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Corto Maltese, Venezia e Rimbaud

La ricerca sui classici non è un gesto nostalgico verso un passato che non ritorna né un rintanarsi in un mondo che non esiste più, semplicemente essendomi specializzata in traduzione letteraria sono interessata alla re-interpretazione dei testi, perché a differenza dell’originale, le traduzioni invecchiano. Può sembrare un esercizio zen, per alcuni quasi inutile, io ogni volta imparo sempre qualcosa di nuovo, per me è questo quello che conta, senza nessun’altra pretesa se non quella di condividere le cose che amo.

Inauguriamo questo inizio di gennaio con un classico dei fumetti, Corto Maltese, Venezia in assenza, mescolato a Rimbaud con la voce calda di Luca Ward, è inverno e la poesia parla d’estate e fuori c’è pure la neve, ma l’azzurro è dietro l’angolo…

Buon 2015 a tutti!

One book in one tweet #11 Contrasti

11-55

Gladiators (the bloody truth) di Michael Grant

Ai tempi di Domiziano, colpivano duro Achillia e Amazon. Si diceva che il sangue di un gladiatore appena ucciso curasse l’epilessia.

Il turbo e il chiaro di Luigi Meneghello

Saggio sulla traduzione, il titolo è un rimando dantesco, lo turbo turba, il chiaro gradisce, “la cagione non è superficiale”.

Il metodo Mystery di Erin von Markovik

Vale per Mystery. Offrire un punch al sidro può avere effetti indesiderati, bisognerebbe colpire in sette ore, qualche bidone si prende.

The Taste of Portugal di Edite Veira

Imprescindibile. Ricco di ricette gustosissime, i pasteis de nata, i dolcetti alla crema che si mangiano a Belém a casa non vengono.

Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson

“Non sono le cose in se stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse”. Il fenomeno di riflessività genera il paradosso.

One book in one tweet #11 Contrasti

11-55

Gladiators (the bloody truth) di Michael Grant

Ai tempi di Domiziano, colpivano duro Achillia e Amazon. Si diceva che il sangue di un gladiatore appena ucciso curasse l’epilessia.

Il turbo e il chiaro di Luigi Meneghello

Saggio sulla traduzione, il titolo è un rimando dantesco, lo turbo turba, il chiaro gradisce, “la cagione non è superficiale”.

Il metodo Mystery di Erin von Markovik

Vale per Mystery. Offrire un punch al sidro può avere effetti indesiderati, bisognerebbe colpire in sette ore, qualche bidone si prende.

The Taste of Portugal di Edite Veira

Imprescindibile. Ricco di ricette gustosissime, i pasteis de nata, i dolcetti alla crema che si mangiano a Belém a casa non vengono.

Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson

“Non sono le cose in se stesse a preoccuparci, ma le opinioni che ci facciamo di esse”. Il fenomeno di riflessività genera il paradosso.

Un sonetto dal Portoghese di Elizabeth Barrett Browning

Ieri stavo facendo una ricerca sulle peonie, tra i miei fiori preferiti, le rose senza spine, con cui si fanno parecchie essenze di profumi, ricordate anche nell’Ode alla Malinconia da John Keats, che ho già tradotto qui nel blog. E così sono arrivata a Elizabeth Barrett Browning (1806-1861), la poetessa romantica inglese innamorata dell’Italia, moglie di Robert Browning, che la salvò da un padre opprimente, una giovinezza minata da una malattia gravissima, curata male con il laudano, viene quasi sempre ritratta in pose malinconiche, i capelli acconciati in boccoli infiocchettati, lo sguardo rassegnato che sembra annunciare una fine prematura. Traduttrice dal greco del Prometeo incatenato di Eschilo, autrice di Saggio sulla mente e altre poesie (1826), e di una delle più belle raccolte di versi d’amore i Sonetti dal Portoghese (1850), scritti in segreto per il marito, e poi regalati nel giorno del matrimonio, assertivi nella loro bellezza certa, la ferocia della passionalità imbrigliata in rime ordinate. Altro che dichiarazioni spicciole da sms, tvmb vaghi, salti quantici in altri mondi. La storia di amore con Robert Browning ha ispirato diverse fiction, tra cui il romanzo di Virginia Woolf, Flush, A biography (1933), la ricostruzione della sua vita attraverso il punto di vista del cane di Elizabeth Barrett, un cocker spaniel con una spiccata personalità.

XLIII

How do I love thee? Let me count the ways

How do I love thee? Let me count the ways.
I love thee to the depth and breadth and height
My soul can reach, when feeling out of sight
For the ends of being and ideal Grace.
I love thee to the level of everyday’s
Most quiet need, by sun and candlelight.
I love thee freely, as men strive for Right.
I love thee purely, as they turn from Praise.
I love thee with the passion put to use
In my old griefs, and with my childhood’s faith.
I love thee with a love I seemed to lose
With my lost saints–I love thee with the breath,
Smiles, tears, of all my life!–and, if God choose,
I shall but love thee better after death.

§

Come ti amo? Lasciami contare i modi

Come ti amo? Lasciami contare i modi.
Ti amo fino alla profondità all’estensione all’altezza
Che l’anima mia può raggiungere, quando oltre la vista
Tocco i confini dell’essere e della Grazia ideale.
Ti amo alla pari della più calma necessità
Di ogni giorno, alla luce del sole e a lume di candela.
Ti amo liberamente, come chi lotta per la Giustizia.
Ti amo puramente, come chi rifugge dall’Elogio.
Ti amo con la passione messa in pratica
Nelle mie vecchie pene, e con la fede della mia infanzia.
Ti amo con l’amore che mi sembrava di aver perso
Con i miei santi perduti – ti amo con il respiro,
I sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita! – e se Dio vuole,
Ti amerò ancora meglio dopo la morte.

§

Nel frattempo mi ascolto un inno urbano dei Verve…”Sonnet”…

Bisbigli di seta

Chiudiamo l’anno in bellezza, con il Cantico dei Cantici, nella bella traduzione dal latino di Cesare Angelini, nata come racconta nella prefazione per una scommessa con se stesso: “vedere se ero ancora capace di scrivere in versi, come ai miei vent’anni, che era tornare un po’ giovane.”[1]

L’interpretazione canonica è quella di un idillio amoroso, un dialogo tra due sposi, un pastore, il “Diletto” della pastorella dal nome impegnativo, Sulamite.

Nella tradizione ebraica viene letto come un’allegoria tra le nozze tra Dio e la nazione ebraica; secondo invece l’esegesi cristiana è un rimando all’unione tra Cristo e la Chiesa.

A me piace semplicemente nella sua valenza poetica, l’autore non è Salomone, come si è ritenuto in passato, secondo i biblisti più esperti risalirebbe a un’epoca meno lontana, il IV secolo a. C. .

Il poemetto è stato immortalato al cinema in C’era una volta in America (1984, Sergio Leone), quando Deborah determinatissima già da bambina a intraprendere la sua carriera da ballerina legge a Noodles, l’avatar di Robert De Niro da piccolo, un passo modificato a immagine e somiglianza del suo Diletto, ma qui la storia, come è risaputo, prende una piega decisamente drammatica.

Nel testo antico non poteva mancare il classico colpo di scena, si cambia setting, e dal paesaggio agreste si passa improvvisamente al palazzo di re Salomone, che si intromette come possibile pretendente e la pastorella potrebbe finire il resto dei suoi giorni nell’harem del re. Il fremito dura meno dello spazio di una pagina, e alla fine tutto si sistema: “e quando farà notte/fuggiamo, o mio diletto, come cervi/fuggiamo come gazzelle/agli azzurri villaggi/sui monti profumati.”[2]

A questo punto ci chiediamo insieme al coro: ma cos’ha il diletto più degli altri?

 

Il mio diletto è bello e prosperoso,

distinto tra duemila, diecimila,

e la sua testa è oro, oro che brilla.

I suoi riccioli? Grappoli di palma,

nerissimi, corvini.

I suoi occhi come occhi di colombo

muovono rivi d’acqua,

specchiano cieli teneri:

e le sue guance sono come aiuole

di giunchiglie, di balsami.

Fatemi dire come son le labbra…

Due rose fresche e colte in paradiso.

E le sue mani? Mani fatte al tornio

cariche di topazi inanellati.

Il suo petto è abbagliante come avorio

cosparso di zaffiri;

e le gambe, colonne alabastrine

su piedistalli d’oro.

In quanto al portamento, è insigne come

il portamento dei cedri del Libano.

Ma la sua bocca è colma di rosolio,

bocca amabile, bocca deliziosa,

in lui tutto è delizia.

Questo è il diletto mio, l’amante mio,

o figliole di Gerusalemme.[3]

 

Di fronte a un tale entusiasmo non si può fare a meno di sciogliersi in un sorriso.

 

 

Al prossimo anno 🙂 Auguri a tutti!

Gli articoli del 2012 sono stati ispirati in ordine di apparizione da:

William Shakespeare, Giorgio Caproni, Creative Insomnia, Claudia Bonollo, David Whitehouse, Denis Broduriès, Alieno de Bootes, Leonard Maltin, Lettere di una monaca portoghese, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, William Wordsworth, Le rose, La Festa della Donna, Chicchan, Un ghazal afghano, Josif Brodskij, H. P. Lovecraft, Dylan Thomas, Corrado Govoni, James Joyce, Vincenzo Bellini, Edgar Lee Masters, Blaise Pascal, Francis Bacon, Figone, Pindaro, Kathleen Jamie, Philip Larkin, I Ching, Gottfried Leibnitz, Frank O’Hara, Baruch Spinoza, Forugh Farrokhzad, Hans Christian Andersen, Anne Sexton, Ted Hughes, Fëdor Dostoevskij, Jenny Joseph, Vincent Van Gogh, Carneade, Vento nei Capelli, Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, Stephen Black, Samuel Beckett, Godot, Wallace Stevens, Alexander Pope, Walt Whitman, Carlo Collodi, Pinocchio, Filottete, Sofocle, Clarissa Pinkola Estés, Edwin Muir, Kingsley Amis, Masticone, John Keats, Margaret Atwood, Robert A. F. Thurman, Kung Fu, David Carradine, Gustave Flaubert, Il Cantico dei Cantici, Kate Bush.


[1] Prefazione, p. 5, Cantico dei Cantici, Einaudi, 1988.

[2] Ibidem, p. 51.

[3] Ibidem, pp. 36-37.

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