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Making your journey easier

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rosso

Rocking colours: red, orange, yellow, green, blue, indigo, violet

Colour…is a kind of bliss

Roland Barthes

#Red

Ah yeah!/ There’s a red house over yonder , / That’s where my baby stays /

#Orange

The power of orange knickers

#Yellow

Watch out where the huskies go, and don’t you eat that yellow snow

#Green

Green is the colour of her kind
Quickness of the eye deceives the mind

#Blue

Ooh, right through my head.
I ain’t got the blues no more I said.

#Indigo

Always get that mood indigo,
Since my baby said goodbye.

#Violet

Purple Haze all in my brain,
lately things don’t seem the same,
actin’ funny but I don’t know why
‘scuse me while I kiss the sky.

§

Per chi avesse voglia di approfondire il tema colore, una bella intervista qui, nella Rubrica Videos de autor, risponde Claudia Bonollo.

 

 

Le interviste possibili: I. Claudia Bonollo

“Le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,

Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,

e Calliope, che è la più illustre di tutte.”

(Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)*

Inauguro questo mercoledì un nuovo appuntamento infrasettimanale: le interviste possibili…un richiamo indiretto nel titolo alle mitiche interviste impossibili interpretate da Carmelo Bene, in cui rivestiva ruoli di personaggi famosi storici del passato in una trasmissione radiofonica degli anni ’70, risposte immaginate raccolte poi nel libro omonimo di Giorgio Manganelli.

Qui invece, grazie alla tecnologia che permette di raggiungere mete altrimenti lontane, ho deciso di dare voce al talento, in qualsiasi forma si manifesti, condividendo quanto sostiene Clarissa Pinkola Estés, “alcuni dicono che la vita creativa stia nelle idee, altri dicono che stia nei fatti. È comunque sempre l’amore per qualcosa.”

Oggi, ho il piacere di presentare Claudia Bonollo, che oltre a essere mia sorella, è un’artista-architetto che vive e lavora a Madrid dal 1999. Laureata con lode in architettura allo IUAV di Venezia con una tesi all’epoca sperimentale sull’immaginario della città nel cinema, si è poi specializzata alla Bartlett School di Londra sotto l’egida di Peter Cook, ottenendo successivamente il titolo di Ricercatore all’Università di Architettura di Madrid. Pioniera della sperimentazione multimediale in tempi non sospetti, le sue prime video performance risalgono alla fine degli anni ’80, ha al suo attivo numerose mostre e pubblicazioni sia come architetto – è stata selezionata tra i migliori studi di architettura in Spagna dall’AIAC per la pubblicazione Architetti italiani in Spagna oggi (Mancosu Editore 2011), prendendo parte alla mostra itinerante partire restare tornare – che come artista, svolge da vent’anni una ricerca molto interessante sul colore. E il colore ha ispirato uno dei suoi progetti multimediali e multi-sensoriali più stimolanti, Creative Insomnia, workshop organizzati interamente intorno a un colore. Le notti creative sul colore sono diventate degli appuntamenti imperdibili, dopo il rosso, l’arancione, e il giallo, seguendo la sequenza cromatica dell’iride, siamo arrivati alle notti sul verde, prossimamente sugli schermi di Creative Insomnia.

Prima di tutto benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? La dispensa la conosci, potrei stupirti con un Fernet Branca alla menta, altrimenti un porto Sandeman, un classico, o un Prosecco fresco…o un’acqua quantica?

Per cominciare possiamo dissetarci e allo stesso tempo rivolgerci un’attenzione speciale con un’acqua quantica. Opterei per quella con l’etichetta “La Bonne Étoile” che è sempre di buon auspicio, in alternativa suggerisco “Anima” e poi, naturalmente, non può mancare un brindisi con un ottimo Prosecco fresco.

Idee chiarissime, molto bene. Giusto per rompere il ghiaccio mentre ci sorseggiamo le acque quantiche, prima di passare al prosecco, qual è la tua musa preferita, ovviamente anche tutte se vuoi…

Fra tutte, le mie preferite sono: Erato, la Poesia amorosa, colei che provoca desiderio e che è raffigurata con la lira, Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo, (il cielo mi ha sempre ispirato in effetti e lo dimostra il titolo di una mia mostra di tanti anni fa: “Effetti provocati dalla contemplazione del Cielo”) e Calliope, colei che ha una bella voce e che rappresenta la Poesia epica, madre di Orfeo e ispiratrice di Omero, figure che ho amato moltissimo per la mia grande passione per la mitologia, effigiata con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Che figure affascinanti, a me piacciono tutte a dire il vero, ho delle riserve su Polimnia, che a parte il nome versatile, è la musa dei mimi, e quindi l’abbandonerei al suo destino…Come è nata la tua ricerca sul colore?

Il colore, veicolo di emozioni è stato fin dalla mia prima infanzia uno strumento personale per orientarmi nel mondo. Il mio gioco preferito era l’impossibile catalogazione delle tessere colorate che trovavo nel giardino, non molto distante c’era una fabbrica di mosaico. Le mie preferite erano le miscellanee di colori screziate d’oro o d’argento che venivano conservate gelosamente sotto la denominazione ”pezzi rari”. Da allora il colore è diventato l’elemento più importante del mio lavoro e delle mie ricerche. Non solo o non tanto il colore pigmento o materia, lo strato cromatico che imbellisce le cose e che veniva guardato con sospetto dai filosofi dell’antichità e dalla nostra cultura fino al XX sec. e che pure ho studiato, amato, praticato e difeso durante i miei studi nella facoltà di architettura. Ma il colore-luce, il colore come elemento primario della visione e della metamorfosi, il colore che rende visibili le cose che ancora non lo sono, il colore soglia sospeso fra mondi diversi e apparentemente inconciliabili, il colore inclassificabile, inapprensibile, impossibile da catalogare. Più che vedere il colore, io lo sento, percepisco le sue armonie, le sue qualità vibratorie e sonore, lo ricordo perché non posso dimenticarne la riverberazione e mi avventuro nella sua immaterialità luminosa. Nelle mie ricerche, nelle mie architetture e nelle mie installazioni il colore diventa spazio, uno spazio intimo e mutevole, capace di parlare direttamente alle nostre emozioni. Oggi con il progetto CREATIVE INSOMNIA, le prime notti creative interdisciplinari dedicate all’universo del colore, il colore diventa lo strumento per coinvolgere artisti, scienziati e ricercatori a produrre opere o studi che nascano dai suoi numerosi significati. La storia del colore, fatta di momenti di auge e di temporanee idiosincrasie riflette, in fondo, la storia dell’uomo, ne condivide il destino e apre a nuovi modi di vedere e di sentire. Non è un caso se siamo rossi di rabbia o verdi d’invidia, non è casuale il modo in cui dipingiamo la nostra vita.

Qual è stata l’esperienza più significativa in merito alle sperimentazioni sul colore, cosa ti ha stupito di più?

Forse la scoperta che ciascun colore richiama emozioni e esperienze distinte. Era un’intuizione che avevo da tempo ma la sperimentazione a tutto campo e il laboratorio corale e interattivo che suppone l’esperienza intensa di una Notte Creativa, ha superato ogni aspettativa. Nel rosso abbiamo esplorato l’origine delle cose, si sono avvicinati soprattutto artisti che consideravano il rosso come un inizio, e che hanno approfittato della sua forza travolgente per armarsi di coraggio e uscire allo scoperto, le ricerche erano sempre in bilico tra visibile e invisibile. Il rosso indica sempre un cambiamento di stato irreversibile. Quando il rosso si manifesta significa che qualcosa è accaduto, nel bene o nel male. E ci sembrava una eccellente metafora per cominciare il progetto di CREATIVE INSOMNIA. L’arancione è stato generoso, affabile e disinibito in tutti gli aspetti e caratterizzato da una voluttuosa sensualità: danze del ventre, workshop tantrici, il menù arancione combinava profumi e textures esotiche, appetitose e irresistibili… Nel giallo abbiamo avuto una programmazione con prevalenza sonora, come se ci fosse, latente, una volontà di dar voce: conferenze cantate, micro-teatro, concerti a cappella, cibi che provocavano piccoli suoni e esplosioni di sapori. Si è usato non per stigmatizzare, come è avvenuto dal medioevo in poi, quando il giallo ha perso la sua battaglia simbolica prima con il bianco e poi successivamente con l’oro e si è trasformato nella sua ombra, ma per illuminare rovesciandone la simbologia. Abbiamo cercato di riabilitarne la fama, rendendo visibile il sole interiore delle donne ancor oggi totalmente e pericolosamente ignorate dai circuiti artistici rilevanti e invisibili nel mercato dell’arte. La visibilità è diventata radiante. È stata, senza dubbio, una notte luminosa.

Il verde sta attraendo soprattutto installazioni multisensoriali e sinestesiche… un’apertura all’altro e un registro umano che va dall’invidia all’empatia dall’egoismo alla volontà di condividere. È un colore straordinario. Il festival sul verde sta obbligandomi a un salto quantico e forse, benchè il dossier della programmazione sia il migliore finora, la necessità di evolvere e lo sforzo organizzativo che comporta, mi fa riflettere su uno dei principali aspetti di questo colore, che avevo sottovalutato: il suo essere acerbo e aspro al principio. Per fiorire bisogna prima bucare la terra.

Verissimo…Quali progetti stai seguendo attualmente?

Sto lavorando a diversi progetti e su diversi fronti: gestione culturale, didattica creativa e ricerca, installazioni sperimentali architettoniche e artistiche. A parte l’organizzazione del Festival Creative Insomnia-Green Nights attraverso l’Associazione Culturale che dirigo da anni (Atelier Meta-morphic) e con cui organizzo corsi e LABORATORI LIBERATORI sperimentali sul colore (identità cromatiche) e sullo sviluppo a tutto campo della creatività, ho appena presentato un seminario intensivo sull’arte degli origami per un’importante Fondazione di Madrid.

Con Monamour Natural Design, una impresa di giardini verticali di cui sono head designer e art-director, sto ultimando la mise en scène di un jardin d’hiver nell’ampio spazio vetrina di Clorofilla Digital, un’impresa leader nel campo della riproduzione digitale artistica. Saranno presenti le nostre ultime ricerche sui giardini verticali con piante stabilizzate di design e le nuove collezioni di light-box e pianeti fioriti. Inaugureremo fra poco.

Artisticamente parlando sto attualmente collaborando con due artiste molto interessanti: Andrea Buchner e Anna Margules. Con Andrea stiamo elaborando un vestito scultoreo che sarà lo schermo vibrante per le immagini proiettate e lavorando a una serie di scenografie-installazioni per i suoi prossimi concerti a cappella e con Anna sto preparando l’iconografia delle città di smeraldo di tradizione neoplatonica, gli uccelli del Paradiso e il colibrí mitico, figlio della Madre Terra nella tradizione messicana, che accompagneranno le sue performance musicali legate a questi temi.

E poi naturalmente c’è il mio progetto eco-sostenibile sulla Riviera del Brenta, dove confluiscono tutte le mie ricerche sul benessere degli abitanti futuri, che procede lento però inesorabile.

Direi a full schedule…

Come diceva Picasso è meglio che l’ispirazione ti colga lavorando…

Qual è il tuo fiore preferito? Te lo chiedo perché sono curiosa di sapere che colore scegli…

In verità, la scelta è olfattiva. Generalmente vengo attratta dai fiori non per i loro colori ma per i profumi. Mi piacciono i girasoli però nei campi, non recisi, quando il giallo è talmente intenso da illuminare lo sguardo. Mi commuove la loro storia, il mito di un fiore che segue i movimenti del sole come un’amante devota. Il mughetto e il giacinto sono fiori primaverili i cui profumi mi mettono di buon umore ma le mie preferite rimangono le rose: bianche come la neve o color avorio antico, gialle, rosa, lavanda e corallo fino al viola purpureo quasi vellutato di certe specie. Le rose blu, al momento non esistono in natura, anche se nel 2004, una società giapponese è riuscita a creare, con l’aiuto della genetica, una rosa geneticamente modificata dal colore lilla-blu di rara bellezza.

Magnifica, come rinunciare a una rosa lilla-blu?

Si, è ipnotica, è come ammirare un unicorno.

Quale pezzo ci proponi oggi e perché l’hai scelto?

Vi propongo un nuovo lavoro sul blu, ho scelto la canzone “Je Chante” di Charles Trenet per creare un contrasto ironico tra la solennità delle immagini e una canzone leggera e che mette di buon umore.

E allora ce lo ascoltiamo e vediamo con molto piacere. Grazie Claudia.

Grazie a te Carla, è stato un grande piacere e complimenti per il tuo blog che seguiamo con interesse dalla Spagna e a cui auguriamo un antico motto vulcaniano: “Live long and prosper”…

Vi aspetto al prossimo appuntamento con le interviste possibili, mercoledì prossimo…STAY TUNED

Per chi volesse visitare i blog di Claudia Bonollo segnalo:

Creative Insomnia

Atelier Metamorphic

 

CV

Artistic statement

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/cv-claudia-bonollo/

Acque Quantiche

http://ateliermetamorphic.wordpress.com/tributo-al-dr-masaru-emoto/

Progetto Creative Insomnia

http://creativeinsomnia.wordpress.com/creative-insomnia-2/

 

_____________

* Elenco delle Muse secondo la classificazione di Erodoto:

Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano; Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto; Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d’edera e un bastone; Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada e il bastone di Eracle (Ercole); Tersicore, colei che si diletta nella danza, la Danza, con plettro e lira; Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira; Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto; Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo; Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Le interviste possibili: I. Claudia Bonollo

“Le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,

Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,

e Calliope, che è la più illustre di tutte.”

(Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)*

Inauguro questo mercoledì un nuovo appuntamento infrasettimanale: le interviste possibili…un richiamo indiretto nel titolo alle mitiche interviste impossibili interpretate da Carmelo Bene, in cui rivestiva ruoli di personaggi famosi storici del passato in una trasmissione radiofonica degli anni ’70, risposte immaginate raccolte poi nel libro omonimo di Giorgio Manganelli.

Qui invece, grazie alla tecnologia che permette di raggiungere mete altrimenti lontane, ho deciso di dare voce al talento, in qualsiasi forma si manifesti, condividendo quanto sostiene Clarissa Pinkola Estés, “alcuni dicono che la vita creativa stia nelle idee, altri dicono che stia nei fatti. È comunque sempre l’amore per qualcosa.”

Oggi, ho il piacere di presentare Claudia Bonollo, che oltre a essere mia sorella, è un’artista-architetto che vive e lavora a Madrid dal 1999. Laureata con lode in architettura allo IUAV di Venezia con una tesi all’epoca sperimentale sull’immaginario della città nel cinema, si è poi specializzata alla Bartlett School di Londra sotto l’egida di Peter Cook, ottenendo successivamente il titolo di Ricercatore all’Università di Architettura di Madrid. Pioniera della sperimentazione multimediale in tempi non sospetti, le sue prime video performance risalgono alla fine degli anni ’80, ha al suo attivo numerose mostre e pubblicazioni sia come architetto – è stata selezionata tra i migliori studi di architettura in Spagna dall’AIAC per la pubblicazione Architetti italiani in Spagna oggi (Mancosu Editore 2011), prendendo parte alla mostra itinerante partire restare tornare – che come artista, svolge da vent’anni una ricerca molto interessante sul colore. E il colore ha ispirato uno dei suoi progetti multimediali e multi-sensoriali più stimolanti, Creative Insomnia, workshop organizzati interamente intorno a un colore. Le notti creative sul colore sono diventate degli appuntamenti imperdibili, dopo il rosso, l’arancione, e il giallo, seguendo la sequenza cromatica dell’iride, siamo arrivati alle notti sul verde, prossimamente sugli schermi di Creative Insomnia.

Prima di tutto benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? La dispensa la conosci, potrei stupirti con un Fernet Branca alla menta, altrimenti un porto Sandeman, un classico, o un Prosecco fresco…o un’acqua quantica?

Per cominciare possiamo dissetarci e allo stesso tempo rivolgerci un’attenzione speciale con un’acqua quantica. Opterei per quella con l’etichetta “La Bonne Étoile” che è sempre di buon auspicio, in alternativa suggerisco “Anima” e poi, naturalmente, non può mancare un brindisi con un ottimo Prosecco fresco.

Idee chiarissime, molto bene. Giusto per rompere il ghiaccio mentre ci sorseggiamo le acque quantiche, prima di passare al prosecco, qual è la tua musa preferita, ovviamente anche tutte se vuoi…

Fra tutte, le mie preferite sono: Erato, la Poesia amorosa, colei che provoca desiderio e che è raffigurata con la lira, Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo, (il cielo mi ha sempre ispirato in effetti e lo dimostra il titolo di una mia mostra di tanti anni fa: “Effetti provocati dalla contemplazione del Cielo”) e Calliope, colei che ha una bella voce e che rappresenta la Poesia epica, madre di Orfeo e ispiratrice di Omero, figure che ho amato moltissimo per la mia grande passione per la mitologia, effigiata con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Che figure affascinanti, a me piacciono tutte a dire il vero, ho delle riserve su Polimnia, che a parte il nome versatile, è la musa dei mimi, e quindi l’abbandonerei al suo destino…Come è nata la tua ricerca sul colore?

Il colore, veicolo di emozioni è stato fin dalla mia prima infanzia uno strumento personale per orientarmi nel mondo. Il mio gioco preferito era l’impossibile catalogazione delle tessere colorate che trovavo nel giardino, non molto distante c’era una fabbrica di mosaico. Le mie preferite erano le miscellanee di colori screziate d’oro o d’argento che venivano conservate gelosamente sotto la denominazione ”pezzi rari”. Da allora il colore è diventato l’elemento più importante del mio lavoro e delle mie ricerche. Non solo o non tanto il colore pigmento o materia, lo strato cromatico che imbellisce le cose e che veniva guardato con sospetto dai filosofi dell’antichità e dalla nostra cultura fino al XX sec. e che pure ho studiato, amato, praticato e difeso durante i miei studi nella facoltà di architettura. Ma il colore-luce, il colore come elemento primario della visione e della metamorfosi, il colore che rende visibili le cose che ancora non lo sono, il colore soglia sospeso fra mondi diversi e apparentemente inconciliabili, il colore inclassificabile, inapprensibile, impossibile da catalogare. Più che vedere il colore, io lo sento, percepisco le sue armonie, le sue qualità vibratorie e sonore, lo ricordo perché non posso dimenticarne la riverberazione e mi avventuro nella sua immaterialità luminosa. Nelle mie ricerche, nelle mie architetture e nelle mie installazioni il colore diventa spazio, uno spazio intimo e mutevole, capace di parlare direttamente alle nostre emozioni. Oggi con il progetto CREATIVE INSOMNIA, le prime notti creative interdisciplinari dedicate all’universo del colore, il colore diventa lo strumento per coinvolgere artisti, scienziati e ricercatori a produrre opere o studi che nascano dai suoi numerosi significati. La storia del colore, fatta di momenti di auge e di temporanee idiosincrasie riflette, in fondo, la storia dell’uomo, ne condivide il destino e apre a nuovi modi di vedere e di sentire. Non è un caso se siamo rossi di rabbia o verdi d’invidia, non è casuale il modo in cui dipingiamo la nostra vita.

Qual è stata l’esperienza più significativa in merito alle sperimentazioni sul colore, cosa ti ha stupito di più?

Forse la scoperta che ciascun colore richiama emozioni e esperienze distinte. Era un’intuizione che avevo da tempo ma la sperimentazione a tutto campo e il laboratorio corale e interattivo che suppone l’esperienza intensa di una Notte Creativa, ha superato ogni aspettativa. Nel rosso abbiamo esplorato l’origine delle cose, si sono avvicinati soprattutto artisti che consideravano il rosso come un inizio, e che hanno approfittato della sua forza travolgente per armarsi di coraggio e uscire allo scoperto, le ricerche erano sempre in bilico tra visibile e invisibile. Il rosso indica sempre un cambiamento di stato irreversibile. Quando il rosso si manifesta significa che qualcosa è accaduto, nel bene o nel male. E ci sembrava una eccellente metafora per cominciare il progetto di CREATIVE INSOMNIA. L’arancione è stato generoso, affabile e disinibito in tutti gli aspetti e caratterizzato da una voluttuosa sensualità: danze del ventre, workshop tantrici, il menù arancione combinava profumi e textures esotiche, appetitose e irresistibili… Nel giallo abbiamo avuto una programmazione con prevalenza sonora, come se ci fosse, latente, una volontà di dar voce: conferenze cantate, micro-teatro, concerti a cappella, cibi che provocavano piccoli suoni e esplosioni di sapori. Si è usato non per stigmatizzare, come è avvenuto dal medioevo in poi, quando il giallo ha perso la sua battaglia simbolica prima con il bianco e poi successivamente con l’oro e si è trasformato nella sua ombra, ma per illuminare rovesciandone la simbologia. Abbiamo cercato di riabilitarne la fama, rendendo visibile il sole interiore delle donne ancor oggi totalmente e pericolosamente ignorate dai circuiti artistici rilevanti e invisibili nel mercato dell’arte. La visibilità è diventata radiante. È stata, senza dubbio, una notte luminosa.

Il verde sta attraendo soprattutto installazioni multisensoriali e sinestesiche… un’apertura all’altro e un registro umano che va dall’invidia all’empatia dall’egoismo alla volontà di condividere. È un colore straordinario. Il festival sul verde sta obbligandomi a un salto quantico e forse, benchè il dossier della programmazione sia il migliore finora, la necessità di evolvere e lo sforzo organizzativo che comporta, mi fa riflettere su uno dei principali aspetti di questo colore, che avevo sottovalutato: il suo essere acerbo e aspro al principio. Per fiorire bisogna prima bucare la terra.

Verissimo…Quali progetti stai seguendo attualmente?

Sto lavorando a diversi progetti e su diversi fronti: gestione culturale, didattica creativa e ricerca, installazioni sperimentali architettoniche e artistiche. A parte l’organizzazione del Festival Creative Insomnia-Green Nights attraverso l’Associazione Culturale che dirigo da anni (Atelier Meta-morphic) e con cui organizzo corsi e LABORATORI LIBERATORI sperimentali sul colore (identità cromatiche) e sullo sviluppo a tutto campo della creatività, ho appena presentato un seminario intensivo sull’arte degli origami per un’importante Fondazione di Madrid.

Con Monamour Natural Design, una impresa di giardini verticali di cui sono head designer e art-director, sto ultimando la mise en scène di un jardin d’hiver nell’ampio spazio vetrina di Clorofilla Digital, un’impresa leader nel campo della riproduzione digitale artistica. Saranno presenti le nostre ultime ricerche sui giardini verticali con piante stabilizzate di design e le nuove collezioni di light-box e pianeti fioriti. Inaugureremo fra poco.

Artisticamente parlando sto attualmente collaborando con due artiste molto interessanti: Andrea Buchner e Anna Margules. Con Andrea stiamo elaborando un vestito scultoreo che sarà lo schermo vibrante per le immagini proiettate e lavorando a una serie di scenografie-installazioni per i suoi prossimi concerti a cappella e con Anna sto preparando l’iconografia delle città di smeraldo di tradizione neoplatonica, gli uccelli del Paradiso e il colibrí mitico, figlio della Madre Terra nella tradizione messicana, che accompagneranno le sue performance musicali legate a questi temi.

E poi naturalmente c’è il mio progetto eco-sostenibile sulla Riviera del Brenta, dove confluiscono tutte le mie ricerche sul benessere degli abitanti futuri, che procede lento però inesorabile.

Direi a full schedule…

Come diceva Picasso è meglio che l’ispirazione ti colga lavorando…

Qual è il tuo fiore preferito? Te lo chiedo perché sono curiosa di sapere che colore scegli…

In verità, la scelta è olfattiva. Generalmente vengo attratta dai fiori non per i loro colori ma per i profumi. Mi piacciono i girasoli però nei campi, non recisi, quando il giallo è talmente intenso da illuminare lo sguardo. Mi commuove la loro storia, il mito di un fiore che segue i movimenti del sole come un’amante devota. Il mughetto e il giacinto sono fiori primaverili i cui profumi mi mettono di buon umore ma le mie preferite rimangono le rose: bianche come la neve o color avorio antico, gialle, rosa, lavanda e corallo fino al viola purpureo quasi vellutato di certe specie. Le rose blu, al momento non esistono in natura, anche se nel 2004, una società giapponese è riuscita a creare, con l’aiuto della genetica, una rosa geneticamente modificata dal colore lilla-blu di rara bellezza.

Magnifica, come rinunciare a una rosa lilla-blu?

Si, è ipnotica, è come ammirare un unicorno.

Quale pezzo ci proponi oggi e perché l’hai scelto?

Vi propongo un nuovo lavoro sul blu, ho scelto la canzone “Je Chante” di Charles Trenet per creare un contrasto ironico tra la solennità delle immagini e una canzone leggera e che mette di buon umore.

E allora ce lo ascoltiamo e vediamo con molto piacere. Grazie Claudia.

Grazie a te Carla, è stato un grande piacere e complimenti per il tuo blog che seguiamo con interesse dalla Spagna e a cui auguriamo un antico motto vulcaniano: “Live long and prosper”…

Vi aspetto al prossimo appuntamento con le interviste possibili, mercoledì prossimo…STAY TUNED

Per chi volesse visitare i blog di Claudia Bonollo segnalo:

Creative Insomnia

Atelier Metamorphic

 

CV

Artistic statement

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/cv-claudia-bonollo/

Acque Quantiche

http://ateliermetamorphic.wordpress.com/tributo-al-dr-masaru-emoto/

Progetto Creative Insomnia

http://creativeinsomnia.wordpress.com/creative-insomnia-2/

 

_____________

* Elenco delle Muse secondo la classificazione di Erodoto:

Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano; Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto; Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d’edera e un bastone; Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada e il bastone di Eracle (Ercole); Tersicore, colei che si diletta nella danza, la Danza, con plettro e lira; Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira; Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto; Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo; Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Wallace Stevens e il fantasma del coniglio

Wallace Stevens' house
Wallace Stevens’ house

 

 

 

 

 

 

 

In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.

Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.

Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.

Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.

“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.

L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).

Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.

Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente  dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.

Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.

Il coniglio come re dei fantasmi

 

La difficoltà a pensare alla fine del giorno,

Quando l’ombra informe copre il sole

E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–

 

C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno

Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco

E agosto è il mese più tranquillo.

 

Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,

Senza quel monumento del gatto.

Il gatto dimenticato sulla luna;

 

E sentire che la luce è una luce di coniglio

In cui tutto ha un senso per te

E non c’è bisogno di spiegare nulla;

 

Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;

E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta

Niente importa, e l’erba è piena

 

Piena di te, gli alberi intorno sono per te,

L’intera vastità della notte è per te,

Un sé che tocca tutti i confini,

 

Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,

Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,

E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,

 

Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–

Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,

E il gattino verde è un insetto nell’erba.

——————————————————————————————–

The Rabbit as king of the ghosts

 

The difficulty to think at the end of day,

When the shapeless shadow covers the sun

And nothing is left except light on your fur—

 

There was the cat slopping its milk all day,

Fat cat, red tongue, green mind, white milk

And August the most peaceful month.

 

To be, in the grass, in the peacefullest time,

Without that monument of cat,

The cat forgotten on the moon;

 

And to feel that the light is a rabbit-light

In which everything is meant for you

And nothing need be explained;

 

Then there is nothing to think of. It comes of itself;

And east rushes west and west rushes down,

No matter. The grass is full

 

And full of yourself. The trees around are for you,

The whole of the wideness of night is for you,

A self that touches all edges,

 

You become a self that fills the four corners of night.

The red cat hides away in the fur-light

And there you are humped high, humped up,

 

You are humped higher and higher, black as stone—

You sit with your head like a carving in space

And the little green cat is a bug in the grass.

Wallace Stevens e il fantasma del coniglio

Wallace Stevens' house
Wallace Stevens’ house

 

 

 

 

 

 

 

In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.

Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.

Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.

Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.

“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.

L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).

Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.

Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente  dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.

Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.

Il coniglio come re dei fantasmi

 

La difficoltà a pensare alla fine del giorno,

Quando l’ombra informe copre il sole

E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–

 

C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno

Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco

E agosto è il mese più tranquillo.

 

Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,

Senza quel monumento del gatto.

Il gatto dimenticato sulla luna;

 

E sentire che la luce è una luce di coniglio

In cui tutto ha un senso per te

E non c’è bisogno di spiegare nulla;

 

Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;

E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta

Niente importa, e l’erba è piena

 

Piena di te, gli alberi intorno sono per te,

L’intera vastità della notte è per te,

Un sé che tocca tutti i confini,

 

Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,

Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,

E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,

 

Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–

Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,

E il gattino verde è un insetto nell’erba.

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The Rabbit as king of the ghosts

 

The difficulty to think at the end of day,

When the shapeless shadow covers the sun

And nothing is left except light on your fur—

 

There was the cat slopping its milk all day,

Fat cat, red tongue, green mind, white milk

And August the most peaceful month.

 

To be, in the grass, in the peacefullest time,

Without that monument of cat,

The cat forgotten on the moon;

 

And to feel that the light is a rabbit-light

In which everything is meant for you

And nothing need be explained;

 

Then there is nothing to think of. It comes of itself;

And east rushes west and west rushes down,

No matter. The grass is full

 

And full of yourself. The trees around are for you,

The whole of the wideness of night is for you,

A self that touches all edges,

 

You become a self that fills the four corners of night.

The red cat hides away in the fur-light

And there you are humped high, humped up,

 

You are humped higher and higher, black as stone—

You sit with your head like a carving in space

And the little green cat is a bug in the grass.

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