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Le Interviste Probabili: 2. Sir Arthur Conan Doyle

Qui ci inchiniamo di fronte al maestro del Detective per eccellenza, Arthur Conan Doyle, medico, sportivo, abile boxeur, una vita ricca, costellata di avventure di ogni genere, dall’Artico all’Africa, alle guerre, in compagnia della sua creatura più famosa, Sherlock Holmes, autore di altri romanzi, The White Company, The Lost World, e The Adventures of Brigadier Gerard, indubbiamente meno noti.

Si è già messo comodo in poltrona, e quindi gli offro uno sherry, il clima è umido, fuori piove, mi sembra adatto all’occasione.

Caro Arthur, dovevo scoprirlo da un altro scrittore, Mark Haddon (1), che lei non fa mai dire “elementary” al suo investigatore, ma è un’invenzione cinematografica.

Sherlock Holmes è un uomo sorprendente, anche nella normalità, “quante volte vi ho detto che una volta che avete escluso l’impossibile, ciò che resta per quanto improbabile, deve essere la verità?”

Hanno fatto anche un telefilm negli Stati Uniti con la stessa espressione…

Ehm sì, un’idea bizzarra ma non priva di interesse, Moriarty è una donna, e mi sembra che sia un’interpretazione con una sua validità, più contemporanea; mi hanno detto che hanno girato centinaia e centinaia di film – peraltro non ho mai guadagnato un penny – preferisco sempre e comunque il buon vecchio libro, nella mia opera è fondamentale la ricostruzione dei fatti, come vengono descritti gli oggetti, la memoria si sa è selettiva, si ricorda quello che si vuole ricordare, e certi dettagli, se ben analizzati hanno una microstoria che si somma a tante altre, e poi ci vuole tempo, anche per ricordare, la lettura mi sembra la scala ideale, mediata anche da una successiva rielaborazione, non necessariamente in ordine cronologico.

La lente di ingrandimento è davvero utile, o ormai è un gadget sopravvalutato?

Indispensabile, almeno per me, intanto è sempre un gesto elegante osservare le cose attraverso una lente di ingrandimento, e poi mi serve per distrarre l’attenzione, per prendere appunti.

In molti suoi casi, ci sono riferimenti ad avvenimenti di cronaca nera realmente accaduti, mi viene in mente la fine tremenda di Charles Walton, il ragazzino che lei rievoca nel Mastino dei Buskerville…sessant’anni dopo il suo racconto, è stato trovato in un campo ridotto in pessime condizioni da un forcone…

È un episodio che ancora mi sconvolge, l’incontro di quel bracciante con un cane mostruoso che poi aveva preso le sembianze di una donna coperta da un mantello mi avevo spinto a scrivere la storia in effetti, ma le assicuro che se passa da quei luoghi, ai piedi di Meon Hill, vicino al cerchio di pietre neolitiche, The Whispering Knights – i cavalieri sussurranti – l’atmosfera non è delle migliori. Seguii la vicenda, perché quell’incontro con la bestia nera era stato pubblicato sul giornale locale, c’era da aspettarselo che Ann Turner si sarebbe vendicata.

Ma un uomo di scienza come lei crede ancora alle leggende e al folklore?

Non si può negare che nel 1875 Ann Turner fece una brutta fine, macellata da un forca, da un tal John Hayward, la riteneva colpevole di atti di stregoneria nei suoi confronti.

Il luogo è oggettivamente suggestivo, al centro dell’Inghilterra, nel Warwickshire, la terra di Shakespeare, dei cottage di fieno, e anche degli Hobbit, come insegna Tolkien, le leggende non mancano da queste parti. Era uno scenario che non si poteva ignorare, un setting ideale, e poi il Cane Nero fa proprio parte delle saghe popolari, direttamente derivato dal mito egizio, Anubi, il dio dell’imbalsamazione è ritratto con la testa di un cane nero o comunque di un canide simile allo sciacallo, è stato Anubi ad aiutare Iside a ricomporre il cadavere del marito Osiride. I pezzi di mummie erano ingredienti comuni di molte pozioni magiche in Gran Bretagna e altrove, e nel Medioevo il commercio di mummie era piuttosto diffuso. Tutti elementi non trascurabili.

“I cani non sbagliano”.

Arthur Conan Doyle sorride compiaciuto della citazione.

Ricorda ancora l’episodio dei due spaniel messi all’inseguimento di tracce di Jack lo Squartatore?

Come no? Barnaby e Burgo, due spaniel piuttosto svegli, è vero che si persero, ma la colpa era degli addestratori, e poi la cronaca dimostrò che durante quel periodo Jack lo Squartatore non commise nessun delitto. Coincidenza, casualità? Entrambe le cose.

Le sanguisughe servivano, era davvero convinto del metodo?

Sono anellidi che hanno una loro utilità, in medicina primitiva si usavano per salassare i pazienti, una terapia di cui si è spesso abusato e invece si è scoperto che preservava la circolazione di parti riattaccate chirurgicamente. E poi c’è questo strano legame con un qualcosa di repellente, di estraneo al nostro corpo che può avere una funzione salvifica, a volte succede anche tra esseri apparentemente incompatibili.

Accanto all’analisi deduttiva lei ha sempre avuto uno spiccato interesse per lo spiritismo, che cosa l’ha spinto a interessarsi all’argomento?

Sono sempre stato affascinato dall’ignoto, è stata la mia esperienza personale, durante la guerra, che mi ha spinto a investigare che cosa succedesse dopo la morte, se c’era qualcosa o se venivamo inghiottiti in un grande nulla. Non ho mai condotto i miei esperimenti da solo, quindi quello che ho visto e ho udito è stato testimoniato da altre persone, sono fenomeni di cui mi sono occupato fin dagli esordi della mia carriera, già nel 1886, in compagnia del Generale Drayson. Fui così colpito che feci pubblicare un articolo sulla rivista Light, proprio per dare una nuova svolta ai miei interessi, e poi successivamente mi iscrissi alla Società per la Ricerca Psichica, sono certo che la telepatia funzioni veramente.

Il suo rapporto con Houdini davverò si guastò per una lettera che sua moglie disse di aver scritto teleguidata dallo spirito della madre di Houdini?

Tutto insolitamente vero, mia moglie Jean condivideva i miei interessi, facemmo un esperimento di ipnosi, lei cadde in trance grazie alla scrittura automatica riferì un messaggio della madre di Houdini. Houdini non apprezzò, la madre non sapeva una parola di inglese, per lui era una frode, priva di fondamento scientifico, ecco detto da lui, mi sembrò quasi impossibile. Inutile dirle che dopo quell’evento la nostra amicizia finì. Per me era inconcepibile che un uomo di quel talento e con tanti poteri fosse così poco ricettivo di fronte ad altre manifestazioni, e si fermasse a un limite traduttivo. E poi Houdini viveva di magia e anche di suggestioni, era un esperto manipolatore, oltre che illusionista.

Lei ha svolto numerose ricerche sulle fate, nel 1920 venne incaricato a scrivere un articolo sul tema per il numero di Natale dello Strand, fu allora che scoprì che due ragazze dello Yorkshire, due cugine Elsie Wright e Frances Griffith avevano fotografato delle strane creature, le fate di Cottingley… un evento epocale?

Un caso difficile e complesso, che documentai con perizia, incaricai il mio fidato amico Edward Gardner. Da vero scozzese non potevo non studiarlo, perché qui nulla è come sembra, nessuno poteva credere che Elsie giocasse con uno gnomo, le fate erano deliziose, per alcuni un po’ troppo parigine, così chiesi a Edward di portare delle macchine fotografiche per far scattare delle nuove foto, e non successe niente, i luoghi misteriosi con cascate sembravano svaniti insieme agli elfi, fino a che nella primavera del 1921, successe l’inaspettato, Elsie e Frances scattarono tre nuove foto, l’evento venne catalogato come qualcosa di inspiegabile, è più facile che la gente creda al mostruoso che al fantastico, mi sono fatto una mia idea sull’argomento, gliela racconterò al prossimo sherry, davvero squisito.

Mi raccomando la prendo in parola, spiace davvero che il tempo a disposizione sia finito…alla prossima…nell’aria soltanto una scia di profumo lievemente muschiato.

 

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 (1) Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, 2003.

Le Interviste Probabili: 2. Sir Arthur Conan Doyle

Qui ci inchiniamo di fronte al maestro del Detective per eccellenza, Arthur Conan Doyle, medico, sportivo, abile boxeur, una vita ricca, costellata di avventure di ogni genere, dall’Artico all’Africa, alle guerre, in compagnia della sua creatura più famosa, Sherlock Holmes, autore di altri romanzi, The White Company, The Lost World, e The Adventures of Brigadier Gerard, indubbiamente meno noti.

Si è già messo comodo in poltrona, e quindi gli offro uno sherry, il clima è umido, fuori piove, mi sembra adatto all’occasione.

Caro Arthur, dovevo scoprirlo da un altro scrittore, Mark Haddon (1), che lei non fa mai dire “elementary” al suo investigatore, ma è un’invenzione cinematografica.

Sherlock Holmes è un uomo sorprendente, anche nella normalità, “quante volte vi ho detto che una volta che avete escluso l’impossibile, ciò che resta per quanto improbabile, deve essere la verità?”

Hanno fatto anche un telefilm negli Stati Uniti con la stessa espressione…

Ehm sì, un’idea bizzarra ma non priva di interesse, Moriarty è una donna, e mi sembra che sia un’interpretazione con una sua validità, più contemporanea; mi hanno detto che hanno girato centinaia e centinaia di film – peraltro non ho mai guadagnato un penny – preferisco sempre e comunque il buon vecchio libro, nella mia opera è fondamentale la ricostruzione dei fatti, come vengono descritti gli oggetti, la memoria si sa è selettiva, si ricorda quello che si vuole ricordare, e certi dettagli, se ben analizzati hanno una microstoria che si somma a tante altre, e poi ci vuole tempo, anche per ricordare, la lettura mi sembra la scala ideale, mediata anche da una successiva rielaborazione, non necessariamente in ordine cronologico.

La lente di ingrandimento è davvero utile, o ormai è un gadget sopravvalutato?

Indispensabile, almeno per me, intanto è sempre un gesto elegante osservare le cose attraverso una lente di ingrandimento, e poi mi serve per distrarre l’attenzione, per prendere appunti.

In molti suoi casi, ci sono riferimenti ad avvenimenti di cronaca nera realmente accaduti, mi viene in mente la fine tremenda di Charles Walton, il ragazzino che lei rievoca nel Mastino dei Buskerville…sessant’anni dopo il suo racconto, è stato trovato in un campo ridotto in pessime condizioni da un forcone…

È un episodio che ancora mi sconvolge, l’incontro di quel bracciante con un cane mostruoso che poi aveva preso le sembianze di una donna coperta da un mantello mi avevo spinto a scrivere la storia in effetti, ma le assicuro che se passa da quei luoghi, ai piedi di Meon Hill, vicino al cerchio di pietre neolitiche, The Whispering Knights – i cavalieri sussurranti – l’atmosfera non è delle migliori. Seguii la vicenda, perché quell’incontro con la bestia nera era stato pubblicato sul giornale locale, c’era da aspettarselo che Ann Turner si sarebbe vendicata.

Ma un uomo di scienza come lei crede ancora alle leggende e al folklore?

Non si può negare che nel 1875 Ann Turner fece una brutta fine, macellata da un forca, da un tal John Hayward, la riteneva colpevole di atti di stregoneria nei suoi confronti.

Il luogo è oggettivamente suggestivo, al centro dell’Inghilterra, nel Warwickshire, la terra di Shakespeare, dei cottage di fieno, e anche degli Hobbit, come insegna Tolkien, le leggende non mancano da queste parti. Era uno scenario che non si poteva ignorare, un setting ideale, e poi il Cane Nero fa proprio parte delle saghe popolari, direttamente derivato dal mito egizio, Anubi, il dio dell’imbalsamazione è ritratto con la testa di un cane nero o comunque di un canide simile allo sciacallo, è stato Anubi ad aiutare Iside a ricomporre il cadavere del marito Osiride. I pezzi di mummie erano ingredienti comuni di molte pozioni magiche in Gran Bretagna e altrove, e nel Medioevo il commercio di mummie era piuttosto diffuso. Tutti elementi non trascurabili.

“I cani non sbagliano”.

Arthur Conan Doyle sorride compiaciuto della citazione.

Ricorda ancora l’episodio dei due spaniel messi all’inseguimento di tracce di Jack lo Squartatore?

Come no? Barnaby e Burgo, due spaniel piuttosto svegli, è vero che si persero, ma la colpa era degli addestratori, e poi la cronaca dimostrò che durante quel periodo Jack lo Squartatore non commise nessun delitto. Coincidenza, casualità? Entrambe le cose.

Le sanguisughe servivano, era davvero convinto del metodo?

Sono anellidi che hanno una loro utilità, in medicina primitiva si usavano per salassare i pazienti, una terapia di cui si è spesso abusato e invece si è scoperto che preservava la circolazione di parti riattaccate chirurgicamente. E poi c’è questo strano legame con un qualcosa di repellente, di estraneo al nostro corpo che può avere una funzione salvifica, a volte succede anche tra esseri apparentemente incompatibili.

Accanto all’analisi deduttiva lei ha sempre avuto uno spiccato interesse per lo spiritismo, che cosa l’ha spinto a interessarsi all’argomento?

Sono sempre stato affascinato dall’ignoto, è stata la mia esperienza personale, durante la guerra, che mi ha spinto a investigare che cosa succedesse dopo la morte, se c’era qualcosa o se venivamo inghiottiti in un grande nulla. Non ho mai condotto i miei esperimenti da solo, quindi quello che ho visto e ho udito è stato testimoniato da altre persone, sono fenomeni di cui mi sono occupato fin dagli esordi della mia carriera, già nel 1886, in compagnia del Generale Drayson. Fui così colpito che feci pubblicare un articolo sulla rivista Light, proprio per dare una nuova svolta ai miei interessi, e poi successivamente mi iscrissi alla Società per la Ricerca Psichica, sono certo che la telepatia funzioni veramente.

Il suo rapporto con Houdini davverò si guastò per una lettera che sua moglie disse di aver scritto teleguidata dallo spirito della madre di Houdini?

Tutto insolitamente vero, mia moglie Jean condivideva i miei interessi, facemmo un esperimento di ipnosi, lei cadde in trance grazie alla scrittura automatica riferì un messaggio della madre di Houdini. Houdini non apprezzò, la madre non sapeva una parola di inglese, per lui era una frode, priva di fondamento scientifico, ecco detto da lui, mi sembrò quasi impossibile. Inutile dirle che dopo quell’evento la nostra amicizia finì. Per me era inconcepibile che un uomo di quel talento e con tanti poteri fosse così poco ricettivo di fronte ad altre manifestazioni, e si fermasse a un limite traduttivo. E poi Houdini viveva di magia e anche di suggestioni, era un esperto manipolatore, oltre che illusionista.

Lei ha svolto numerose ricerche sulle fate, nel 1920 venne incaricato a scrivere un articolo sul tema per il numero di Natale dello Strand, fu allora che scoprì che due ragazze dello Yorkshire, due cugine Elsie Wright e Frances Griffith avevano fotografato delle strane creature, le fate di Cottingley… un evento epocale?

Un caso difficile e complesso, che documentai con perizia, incaricai il mio fidato amico Edward Gardner. Da vero scozzese non potevo non studiarlo, perché qui nulla è come sembra, nessuno poteva credere che Elsie giocasse con uno gnomo, le fate erano deliziose, per alcuni un po’ troppo parigine, così chiesi a Edward di portare delle macchine fotografiche per far scattare delle nuove foto, e non successe niente, i luoghi misteriosi con cascate sembravano svaniti insieme agli elfi, fino a che nella primavera del 1921, successe l’inaspettato, Elsie e Frances scattarono tre nuove foto, l’evento venne catalogato come qualcosa di inspiegabile, è più facile che la gente creda al mostruoso che al fantastico, mi sono fatto una mia idea sull’argomento, gliela racconterò al prossimo sherry, davvero squisito.

Mi raccomando la prendo in parola, spiace davvero che il tempo a disposizione sia finito…alla prossima…nell’aria soltanto una scia di profumo lievemente muschiato.

 

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 (1) Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, 2003.

T. S. Eliot e la Principessa Volupine

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Tra-la-la-la-la-la-laire – nil nisi divinum stabile est; caetera fumus – la gondola si fermò, l’antico palazzo era lì, quanto incantevoli il suo grigio e rosa – capre e scimmie, e con un pelo simile! – così la contessa andò avanti finché arrivò in un piccolo parco dove Niobe le offrì in dono un cofanetto e così se ne andò. (1)

L’iscrizione sontuosa è tratta da una poesia di T.S. Eliot, pubblicata a Londra nel 1919, “Burbank con un Baedeker – la guida turistica per antonomasia – Bleistein con un sigaro”, ambientata a Venezia. Prima di tradurla e proporla di nuovo nella versione italiana, è necessaria una breve spiegazione; la citazione è un pastiche di varie citazioni tratte da altre opere: il trallalà che sembra una canzone è ripreso da T. Gautier, Variazioni sul Carnevale di Venezia, la massima latina compare in un quadro di Andrea Mantegna, “Il Martirio di San Sebastiano” – niente fuori dal divino è stabile, il resto è fumo – custodito a Ca’ d’oro a Venezia, la visione del palazzo grigio e rosa proviene invece da Henry James, The Aspern Papers (1888), e le capre e scimmie sono un rimando all’Otello di Shakespeare, “Benvenuto a Cipro, signore, capre e scimmie”, e non finisce qui “con un pelo simile!” allude a una terzina di Robert Browning, A Toccata of Galuppi’s.

A questo punto uno prende il volume di T.S. Eliot e lo rimette apposto, nella maggior parte dei casi, se non si fa scoraggiare dalla pigrizia e da una lettura interrotta da note, va avanti e riscopre una Venezia letteraria, preziosa, surreale, impersonificata dalla principessa Volupine, voluttuosa e interessata solo alla ricchezza, ricostruita tra il mito e la storia nell’interpretazione quasi onirica di Burbank che si immedesima nella figura di Antonio e del suo amore disperato per Cleopatra, viaggiando indietro nel tempo, e il lato più disincantato e commerciale di Bleistein. Per chi volesse appronfondire il tema della figura dell’Ebreo nell’opera di T.S. Eliot, segnalo il saggio di Dario Calimani, Le geometrie del disordine. Per il resto non manca nulla, nemmeno il riferimento alle pietre di Venezia di John Ruskin e al leon…basta rileggerla.

Tra-la-la-la-la-la-laire – nil nisi divinum stabile est; caetera fumus – la gondola si fermò, l’antico palazzo era lì, quanto incantevoli il suo grigio e rosa – capre e scimmie, e con un pelo simile! – così la contessa andò avanti finché arrivò in un piccolo parco dove Niobe le offrì in dono un cofanetto e così se ne andò.

Burbank attraversò un ponticello
Per scendere a un piccolo hotel;
Arrivò la principessa Volupine
Stettero insieme e lui cadde.(2)

Musica funebre sottomarina(3)
Passò al largo con la campana a morto
Lentamente: il dio Ercole
Che tanto aveva amato, l’aveva abbandonato.(4)

I cavalli sotto l’asse della ruota
Risalgono l’alba dall’Istria
Con passi uguali. La gondola di lei
Bruciò sull’acqua tutto il giorno.(5)

Ma questi o simili erano i modi di Bleistein:
Un fiacco piegarsi delle ginocchia
E dei gomiti, con le palme all’infuori,
Viennese semita di Chicago.

Un occhio spento sporgente
Fissa dalla fanghiglia protozoica
Una prospettiva di Canaletto
La candela fumosa fine del tempo

Si spegne. Sul ponte di Rialto una volta.
I sorci stanno sotto le palafitte.
L’Ebreo sta sotto al tutto.
Soldi nelle pellicce. Il barcaiolo sorride,

La principessa Volupine tende una mano
Magra, dalle unghie azzurre, tisica,
Per salire la scaletta dell’imbarcadero. Luci, luci,
Dà un ricevimento per Sir Ferdinand Klein.

Chi tarpò le ali del leone,
Gli punzecchiò il deretano e gli tagliò gli artigli?
Pensava Burbank, meditando
Sulle rovine del tempo e sulle sette leggi.

. . .

______________________________________________

(1) La poesia è tratta dal volume T.S. Eliot, Opere, Classici Bompiani, a cura di Roberto Sanesi, Milano 2001, pp. 506-507.

(2) citazione di A. Tennyson, The Sisters, “they fell together, and she fell.”

(3) citazione di W. Shakespeare, The Phoenix and the Turtle, v. 14, “that defunctive music…”

(4) citazione di W. Shakespeare, Antony and Cleopatra, atto IV, scena III.

(5) citazione di W. Shakespeare, Ibidem, atto II, scena II.

T. S. Eliot e la Principessa Volupine

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Tra-la-la-la-la-la-laire – nil nisi divinum stabile est; caetera fumus – la gondola si fermò, l’antico palazzo era lì, quanto incantevoli il suo grigio e rosa – capre e scimmie, e con un pelo simile! – così la contessa andò avanti finché arrivò in un piccolo parco dove Niobe le offrì in dono un cofanetto e così se ne andò. (1)

L’iscrizione sontuosa è tratta da una poesia di T.S. Eliot, pubblicata a Londra nel 1919, “Burbank con un Baedeker – la guida turistica per antonomasia – Bleistein con un sigaro”, ambientata a Venezia. Prima di tradurla e proporla di nuovo nella versione italiana, è necessaria una breve spiegazione; la citazione è un pastiche di varie citazioni tratte da altre opere: il trallalà che sembra una canzone è ripreso da T. Gautier, Variazioni sul Carnevale di Venezia, la massima latina compare in un quadro di Andrea Mantegna, “Il Martirio di San Sebastiano” – niente fuori dal divino è stabile, il resto è fumo – custodito a Ca’ d’oro a Venezia, la visione del palazzo grigio e rosa proviene invece da Henry James, The Aspern Papers (1888), e le capre e scimmie sono un rimando all’Otello di Shakespeare, “Benvenuto a Cipro, signore, capre e scimmie”, e non finisce qui “con un pelo simile!” allude a una terzina di Robert Browning, A Toccata of Galuppi’s.

A questo punto uno prende il volume di T.S. Eliot e lo rimette apposto, nella maggior parte dei casi, se non si fa scoraggiare dalla pigrizia e da una lettura interrotta da note, va avanti e riscopre una Venezia letteraria, preziosa, surreale, impersonificata dalla principessa Volupine, voluttuosa e interessata solo alla ricchezza, ricostruita tra il mito e la storia nell’interpretazione quasi onirica di Burbank che si immedesima nella figura di Antonio e del suo amore disperato per Cleopatra, viaggiando indietro nel tempo, e il lato più disincantato e commerciale di Bleistein. Per chi volesse appronfondire il tema della figura dell’Ebreo nell’opera di T.S. Eliot, segnalo il saggio di Dario Calimani, Le geometrie del disordine. Per il resto non manca nulla, nemmeno il riferimento alle pietre di Venezia di John Ruskin e al leon…basta rileggerla.

Tra-la-la-la-la-la-laire – nil nisi divinum stabile est; caetera fumus – la gondola si fermò, l’antico palazzo era lì, quanto incantevoli il suo grigio e rosa – capre e scimmie, e con un pelo simile! – così la contessa andò avanti finché arrivò in un piccolo parco dove Niobe le offrì in dono un cofanetto e così se ne andò.

Burbank attraversò un ponticello
Per scendere a un piccolo hotel;
Arrivò la principessa Volupine
Stettero insieme e lui cadde.(2)

Musica funebre sottomarina(3)
Passò al largo con la campana a morto
Lentamente: il dio Ercole
Che tanto aveva amato, l’aveva abbandonato.(4)

I cavalli sotto l’asse della ruota
Risalgono l’alba dall’Istria
Con passi uguali. La gondola di lei
Bruciò sull’acqua tutto il giorno.(5)

Ma questi o simili erano i modi di Bleistein:
Un fiacco piegarsi delle ginocchia
E dei gomiti, con le palme all’infuori,
Viennese semita di Chicago.

Un occhio spento sporgente
Fissa dalla fanghiglia protozoica
Una prospettiva di Canaletto
La candela fumosa fine del tempo

Si spegne. Sul ponte di Rialto una volta.
I sorci stanno sotto le palafitte.
L’Ebreo sta sotto al tutto.
Soldi nelle pellicce. Il barcaiolo sorride,

La principessa Volupine tende una mano
Magra, dalle unghie azzurre, tisica,
Per salire la scaletta dell’imbarcadero. Luci, luci,
Dà un ricevimento per Sir Ferdinand Klein.

Chi tarpò le ali del leone,
Gli punzecchiò il deretano e gli tagliò gli artigli?
Pensava Burbank, meditando
Sulle rovine del tempo e sulle sette leggi.

. . .

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(1) La poesia è tratta dal volume T.S. Eliot, Opere, Classici Bompiani, a cura di Roberto Sanesi, Milano 2001, pp. 506-507.

(2) citazione di A. Tennyson, The Sisters, “they fell together, and she fell.”

(3) citazione di W. Shakespeare, The Phoenix and the Turtle, v. 14, “that defunctive music…”

(4) citazione di W. Shakespeare, Antony and Cleopatra, atto IV, scena III.

(5) citazione di W. Shakespeare, Ibidem, atto II, scena II.

Forme e colori: Cristina Bove

Questa settimana doppia programmazione con due scritti di Cristina Bove, che ho già avuto il piacere di avere come ospite delle interviste possibili, qui nel blog.

Si tratta di due pubblicazioni delle Edizioni Smasher, casa editrice siciliana sotto la direzione editoriale di Carmen Fasolo. La prima è una raccolta di poesie, Mi hanno detto di Ofelia, Settembre 2012, la seconda, è un romanzo, Una per Mille, Ottobre 2013, già alla I ristampa, che sarebbe riduttivo chiamare semplicemente autobiografia perché supera i confini di genere e interroga la scrittura stessa, attraversando anni di vita de-costruita e ri-costruita in un collage di frammenti, dialoghi, enigmi, sfoghi, pensieri, riflessi, tracce di tante metamorfosi femminili.

Da subito mi ha colpito l’illustrazione in copertina della stessa autrice, fantasmi intangibili e presenti, attraversati da uno sfondo azzurro intenso con riflessi dorati.

Mi hanno detto di Ofelia

Il titolo di shakespeariana memoria rievoca l’insensatezza di Amleto troppo preso dalla sua sete di vendetta al punto da essere cieco, dando voce a quella sensibilità sacrificata, a cui sono destinati caratteri più empatici. Qui finalmente si recupera il senso di tante esperienze soffocate da un’ottusa mancanza, quell’anima ferita rivive indomita confondendosi nel paesaggio, muta forma, diventa stella, abisso, onda, vento, figura mitologica, sogno, gioco, fino a essere naturalmente reinvestita da un’epica leggendaria:

 

Legend

 

Raccontava di un posto dove l’aria

era suono, geometria la luce

e dove il tempo

scompigliava logiche

non c’erano però campi di grano

né ciliegie a dipingere sorrisi

gli arcobaleni tanti

che a distinguerli mai

e note sovrapposte di incantesimi

ma un bacio

il raccogliersi dentro

e raccontarsi morbido e bagnato

quello non c’era

e se

fosse questo calore

il paradiso?..[1]

 

Il senso di smarrimento che circonda gli atti incompiuti viene sostituito da nuovi orizzonti di parole che tornano a essere azioni generose.

L’aria continua a essere un elemento rivelatore nei versi di Cristina Bove, lo spazio viene ampliato dall’uso di lunghi trattini_pause che aprono nuovi spiragli, sottolineando a volte distanze inconciliabili, rotture, silenzi eloquenti.

Il sarcasmo scioglie l’amarezza in un sorriso, altrove il disincanto regala una consapevolezza contagiosa, non più nostalgia di non ritorni impossibili ma vuoto che accoglie pienamente e rimanda a configurazioni eteree:

e tu sarai fremente d’arabeschi/nel rovescio di_stanze della terra/il piacere d’un attimo scomposto/avrà braccia di cielo a contenermi/e luce finalmente/a farmi amore.[2]

 

Una per Mille

 

Dove c’è pericolo
Cresce anche ciò che salva
Friedrich Hölderlin

 

Una per Mille, ma anche Mille per Una – per non farci mancare il rimando a Dumas e al senso di solidarietà nell’avventura, nelle gioie e nei dispiaceri – raccoglie le molte vite di Cristina Bove, dall’infanzia a Napoli alle sue peregrinazioni in giro per l’Italia e all’estero (Israele, Costa Rica) e un lungo soggiorno in Tunisia. Nei suoi ruoli diversi di figlia, madre, scrittrice, artista, moglie, amica, paziente, custode di segreti, ha saputo e ha dovuto affrontare non poche difficoltà, gravi operazioni superate con coraggio, crisi di crescita, vere e proprie evoluzioni personali senza mai perdere di vista il periodo storico di riferimento, dal dopo guerra ai giorni nostri, le dure battaglie per ottenere uguali diritti e giustizia sociale.

In questo ri-pensarsi a ritroso riaffiorano dall’archivio della memoria scorci di eventi che tornano a essere dolorosi e traumatici – l’abbandono del padre, una maturità precoce ad accudire il fratellino, l’impossibilità di continuare gli studi come si avrebbe desiderato, un non-amore sofferto, un tentato suicidio mai commentato in famiglia – si stabilisce un rapporto privilegiato con un tempo interiore che non coincide con la fredda cronologia dei fatti. La riscrittura di ciò che è stato reintroduce un ordine nuovo nel magma delle emozioni, ci si ri-esamina con il dovuto distacco, si riscoprono improvvisi tentativi di fuga nell’ironia, antiche paure, il passato diventa intreccio pressante e presente, i ricordi rimettono a nudo il potere terapeutico dell’esperienza creativa, dove “mille per una” assume una diversa connotazione, finalmente una combinazione libera che si accorda con altri modi di essere non codificati. Tante sono le madeleines che nutrono le ingiustizie di un cuore spezzato alla ricerca di nuove risorse e nuove chiavi di lettura – il romanzo è ricco di rimandi metatestuali, letterari e filosofici, tra cui spiccano l’interpretazione dei sogni di Premananda, l’oracolo cinese de I Ching, non a caso il Libro dei Mutamenti studiato a lungo da Carl Gustav Jung, un sistema di divinazione basato su 64 esagrammi che servono a guidarci nella sincronicità dei cambiamenti, mentre la musica accarezza i pensieri. Sono percorsi intrapresi da un’anima indagatrice, alimentata dalla voglia di imparare, di confrontarsi con altri mondi, esoterici e non, aperta e ricettiva anche all’incontro con manifestazioni sorprendenti: fantasmi, esseri mutevoli e trascendenti che permettono di riconciliarsi con figure scomparse. E dopo tante spine, c’è bisogno di rose delicate, di cieli luminosi, di ritornare alla piacevolezza dei sensi, farsi corpo vitale, essere grata a ognuna di quelle mille.

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[1] Cristina Bove, Mi hanno detto di Ofelia, Edizioni Smasher, Settembre 2012, p. 58.

[2] Ibidem, Karma, p. 46.

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