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One book in one tweet #33 Ritorno a Venezia

33-165

The Politics of Washing, Real Life in Venice, Polly Coles

Questo è il classico caso in cui non bisogna fidarsi delle recensioni sul retro di copertina. “Eloquent”. Scrittrice inglese che decide di vivere con la famiglia un anno a Venezia e si scontra con le difficoltà del quotidiano. Oltre l’incanto.

Guida sentimentale di Venezia, Diego Valeri

Necessario conoscere le lingue, molte citazioni sono in tedesco, senza nessuna traduzione – sarebbe il caso di aggiungerle – però qui davvero si coglie il senso di tutto, l’essenza della città labirintica descritta con rara sensibilità e poesia.

I nizioleti raccontano Venezia, Lorenzo Somma

I nizioleti (lett. lenzuolini) sono le scritte che compaiono al primo piano degli edifici veneziani, danno il nome al luogo che state attraversando: calli, campi e meandri vari. Un altro modo curioso di esplorare la città.

Le prigioni di Venezia, Giovanni Scarabello

Accurato rendiconto sulle condizioni carcerarie a Venezia durante la Repubblica. Nella Gabbia dei rei, Cheba – gabbia di ferro – si esponevano prigionieri che si erano macchiati di turpissime colpe. L’ergastolano Zaccaria Briani, il “vecio de casa”, contribuì al progetto di Antonio da Ponte per il concorso delle Carceri Nuove.

Spezie, vino, pane della Serenissima, Giampiero Rorato

A Venezia si documenta la presenza del pepe ancora prima dell’anno Mille, un sacco di pepe venne lasciato per testamento da Orso al monastero lagunare di Sant’Ilario…Frequenti traffici con il porto di Alessandra, e da Alessandria si trafuga il corpo di San Marco, coprendolo di prosciutti…

§

And the winner is

DiegoValeri

One book in one tweet #33 Ritorno a Venezia

33-165

The Politics of Washing, Real Life in Venice, Polly Coles

Questo è il classico caso in cui non bisogna fidarsi delle recensioni sul retro di copertina. “Eloquent”. Scrittrice inglese che decide di vivere con la famiglia un anno a Venezia e si scontra con le difficoltà del quotidiano. Oltre l’incanto.

Guida sentimentale di Venezia, Diego Valeri

Necessario conoscere le lingue, molte citazioni sono in tedesco, senza nessuna traduzione – sarebbe il caso di aggiungerle – però qui davvero si coglie il senso di tutto, l’essenza della città labirintica descritta con rara sensibilità e poesia.

I nizioleti raccontano Venezia, Lorenzo Somma

I nizioleti (lett. lenzuolini) sono le scritte che compaiono al primo piano degli edifici veneziani, danno il nome al luogo che state attraversando: calli, campi e meandri vari. Un altro modo curioso di esplorare la città.

Le prigioni di Venezia, Giovanni Scarabello

Accurato rendiconto sulle condizioni carcerarie a Venezia durante la Repubblica. Nella Gabbia dei rei, Cheba – gabbia di ferro – si esponevano prigionieri che si erano macchiati di turpissime colpe. L’ergastolano Zaccaria Briani, il “vecio de casa”, contribuì al progetto di Antonio da Ponte per il concorso delle Carceri Nuove.

Spezie, vino, pane della Serenissima, Giampiero Rorato

A Venezia si documenta la presenza del pepe ancora prima dell’anno Mille, un sacco di pepe venne lasciato per testamento da Orso al monastero lagunare di Sant’Ilario…Frequenti traffici con il porto di Alessandra, e da Alessandria si trafuga il corpo di San Marco, coprendolo di prosciutti…

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And the winner is

DiegoValeri

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: II parte

Riprendo la lettura del Reverendo Sterne – l’esilio del traduttore Foscolo e del suo alias creativo Didimo Chierico a Londra, avvenne dopo la traduzione del Viaggio Sentimentale, non fu un soggiorno tranquillo ma ebbe modo di conoscere quella realtà che aveva letto nei libri dal vivo, con scottanti delusioni e passioni, la casa londinese è a Turnham Green, estremo ovest, quartiere residenziale punteggiato di alloggi pre-Psycho, prototipo del cottage inquietante, vicino a Chiswick, dove c’è anche la tomba…L’assistente La Fleur, felice di ricevere la lettera di Madame L suggerisce a Yorik di rispondere alla donna con un messaggio speciale, apre il suo taccuino e gli fa leggere qualche billets doux per ispirarsi, compilando una serie di frasi condite ad effetto di seduzione sicura, iniziare sempre con qualche scusa che porta poi a fissare l’obiettivo sull’unica ragione d’essere: la figura femminile. Yorik copia e incolla, consegna il messaggio all’inaffidabile scudiero e si rimettono in viaggio verso Parigi, luogo di perdizione.

L’impatto con la città palpitante di vita lo fa sentire subito a disagio, nel suo vestito austero, nero e impolverato, si ritrova circondato da persone indaffarate con abiti colorati. Prima mossa: visita da un barbiere. Appena lo vede, gli consiglia di rilavare il ricciolo con acqua di mare – i parrucchieri sono sempre stati bizzarri – e quindi la consegna della lettera a Madame de R è rimandata per impegni imprevisti. Lungo la strada verso l’albergo, chiede a una giovane sarta in una bottega le indicazioni per l’Opéra, è talmente gentile che si mettono a parlare, e Yorik, che nella sua parrocchia dà anche consulenze mediche, si offre di misurarle il polso, finché non entra in scena dal retrobottega un uomo, non è il marito, è il fattorino. Yorik che non vuole andarsene, decide di comprarsi due paia di guanti, una spesa del tutto inutile, mentre fissa gli occhi scuri della donna con “ciglia di seta”.

Sarà amore? Non si sa, Yorik esce soddisfatto dell’acquisto direzione opera, postazione palchetto. Vicino di poltrona un vecchio ufficiale francese che legge il libretto e gli ricorda da subito il suo amico dilettissimo Tobia Shandy. E come succede a teatro si mette a guardare la folla, si concentra su un uomo piccolissimo alle prese con uno spettatore allampanato che non gli fa vedere nulla, “in Inghilterra non sarebbe permesso.” Si mettono a sniffare tabacco, e l’ufficiale gli risponde a tono, “ciascun popolo ha le proprie raffinatezze e grossolanità.” Yorik apprezza, e infatti, inserisce una digressione con l’aneddoto del bagno di Madame de Rambouillet che gli chiede di tirare la tenda perché deve andare a pisser, in francese suona meglio.

Fine del I volume.

Il secondo tomo si apre con una nuova digressione, i racconti dei viaggi dell’ufficiale gli fanno venire voglia di ripassare la lezione di Polonio ad Amleto, e così tornando all’albergo decide di comprarsi un’edizione del dramma, in negozio entra una giovane donna che chiede il libro in due volumi di Crébillon fils, I turbamenti del cuore e dello spirito. Yorik è così gentiluomo da regalarglielo. Nella vita Sterne aveva realmente conosciuto Crébillon a Parigi nel 1762, i due scrittori avevano in mente un progetto comune in cui ognuno dei due avrebbe dovuto scrivere delle indecenze dell’altro, ma l’impresa non venne mai realizzata. Conversando con la ragazza scopre che è la domestica di Madame de R. a cui Yorik deve consegnare la lettera. I due fanno un tratto di strada insieme, e Yorik a questo punto è sicuro che il messaggio verrà recapitato con dovizia di particolari, vorrebbe baciarla, ma in Francia le usanze sono diverse e quindi si trattiene. Tornato in albergo viene informato da La Fleur che l’ufficiale della polizia aveva chiesto il suo passaporto, Yorik non si era preoccupato di portarlo con sé. Passa una notte tormentata con la paura di essere incarcerato alla Bastiglia, e il giorno dopo parte per Versailles. Yorik insiste sul fatto che nel suo stemma araldico compare lo stornello, emblema dell’indipendenza di chi è non né ambizioso né avaro, ed era immune dalle leggi della disciplina feudale d’Inghilterra, e dall’ira e dal favore delle sette politiche. Senza averne avuto l’autorizzazione alcuni membri della famiglia Sterne avevano scelto lo stornello come simbolo araldico, associando il nome Sterne all’antico inglese stearn – starn in dialetto – che significa stornello.

Vedere per credere, lo stornello regna sovrano:

2014-10-19 17.39.23

fine seconda parte…penultima

§

Circoli tortuosi

English: Walt_Whitman_1940_Issue-5c.jpg Catego...

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.

Walt Whitman

Ieri mi sono messa a leggere alcuni blog letterari, i soliti noti. La cosa che mi ha colpito di più sono stati i commenti dei lettori-autori ai post degli autori, di solito acidi se non stizzosi. Il leitmotiv era sempre lo stesso, “la tua non è letteratura, non sei un bravo scrittore” o nei casi più fortunati, una critica alla sintassi, evidenziata da una frase colpevole di non avere una virgola, un palese refuso, che veniva isolata nello spazio bianco della casella del commento, accompagnata dalla domanda retorica “ma qui cosa intendevi? Era questo quello che volevi scrivere?” – Ovvio che no, è un errore di battitura, non lo vedi?

La cosa più grave, è che alla fine, il malcapitato di turno finiva sempre per soccombere, sbranato dal gruppo, o semplicemente demotivato da un confronto meschino lasciava correre con un laconico “Questo è quello che so fare”, fine del racconto.

Piccoli mondi antichi dove emergono da subito dinamiche di rivalsa o superiorità presunta, chi appoggia l’amico perché ha fatto la recensione dell’amico e forse pubblicherà la sua – il clan nel clan – chi lecca palesemente il culo, chi lo fa con classe, chi invece l’ha già leccato e ormai si sente al riparo da qualsiasi attacco, “il mio posto l’ho conquistato a caro prezzo, quindi non osate nemmeno contraddirmi, adesso faccio come dico io.”

Per chi è più temerario e decide di partecipare a qualche convegno letterario, prima o poi, avrà il piacere di sentire la fatidica frase: “io faccio letteratura”. Ah sì? E come? Ti chiedi in silenzio. Se solo colgono un’espressione di incredulità, sgranano gli occhi inorriditi dal fatto che tu abbia osato metterlo in dubbio. Basta distrarli con domande sul loro ultimo romanzo, e allora immediatamente si illuminano, grati di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, capisci che l’unica cosa che ti viene richiesta è ascoltarli, possibilmente dandogli ragione. A volte, sette ore di monologo sono un po’ troppe anche per chi ci mette tutta la buona volontà, finisci per annuire in silenzio con una smorfia sul viso sempre più rassegnata mentre con la mente sei già a casa in pantofole, felice di non fare parte di nessun clan.

Ho sempre ammirato invece lo spirito di gruppo degli Indiani d’America, sempre tifato per loro nei western, destinati a perdere clamorosamente in battaglie impari tra frecce avvelenate e colpi micidiali di fucile, pronti a difendere la loro tribù fino alla morte, autori di frasi talmente sagge che i visi pallidi dovevano farsele ripetere almeno due volte per capirle, poi alla fine li massacravano lo stesso, ma non avresti dimenticato mai più lo sguardo fiero di Vento nei Capelli.

“La rana non si ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive”, mi ricorda un vecchio proverbio Sioux. Per un attimo mi sento invasa da un nuovo proposito, è arrivato il momento di mettere in pratica la temperanza, termine che ho solo usato in qualche versione dal latino, poi guardo la periferia devastata, un paesaggio urbano assolutamente desolato, e inevitabilmente riaffiora una strana nostalgia.

Circoli tortuosi

English: Walt_Whitman_1940_Issue-5c.jpg Catego...

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.

Walt Whitman

Ieri mi sono messa a leggere alcuni blog letterari, i soliti noti. La cosa che mi ha colpito di più sono stati i commenti dei lettori-autori ai post degli autori, di solito acidi se non stizzosi. Il leitmotiv era sempre lo stesso, “la tua non è letteratura, non sei un bravo scrittore” o nei casi più fortunati, una critica alla sintassi, evidenziata da una frase colpevole di non avere una virgola, un palese refuso, che veniva isolata nello spazio bianco della casella del commento, accompagnata dalla domanda retorica “ma qui cosa intendevi? Era questo quello che volevi scrivere?” – Ovvio che no, è un errore di battitura, non lo vedi?

La cosa più grave, è che alla fine, il malcapitato di turno finiva sempre per soccombere, sbranato dal gruppo, o semplicemente demotivato da un confronto meschino lasciava correre con un laconico “Questo è quello che so fare”, fine del racconto.

Piccoli mondi antichi dove emergono da subito dinamiche di rivalsa o superiorità presunta, chi appoggia l’amico perché ha fatto la recensione dell’amico e forse pubblicherà la sua – il clan nel clan – chi lecca palesemente il culo, chi lo fa con classe, chi invece l’ha già leccato e ormai si sente al riparo da qualsiasi attacco, “il mio posto l’ho conquistato a caro prezzo, quindi non osate nemmeno contraddirmi, adesso faccio come dico io.”

Per chi è più temerario e decide di partecipare a qualche convegno letterario, prima o poi, avrà il piacere di sentire la fatidica frase: “io faccio letteratura”. Ah sì? E come? Ti chiedi in silenzio. Se solo colgono un’espressione di incredulità, sgranano gli occhi inorriditi dal fatto che tu abbia osato metterlo in dubbio. Basta distrarli con domande sul loro ultimo romanzo, e allora immediatamente si illuminano, grati di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, capisci che l’unica cosa che ti viene richiesta è ascoltarli, possibilmente dandogli ragione. A volte, sette ore di monologo sono un po’ troppe anche per chi ci mette tutta la buona volontà, finisci per annuire in silenzio con una smorfia sul viso sempre più rassegnata mentre con la mente sei già a casa in pantofole, felice di non fare parte di nessun clan.

Ho sempre ammirato invece lo spirito di gruppo degli Indiani d’America, sempre tifato per loro nei western, destinati a perdere clamorosamente in battaglie impari tra frecce avvelenate e colpi micidiali di fucile, pronti a difendere la loro tribù fino alla morte, autori di frasi talmente sagge che i visi pallidi dovevano farsele ripetere almeno due volte per capirle, poi alla fine li massacravano lo stesso, ma non avresti dimenticato mai più lo sguardo fiero di Vento nei Capelli.

“La rana non si ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive”, mi ricorda un vecchio proverbio Sioux. Per un attimo mi sento invasa da un nuovo proposito, è arrivato il momento di mettere in pratica la temperanza, termine che ho solo usato in qualche versione dal latino, poi guardo la periferia devastata, un paesaggio urbano assolutamente desolato, e inevitabilmente riaffiora una strana nostalgia.

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