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È finita e non c’è più nulla da fare, e questa è già una consolazione, come dicono in Turchia quando tagliano la testa dell’uomo sbagliato.

Charles Dickens

Inutile dirvi che questa pausa dal blog è stata quanto mai necessaria. In questi quattro anni di vita virtuale, ho incontrato parecchie persone, se devo fare un bilancio – e dopo quattro anni è inevitabile – mi sono capitati parecchi episodi spiacevoli. Volutamente ho scelto di non fare un blog diario, mai avuto un diario da ragazzina, figurarsi ora, ma tento, nei limiti del possibile di cercare degli stimoli in quello che leggo, nello studio. E se ho qualcosa di irrisolto da dire a qualcuno, gli scrivo in privato, poi se non risponde sono fatti suoi, ma non metto un “mi piace” nel blog di un altro per poi dirottarlo a un pezzo al veleno, alcuni lanciano massi, poi nascondono la mano, e alla fine se reagisci hanno pure il coraggio di dirti che “non sai stare al gioco”, beh detto da un baro, la critica lascia il tempo che trova, e si va avanti…

Insomma la filosofia del “purché se ne parli” non mi ha mai conquistato, come quelle tavolate in compagnia di assoluti estranei, che fingono di brindare in allegria e poi scappano come ladri lasciandoti il conto da pagare, pensando di essere anche furbi, come se la bontà fosse un demerito e tu sei stato l’unico fesso a crederci.

Fortunatamente c’è sempre qualcuno aldilà dello schermo con cui stabilire un contatto speciale, incontri che non avrei immaginato, e infatti farò parte di un progetto collettivo ideato dal mio amico Stephen Black, una galleria virtuale con venti artisti e scrittori da varie parti del mondo, una nuova sfida stimolante perché sarà in inglese, e sicuramente ci sarà molto da imparare. Le sorprese arrivano comunque, nonostante certi intoppi, e qualche brutto incidente di percorso, per quanto sgradevole, serve a farti capire dove vuoi andare, se è il caso di cambiare direzione e varcare con coraggio nuove frontiere.

Ulteriore spunto di riflessione è stata la lettura di un romanzo: L’Informazione di Martin Amis…informazione che qualche interrogativo in più lo pone, non solo per chi scrive, ma per il brutto vizio, ineludibile per chi dedica gran parte del suo tempo alla scrittura, di rimanere imprigionato in automatismi difficili da estirpare, convinto che il proprio ombelico sia il centro del mondo. Ancor di più, quando ormai si mettono in pratica certi trucchi del mestiere, e si sa fin troppo bene dove andare a parare ma si finisce facilmente impantanati in un loop che è un déjà-vu, e le parole suonano come un disco rotto e ci si auto-inganna consapevolmente.

La trama racconta della rivalità tra due “amici” scrittori, più che amici, ex-compagni di università che si conoscono da una vita, uno, diventa ricco e famoso, l’altro arranca tra mille difficoltà e non può fare a meno di essere un invidioso cronico. Quello che arranca, Richard, potenzialmente avrebbe tutte le carte in regola per essere una persona migliore, ma ha raggiunto dei livelli di auto-distruzione talmente preoccupanti da essere ormai un caso perso, un uomo intelligente, annichilito da una sensibilità troppo ingombrante che se da un lato offre una visione fin troppo lucida, rimane chiusa in un’irrimediabile e cinica irriconoscenza, pieno di frustrazioni e amarezze, sposato a una bella donna che tradisce, con un rapporto morboso con uno dei due figli gemelli, che tratta male per il gusto di sentirsi superiore nei confronti di chi non ha ancora gli strumenti per difendersi – l’ingiustizia che sente di aver subito la fa a sua volta subire a chi non può sottrarsi alla sua autorità, ampiamente svilita da reiterati fallimenti, personali e lavorativi – sfoga nella droga e nell’alcol i suoi malumori, e arriva alla perversione di pagare due sicari per fare a pezzi lo scrittore che non può fare a meno di detestare con tutte le sue forze. Il collega rivale Gwyn è invece il classico secchione, concentrato nei suoi obiettivi, antipatico, pieno di sé, insensibile ai dolori che lo circondano perché non lo riguardano, colleziona successi editoriali, come un robot programmato bene fin da piccolo a inseguire i suoi sogni, sa come muoversi e piazzare i suoi prodotti, è un ottimo esecutore. Richard pensa che il successo di Gwyn sia immeritato, non si dà pace per non aver condiviso nemmeno in minima parte il riconoscimento di un mondo che lo acclami, e allora giorno dopo giorno cova dosi letali di vendetta, gode a inquinare l’aurea mediocrità borghese dell’amico troppo scontato attaccandolo nei suoi punti deboli che ha studiato con attenzione maniacale, cerca pure di trovargli un’amante, pur di rovinare l’apparente matrimonio felice con la moglie ricca e devota, e fan numero uno. Insomma nulla di buono all’orizzonte, ma per chi non l’avesse ancora letto, è una lettura quasi obbligatoria, per certi versi anche dolorosa, perché in qualche frammento di specchio di anime alla deriva ognuno può riconoscere bassezze difficilmente confessabili, e certe meschinità, anche se subite e non volute, se protratte nel tempo e non contrastate a dovere, finiscono per contagiare anche chi pensa di non esserne direttamente coinvolto…A un certo punto infatti la moglie Gina che Richard trascura per la droga e per qualche avventura di poco conto, fino ad allora testimone silente delle sue continue manchevolezze ma che in realtà non si è persa una virgola, lo mette con le spalle al muro: “tu dedichi tutte quelle ore a scrivere e quanto guadagni Richard? Onestamente quanto? Oltre ai soldi che sprechi ogni settimana per la coca?…Sappiamo che il calcolo è veloce come un lampo, poco, troppo poco…Richard, per quanto stronzo e arrogante come tutte le persone in difficoltà, in quel preciso istante sa che non può più nascondersi, si mette a difendere goffamente tutte le ore perse a scrivere recensioni di libri scritti da altri che non interessano a nessuno, nemmeno a lui, le vecchie care maschere con tanto di pezzi recitati a memoria per l’occasione devono cadere per forza, non bastano più.

Il problema non è che spendi. Il problema è che non guadagni.

– Non posso rinunciare ai romanzi.

– Perché no?

Perché…perché allora si sarebbe trovato di fronte all’esperienza, all’esperienza non tradotta e non mediata. Perché allora si sarebbe trovato di fronte alla vita.[1]

E poi lo sguardo cade sulla bacinella piena di panni sporchi, la cucina in disordine, e gli occhi di Gina si infiammano…e non si può più fare finta di non vedere. E niente è più come prima.

 

 

 

[1] L’Informazione, Martin Amis, Einaudi, 1996, trad. Gaspare Bona, p. 72.

Rifiuti e rifiuti

Venerdì scorso, come d’abitudine, mi sono messa a leggere il Venerdì di Repubblica, ormai trovo più interessanti i supplementi delle notizie, tra i vari articoli che di fatto servono a promuovere libri e prodotti vari, mi ha colpito l’intervista di Giuliano Aluffi a Scott Turow [1] in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Identici, salutato come il suo nuovo best seller. Di Turow non ho letto nulla – ricordo male il film con un Harrison Ford preoccupato in Presunto Innocente – e quindi il giudizio è totalmente spassionato, mi è sembrato una vecchia volpe molto simpatica. Quando parla delle lettere di rifiuto delle case editrici mi ha fatto venire in mente le inevitabili lettere di presentazione, una volta obbligatorie in Inghilterra per cercare lavoro, quando c’era. Ne scrivevo talmente tante che alla fine ero diventata brava, sapevo esattamente cosa bisognava dire per attirare l’attenzione, e venivo sempre scelta tra i potenziali candidati. I colloqui poi erano sempre una grande delusione: uffici nella periferia londinese, moquette che puzzavano di muffa, arredi da catalogo di infima categoria, salari miseri come gli arredi, intervistatori che ti guardavano dietro ai loro fondi di bicchiere in un luogo di lavoro accogliente come il deserto e quando ti chiedevano seri, “lei cosa può fare per noi?”, ti sentivi con le spalle al muro, perché eri stato capace di fingere fino a quel punto, ma non fino alla certezza dell’auto-inganno…”Nulla”, pensavi, “qui c’è solo da alzare i tacchi e chiudere la porta per sempre”, a tradirti non erano state le parole, ma lo sguardo arreso. Rispondevano puntualmente con una lettera che fingeva di commentare l’incontro, e che si chiudeva con il solito “grazie, la terremo tra i nostri archivi” – sottinteso “per sempre”. Non ti avrebbero richiamato mai più, ma quella finta porta aperta era un modo gentile per indorare la pillola, quello che in inglese si chiama “a nice touch”. Turow racconta nella scia del sogno americano mai spezzato, che dopo aver ricevuto 25 lettere di rifiuto al suo romanzo di esordio The way things are, cominciò a preoccuparsi sul serio e decise di cambiare strategia. E chi lo spinse a farlo? La stroncatura di un giovane editor, Jonathan Galassi, ora incorniciata in un quadro, “Non penso che la situazione o i personaggi siano sufficientemente interessanti.” E per sua stessa ammissione non aveva nemmeno torto, l’argomento non era tra i più appassionanti, condannare la penosa situazione dei contratti di affitto e dei requisiti per ottenere l’abitabilità, la pesantezza degli inizi. Meglio cambiare aria, si iscrive alla Facoltà di Legge, diventa prima avvocato e poi pubblico ministero, relega la scrittura al tempo libero, con in mente un obiettivo ben chiaro, “puntare ai grandi numeri”. Nella ricostruzione del suo passato non poteva ovviamente mancare l’aneddoto sui primi lavori da giovane inesperto. Come vuole tradizione a diciotto anni fa il postino per un’estate, pagato a ore, deve lavorare cinque ore di mattino ma lui fa tutto in tre, e le rimanenti due va in biblioteca a leggere. Che libro prende in prestito? L’Ulisse di James Joyce. C’è però un particolare che lo sorprende, ogni volta che torna in biblioteca, il libro è sempre disponibile, lasciato a prendere polvere sugli scaffali, è evidente che il libro più importante del Novecento non se lo fila nessuno. E allora Turow sogna per sé un destino diverso, essere letto da tutti, ma davvero da tutti, alla faccia dello sforzo immane di Joyce, riuscire a completare un non-romanzo, raccontare non raccontando, eliminando qualsiasi aspettativa concettuale per assumere la forma di una sperimentazione epica. Un “classico” che continua a essere non letto, usato come ferma porte volendo.

Turow invece vuole vendere e fare soldi con quello che scrive, simple as that, in fondo quello che il sogno americano continua a chiedere, qualsiasi cosa tu voglia fare, deve produrre soldi, e se ti poni un obiettivo, lo devi raggiungere a tutti i costi. Ci vendono Identici come una rielaborazione del mito dei Dioscuri, non so…l’astuzia di Ulisse in qualche modo torna a essere utile.


[1] Numero 1347 del 10 Gennaio 2014, pp. 95-97.

Rifiuti e rifiuti

Venerdì scorso, come d’abitudine, mi sono messa a leggere il Venerdì di Repubblica, ormai trovo più interessanti i supplementi delle notizie, tra i vari articoli che di fatto servono a promuovere libri e prodotti vari, mi ha colpito l’intervista di Giuliano Aluffi a Scott Turow [1] in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Identici, salutato come il suo nuovo best seller. Di Turow non ho letto nulla – ricordo male il film con un Harrison Ford preoccupato in Presunto Innocente – e quindi il giudizio è totalmente spassionato, mi è sembrato una vecchia volpe molto simpatica. Quando parla delle lettere di rifiuto delle case editrici mi ha fatto venire in mente le inevitabili lettere di presentazione, una volta obbligatorie in Inghilterra per cercare lavoro, quando c’era. Ne scrivevo talmente tante che alla fine ero diventata brava, sapevo esattamente cosa bisognava dire per attirare l’attenzione, e venivo sempre scelta tra i potenziali candidati. I colloqui poi erano sempre una grande delusione: uffici nella periferia londinese, moquette che puzzavano di muffa, arredi da catalogo di infima categoria, salari miseri come gli arredi, intervistatori che ti guardavano dietro ai loro fondi di bicchiere in un luogo di lavoro accogliente come il deserto e quando ti chiedevano seri, “lei cosa può fare per noi?”, ti sentivi con le spalle al muro, perché eri stato capace di fingere fino a quel punto, ma non fino alla certezza dell’auto-inganno…”Nulla”, pensavi, “qui c’è solo da alzare i tacchi e chiudere la porta per sempre”, a tradirti non erano state le parole, ma lo sguardo arreso. Rispondevano puntualmente con una lettera che fingeva di commentare l’incontro, e che si chiudeva con il solito “grazie, la terremo tra i nostri archivi” – sottinteso “per sempre”. Non ti avrebbero richiamato mai più, ma quella finta porta aperta era un modo gentile per indorare la pillola, quello che in inglese si chiama “a nice touch”. Turow racconta nella scia del sogno americano mai spezzato, che dopo aver ricevuto 25 lettere di rifiuto al suo romanzo di esordio The way things are, cominciò a preoccuparsi sul serio e decise di cambiare strategia. E chi lo spinse a farlo? La stroncatura di un giovane editor, Jonathan Galassi, ora incorniciata in un quadro, “Non penso che la situazione o i personaggi siano sufficientemente interessanti.” E per sua stessa ammissione non aveva nemmeno torto, l’argomento non era tra i più appassionanti, condannare la penosa situazione dei contratti di affitto e dei requisiti per ottenere l’abitabilità, la pesantezza degli inizi. Meglio cambiare aria, si iscrive alla Facoltà di Legge, diventa prima avvocato e poi pubblico ministero, relega la scrittura al tempo libero, con in mente un obiettivo ben chiaro, “puntare ai grandi numeri”. Nella ricostruzione del suo passato non poteva ovviamente mancare l’aneddoto sui primi lavori da giovane inesperto. Come vuole tradizione a diciotto anni fa il postino per un’estate, pagato a ore, deve lavorare cinque ore di mattino ma lui fa tutto in tre, e le rimanenti due va in biblioteca a leggere. Che libro prende in prestito? L’Ulisse di James Joyce. C’è però un particolare che lo sorprende, ogni volta che torna in biblioteca, il libro è sempre disponibile, lasciato a prendere polvere sugli scaffali, è evidente che il libro più importante del Novecento non se lo fila nessuno. E allora Turow sogna per sé un destino diverso, essere letto da tutti, ma davvero da tutti, alla faccia dello sforzo immane di Joyce, riuscire a completare un non-romanzo, raccontare non raccontando, eliminando qualsiasi aspettativa concettuale per assumere la forma di una sperimentazione epica. Un “classico” che continua a essere non letto, usato come ferma porte volendo.

Turow invece vuole vendere e fare soldi con quello che scrive, simple as that, in fondo quello che il sogno americano continua a chiedere, qualsiasi cosa tu voglia fare, deve produrre soldi, e se ti poni un obiettivo, lo devi raggiungere a tutti i costi. Ci vendono Identici come una rielaborazione del mito dei Dioscuri, non so…l’astuzia di Ulisse in qualche modo torna a essere utile.


[1] Numero 1347 del 10 Gennaio 2014, pp. 95-97.

Le interviste possibili: VII. Andrea Bettini

Il settimo appuntamento con le interviste possibili si apre con il mecenate delle anime, Andrea Bettini, ideatore di un progetto narrativo unico nel suo genere. Laureato in economia, esperto di marketing, scrittore, ghost-writer, attore in commedie veneziane, qui direi che si affrontano con disinvoltura e maestria discipline e aree diverse.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? A te la scelta…

Guarda qualche settimana fa sono stato a trovare un’amica che sta facendo un corso per “Tea Sommelier” e mi ha introdotto in questo fantastico mondo. Dialogo, ritualità, degustazione e perché no… un viaggio alla scoperta di culture diverse. Affascinato da tutto ciò direi che un tè verde va più che bene.

E allora ci beviamo un tè verde che è anche un antiossidante. Cosa stai organizzando di bello al momento?

Il prossimo 3 ottobre parte la Terza Edizione de “Il mecenate d’anime approda a Venezia”. Ci tengo a sottolineare questo, perché quando ho proposto due anni fa questa iniziativa ad Alain Bullo direttore dell’Hotel Londra Palace, il luogo che ospita questi incontri, è stata un po’ una sfida. Il format era già rodato da un paio d’anni per il web attraverso questi racconti che scrivevo e pubblicavo, però non sapevo che impatto potessero avere queste storie di fronte ad un pubblico e raccontate direttamente dai loro protagonisti. Devo dire che il tutto ha superato ogni più rosea aspettativa. Condividere esperienze positive di persone differenti accomunate tutte però dalla passione, dal talento e dall’entusiasmo è un vero piacere. E poi chissà magari può innescare in chi ascolta quello che chiamo un effetto domino, un processo virtuoso d’imitazione. Oltre a “Il mecenate d’anime”, sono piuttosto concentrato in questo periodo sullo sviluppo di iniziative legate al corporate storytelling. Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di raccontare il lato umano di chi fa impresa oggi. Come esempio ti cito Heartbeat, un progetto dove io insieme ad un pittore bassanese, Benedetto Pellizzari, ci ritroviamo a raccontare aziende mettendo insieme due tecniche comunicative diverse, ma complementari come la parola e la pittura. Il tutto è nato da un’idea di una mia ex-collega, Nicole Kreel, consulente d’azienda con anni di esperienza nell’ambito delle dinamiche d’impresa, che mi ha coinvolto in questi ritratti di imprese dove l’obiettivo è quello di mettere su un medesimo piano narrativo tutte le persone che lavorano per un progetto comune. Nel lavoro che stiamo sviluppando in questo periodo ci ha aiutati anche Sonya Robazza, una corporate coach, con la quale siamo andati a scardinare alcuni preconcetti e a condividere una serie di valori aziendali. In tutto questo progetto abbiamo un notevole supporto anche da dogtrot, un’agenzia di comunicazione e design di Treviso, che riesce a far sì che i materiali che produciamo diventino degli utili strumenti alternativi di comunicazione aziendale. Per concludere la parentesi progetti, ti segnalo www.lovefor.it . È un magazine online nato pochi mesi fa proprio dal mio incontro con Margherita Rui, il direttore creativo di dogtrot. Attraverso un format veloce di video-interviste cerchiamo di mettere insieme punti di vista differenti su quale sia il significato del termine design oggi. Design applicato anche fuori dal suo contesto “tradizionale”. È per questo che siamo partiti con uno speciale sul Salone del Mobile di Milano, per poi passare al mondo Fashion in occasione dell’ultima edizione di Pitti Immagine. Ad intervallare i due speciali, una video-monografia dedicata a colui che ha portato il design nella moda: Elio Fiorucci. Con LOVE FOR, siamo solo all’inizio, ma il riscontro è stato veramente molto positivo sia in termini di visualizzazioni al sito sia in termini di complimenti ricevuti da “addetti ai lavori” per la qualità dei contenuti pubblicati.

In pieno fermento Andrea…La narrazione è un tema fondamentale nelle serate e/o eventi che presenti, sapere conquistare chi ti ascolta attraverso il racconto e l’arte della parola. Come è iniziata la tua ricerca?

Curiosità, osservazione e un pizzico di attitudine. Ti dico ciò perché capita a tutti di chiedersi cosa si sa fare meglio, che poi quasi sempre coincide con ciò che ci dà più soddisfazione. Per quanto mi riguarda credo di avere una buona capacità nel promuovere le persone che ritengo valide. Mi entusiasma raccontare storie di persone che hanno progetti, sogni, voglia di fare. Poi c’è un altro aspetto quello legato alla comunicazione. Siamo intossicati da tragedie, crisi e quant’altro. Tutto vero certo. Nessuno vuole nascondere la realtà, però questa è una realtà parziale. Esiste tutta una parte di buone notizie, di persone valide, cose che funzionano che non fanno notizia ed invece sono altrettanto numerose, se non di più, di ciò che di negativo caratterizza la nostra società. Non è una campagna buonistica la mia. Ma un tentativo di riequilibrare l’informazione. Purtroppo negli anni precedenti è stata fatta confusione su cosa vuol dire positività e bello. Ci hanno scippato il sorriso. Lo hanno reso ostaggio della banalità. Ora credo che sia il giusto momento per riaffermare il valore dell’entusiasmo. Per concludere prima di lasciarmi andare ad ulteriori divagazioni, diciamo che la mia ricerca è iniziata in maniera spontanea, ammirando ciò che di bello mi circonda.

Già…come darti torto? Hai incontrato moltissimi talenti, tutti in qualche modo, in misura diversa, tenaci nella loro capacità di perseguire un sogno e di realizzarlo. Che rapporto hai con i sogni? Li ricordi, li annoti, o li dimentichi?

Un rapporto strano. Ultimamente ho spostato l’attenzione dai sogni notturni a quelli diurni o comunque cerco di farli collimare. Ti dico questo perché la fase che precede il sonno mi piace trascorrerla cercando di fare un bilancio della giornata e allo stesso tempo di pensare a nuove cose che posso fare all’indomani. Questi elementi incidono sicuramente sul mio processo di sogno che però a fatica ricordo all’alba nella sua accezione più intangibile. Mentre ben presenti rimangono quegli incipit che mi ero dato prima di addormentarmi e ai quali cerco di dare un seguito, affiancandogli per quanto mi è possibile un’azione e una tempistica di realizzo.

Secondo Oscar Wilde “una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” Sei d’accordo?

In parte. Secondo me è quel termine utopia che nasconde in sé spesso motivo di rassegnazione e frasi del tipo “tanto non cambia nulla”. Per tornare alla domanda precedente, sostituirei utopia con sogno. Sembra un passaggio da poco invece è quello che fa la differenza. Il sogno, come lo intendo io, è un progetto di vita e se uno ci crede fortemente e fa ogni giorno qualcosa per realizzarlo ha già fatto qualcosa di positivo per cambiare in meglio sé stesso e forse anche il suo Paese. È facile indignarsi per ciò che non va. È molto più difficile invece rimboccarsi le maniche e lavorare per dare il meglio di sé. Le persone che piacciono a me sono queste. Sognatori concreti che con entusiasmo, gioia, determinazione e disciplina costruiscono, passo dopo passo, qualcosa di meraviglioso. Sai magari tanti di questi nemmeno realizzeranno completamente i loro sogni, ma potranno essere soddisfatti di averci provato, di avere dato seguito a un loro pensiero e poi comunque quando inizi un viaggio di questo tipo non puoi che crescere come individuo e collettività nel suo complesso.

Capisco il tuo punto di vista, e sono d’accordo, però credo che l’utopia abbia anche una valenza positiva non riferita al limite invalicabile della chimera, quanto di luogo ideale in cui dare spazio a una realtà immaginata anche se inesistente…un po’ come il ponte ologrammi in Star Trek…una evasione necessaria…

Che video (può essere un pezzo che illustra il tuo lavoro, un brano musicale, un lavoro di un artista che ti piace, il tema è libero) hai scelto per noi e perché?

Dovendone scegliere uno solo mi metti un po’ in difficoltà. Forse però ce n’è uno che racchiude un po’ tutte le caratteristiche che mi citi tu tra parentesi. Il video è questo:

illustra il mio lavoro perché è una sintesi per immagini in movimento di quanto accaduto la prima volta che ho presentato ad un pubblico Il mecenate d’anime; come colonna sonora c’è un brano che mi rappresenta musicalmente parlando, l’autore è Beirut e riprende un po’ quel genere pop-folk che a me piace; il video è stato realizzato da un artista al quale tengo particolarmente, lui si chiama Fabio Guzzano, ed oltre ad essere stato il “mio capo” la prima volta che mi sono affacciato al mondo lavorativo è un caro amico, lui è il direttore creativo di una dinamica web agency, ma soprattutto ha una sensibilità artistica notevole che riesce a fissare anche attraverso l’utilizzo della macchina da presa. Ci sono diversi progetti con lui, uno dei quali è proprio la trasposizione televisiva de Il mecenate d’anime. Prima di concludere Carla permettimi di ringraziare anche altre due persone. Una è Alfredo Montresor, è colui che immortala magistralmente attraverso la sua reflex il cammino de Il mecenate d’anime. È un talento fotografico, invito a visitare la sua pagina flickr http://www.flickr.com/photos/fred_vr . L’altro è Alessio Albano, un altro caro amico ed è colui che ha dato vita al sito de Il mecenate d’anime. Vedi sono contornato di amici!

Carla non aggiungo altro se non un grazie per avermi ospitato nel tuo salotto virtuale. Questo volta mi hai preso piacevolmente in contropiede, lo sai che preferisco intervistare che essere intervistato. A presto e un abbraccio. Andrea.

Grazie a te Andrea, direi che te la sei cavata benissimo, e complimenti per i progetti.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 25 settembre, STAY TUNED…

Vademecum? Anche no!

English: Stanley Kubrick was a Look magazine p...

…”E ti conviene sperare che non accada niente a me. Perché se muoio io…muori pure tu.”

Annie Wilkes in Misery non deve morire

Marzullo, ormai è risaputo, ha creato dei mostri: domande a cui è impossibile rispondere in modo intelligente. Anni fa, il Corriere della Sera aveva stilato una classifica di alcune risposte, la mia preferita rimane quella di Glenn Ford, che alla fatidica domanda a cui era impossibile sottrarsi: “Cos’è la notte per lei?”, rispose: “È la prima volta che me lo chiedono.” Insuperabile, inutile fingere un entusiasmo che non si ha, stroncandolo fin dall’inizio.

Ora invece imperversano i consigli degli scrittori, ancora una volta è un’impresa ardua non cadere nel già detto, come sosteneva Leo Longanesi: “non ho bisogno di consigli. So sbagliare da solo!”-

Ma prima o poi tutti tentano di rispondere in modo originale alle domande dei lettori e aspiranti scrittori su come si inizia a scrivere e quali sono le motivazioni per farlo.

Tra tutti gli intervistati, io ho un debole per Stephen King, soprattutto per i film tratti dai suoi romanzi, autore di moltissimi best sellers, tra cui un noto saggio sulla scrittura, Autobiografia di un mestiere.

Ogni volta che osservo qualche foto di King, rimango ipnotizzata dalla montatura dei suoi occhiali che variano nel corso degli anni, quelli anni ’70, degli ovali imbarazzanti, sono ora diventati più esili, con lenti spesse come due fondi di bicchiere, che incorniciano un viso indurito illuminato dagli occhi chiari e un sorriso che si apre quasi squarciando i lineamenti. Così quando afferma: “I work until beer o’clock”, fornisce in fondo tutto quello che c’è da sapere, lavorare sodo a quello che si ha in mente, con costanza, tutti i giorni e poi concedersi una meritata pausa, lui evidentemente la birra, gli altri quello che vogliono. Come del resto fece Kubrick ignorando la sceneggiatura scritta appositamente per The Shining, concentrandosi sui meccanismi interni della famiglia Torrance, insieme alla scrittrice Diane Johnson, alla faccia di King e dei suoi lettori. Dopo quel film è obbligatorio tenersi alla larga dagli alberghi sperduti in mezzo al nulla, eventuali cloni dell’Overlook Hotel, che esiste veramente.

L’altra categoria da cui scappare a gambe levate, è la fan devota, pericolosissima, quella che finge di interessarsi all’opera omnia di uno scrittore che ammira, prende moltissimi appunti, e aggiunge ad ogni frase un tono mortificante: le mie non sono che sciocchezze, non è che un umile tributo, non sono che piccoli pensieri che non potranno mai uguagliare il suo grande talento…e però diffonde ovunque le sue umili note, e pian piano si trasforma senza che nessuno gliel’abbia richiesto in biografa di autori accuratamente selezionati, compilatrice full time di vite altrui, collezionando tutto quello che può raccattare in giro. Offre i suoi servizi gratis, segnalando a chi di dovere alcune piccole discrepanze che ha riscontrato nelle serie di scritti analizzati con perizia, appellandosi a una logica infallibile, perché lei nella sua follia ragionata conosce tutto a memoria ed è l’ammiratrice numero uno. Impossibile sfuggire al controllo maniacale dei fan devoti, non ti danno tregua, la passione si è già trasformata in ossessione, sostituirsi a qualcun altro fino a prendere il suo posto.

L’unico predicatore che continuo ad ascoltare con piacere è D. R. Hooker, di cui si è persa ogni traccia.

 

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