio inaspettato da quella natura matrigna che a volte si ricorda di lui e gli dà qualche momento di tregua, e la speranza si nutre di altre piccole speranze, una pesca inaspettata, la belva che a forza di ruggiti sembra capirlo fino a che il naufragio finisce e finalmente si tocca terra.

Una volta approdati su una spiaggia deserta, la belva sparisce, senza mai voltarsi indietro, sta dimostrando di essere più saggia del ragazzo o è solo una sua percezione?

Su un letto di un anonimo ospedale gli umani stentano a credere che un ragazzo sia sopravvissuto in mare per tutto quel tempo da solo con una tigre di cui non si ha nessuna traccia. Siamo sicuri che non si sia inventato tutto?

E allora Pi cambia versione. Non credete al fantastico? Benissimo, cambio rotta, vi racconto un’altra verità, un racconto terribile, pieno di violenza in cui gli umani prendono il posto degli animali, sono cannibali crudeli che si ammazzano l’un l’altro, si torturano, e fanno una fine sciagurata. E io sono l’unico sopravvissuto, così voi assicuratori potete chiudere e archiviare definitivamente il caso. Il resto continua a esistere altrove e voi non lo vedrete mai.

La tigre Richard Parker non mi aveva mai visto come un amico, dopo tutto quello che avevamo passato, non si voltò nemmeno, ma io credo che nei suoi occhi ci fosse molto più che il semplice riflesso delle mie emozioni. Lo so, l’ho percepito, anche se non posso provarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Powered by WordPress.com.

Up ↑