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Scarpette rosse

La gioia non condivisa muore velocemente

Anne Sexton

Ho sempre pensato che le fiabe di Hans Christian Andersen fossero di una tristezza senza speranza, quasi sempre storie di donne bambine che vivono sospese tra due mondi, e che sono destinate a metamorfosi sofferenti, troppo precoci per capire a cosa vanno incontro veramente. Mi ero dimenticata la fine tragica di Scarpette Rosse, o forse l’avevo rimossa, un po’ come quei film che vedi da piccola e che non capisci, e solo quando li riguardi da grande, ti rendi conto che avevi addirittura cambiato il finale.

Anne Sexton (1928-1972), poetessa e scrittrice americana, spesso ricordata e affiancata al tragico destino di Sylvia Plath, ha invece dato un’altra interpretazione della fiaba che apre a una visione più consapevole della creatività femminile, troppo spesso soffocata, o ancora peggio ridicolizzata. Ecco che allora indossare le scarpette rosse, non è un capriccio da bambina vanitosa, punita in modo eccessivo per una disobbedienza, ma il desiderio e il bisogno di esprimere passioni e abilità fuori dalla norma, incandescenti come il fuoco.

 

Le Scarpe Rosse

 

Me ne sto nel cerchio

Della città morta

E allaccio le scarpe rosse,

Tutto quello che era calmo

È mio, l’orologio con la formica che cammina,

Le dita, allineate come cani

Il fornello prima ancora di bollire rospi,

Il salotto, bianco d’inverno, ancora prima delle mosche,

La cerbiatta distesa sul muschio ancora prima del proiettile,

Mi allaccio le scarpe rosse.

Non sono mie.

Sono di mia madre.

E prima ancora di sua madre

Passate come un cimelio di famiglia

Ma nascoste come lettere vergognose.

La casa e la strada a cui appartengono

Sono nascoste e anche le donne,

Sono nascoste.

Tutte quelle ragazze

Che portarono le scarpe rosse,

Ognuna salì su un treno che non si fermò.

Le stazioni si dileguarono come corteggiatori e non si fermarono.

Ballarono tutte come trote all’amo,

Vennero prese in giro.

Si strapparono le orecchie come spille da balia.

Le braccia caddero a pezzi e divennero cappelli

Le teste rotolarono e cantarono per la strada.

E i piedi – mio Dio, i piedi al mercato –

I piedi, quei due scarafaggi, corsero da un angolo

Per poi ballare fuori come se fossero fieri.

Sicuramente, la gente esclamava,

Sicuramente, sono meccanici. Altrimenti…

Ma i piedi continuarono a ballare.

I piedi non riuscivano a fermarsi.

Erano eccitati come un cobra quando ti vede.

Erano elastico che si stendeva in due.

Erano isole durante un terremoto.

Erano navi che cozzavano affondando.

Non prestavano attenzione a me e a te.

Non riuscivano a sentire.

Non riuscivano a fermarsi.

Quello che facevano era la danza della morte.

Quello che facevano li avrebbe uccisi.

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The Red Shoes

 

I stand in the ring

In the dead city

And tie on the red shoes.

Everything that was calm

Is mine, the watch with an ant walking,

The toes, lined up like dogs

The stove long before it boils toads,

The parlor, white in winter, long before flies,

The doe lying down on the moss long before the bullet.

I tie on the red shoes.

They are not mine.

They are my mother’s.

Her mother’s before

Handed down like an heirloom

But hidden like shameful letters.

The house and the street where they belong

Are hidden and all the women, too,

Are hidden.

All those girls

Who wore the red shoes,

Each boarded a train that would not stop.

Stations flew by like suitors and would not stop.

They all danced like trout on the hook

They were played with.

They tore off their ears like safety pins.

Their arms fell off them and became hats

Their heads rolled off and sang down the street.

And their feet—oh God, their feet in the market place—

Their feet, those two beetles, ran from the corner

And then danced forth as if they were proud.

Surely, people exclaimed,

Surely they are mechanical. Otherwise…

But the feet went on.

The feet could not stop.

They were wound up like a cobra that sees you.

They were elastic pulling itself in two.

They were islands during an earthquake.

They were ships colliding and going down.

Never mind you and me.

They could not listen.

They could not stop.

What they did was the death dance.

What they did would do them in.

 

H. P. Lovecraft e la quarta dimensione

Si dice che a Ulthar, oltre il fiume Skai, non si possono uccidere i gatti, e mentre guardo la bestiola accoccolata a far le fusa davanti al caminetto, non ho nessun motivo per dubitarne. Enigmatico, il gatto è affine a quelle strane cose che l’uomo non può vedere. È lo spirito dell’antico Egitto, depositario dei racconti a noi giunti dalle città dimenticate delle terre di Meroe e Ophir. È parente dei signori della giungla, erede dell’Africa oscura e feroce. La Sfinge è sua cugina, e lui parla la sua lingua; ma il gatto è più vecchio della Sfinge, e ricorda ciò che lei ha dimenticato.

H.P. Lovecraft, The Cats of Ulthar

Secondo il folklore stanotte si celebra la Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, la festa della primavera in Germania e in Europa Centrale. Secondo invece la tradizione esoterica l’evento coincide con il raduno annuale delle streghe che festeggiano a modo loro sul monte Brocken. Goethe lo ricorda anche in una scena del Faust.

Oltreoceano, a Providence, cittadina del New England, c’è stato un grande scrittore visionario che è riuscito a immaginare l’inimmaginabile: H. P. Lovecraft (1890-1937). Considerato il padre della fantascienza americana, anche se a mio avviso è una definizione limitativa per un pioniere della sperimentazione narrativa, capace di mescolare con disinvoltura generi diversi con un approccio totalmente innovativo per l’epoca, onirico e convincente allo stesso tempo.

Il racconto a cui mi riferisco venne scritto nel 1932 e pubblicato l’anno successivo in una raccolta dal nome emblematico, Weird Tales (Racconti Soprannaturali, Strani): The Dreams in the Witch House (I sogni nella casa stregata).

Il protagonista è uno studente di matematica che sta facendo una ricerca sulle realtà parallele. Walter Gilman affitta una stanza in una casa ad Arkham, che si dice sia infestata da uno spirito di una strega del XVII secolo. Ben presto comincerà ad avere strani incubi notturni, seguiti da risvegli sempre più agitati con segni di morsi visibili sul corpo. Nessuno dei suoi compagni di università è in grado di fornire delle spiegazioni plausibili, danno la colpa a una forma di sonnambulismo provocata dal morso di qualche topo che di notte vaga indisturbato per la casa. Gilman invece è sicuro che determinate relazioni geometriche all’interno dell’edificio aprano dei tunnel spazio-temporali verso altri mondi. All’inizio è incuriosito dall’impulso incontrollabile a viaggiare in altre dimensioni nel cuore della notte, affascinato più dall’idea di essere altrove, brancola nel buio, sospeso tra paura e sete di conoscenza. Ogni sera esplora territori sempre più oscuri, un frammento di incubo si aggiunge ad un altro frammento di incubo, finché non incontrerà la strega e il suo servitore e allora la ricerca avrà un esito imprevisto…

Biancaneve e i Sette Nani

Snow White Coffin Carried

Libera illustrazione del 1852, versione islandese…manca un nano (sospetto che sia Brontolo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ieri ho rivisto il film di Walt Disney del 1937, la versione restaurata, non era il film che io credevo di ricordare bene. Sono rimasta colpita dalla brevità dell’azione e dai testi delle canzoni, che sono davvero insopportabili. Nostalgicamente ero rimasta al ritornello dei nani, “andiam andiam, andiamo a lavorar”, anche se poi come “lavoro” collezionano diamanti e pietre preziose. Curiosamente li custodiscono dentro dei sacchi che poi mettono in un magazzino, la chiave rimane fuori appesa sulla porta, allora perché disturbarsi a chiudere la porta?

Avevo però rimosso le canzoni di Biancaneve che è una melomane compulsiva. È proprio il canto pieno di cinguettii e finali troncate a sedurre il principe che la sente da dietro il muro di recinzione del castello. Biancaneve appena lo vede scappa via, però si affaccia alla finestra e gli manda una colomba che lo bacia sulla bocca al posto suo.

Mi ricordavo perfettamente la regina dark e l’episodio del cuore del cinghiale, un atto di una crudeltà indicibile e un sacrificio inutile: lo specchio magico vede e rivela tutto quello che accade nel reame.

A casa dei nani Biancaneve svolazza con la scopa in mano mentre gli animali fanno le pulizie, poi si mette a riposare sui letti dei nani. Quando i nani arrivano a casa, temono che la casa sia infestata da un fantasma. Biancaneve si sveglia, gli ordina di lavarsi fuori dentro una vasca di acqua gelida e gli serve una brodaglia calda. Cucciolo è un caso disperato, non è in grado di parlare. Dopo cena Biancaneve si mette di nuovo a cantare con i nani. I nani le cedono i loro letti e dormono direttamente per terra.

Il giorno dopo prima di andare in miniera la pregano di non aprire a nessuno, l’avvertono che la regina è un’esperta di magia nera e la verrà a cercare. Biancaneve li rassicura che starà attenta. Mentre sta preparando una torta di mirtilli per Brontolo, arriva una vecchia che ha un aspetto davvero inquietante, che dovrebbe già essere un indizio, Biancaneve invece la invita in casa e le offre pure un bicchiere d’acqua. La vecchia strega le regala la mela dei desideri, Biancaneve cede alla tentazione, morde la mela e cade a terra.

I nani corrono a casa allertati ancora una volta dall’intervento provvidenziale degli animali del bosco ma non riescono a salvare Biancaneve. La strega svanisce in un burrone seguita da due avvoltoi, dopo aver tentato di ucciderli con un enorme masso. I nani si sciolgono in un pianto dirotto e si mettono a costruire una bara di oro e cristallo nel bosco. Mentre sono intenti a vegliare sulla tomba, improvvisamente arriva il principe, bacia Biancaneve, l’incantesimo si rompe, Biancaneve si sveglia, sale sul cavallo e se ne va via con il principe senza nemmeno organizzare una festa di addio. E i nani?

Preferisco di gran lunga Shrek, che pur essendo un orco ha dei modi più gentili.

Per chi fosse interessato, esiste la continuazione della storia di Biancaneve, Branca de Neve (2000) del regista portoghese Monteiro. L’hanno trasmessa tempo fa alle tre di notte, dopo aver sopportato pazientemente l’introduzione fuori sync, mi sono addormentata alla seconda battuta in portoghese, ZZZZZZZZ…

 

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