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Le interviste possibili: XI. Giampaolo Azzoni

L’undicesimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giurista e filosofo italiano, Giampaolo Azzoni, professore ordinario in “Teoria generale del diritto” all’Università di Pavia. Si è laureato in giurisprudenza avendo come relatore Amedeo Giovanni Conte, l’inventore di un nuovo genere letterario, l’eidogramma – il pensiero rappresentato in concetti astratti. Si è poi specializzato in filosofia analitica, nel corso della sua versatile carriera di studi e lavorativa, si è occupato di filosofia del diritto, di etica e deontologia della comunicazione, di studi culturali, laboratori di ghostwriting, relazione tra pensiero metafisico classico e contemporaneo, stato e mercato, comunicazione di impresa, consenso informato, trapianti, sperimentazioni cliniche, dignità umana, e molto altro. Impossibile non intervistarlo.

Onorata di averti nel mio salotto virtuale, qui ci vuole un brindisi…cosa ti offro? A te la scelta…

Un amico una volta mi disse che alcuni popoli amavano bere semplice acqua bollita. Io stupito chiesi se aggiungevano un po’ di the o qualcos’altro. Ma mi disse che era sola acqua bollita. Ora non mi ricordo più bene né chi fosse l’amico, né quali fossero i popoli, ma quell’immagine di un bollitore da cui prendere e offrire della semplice acqua mi colpì. Ora non ho mai bevuto solo acqua bollita. Ecco il momento di farlo.

Nemmeno io, salutare sicuramente.

Curiosamente la prima testimonianza di un testo in italiano volgare è un atto legale, riguardava una lite sui confini di proprietà tra il monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d’Aquino. Non una lirica ma una dichiarazione scritta con tanto di testimoni: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.” Il linguaggio del diritto ha anticipato l’evoluzione della lingua letteraria italiana, diventare lingua di relazione per aprirsi allo scambio di idee, ora si capisce sempre meno l’uso odierno del burocratese, idioma incomprensibile ai più, che esclude e non include, siamo tornati indietro?

Non solo la nascita dell’italiano, ma gli stessi inizi della scrittura, un po’ in tutte le culture antiche, sono strettamente connesse alla redazione di atti giuridici. Resta profondamente vera l’intuizione dei romantici tedeschi secondo cui la lingua ed il diritto sono due espressioni, strutturalmente simili, dello spirito di un popolo. Se poi guardiamo al luogo dove la nostra cultura si è definita, cioè la Grecia antica, possiamo vedere che le figure del legislatore e del poeta sono spesso associate nella medesima persona: le leggi non venivano pubblicate sulla “Gazzetta Ufficiale”, ma cantate dagli aedi. La perversione burocratica contemporanea è l’esito di una tragica frattura che si è prodotta in Europa a partire dalla rivoluzione francese (e, in particolare, a partire dal frutto più importante di quella rivoluzione: il codice civile voluto da Napoleone); allora il diritto si è progressivamente separato dalla cultura dei popoli e dalla scienza dei giuristi, per iniziare ad essere concepito come il prodotto del potere politico dello Stato. Non è detto, però, che tale degenerazione sia senza ritorno: il diritto è un fenomeno troppo rilevante per l’umano perché all’uomo non debba ritornare. Basterebbe riscoprire l’immenso tesoro della storia giuridica che dal diritto romano percorre tutto il medioevo.

I social network ci hanno trasformato secondo gradi di consapevolezza diversi in voyeur, la netiquette è destinata a essere disattesa forse perché si esprime in un linguaggio che rispetta solo formalmente il mondo tecnologico virtuale ma non lo comprende, dobbiamo darci nuove regole?

L’evoluzione tecnologica pone contesti e situazioni nuove per l’etica. Cioè appare sempre più problematico ciò che deve essere fatto da un singolo uomo o da una comunità per rispettare la propria natura. E, senz’altro, le relazioni che si sviluppano nella Rete costituiscono un fenomeno oggettivamente nuovo, per non parlare dei dilemmi posti dal progresso biomedico. Ma credo che molte delle difficoltà etiche su come sia bene comportarsi in certe situazioni non dipendano essenzialmente dalla loro novità quanto dalla nostra ignoranza sul bello, sul giusto e sul conveniente. Mi chiedo quanti studenti (e professori!) universitari abbiano la capacità di cogliere le differenze tra i concetti che erano presenti in una qualsiasi lezione a Parigi o Bologna nel XIII secolo; oppure quanti frequentatori di un social network conoscano il minimo delle buone maniere che un tempo era comune a buona parte della società. Abbiamo acquisito straordinarie abilità tecniche, ma abbiamo perduto l’educazione necessaria per esse. Credo che le tecnologie contemporanee richiedano un grande addestramento a cose come la metrica, il disegno e la traduzione dal greco. Una rivoluzione di cui ci sarebbe bisogno è quella di un nuovo alessandrinismo.

In un saggio molto interessante di Eugen Fink, L’oasi del gioco, il gioco viene interpretato come una rappresentazione allegorica del mondo, nell’accordo con la sua essenza ludica l’uomo si mette in relazione con il tutto. Che rapporto hai con il gioco?

Eugen Fink è stata persona di grande sensibilità teoretica. E un po’ tutto il XX secolo ha insistito giustamente sull’importanza del gioco per l’umano. Il gioco infatti rappresenta nel modo più semplice ed immediato ciò che rende l’uomo tale: la sua non riduzione al mero calcolo, alla utilità, alla soddisfazione di bisogni primari. Qui l’uomo è lontanissimo dall’animale. Johan Huizinga, autore del celebre Homo ludens ha considerato il gioco (fino dal sottotitolo del suo libro) essenzialmente come un “fenomeno culturale” e non come una “funzione biologica”. Per Huizinga, il gioco, anche nelle sue forme più semplici, “è una funzione che contiene un senso”.

Ma è Georges Bataille che ha introdotto un concetto fondamentale: quello di dépense. Il gioco rappresenta nel modo più semplice ed immediato ciò che rende l’uomo tale perché in esso emerge nel modo più semplice ed immediato il concetto di dépense, un dispendio che non obbedisce a nessun calcolo. La parte più significativa della cultura umana altro non è che dépense: oltre al gioco, il dono, il lusso, le costruzioni di monumenti, gli spettacoli,…, e la stessa letteratura o filosofia.

Dunque, in questo senso, ho avuto la fortuna di dedicare una parte grande della mia vita al gioco.

L’inglese giustamente distingue tra i due termini, play, la dépense di cui parli tu, e game, il gioco con le regole, e per definizione non esiste vero gioco se non esiste almeno una regola, l’italiano, invece mescola creativamente le carte in tavola.

Mi ha molto colpito una tua lezione sulla felicità che partiva da una citazione di Aristotele, “la felicità non è un numero dispari”, ossia non ci può essere felicità se tutte le parti non sono felici…cos’è per te la felicità?

Grazie per l’attenzione con cui hai visto le mie cose. Quello che mi affascina di Aristotele è l’idea di una felicità etica cioè che si dà solo in un contesto ampio di relazioni con altri uomini. Credo che questo sia il concetto di felicità più rilevante per chi si occupi di società: vivere pienamente con chi ci è stabilmente vicino in famiglia, sul lavoro, nella nostra città. Occuparsi di politica non dovrebbe poter significare altro che lavorare per costruire le condizioni di questa felicità.

Accanto a questa felicità etica, vi è poi un altro tipo di felicità, tipicamente individuale, e che potremmo chiamare “mentale” (sul modello di un bel libro di Maria Corti) o più estesamente “mistica”. Questo secondo tipo di felicità, a differenza del primo, non si da in continuità, ma secondo istanti, in cui ci pare di vivere tutta la vita, senza residuo alcuno. L’arte è spesso il canale perché questa felicità ci investa.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Scelgo uno splendido video di Adrian Paci visto questo autunno al PAC di Milano (e di cui un breve, ma indicativo, estratto è su YouTube). È la storia della realizzazione di una colonna di marmo: dalla cava al suo trasporto nel museo, dove la colonna appare accanto allo schermo in cui si proietta il video.

Credo sia difficile rappresentare meglio il concetto di lavoro dell’uomo: la sua fatica e la sua apparente futilità (la dépense!). Ma l’uomo è tale solo perché il suo lavoro produce cose come inutili e belle colonne.

Un’opera in divenire, grazie, è stato un vero piacere. 

 

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Le interviste continuano…STAY TUNED

Fuoco cammina con me

Ira è breve furor. Francesco Petrarca

Inutile negarlo è stato un anno decisamente rognoso, che ringrazio per avermi dato la possibilità di allenarmi a esercitare l’antica arte della pazienza, a volte con scarsi risultati, e attacchi di ira furibondi per episodi spiacevoli (angustie varie e eventuali), spesso per discussioni accese, scatenate da frasi sbagliate nel momento sbagliato.

In fondo in questo mondo virtuale dove è facile nascondersi dietro nickname e figurine da cartone animato, litigare è diventato un modo per animare un etere intangibile, i social network si trasformano improvvisamente in campi di battaglia in cui si sfogano malumori funesti, si finisce per urlare da soli davanti al computer, le cosiddette parole al vento con sospetti replicanti.

Purtroppo la pazienza non rientra ancora tra le mie qualità, devo ammetterlo, sicuramente un aspetto su cui dovrò lavorare a lungo.

Mi è tornato allora in mente un libretto utilissimo scritto da Robert A. F. Thurman[1], che oltre a essere il padre della splendida Uma Thurman, è un uomo di rara saggezza che ha studiato per anni il fenomeno dell’ira, infatti è uno dei maggiori esperti di buddhismo tibetano negli Stati Uniti. Non che io pratichi il buddhismo ma sono affascinata dai suoi insegnamenti spirituali, ricordo ancora con nostalgia la serie televisiva Kung Fu con David Carradine.

Il manuale di Thurman è diventato una lettura costante nel tempo, riesce sempre a farmi sentire in colpa per il mio temperamento marziale. Gli irascibili vengono descritti così male che alla fine solamente riconoscerti in parte in quel fuoco che non trova pace e si alimenta della propria rabbia, diventa omeopatico.

Proprio all’inizio del libro Thurman confessa un passato da irascibile incompreso, e davvero non riesci a immaginare che quest’uomo dai modi serafici abbia potuto essere un tiranno dalla lingua tagliente. Ma è proprio l’introduzione che ti frega ogni volta, perché in questa breve ma efficace opera di persuasione effetto specchio alla fine ti convinci che ti devi liberare per sempre dalla schiavitù dell’ira, che oltre a essere uno dei sette vizi capitali, diventa di fatto un impedimento per raggiungere la felicità, o il nirvana, a seconda dei punti di vista: “L’ira non è mai placata dall’ira. È placata dall’amore. Questa è la verità eterna.”[2]

Io, tutte le volte che lo leggo, mi riprometto che prima o poi riuscirò a non cadere nella fatidica ma inevitabile trappola dello spreco di energia, ripetendomi come mantra che l’arrabbiatura per essere un’arma costruttivamente utile deve essere trasformata in energia della tolleranza.

Sono ancora lontanissima dall’agognata meta della pazienza misericordiosa, ma c’è una frase che ogni volta che rileggo ha il potere di rasserenarmi: “se è naturale per gli stolti causare danno agli altri, è sbagliato adirarsi con loro, come prendersela con il fuoco perché brucia”.[3]

Meglio incominciare a meditare su una lezione preziosa del Maestro Po: “be like the sun and what is within you will warm the earth.” (Sii come il sole e ciò che è dentro di te riscalderà la terra)


[1] L’ira, Robert A. F. Thurman, Cortina Editore, 2004.

[2] Ibidem, p. 3, Dhammapada, The Way of Truth.

[3] Ibidem, p. 93.

 

 
 
 

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