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Doctor Faustus: VII parte

Al capitolo XXXIII a Serenus ormai è chiaro che la Germania dovrà assistere al crollo di tutto: “l’orrore è completo quando tutti ormai sanno, ma sono costretti a tacere e l’uno legge la verità negli occhi sfuggenti o angosciosamente sbarrati dell’altro.”[1]

Sul “sacro suolo tedesco” di sacro non è rimasto nulla, è diventato un teatro della guerra, la sconfitta è certa.

Adrian Leverkühn conduce la sua esistenza appartata tra atroci tormenti, al mal di testa ora si è aggiunto un mal di stomaco preoccupante al punto da richiedere l’intervento di un medico, il Dottor Kürbis, che dopo aver fatto varie diagnosi, ancora non è in grado di capire di che malattia soffre il suo paziente, lo cura con il chinino, gli consiglia delle diete, procede per esperimenti. Adrian apprende le notizie dal mondo direttamente dalla sua padrona di casa, non legge i giornali, e alterna giornate di assoluta depressione al buio a momenti di esaltante creatività. Accomuna spesso il suo dolore alla sirenetta di Andersen, una fiaba che l’ha particolarmente colpito per quella rinuncia alla coda di pesce pur di ottenere delle gambe e farsi amare dal principe, e finire per pagare a caro prezzo una scelta d’amore sofferta. Il traduttore Rüdiger continua a frequentare Pfeiffering, come pure la signora Rodde che parla più spesso della figlia attrice Clarissa che di Ines, facendo finta di ignorare la storia con Schwerdtfeger. Il violinista Rudi Schwerdtfeger invece è sempre più insoddisfatto della sua vita sentimentale, vuole coinvolgere Adrian in un suo progetto musicale, dopo aver ottenuto un discreto successo per l’interpretazione di Tartini all’Accademia di Monaco. In una visita ad Adrian con la scusa di informarsi sulle sue condizioni di salute gli confessa nella penombra della stanza che la sua relazione con Ines non funziona, non è mai stato innamorato, Ines lo ama con una passione per lui eccessiva, che non sente né vuole più ricambiare, preso com’è dalla sua carriera di musicista, Adrian ascolta in silenzio.

Nei giorni in cui è più in forza chiede alla figlia della padrona di casa, Clementina, di leggergli alcuni stralci di opere piuttosto impegnative, trame visionarie di tradizione paleocristiana con descrizioni dell’aldilà, tutto materiale utile per la stesura del suo nuovo lavoro Apocalipsis cum figuris, un omaggio in note al quadro di Dürer, che compone in solo quattro mesi e mezzo. Serenus trova un parallelo inquietante tra il periodo storico terribile che stanno vivendo e certe scene direttamente tratte dal Giudizio Universale. Più per obblighi sociali che per convinzione entra in contatto con il circolo del Professor Sextus Kridwiss, grafico, miniatore di libri, collezionista di xilografie e ceramiche dell’estremo oriente. Alle nove di sera, dopo cena, Serenus partecipa alle interminabili tavole rotonde organizzate dal professore, tra gli ospiti fissi anche il marito di Ines, Helmut Instintoris. Serenus è fisicamente e mentalmente esaurito, ha perso sette kili, si sente isolato, trova i suoi compagni di conversazione eccessivamente verbosi – e se lo dice lui c’è da credergli – chiusi nei loro piccoli mondi antichi borghesi.

Adrian invece è totalmente immerso nelle sue composizioni, inquietanti tanto quanto sorprendenti per l’evidente richiamo al declino di un paese alla deriva. Talmente preso dalla sua parte, che firma le lettere a Serenus con lo pseudonimo di Perotinus Magnus, vive in un’altra epoca fino in fondo, proprio come Wagner quando firmò il Parsifal con il titolo di “consigliere ecclesiastico.”

In tutta questa confusione di ruoli, visioni, posizioni da rivedere, Serenus riconosce in Adrian l’abilità nell’aver giocato magistralmente sul contrasto tra armonia, riservata alle descrizioni del mondo infernale, e dissonanza per i temi elevati, spirituali, seri. La parte della meretrice di Babilonia viene assegnata a una graziosa soprano dalla voce delicata.

Le notizie invece dalla famiglia Rodde non sono buone, riassumono tutto quanto secondo Serenus c’è da temere: “furfanteria maschile, orgoglio femminile e fallimento professionale.”

Clarissa, che aveva scelto il teatro come via di riscatto da una vita famigliare troppo opprimente, si uccide con il veleno, vittima di una serie di disgrazie immeritate. La carriera teatrale non decolla come sperato, gli uomini la corteggiano solo per farne un’amante a ore, respinge le avances di un commerciante sessantenne sposato, e una sera ha la malaugurata idea di uscire con un avvocato penale, un donnaiolo di provincia, insistente come pochi. Se ne pente amaramente, tenta di dimenticare quel penoso incontro amoroso, se ne vergogna in segreto. Ha conosciuto un giovane industriale alsaziano, Henri, il classico ragazzo di buona famiglia, che si è innamorato e vorrebbe sposarla, lei gli è quasi grata per la promessa di un nuovo inizio, dopo tante delusioni. C’è però l’ostacolo della famiglia, che non vede di buon occhio l’unione con un’attrice, e la presenza assillante e insidiosa dell’avvocato respinto che comincia a ricattarla, e a seguirla ovunque. Le condizioni sono inaccettabili: soldi in cambio del silenzio e una relazione clandestina con lei. Sente di non avere scampo, e infatti come da copione, l’avvocato passa dalle minacce ai fatti, scrive alla famiglia di Henri una lettera anonima, e invia a Clarissa una copia con raccomandata. Clarissa si chiude in bagno, e si avvelena, lasciando come biglietto d’addio, due righe in francese al fidanzato, “ti amo, ti ho tradito una volta, ma ti amo”. La tragedia è completa, Henri è disperato, la famiglia è scioccata, e il prete ha come unica preoccupazione quella di stabilire se sia corretto o meno dare la benedizione a una suicida. Dopo ore di discussione Serenus riesce a fare celebrare il funerale, ma la scena è di una tristezza unica, Ines, vede di nuovo l’ex-amante Rudi in cimitero mentre sta per sotterrare la sorella, a fianco il marito esile, tradito, a cui gli affari vanno pure male, lo sguardo di un’infelicità assoluta.

Dopo la morte di Clarissa, Serenus comincia a prendere le distanze da Ines, disapprova apertamente le sue amicizie femminili con cui condivide il vizio della morfina, è diventata il fantasma di se stessa, si presenta in compagnia di amiche altrettanto confuse, gli occhi vitrei, la testa ciondolante.

Nella vita di Adrian compare una donna misteriosa, Madame de Tolna, una ricca vedova ungherese, che si appassiona alla sua musica e lo segue a distanza, l’ha studiato come un libro, ha visitato la sua casa a Kaisersaschern, la residenza a Pfeiffering, è andata persino in Italia, è diventata amica della sorella dei temibili fratelli Manardi, un’ammiratrice eccentrica, ossessiva ma generosa. Un giorno riceve da Bruxelles una lettera con un anello con uno smeraldo degli Urali con inciso i versi tratti dall’inno ad Apollo di Callimaco:

Quale tremito scosse il bosco dei lauri di Apollo!

Treman le travi del tetto! Fuggite, profani, fuggite![2]

E le sorprese non finiscono qui, a ben guardare c’è un piccolo disegno con un mostruoso serpente alato con la lingua a freccia, lo stesso “sibilante serpente alato” che compare nel Filottete di Eschilo, il valoroso guerriero morso da un serpente e abbandonato sull’isola di Lemno da Ulisse e i suoi compagni.

Adrian sembra compiaciuto di ricevere le attenzioni di questa ammiratrice che non si fa mai vedere ma sa tutto di lui, dopo un soggiorno a Vienna per il concerto commissionato da Rudi, decide di accettare l’invito nel suo castello in Ungheria insieme al violinista, come anticipato da Serenus, anche Rudi, come Ines, farà una brutta fine…

 

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

 

 

 

 

[1] DF, p. 401.

[2] Ibidem, p. 464.

London’s calling #1: Eros aka Cupìdo

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Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

 

Diamonds are forever

Apro Il saggio sull’icona di Florenskij, Le Porte Regali, e dalle pagine scivola a sorpresa una cartolina in bianco e nero con Piccadilly Circus nel 1929, magnifica, leggo con stupore il messaggio:

“Dear Carla, welcome back to London, with lots of love, Elizabeth and Perry xxxx (Cara Carla, benvenuta di nuovo a Londra, con moltissimo amore, Elizabeth e Perry, 4 baci)”.

Doveva essere in occasione di una delle mie ennesime fughe e ritorni, ho vissuto a Londra per sette anni, ma un’accoglienza così con tanto di statua raffigurante il dio dell’amore, beh è davvero da incorniciare, forse per questo devo averla infilata tra le porte invisibili della coscienza, in un libro arancione, colore della vitalità e sessualità, gesto inconsapevole fino a un certo punto.

La statua di Sir Alfred Gilbert, scultore di epoca vittoriana, di alluminio nerastro, reso ancora più cupo da stratificazioni di smog e inquinamento e gas di autobus rossi che sfrecciano tra cab e macchine, inizialmente avrebbe dovuto rappresentare Anteros, dio della bellezza e della carità cristiana – il modello stile efebo pare sia stato un giovane italiano – commissionata in onore del filantropo Lord Shaftesbury, che dà il nome anche alla famosa strada dei teatri, qui le produzioni dei musical durano anni – attenti quindi a posticipare inviti con la scusa di impegni improvvisi se non avete intenzione di sorbirvi tre ore di canto e danza – ma anche una scorciatoia che porta dritta a Soho, tappa fondamentale per chi ama il cibo e non solo, vicino a Chinatown, pieno di locali, disseminati in mezzo a sex shop fetish, pub, negozi di alimentari, pasticcerie italiane dove sei felice di addentare un bigné al cioccolato. Anteros nell’immaginario collettivo è diventato Cupid, scelta del tutto plausibile, sta pure per scoccare una freccia, e così Cupido troneggia in uno dei punti di raccordo più frequentati, accerchiato da maree di turisti che fotografano il loro sbarco nella terra di Albione con le insegne sgargianti al neon sullo sfondo. La figura stilizzata di Cupido è anche il simbolo dell’Evening Standard, uno dei giornali più popolari di Londra, stralci dei titoli in prima pagina sono esposti sempre fuori dalle edicole prima di entrare in metropolitana, e diciamolo la versione digitale non è la stessa cosa, c’è sempre qualche animale che ha combinato qualcosa, l’istinto è relegato al regno degli animali, che alla faccia del self-control ricevono attenzioni e cure insperate, tutte quelle carezze che non si danno agli umani.

Sul tratto di strada tra Regent Street e Piccadilly c’è anche l’edificio che ospitava la Tower Records, il mitico negozio di dischi chiuso per bancarotta nel 2006, dove ha lavorato Elton John prima di diventare Elton John, e ora che l’ho nominato lo immagino al piano con quegli occhiali fumé a forma di stella, mai stati di moda credo, nei dintorni aleggia il ricordo della guerra radioattiva tra spie russe con una cena al polonio 210 in un ristorante di sushi, letale come una lama di samurai. E poi ci sono quelli che si comprano le bandierine inglesi nei negozi tristi di souvenir, che più che regali, vendono incubi in formato ricordo, non ho mai capito che cosa se ne facciano, probabilmente oggetti di scena per scatti con piccioni in volo.

Cupido punta la sua freccia fissa nell’aria, e forse da quel cielo grigio con stralci di nuvole biancastre, il dardo prima o poi arriva.

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A Sisterly Production

Le immagini sono di Claudia Bonollo:

 

Colour consultant, artista, architetto e ricercatrice, realizza architetture visionarie che nascono da un colore o che cambiano di colore e spazi cellulari, biologici e sensibili che attivano negli spettatori vari stati di benessere. Lauree all’Università Internazionale dell’arte e allo IUAV a Venezia (110/lode). Seminari con Peter Cook (Londra e Berlino) e Bruno Munari (Laboratori Liberatori). Dottorato alla ETSAM di Madrid, dove ottiene il titolo di ricercatrice. Nel 2002 inizia una nuova tappa professionale che prevede collaborazioni con professionisti, studi di architettura, enti e associazioni internazionali e anche psicologi e terapeuti. Fondatrice dell’Atelier Meta-morphic, piattaforma culturale internazionale per l’arte la cultura e la ricerca, è l’ideatrice del progetto CREATIVE INSOMNIA, le prime notti multidisciplinari sul colore.

 

L’ambivalenza del dono

Contrariamente a quanto sosteneva il maestro nonché patrono dei traduttori, San Girolamo, autore delle due frasi più citate in circolazione, “a caval donato non si guarda in bocca”, e una mia preferita, “chi si giustifica si auto-accusa”, al cavallo i denti vanno guardati. Non solo per il significato della parola “gift” che nelle lingue germaniche, voleva dire sia “dono” che “dose di veleno”, ma per tutto quello che ruota intorno a quel gesto, all’atto di donare qualcosa agli altri.  Simpatico cadeau per chi? Sappiamo che fine ha fatto il cavallo di Troia.

Tutti abbiamo preso qualche bidone, oggetti che vengono immediatamente scartati in senso reale e figurato, c’è chi incassa elegantemente il colpo, e ringrazia con la formula classica “grazie per il pensiero” – e una volta mi è pure capitato, in Inghilterra però, che alla sorpresa di ricevere per Natale due presine di rara bruttezza, dentro una confezione di plastica impolverata con ancora il prezzo sopra, 50 pence, la signora con tono seccato mi ha risposto prontamente, “è stato più che un pensiero” – chi medita vendetta e rifila subito il bidone a un altro, e aggiunge con poca convinzione “magari può piacere…”, e così un pagliaccio in vetro viene smerciato altrove, chi lo rivende su e-bay, e monetizza subito lo scarto, chi se ne dimentica, e chi finge di aver dimenticato, ma prepara un altro bidone per un’altra occasione, e poi c’è chi è contrario ai regali, “ah, io non li faccio”, punto e basta.

Il tema è stato analizzato da un famoso antropologo francese, Marcel Mauss, grazie ad anni di studi legati alle società arcaiche, principalmente in Polinesia. Arcaiche o meno, me lo sono andato a rileggere, libro comprato alla storica libreria La Toletta a Venezia, anni orsono, giusto per rimanere nel linguaggio antico, quando era gestita da due fratelli che litigavano come i vecchietti dei Muppets ma erano sempre insieme a discutere di libri e vendevano delle edizioni introvabili.

L’aspetto fondamentale che regolava i contratti e le relazioni tra le varie tribù era la certezza che i doni dovevano circolare ed essere ricambiati, una cena offerta, un talismano erano destinati a ricevere altri oggetti equivalenti. Il dono in qualche modo introduceva già la nozione di credito: il baratto, l’acquisto o la vendita a tempi stabiliti con merci di scambio, legati da un contratto di onore, ci si impegnava a mantenere la parola data. E perdere il prestito, non ricambiare, equivaleva a perdere la faccia. Obbligo di dare e di ricevere, respingere un dono veniva visto come un’ammissione di paura e debolezza, dimostrando di non sapere gestire lo scambio. Un mondo difficile, per certi versi, volendo si poteva ricambiare “a usura” restituendo qualcosa del valore del 30% all’anno…poi le cose si complicavano, chi non poteva restituire quanto ricevuto, perdeva il proprio rango, e non era più considerato un uomo libero, una punizione di una crudeltà estrema.

Ecco che allora ritorniamo all’elemento pericoloso che caratterizza l’arte del dono anche nella mitologia scandinava:

Tu hai dato dei doni,

Ma non hai dato doni d’amore,

Non hai dato un cuore benevolo,

Della vostra vita, sareste già privati,

Se avessi saputo del pericolo.[1]

Mauss risolve il dilemma con una nota finale:

Così da un capo all’altro dell’evoluzione umana, non ci sono due tipi di saggezza. Si adotti come principio della nostra vita, ciò che è stato e sarà sempre un principio: uscire da se stessi, dare, liberamente e per obbligo; non c’è il rischio di sbagliare. Lo afferma un bel proverbio maori:

Ko Maru kai atu

Ko Maru kai mai

Ka ngohe ngohe

“Dai quanto ricevi, tutto andrà bene.”[2]


[1] Marcel Mauss, Saggio sul dono, traduzione di Franco Zannino, Einaudi, 2002, versi tratti dall’Edda, p. 115.

[2] Ibidem, pp. 124-125.

L’ambivalenza del dono

Contrariamente a quanto sosteneva il maestro nonché patrono dei traduttori, San Girolamo, autore delle due frasi più citate in circolazione, “a caval donato non si guarda in bocca”, e una mia preferita, “chi si giustifica si auto-accusa”, al cavallo i denti vanno guardati. Non solo per il significato della parola “gift” che nelle lingue germaniche, voleva dire sia “dono” che “dose di veleno”, ma per tutto quello che ruota intorno a quel gesto, all’atto di donare qualcosa agli altri.  Simpatico cadeau per chi? Sappiamo che fine ha fatto il cavallo di Troia.

Tutti abbiamo preso qualche bidone, oggetti che vengono immediatamente scartati in senso reale e figurato, c’è chi incassa elegantemente il colpo, e ringrazia con la formula classica “grazie per il pensiero” – e una volta mi è pure capitato, in Inghilterra però, che alla sorpresa di ricevere per Natale due presine di rara bruttezza, dentro una confezione di plastica impolverata con ancora il prezzo sopra, 50 pence, la signora con tono seccato mi ha risposto prontamente, “è stato più che un pensiero” – chi medita vendetta e rifila subito il bidone a un altro, e aggiunge con poca convinzione “magari può piacere…”, e così un pagliaccio in vetro viene smerciato altrove, chi lo rivende su e-bay, e monetizza subito lo scarto, chi se ne dimentica, e chi finge di aver dimenticato, ma prepara un altro bidone per un’altra occasione, e poi c’è chi è contrario ai regali, “ah, io non li faccio”, punto e basta.

Il tema è stato analizzato da un famoso antropologo francese, Marcel Mauss, grazie ad anni di studi legati alle società arcaiche, principalmente in Polinesia. Arcaiche o meno, me lo sono andato a rileggere, libro comprato alla storica libreria La Toletta a Venezia, anni orsono, giusto per rimanere nel linguaggio antico, quando era gestita da due fratelli che litigavano come i vecchietti dei Muppets ma erano sempre insieme a discutere di libri e vendevano delle edizioni introvabili.

L’aspetto fondamentale che regolava i contratti e le relazioni tra le varie tribù era la certezza che i doni dovevano circolare ed essere ricambiati, una cena offerta, un talismano erano destinati a ricevere altri oggetti equivalenti. Il dono in qualche modo introduceva già la nozione di credito: il baratto, l’acquisto o la vendita a tempi stabiliti con merci di scambio, legati da un contratto di onore, ci si impegnava a mantenere la parola data. E perdere il prestito, non ricambiare, equivaleva a perdere la faccia. Obbligo di dare e di ricevere, respingere un dono veniva visto come un’ammissione di paura e debolezza, dimostrando di non sapere gestire lo scambio. Un mondo difficile, per certi versi, volendo si poteva ricambiare “a usura” restituendo qualcosa del valore del 30% all’anno…poi le cose si complicavano, chi non poteva restituire quanto ricevuto, perdeva il proprio rango, e non era più considerato un uomo libero, una punizione di una crudeltà estrema.

Ecco che allora ritorniamo all’elemento pericoloso che caratterizza l’arte del dono anche nella mitologia scandinava:

Tu hai dato dei doni,

Ma non hai dato doni d’amore,

Non hai dato un cuore benevolo,

Della vostra vita, sareste già privati,

Se avessi saputo del pericolo.[1]

Mauss risolve il dilemma con una nota finale:

Così da un capo all’altro dell’evoluzione umana, non ci sono due tipi di saggezza. Si adotti come principio della nostra vita, ciò che è stato e sarà sempre un principio: uscire da se stessi, dare, liberamente e per obbligo; non c’è il rischio di sbagliare. Lo afferma un bel proverbio maori:

Ko Maru kai atu

Ko Maru kai mai

Ka ngohe ngohe

“Dai quanto ricevi, tutto andrà bene.”[2]


[1] Marcel Mauss, Saggio sul dono, traduzione di Franco Zannino, Einaudi, 2002, versi tratti dall’Edda, p. 115.

[2] Ibidem, pp. 124-125.

Il risveglio di Filottete

Herakles as a boy strangling a snake. Marble, ...
Eracle da piccolo mentre strangola un serpente

Grazie a Pinkola Estés[1] mi sono messa a leggere una tragedia di Sofocle che non conoscevo, il Filottete. La storia ha una trama insolita, ma certo fa riflettere su una capacità spesso sottovalutata, l’empatia.

Filottete è un valoroso guerriero che è stato abbandonato sull’isola di Lemno da Odisseo e i suoi compagni, dopo essere stato morso da un serpente che gli ha procurato una ferita al piede che non solo non guarisce e gli provoca delle pene indicibili ma emana un fetore insopportabile. Nessun marinaio vuole attraccare su quell’isola vulcanica dall’aria irrespirabile.

Addolorato per il tradimento dei compagni con cui ha combattuto numerose battaglie, vive come un eremita dentro una grotta da ormai dieci anni, ha imparato a medicarsi da solo con una strana miscela di erbe che se non altro lo aiutano a sopportare il dolore, si procura da mangiare con le sue frecce, frecce potentissime, che gli sono state regalate da Eracle.

Odisseo incarica il giovane Neottolemo, figlio di Achille, a sbarcare nuovamente sull’isola per impossessarsi della faretra e dei dardi di Filottete, secondo la previsione dell’oracolo indispensabili per lanciarsi in un secondo assedio a Troia.

Il giovane accetta a malincuore di eseguire il compito ingrato ma quando arriva sull’isola e vede Filottete ridotto in uno stato di degrado totale che lo accoglie con il calore di chi ha bisogno di sentire una voce umana, si sente in colpa per quello che gli è stato suggerito dall’astuto Odisseo, macchiarsi di un’azione riprovevole, privandolo dell’unico mezzo di sostentamento che gli è rimasto: la caccia con le frecce miracolose.

Odisseo, che nel frattempo si è travestito da mercante, va a controllare che il suo compagno di viaggio porti a termine quanto concordato, non sente ragioni, le frecce devono essere rubate, mentre il maleodorante Filottete deve rimanere dov’è.

Il figlio di Achille intimato a compiere il furto a ogni costo, si pente amaramente, e dopo aver consegnato le agognate armi a Odisseo, ha uno scontro durissimo, è disgustato dalla scaltrezza del suo compagno. Decide di risolvere la situazione a modo suo, prende l’iniziativa, e restituisce i dardi invincibili al legittimo proprietario, sfidando l’ira di Odisseo, ordina a Filottete di seguirlo e di partire con lui per farsi curare dai sacerdoti di Asclepio.

Filottete è sempre più confuso, non si fida di chi l’ha già tradito, odia Odisseo che non ha dimostrato nessuna pietà nei suoi confronti, e vuole vendicarsi, ma Neottolemo lo conquista con parole disarmanti, che lo sorprendono, e gli dice:

“…Ti sono amico e così parlo…non inasprirti anche se soffri, caro.”

“Mi perderai, lo so, con i tuoi discorsi.” Filottete gli risponde, ma Neottolemo replica: “Io no; ma dico a te: non sai comprendermi.”[2]

Coglie nel segno, colpisce il bersaglio con una battuta fulminante e rivelatrice. Filottete è troppo chiuso nel suo dolore, non riesce a capire le parole dell’amico, prima di fidarsi degli altri, per aprirsi ancora una volta alla possibilità di una guarigione, deve passare attraverso una profonda comprensione di sé, sciogliere la rabbia che lo tiene ancorato a una amarezza che si autoalimenta e si consuma in un circolo vizioso che rievoca costantemente l’ingiustizia subita. Il ritorno a casa acquista un senso nuovo, nel momento in cui rappresenta un ritorno a sé. Filottete comincia a credere in una nuova vita quando Neottolemo gli fa da specchio e gli fa vedere un’alternativa.

Commovente e decisiva l’esortazione finale di Eracle ai due guerrieri:

“E sempre ricordate, devastandone i campi, di serbare la pietà degli dei: ché Giove padre più dimentico è forse di ogni cosa che non di questa. La pietà non muore con i mortali. Vivan essi, o siano corpi sepolti, non va mai dissolta.”[3]


[1] Donne che corrono con i lupi, Frassinelli, 1993. Molto di più di un libro, un autentico tesoro.

[2] p. 351 tratta dal Filottete, Sofocle, Il teatro greco, Sansoni, Firenze 1980.

[3] Ibidem, p. 353.

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