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Riassunto delle puntate precedenti

The road to hell is paved with good intentions

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni

1.

Quel che importa è imparare a sperare

Ernest Bloch

Giorgio Innocenti stava fissando lo schermo del pc da più di un’ora. Aveva millantato una conoscenza dei classici che non aveva e ora si trovava a tradurre dall’inglese un saggio di teoria morale senza avere nessuna esperienza letteraria.

Passeggiando sotto i portici aveva acquistato da una bancarella una versione tascabile di un’edizione datata anni ’50 dello stesso autore, lo ritenne da subito un colpo di fortuna che lo avrebbe aiutato nella non facile resa della traduzione obsoleta.

Nonostante l’aiuto inaspettato ricevuto in sorte l’impresa si stava rivelando più difficile del previsto, il testo era di una noia mortale, scritto in un inglese impraticabile che non capiva, dal primo capitolo aveva eliminato interi paragrafi, ma ora si era arenato a pagina 23 leggendo una citazione di Pascal che lo aveva fatto riflettere:

“È una malattia naturale dell’uomo credere di possedere la verità direttamente; e da ciò deriva che è sempre disposto a negare tutto quanto gli è incomprensibile.”

Quel saggio stava diventando troppo ingombrante per la sua vita. Perché aveva detto che si era laureato in lingue quando invece non si era nemmeno laureato? Più che una domanda era ormai un tormento che lo perseguitava da anni.

Tutto era iniziato per caso, un mese prima davanti all’ingresso della libreria di via Pietrapiana. Mentre stava per entrare in negozio, un uomo basso e tarchiato gli aveva maldestramente pestato un piede. Stava per mandarlo a quel paese senza troppi preamboli quando riconobbe in quello sguardo furioso, gli occhi scuri inconfondibili del Sarti, un suo ex compagno di classe che non vedeva da tempo.

“Sarti ma sei te?”

“Certo che sono io, e tu chi sei?”

“Ma come? Non mi riconosci più? Ma sei proprio rimbambito! Non ti ricordi? Giorgio Innocenti!”

Nessuno dei due aveva avuto il coraggio di ammettere che erano davvero passati troppi anni e che gli anni li avevano cambiati. Tutte e due senza capelli, sovrappeso, con una pancia piuttosto pronunciata. Tutti e due con un guizzo negli occhi di voglia di vita.

Per togliersi dall’imbarazzo di doversi giustificare per non essersi più frequentati, avevano dato la colpa alla mascherina.

“Guarda come siamo messi!”

“Eh già…allora che mi racconti?”

“Andiamo al chioschetto di Mario che ti offro qualcosa…”

A Giorgio quel chioschetto aveva sempre fatto una tristezza unica ma non aveva osato spegnere quell’accenno di entusiasmo nell’ex compagno.

Arrivati al baretto si era già pentito, al primo bicchiere di Chianti, Sarti era un fiume in piena. Mollato dalla moglie, in causa con dei parenti per un podere, e con una casa editrice piena di debiti, Giorgio ascoltava lo sfogo dell’ex-compagno senza sapere come togliersi di impiccio. Era innegabile che avesse bisogno di farsi ascoltare da qualcuno, Giorgio annuiva in silenzio fino a che il monologo dopo venti minuti prese una piega inaspettata:

“Ma te che hai girato il mondo, non ti andrebbe di aiutarmi nella traduzione di un classico?”

“Io?”

“Sì tu, non hai vissuto all’estero?”

“Sì ma secoli fa…”

“Non fare il finto umile, sei sempre stato un secchione. Sono anche un po’ imbarazzato a chiedertelo, perché non ti posso pagare subito, ma tra vecchi amici ci si mette d’accordo…”

Ecco a questo punto Giorgio pensò al fatto che avessero un concetto di amicizia alquanto diverso. Non aveva mai avuto un amico che fosse durato a lungo, non secondo i suoi parametri di assoluta lealtà mai corrisposta per cui un vero amico è per sempre. E ora, semplicemente per il fatto che quel suo vecchio compagno di classe lo avesse chiamato “amico”, mentre di fatto voleva un favore che avrebbe ripagato malamente, lo convinse ad accettare l’insolita richiesta.

“Va bene, farò quel che posso.”

“Grazie Giorgio, sei un amico, sapevo che su di te avrei potuto contare.”

Sarti prese il suo pacco di libri, lanciò una banconota all’oste e lo liquidò con un “ci si sente allora” senza nemmeno dargli il tempo di replicare.

Giorgio sapeva che ancora una volta avrebbe dovuto recitare una parte, ciondolò verso il negozio dove lavorava come commesso pensando che fosse arrivato il momento di rimettersi in gioco, finalmente.

TO BE CONTINUED…GLI IMPOSTORI ©Branoalcollo

Diamo i numeri?

8.8.2018

Sarà per il caldo, la mattina è iniziata con una discussione sui numeri, che data eh? Si parte dalla somma 16 + 2 + 1 + 8 = 27 quindi 9 e poi non si sa dove va a finire.

Nel nostro caso, siamo arrivate a commentare La vita di Pi, il film di Ang Lee, tratto dal bestseller di Yann Martell, lo scrittore canadese che ha vinto il booker prize nel 2002, trasmesso ieri su RAI5, un’autentica manna visto il degrado dei programmi estivi e non solo, è tutta un’operazione nostalgica, ma cosa dobbiamo recuperare di un passato che ci inchioda a un tempo che non vive?

Il film (e il libro) pongono varie questioni su cui vale la pena riflettere.

Intanto la memoria è fiction, tutto si trasforma in racconto che ha poco che a vedere con la “realtà” là fuori, riflesso emotivo e non solo di quanto dobbiamo affrontare. In questo caso la storia sorprendente di un naufragio, perdere tutto e ritrovarsi completamente soli alla deriva, un ragazzo che vede morire tutta la famiglia e si ritrova in mezzo al mare su una scialuppa in compagnia di una tigre che ha un nome umano, avrebbe dovuto chiamarsi Thirsty (Assetata) ma per un errore del custode prende il nome del suo cacciatore Richard Parker. La tempesta, la violenza dell’impatto delle onde a cui non è preparato, lo obbligano a diventare saggio, a cercare di trovare un senso nel caos, ad occuparsi di se stesso senza mezzi e con una belva feroce che ha fame più di lui. La missione da supereroe lo tiene in vita, in mente la lezione sempre presente del padre, “non farti ingannare dagli occhi della tigre, il lato umano che vedi è solo il tuo riflesso”…già…ma che farsene di quel riflesso in mezzo a un oceano burrascoso?

A fatica impara a convivere con la paura, e quando sembra non farcela più, arriva un messaggio inaspettato da quella natura matrigna che a volte si ricorda di lui e gli dà qualche momento di tregua, e la speranza si nutre di altre piccole speranze, una pesca inaspettata, la belva che a forza di ruggiti sembra capirlo fino a che il naufragio finisce e finalmente si tocca terra.

Una volta approdati su una spiaggia deserta, la belva sparisce, senza mai voltarsi indietro, sta dimostrando di essere più saggia del ragazzo o è solo una sua percezione?

Su un letto di un anonimo ospedale gli umani stentano a credere che un ragazzo sia sopravvissuto in mare per tutto quel tempo da solo con una tigre di cui non si ha nessuna traccia. Siamo sicuri che non si sia inventato tutto?

E allora Pi cambia versione. Non credete al fantastico? Benissimo, cambio rotta, vi racconto un’altra verità, un racconto terribile, pieno di violenza in cui gli umani prendono il posto degli animali, sono cannibali crudeli che si ammazzano l’un l’altro, si torturano, e fanno una fine sciagurata. E io sono l’unico sopravvissuto, così voi assicuratori potete chiudere e archiviare definitivamente il caso. Il resto continua a esistere altrove e voi non lo vedrete mai.

La tigre Richard Parker non mi aveva mai visto come un amico, dopo tutto quello che avevamo passato, non si voltò nemmeno, ma io credo che nei suoi occhi ci fosse molto più che il semplice riflesso delle mie emozioni. Lo so, l’ho percepito, anche se non posso provarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diamo i numeri?

8.8.2018

Sarà per il caldo, la mattina è iniziata con una discussione sui numeri, che data eh? Si parte dalla somma 16 + 2 + 1 + 8 = 27 quindi 9 e poi non si sa dove va a finire.

Nel nostro caso, siamo arrivate a commentare La vita di Pi, il film di Ang Lee, tratto dal bestseller di Yann Martell, lo scrittore canadese che ha vinto il booker prize nel 2002, trasmesso ieri su RAI5, un’autentica manna visto il degrado dei programmi estivi e non solo, è tutta un’operazione nostalgica, ma cosa dobbiamo recuperare di un passato che ci inchioda a un tempo che non vive?

Il film (e il libro) pongono varie questioni su cui vale la pena riflettere.

Intanto la memoria è fiction, tutto si trasforma in racconto che ha poco che a vedere con la “realtà” là fuori, riflesso emotivo e non solo di quanto dobbiamo affrontare. In questo caso la storia sorprendente di un naufragio, perdere tutto e ritrovarsi completamente soli alla deriva, un ragazzo che vede morire tutta la famiglia e si ritrova in mezzo al mare su una scialuppa in compagnia di una tigre che ha un nome umano, avrebbe dovuto chiamarsi Thirsty (Assetata) ma per un errore del custode prende il nome del suo cacciatore Richard Parker. La tempesta, la violenza dell’impatto delle onde a cui non è preparato, lo obbligano a diventare saggio, a cercare di trovare un senso nel caos, ad occuparsi di se stesso senza mezzi e con una belva feroce che ha fame più di lui. La missione da supereroe lo tiene in vita, in mente la lezione sempre presente del padre, “non farti ingannare dagli occhi della tigre, il lato umano che vedi è solo il tuo riflesso”…già…ma che farsene di quel riflesso in mezzo a un oceano burrascoso?

A fatica impara a convivere con la paura, e quando sembra non farcela più, arriva un messaggio inaspettato da quella natura matrigna che a volte si ricorda di lui e gli dà qualche momento di tregua, e la speranza si nutre di altre piccole speranze, una pesca inaspettata, la belva che a forza di ruggiti sembra capirlo fino a che il naufragio finisce e finalmente si tocca terra.

Una volta approdati su una spiaggia deserta, la belva sparisce, senza mai voltarsi indietro, sta dimostrando di essere più saggia del ragazzo o è solo una sua percezione?

Su un letto di un anonimo ospedale gli umani stentano a credere che un ragazzo sia sopravvissuto in mare per tutto quel tempo da solo con una tigre di cui non si ha nessuna traccia. Siamo sicuri che non si sia inventato tutto?

E allora Pi cambia versione. Non credete al fantastico? Benissimo, cambio rotta, vi racconto un’altra verità, un racconto terribile, pieno di violenza in cui gli umani prendono il posto degli animali, sono cannibali crudeli che si ammazzano l’un l’altro, si torturano, e fanno una fine sciagurata. E io sono l’unico sopravvissuto, così voi assicuratori potete chiudere e archiviare definitivamente il caso. Il resto continua a esistere altrove e voi non lo vedrete mai.

La tigre Richard Parker non mi aveva mai visto come un amico, dopo tutto quello che avevamo passato, non si voltò nemmeno, ma io credo che nei suoi occhi ci fosse molto più che il semplice riflesso delle mie emozioni. Lo so, l’ho percepito, anche se non posso provarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mobbing Dick

Chi prova di più le gioie del sesso, l’uomo o la donna? Quando Era per risolvere la disputa con Zeus lo chiese all’indovino Tiresia – che aveva avuto il privilegio di vivere nel corpo di una donna per sette anni – la risposta fu immediata: la donna. Era gli cavò gli occhi, così giusto per mettere le cose in chiaro. Un atto di supremazia o un gesto di invidia per aver saputo vedere le cose meglio di altri?

Del resto le divinità greche non sono mai state immuni da comuni, per quanto spiacevoli, meschinità umane. Che un invidioso ti dia consigli su come comportarsi con altri invidiosi è una bella contraddizione, ma c’è chi insiste da anni a essere al posto tuo, vuole proprio starci, un alter ego grottesco come uno specchio deformante.

Quando Odisseo, scende agli Inferi e interroga l’ombra dell’indovino tebano sul proprio destino – tra i nemici il potentissimo Poseidone, che si vuole vendicare dell’accecamento del figlio Polifemo – il viaggio in mare non sarà una traversata semplice, ci saranno molti ostacoli, ma nell’oracolo c’è già la possibilità di dare una svolta al proprio destino:

«Cerchi il ritorno dolcezza di miele, splendido Odisseo,
ma faticoso lo farà un nume; non credo
che sfuggirai all’Ennosígeo, tant’odio s’è messo nel cuore,
irato perché il figlio suo gli accecasti;
ma anche così, pur soffrendo dolori, potrete arrivare,
se vuoi frenare il tuo cuore e quello dei tuoi,
quando avvicinerai la solida nave
all’isola Trinachía, scampato dal mare viola,
e pascolanti là troverete le vacche e le floride greggi
del Sole, che tutto vede e tutto ascolta dall’alto.
Se intatte le lascerai, se penserai al ritorno,
in Itaca, pur soffrendo dolori, potrete arrivare:
ma se le rapisci allora t’annuncio la fine
per la nave e i compagni. Quanto a te, se ti salvi,
tardi e male tornerai, perduti tutti i compagni,
su nave altrui, troverai pene in casa,
uomini tracotanti, che le ricchezze ti mangiano,
facendo la corte alla sposa divina e offrendole doni di nozze
Ma la loro violenza punirai, ritornato.
E quando i pretendenti nel tuo palazzo avrai spento,
o con l’inganno, o apertamente col bronzo affilato,
allora parti, prendendo il maneggevole remo,
finché a genti tu arrivi che non conoscono il mare,
non mangiano cibi conditi con sale,
non sanno le navi dalle guance di minio,
né i maneggevoli remi che son ali alle navi.
E il segno ti dirò, chiarissimo: non può sfuggirti.
Quando, incontrandoti, un altro viatore ti dica
che il ventilabro tu reggi sulla nobile spalla,
allora, in terra piantato il maneggevole remo,
offerti bei sacrifici a Poseidone sovrano
– ariete, toro e verro marito di scrofe –
torna a casa e celebra sacre ecatombi
ai numi immortali che il cielo vasto possiedono,
a tutti per ordine. Morte dal mare
ti verrà, molto dolce, a ucciderti vinto
da una serena vecchiezza. Intorno a te popoli
beati saranno. Questo con verità ti predico».

 

Il racconto del mito ancora una volta ci viene incontro per riportarci a casa, è il progetto di quello che abbiamo deciso che sarà di noi a levarci da brutte acque, la speranza diventa un sogno a occhi aperti.

§

*Omero, Odissea, libro XI, vv. 100-137, versione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 2005.

 

 

 

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