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San Valentino

14 Febbraio | Terni 176 – Roma 14 Febbraio 273

Saint_Valentine_by_Bassano

Le prime sorprese arrivano dal Calendario dei Santi, di Valentino nessun cenno, al suo posto i fratelli Cirillo e Metodio di Salonicco. San Valentino invece esiste e lotta insieme a noi, protettore degli innamorati e degli epilettici, di fede cristiana, ortodossa e anglicana. Umbro di nascita, di famiglia patrizia, vescovo già a 21 anni, tentò di convertire l’imperatore Claudio con scarsi risultati, allontanato, sotto Aureliano, venne punito e flagellato per scoraggiare ogni tentativo futuro di conversione di nuovi adepti, continuò a professare la sua fede, sposando in punto di morte una cristiana Serapia, gravemente ammalata con il suo innamorato, un soldato romano, Sabino, unione ostacolata dalle rispettive famiglie, una sorta di Romeo & Giulietta, che non ha lieto fine, perché muoiono entrambi, unica consolazione l’unione postuma. Il Santo venne decapitato alla veneranda età di 97 anni.

La celebrazione della Festa di San Valentino come alternativa agli scatenati Lupercalia romani, il 14 e 15 Febbraio, si deve a Papa Gelasio nel 496 d.C. che bandì i riti propiziatori in onore del dio Luperco, epiteto di Fauno. Inizialmente era una festa di purificazione riservata al gregge e poi venne allargata alla città di Roma, con cerimonie che celebravano il sodalizio tra i Luperci Quintili e Fabiani. La prima fase rituale si svolgeva nel Lupercale, la grotta sacra vicino al Palatino nel punto in cui Faustolo all’ombra di un fico trovò i due gemelli Romolo e Remo che venivano allattati da una lupa. Si sacrificavano capri e un lupo e poi con la pelle degli animali uccisi si facevano delle strisce (februa) con le quali si percuotevano le donne che volevano ottenere la fecondità e vi lascio immaginare da soli le scudisciate con pelle di capra..

Aboliti i Lupercalia con non troppa convinzione siamo arrivati alla “festa” pilotata degli innamorati, con i biglietti d’auguri per San Valentino, la più antica “Valentina” scritta in prigione da Carlo d’Orleans nel 1415, dal 1600 usanza piuttosto comune, in Inghilterra quasi un dovere non solo per San Valentino ma per ogni occasione in cui si ritiene opportuno ringraziare qualcuno senza avere l’imbarazzo di un incontro diretto – i social un’autentica manna – in Italia una moda a fasi alterne, per cui o non ci si scrive niente, perché anche il niente è una certezza, o si copia una frase ad effetto su tumbrl, Facebook, instagram che ha lo stesso effetto del niente di cui sopra, con amore.

 

Forme e colori: Cristina Bove

Questa settimana doppia programmazione con due scritti di Cristina Bove, che ho già avuto il piacere di avere come ospite delle interviste possibili, qui nel blog.

Si tratta di due pubblicazioni delle Edizioni Smasher, casa editrice siciliana sotto la direzione editoriale di Carmen Fasolo. La prima è una raccolta di poesie, Mi hanno detto di Ofelia, Settembre 2012, la seconda, è un romanzo, Una per Mille, Ottobre 2013, già alla I ristampa, che sarebbe riduttivo chiamare semplicemente autobiografia perché supera i confini di genere e interroga la scrittura stessa, attraversando anni di vita de-costruita e ri-costruita in un collage di frammenti, dialoghi, enigmi, sfoghi, pensieri, riflessi, tracce di tante metamorfosi femminili.

Da subito mi ha colpito l’illustrazione in copertina della stessa autrice, fantasmi intangibili e presenti, attraversati da uno sfondo azzurro intenso con riflessi dorati.

Mi hanno detto di Ofelia

Il titolo di shakespeariana memoria rievoca l’insensatezza di Amleto troppo preso dalla sua sete di vendetta al punto da essere cieco, dando voce a quella sensibilità sacrificata, a cui sono destinati caratteri più empatici. Qui finalmente si recupera il senso di tante esperienze soffocate da un’ottusa mancanza, quell’anima ferita rivive indomita confondendosi nel paesaggio, muta forma, diventa stella, abisso, onda, vento, figura mitologica, sogno, gioco, fino a essere naturalmente reinvestita da un’epica leggendaria:

 

Legend

 

Raccontava di un posto dove l’aria

era suono, geometria la luce

e dove il tempo

scompigliava logiche

non c’erano però campi di grano

né ciliegie a dipingere sorrisi

gli arcobaleni tanti

che a distinguerli mai

e note sovrapposte di incantesimi

ma un bacio

il raccogliersi dentro

e raccontarsi morbido e bagnato

quello non c’era

e se

fosse questo calore

il paradiso?..[1]

 

Il senso di smarrimento che circonda gli atti incompiuti viene sostituito da nuovi orizzonti di parole che tornano a essere azioni generose.

L’aria continua a essere un elemento rivelatore nei versi di Cristina Bove, lo spazio viene ampliato dall’uso di lunghi trattini_pause che aprono nuovi spiragli, sottolineando a volte distanze inconciliabili, rotture, silenzi eloquenti.

Il sarcasmo scioglie l’amarezza in un sorriso, altrove il disincanto regala una consapevolezza contagiosa, non più nostalgia di non ritorni impossibili ma vuoto che accoglie pienamente e rimanda a configurazioni eteree:

e tu sarai fremente d’arabeschi/nel rovescio di_stanze della terra/il piacere d’un attimo scomposto/avrà braccia di cielo a contenermi/e luce finalmente/a farmi amore.[2]

 

Una per Mille

 

Dove c’è pericolo
Cresce anche ciò che salva
Friedrich Hölderlin

 

Una per Mille, ma anche Mille per Una – per non farci mancare il rimando a Dumas e al senso di solidarietà nell’avventura, nelle gioie e nei dispiaceri – raccoglie le molte vite di Cristina Bove, dall’infanzia a Napoli alle sue peregrinazioni in giro per l’Italia e all’estero (Israele, Costa Rica) e un lungo soggiorno in Tunisia. Nei suoi ruoli diversi di figlia, madre, scrittrice, artista, moglie, amica, paziente, custode di segreti, ha saputo e ha dovuto affrontare non poche difficoltà, gravi operazioni superate con coraggio, crisi di crescita, vere e proprie evoluzioni personali senza mai perdere di vista il periodo storico di riferimento, dal dopo guerra ai giorni nostri, le dure battaglie per ottenere uguali diritti e giustizia sociale.

In questo ri-pensarsi a ritroso riaffiorano dall’archivio della memoria scorci di eventi che tornano a essere dolorosi e traumatici – l’abbandono del padre, una maturità precoce ad accudire il fratellino, l’impossibilità di continuare gli studi come si avrebbe desiderato, un non-amore sofferto, un tentato suicidio mai commentato in famiglia – si stabilisce un rapporto privilegiato con un tempo interiore che non coincide con la fredda cronologia dei fatti. La riscrittura di ciò che è stato reintroduce un ordine nuovo nel magma delle emozioni, ci si ri-esamina con il dovuto distacco, si riscoprono improvvisi tentativi di fuga nell’ironia, antiche paure, il passato diventa intreccio pressante e presente, i ricordi rimettono a nudo il potere terapeutico dell’esperienza creativa, dove “mille per una” assume una diversa connotazione, finalmente una combinazione libera che si accorda con altri modi di essere non codificati. Tante sono le madeleines che nutrono le ingiustizie di un cuore spezzato alla ricerca di nuove risorse e nuove chiavi di lettura – il romanzo è ricco di rimandi metatestuali, letterari e filosofici, tra cui spiccano l’interpretazione dei sogni di Premananda, l’oracolo cinese de I Ching, non a caso il Libro dei Mutamenti studiato a lungo da Carl Gustav Jung, un sistema di divinazione basato su 64 esagrammi che servono a guidarci nella sincronicità dei cambiamenti, mentre la musica accarezza i pensieri. Sono percorsi intrapresi da un’anima indagatrice, alimentata dalla voglia di imparare, di confrontarsi con altri mondi, esoterici e non, aperta e ricettiva anche all’incontro con manifestazioni sorprendenti: fantasmi, esseri mutevoli e trascendenti che permettono di riconciliarsi con figure scomparse. E dopo tante spine, c’è bisogno di rose delicate, di cieli luminosi, di ritornare alla piacevolezza dei sensi, farsi corpo vitale, essere grata a ognuna di quelle mille.

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[1] Cristina Bove, Mi hanno detto di Ofelia, Edizioni Smasher, Settembre 2012, p. 58.

[2] Ibidem, Karma, p. 46.

§

Doctor Faustus: IV parte

Al Capitolo XXI Serenus decide di aggiornarci sulla difficile situazione in Germania, siamo in autunno riaffiorano i ricordi dei bombardamenti, per la Germania è finita. La memoria si rifugia nel passato, a Lipsia, ai tre anni che Adrian trascorre nella città mentre Serenus lo segue solo per un anno. È immerso completamente nella musica, sostiene che “lo svago serve solo a coloro per i quali non conta”[1], e Serenus è sorpreso che un orecchio così sensibile non abbia nessuna vocazione per l’arte figurativa, il maestro Kretzschmar continua a essere una fonte inesauribile di consigli e lo introduce nel circolo dei musicisti svizzeri, vanno a Basilea ad ascoltare il Magnificat di Monteverdi, e gli fa conoscere le letture orchestrali, concerti privati dove i musicisti hanno la possibilità di vedere le proprie opere eseguite da altri professionisti per avere un utile feedback sul proprio lavoro. Adrian scrive le canzoni di Brentano, e Serenus è colpito da certe ingenuità stilistiche che secondo lui vengono miscelate negli accordi quasi per stuzzicare chi è più esperto.

Nel 1910 in occasione del matrimonio della sorella Ursula con un ottico svizzero, Adrian torna alla residenza natale, accompagnato dall’inseparabile amico. Felice che abbiano organizzato una cerimonia sobria senza nemmeno un rinfresco serale, un pasto in compagnia di pochi amici, e il pomeriggio tutti gli invitati sono già liberi di fare quello che vogliono. Adrian, con la scusa delle sempre presenti emicranie, va a fare un passeggiata con Serenus e gli racconta gli ultimi sviluppi del suo nuovo arrangiamento, le Pene di Amor Perdute di Shakespeare. Serenus gli annuncia le sue prossime nozze con Helene, ma Adrian non sembra essere particolarmente interessato all’argomento, sempre concentrato in nuove teorie musicali, insiste che il contrappunto si deve basare sulla simultaneità di voci autonome, ci deve essere una parola-chiave che ritorna liberamente all’interno di una composizione rigorosa, e Serenus annuisce in silenzio. Si sta dedicando all’esplorazione della musica dodecafonica, dove i dodici suoni della scala cromatica temperata vengono collegati tra loro senza che i rapporti siano in alcun modo riferibili a una nota fondamentale (come invece avviene nella tonalità), per la composizione si mettono in ordine le note creando una serie, a seconda dell’interpretazione creativa – l’ispirazione Mann la prende da Shönberg – e parla troppo spesso di costellazioni:

“Ragione e magia…si incontrano e diventano una cosa sola in quello che chiamiamo sapienza, iniziazione, nella fede che abbiamo nelle stelle, nei numeri…”[2]

Grazie all’amico Rüdiger che ha dei contatti con alcuni editori di Monaco, Adrian decide di cambiare città per completare la stesura dell’opera shakespeariana. Prende in affitto una camera dalla vedova di un senatore, una signora fine che suona il piano, ha un salotto frequentato da musicisti, scrittori, e due figlie. Irene, la maggiore, ha un’aria malinconica e riservata, scrive poesie, ma ha come unica ambizione la cura della casa, la sorella Clarissa invece, ha velleità artistiche, studia teatro, è una bionda appariscente che colleziona teschi – tra cui un fermacarte in bronzo che verrà regalato a Serenus dopo il suo suicidio – ha un gatto color zolfo, Isaak, costretto a portare come segno di lutto per la morte del padre un nastro nero sulla coda, e si diverte a conversare con gli ospiti. Tra questi c’è il violinista Schwerdtfeger, con gli occhi color azzurro acciaio, che ha la passione, non ricambiata per Adrian, lo segue ovunque e vorrebbe sempre accompagnarlo mentre suona il piano.

Rüdiger conosce molti letterati, tra cui un’autrice di romanzi, Jeanette Scheurl, profonda conoscitrice di musica, che conquista Adrian con i suoi commenti sulla polifonia di Mozart.

Durante una gita a Pfeiffering, arrivati in una vecchia fattoria immersa nella campagna, Adrian sente che è arrivato il momento di fare un viaggio in Italia, decide di trascorrere tutta l’estate in un piccolo paese del Lazio, Palestrina, il paese natale del compositore Penestre, ricordato anche nel canto XXVII dell’Inferno di Dante come Prenestino[3].

Serenus insieme alla moglie Helene va a fargli visita a Casa Manardi, gestita da una vedova, e i suoi due fratelli scapoli, Ercolano, un ex avvocato di un’ignoranza abissale che sta tutto il giorno in mutande a leggere il giornale, e il fratello contadino Alfonso, aka Alfo, di indole più pratica. La figlia adolescente della vedova, Amelia, soffre di un grave disturbo mentale, urla a tavola mentre interroga le posate, ignorata da tutti, che ormai si sono abituati ai suoi lamenti, persino alla follia. Pare che nel passato ci fosse stato tra i loro ospiti un russo che di notte aveva preso l’abitudine di sparare ai fantasmi e spaventare tutto il vicinato. Welcome to Italy…

Al bizzarro quadretto famigliare si aggiungono Serenus, immerso nelle sue letture umanistiche, la moglie Helene che lavora all’uncinetto e Adrian che prova al piano Le Pene di Amor Perdute, entusiasta del punto in cui Biron recita questi versi:

Perdio quest’amore è pazzo come Aiace; ammazza le pecore, uccide me stesso che sono una pecora.[4]

Affascinato dal personaggio di Rosalina, la bella tenebrosa, vede in Biron la saggezza di Shakespeare, e la sua sfortunata relazione con la dark lady dei sonetti che lo tradisce con un uomo più giovane.

Dopo tre settimane Serenus e la moglie tornano in Germania, e Adrian e Rüdiger cambiano residenza e si trasferiscono a Roma. Serenus è sempre più sorpreso dalla castità di Adrian e dal suo mantenersi lontano dalle donne.

TO BE CONTINUED…

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[1] Ibidem, p. 219.

[2] Ibidem, p. 241.

[3] Dante, Inferno, Canto XXVii, vv.101-102:

“e tu mi insegna fare

sì come Penestrino in terra getti.”

Il riferimento è alla lotta del borgo, feudo dei Colonna, contro il Papa. Bonifazio, dopo un assedio di un anno e mezzo lo fece radere al suolo.

[4] DF, Ibidem, p. 266.

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