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L’arte del “vero”

Ieri sono andata a Murano per lavoro. Da anni ci stanno dicendo che l’arte del vetro sta scomparendo, che ormai fanno tutto i cinesi. Mai visto così tante vetrerie, tutte stavano bene, un pullulare di forni e artigiani Vulcani in azione.

I cavalli di vetro restano in pole position da decenni, a seguire caramelle, pagliacci soprammobili, murrine, penne, lampadari, bicchieri, vasi, anelli, collane, braccialetti. Di tutto e di più. Gli oggetti rossi sono i più costosi perché contengono oro, illuminano le sale espositive con luci piene di calore.

In vaporetto i pochi abitanti dell’isola. I turisti trascinano scatole di cartone enormi con pezzi rari di vetro. Un olandese al mio fianco si mangiava di gusto delle patatine al peperoncino, succhiandosi le dita dopo ogni boccone. Per placare l’inevitabile arsura, un cartone di latte. Visto l’abbinamento ero curiosa di vedere cosa contenesse il suo bottino di viaggio, un lampadario tentacolare?

Sembravano contenti, mentre un vento gelido era impegnato a soffiare sulle nostre reni e tre cani con cappottino mimetico ululavano alle onde. Alla nostra sinistra l’isola di San Michele, il cimitero di Venezia dal 1806, e le rive grigie delle Fondamenta Nuove, all’angolo con il canale interno che porta in città l’edificio con un occhio gigante che inquadra fisso lo stesso tratto di cielo.

A quel punto non mi sarei stupita di vedere seduto al mio fianco un viaggiatore antico.

“Che ve ne pare?”

“Un’isola peculiarissima, forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, ricorda Smeraldina…” *

§

*Un rimando a Marco Polo ne Le città invisibili di Italo Calvino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venezia #7: Sant’Erasmo

I te ciava to mama e to popà

No i fa mia posta, ma i te ciava

Luigi Meneghello che traduce in veneto Philip Larkin[1]

 

 

Si arriva all’isola verde di solito per andare a mangiare fuori con la scusa di fare una gita fuori porta, e bisogna proprio volerlo, i vaporetti non passano frequentemente, ma nelle giornate di primavera, riscaldate da un sole tiepido, il viaggio in laguna è piacevole. Certo se si pensa al martirio di Sant’Erasmo ritratto in un celebre quadro di Nicolas Poussin, in cui due soldati romani gli strappano gli intestini, banchettare sembra quasi un sacrilegio, ma si sa che noi italiani raramente rinunciamo a un pasto, come ricorda Campo Santa Margherita all’ora dell’aperitivo con i suoi bar affollati che si affacciano sull’unico edificio isolato in mattoni al centro del campo, la famigerata “casa del boia” e il dettaglio sinistro nella bitta di pietra, un tempo ceppo per le esecuzioni, poi utilizzata per battere il baccalà dai venditori di pesce del mercato, in completa dimenticanza dei drammi del passato.

Oltre ai famosi orti dove si coltivano frutta e verdura, a tratti la vegetazione diventa selvaggia, piena di piante che crescono spontanee, arbusti di laguna, fiori di campo. Nulla a che vedere con i giardini inglesi pettinati, dove sedersi a terra sembra quasi un gesto di scortesia al prato, qui l’erba cresce liberamente, in certe aree persino rada, poi quando meno te l’aspetti senti un po’ di confusione, e come un segugio ti fai guidare dall’odore di fritoin e dalla risate fragorose di chi sta brindando in compagnia. Hai camminato talmente tanto che hai una fame da lupi, in pace con te stessa, soddisfatta della visita alla Torre Massimiliana, una fortezza in uso nella seconda guerra mondiale, abbandonata per anni, usata come deposito da un agricoltore locale, e ritornata in vita grazie a un restauro voluto dal Magistero delle acque.

Molti sono arrivati con le loro barche, tu invece dipendi dagli orari dell’ACTV, e un po’ ti dispiace, quando vedi che i tuoi vicini di tavola si allontanano felici sulle loro imbarcazioni, con le guance arrossate per il vino e il sole. C’è sempre qualche straniero paonazzo che si legge un libro, titolo incomprensibile in lingue nordiche piene di consonanti, accompagnato da una Valchiria con le gambe massacrate dalle punture delle zanzare, tu nel frattempo hai già divorato tutti i grissini, e ti sei messa a tentare di fare un aeroplano con il tovagliolo di carta, bruttissimo con le ali asimmetriche, poi il tuo compagno ti strappa il tovagliolo di mano per farti vedere come si fa.

Accenni un lieve sorriso ma lo sguardo comunica tutt’altro, lasci planare l’aeroplano di carta sotto la sedia, mentre ti fingi impegnata a controllare i messaggi sul telefonino. L’arrivo della cameriera rompe il silenzio forzato, e già l’annuncio “frittura mista” ti mette immediatamente di buon umore, unica musica di sottofondo il tintinnio felice delle posate, poi d’improvviso per garanzia animale / l’anima sempre torna sempre uguale…[2]

 

 

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[1] “They fuck you up, your mum and dad/They may not mean to, but they do”, tratti da This be the verse (1971).

[2] Poi d’improvviso, Patrizia Cavalli.

Venezia #7: Sant’Erasmo

I te ciava to mama e to popà

No i fa mia posta, ma i te ciava

Luigi Meneghello che traduce in veneto Philip Larkin[1]

 

 

Si arriva all’isola verde di solito per andare a mangiare fuori con la scusa di fare una gita fuori porta, e bisogna proprio volerlo, i vaporetti non passano frequentemente, ma nelle giornate di primavera, riscaldate da un sole tiepido, il viaggio in laguna è piacevole. Certo se si pensa al martirio di Sant’Erasmo ritratto in un celebre quadro di Nicolas Poussin, in cui due soldati romani gli strappano gli intestini, banchettare sembra quasi un sacrilegio, ma si sa che noi italiani raramente rinunciamo a un pasto, come ricorda Campo Santa Margherita all’ora dell’aperitivo con i suoi bar affollati che si affacciano sull’unico edificio isolato in mattoni al centro del campo, la famigerata “casa del boia” e il dettaglio sinistro nella bitta di pietra, un tempo ceppo per le esecuzioni, poi utilizzata per battere il baccalà dai venditori di pesce del mercato, in completa dimenticanza dei drammi del passato.

Oltre ai famosi orti dove si coltivano frutta e verdura, a tratti la vegetazione diventa selvaggia, piena di piante che crescono spontanee, arbusti di laguna, fiori di campo. Nulla a che vedere con i giardini inglesi pettinati, dove sedersi a terra sembra quasi un gesto di scortesia al prato, qui l’erba cresce liberamente, in certe aree persino rada, poi quando meno te l’aspetti senti un po’ di confusione, e come un segugio ti fai guidare dall’odore di fritoin e dalla risate fragorose di chi sta brindando in compagnia. Hai camminato talmente tanto che hai una fame da lupi, in pace con te stessa, soddisfatta della visita alla Torre Massimiliana, una fortezza in uso nella seconda guerra mondiale, abbandonata per anni, usata come deposito da un agricoltore locale, e ritornata in vita grazie a un restauro voluto dal Magistero delle acque.

Molti sono arrivati con le loro barche, tu invece dipendi dagli orari dell’ACTV, e un po’ ti dispiace, quando vedi che i tuoi vicini di tavola si allontanano felici sulle loro imbarcazioni, con le guance arrossate per il vino e il sole. C’è sempre qualche straniero paonazzo che si legge un libro, titolo incomprensibile in lingue nordiche piene di consonanti, accompagnato da una Valchiria con le gambe massacrate dalle punture delle zanzare, tu nel frattempo hai già divorato tutti i grissini, e ti sei messa a tentare di fare un aeroplano con il tovagliolo di carta, bruttissimo con le ali asimmetriche, poi il tuo compagno ti strappa il tovagliolo di mano per farti vedere come si fa.

Accenni un lieve sorriso ma lo sguardo comunica tutt’altro, lasci planare l’aeroplano di carta sotto la sedia, mentre ti fingi impegnata a controllare i messaggi sul telefonino. L’arrivo della cameriera rompe il silenzio forzato, e già l’annuncio “frittura mista” ti mette immediatamente di buon umore, unica musica di sottofondo il tintinnio felice delle posate, poi d’improvviso per garanzia animale / l’anima sempre torna sempre uguale…[2]

 

 

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[1] “They fuck you up, your mum and dad/They may not mean to, but they do”, tratti da This be the verse (1971).

[2] Poi d’improvviso, Patrizia Cavalli.

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