Oggi, tanto per cambiare sono stata contattata dall’ennesimo profilo farlocco, questa volta su pinterest, e pure con una massima, “la memoria è solo memoria di ciò che è vecchio”, più o meno, vado a braccio…ma che cazzata! Certo per alcune persone meglio non ricordare, sarebbe troppo doloroso vedere tutti gli atti incompiuti, le meschinità di certi gesti, il non ammettere certi errori che poi sono preziose lezioni, e invece ti infliggono la loro presenza-assenza come uno scroccone non invitato che tu hai accompagnato alla porta e che rientra come un ladro dalla finestra, virtuale o reale che sia, il disturbo è uguale. Poi c’è chi ha pure cattiva memoria, e ricorda quello che vuole ricordare, ma il film in questione, è Wild Strawberries di Ingmar Bergman, e lo ricordo bene, come ricordo bene il motivo per cui l’avevo condiviso, una poesia di Edwin Morgan, uno dei più grandi poeti scozzesi, dallo stesso titolo Strawberries…le fragole di un picnic, poco importa per il lettore se quel picnic sia avvenuto o meno, se la storia sia nel passato, nel presente, o in un futuro possibile, è un ricordo condiviso riattivato dal cuore – to learn by heart – e così che si impara a memoria.
“Qui non serve misurare con il tempo, a nulla vale un anno, e dieci anni non son nulla. Essere artisti significa: non calcolare o contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l’ansia che dopo possa non giungere l’estate. L’estate giunge. Ma giunge solo a chi è paziente e vive come se l’eternità gli stesse innanzi, così sereno e spensierato e vasto.” Eh già, come non essere d’accordo con Rilke?
Ieri stavo facendo una ricerca sulle peonie, tra i miei fiori preferiti, le rose senza spine, con cui si fanno parecchie essenze di profumi, ricordate anche nell’Ode alla Malinconia da John Keats, che ho già tradotto qui nel blog. E così sono arrivata a Elizabeth Barrett Browning (1806-1861), la poetessa romantica inglese innamorata dell’Italia, moglie di Robert Browning, che la salvò da un padre opprimente, una giovinezza minata da una malattia gravissima, curata male con il laudano, viene quasi sempre ritratta in pose malinconiche, i capelli acconciati in boccoli infiocchettati, lo sguardo rassegnato che sembra annunciare una fine prematura. Traduttrice dal greco del Prometeo incatenato di Eschilo, autrice di Saggio sulla mente e altre poesie (1826), e di una delle più belle raccolte di versi d’amore i Sonetti dal Portoghese (1850), scritti in segreto per il marito, e poi regalati nel giorno del matrimonio, assertivi nella loro bellezza certa, la ferocia della passionalità imbrigliata in rime ordinate. Altro che dichiarazioni spicciole da sms, tvmb vaghi, salti quantici in altri mondi. La storia di amore con Robert Browning ha ispirato diverse fiction, tra cui il romanzo di Virginia Woolf, Flush, A biography (1933), la ricostruzione della sua vita attraverso il punto di vista del cane di Elizabeth Barrett, un cocker spaniel con una spiccata personalità.
XLIII
How do I love thee? Let me count the ways
How do I love thee? Let me count the ways.
I love thee to the depth and breadth and height
My soul can reach, when feeling out of sight
For the ends of being and ideal Grace.
I love thee to the level of everyday’s
Most quiet need, by sun and candlelight.
I love thee freely, as men strive for Right.
I love thee purely, as they turn from Praise.
I love thee with the passion put to use
In my old griefs, and with my childhood’s faith.
I love thee with a love I seemed to lose
With my lost saints–I love thee with the breath,
Smiles, tears, of all my life!–and, if God choose,
I shall but love thee better after death.
§
Come ti amo? Lasciami contare i modi
Come ti amo? Lasciami contare i modi.
Ti amo fino alla profondità all’estensione all’altezza
Che l’anima mia può raggiungere, quando oltre la vista
Tocco i confini dell’essere e della Grazia ideale.
Ti amo alla pari della più calma necessità
Di ogni giorno, alla luce del sole e a lume di candela.
Ti amo liberamente, come chi lotta per la Giustizia.
Ti amo puramente, come chi rifugge dall’Elogio.
Ti amo con la passione messa in pratica
Nelle mie vecchie pene, e con la fede della mia infanzia.
Ti amo con l’amore che mi sembrava di aver perso
Con i miei santi perduti – ti amo con il respiro,
I sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita! – e se Dio vuole,
Ti amerò ancora meglio dopo la morte.
§
Nel frattempo mi ascolto un inno urbano dei Verve…”Sonnet”…
Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo.
Fëdor Dostoevskij
Il primo ricordo che ho risale a quando avevo due anni. Ricordo solo una stanza bianca, con una luce quasi accecante, ero spaventatissima. Non ho mai avuto paura del buio, invece l’intensità di quella luce non l’ho mai dimenticata.
Avevo avuto un attacco di convulsioni con febbre altissima e mi avevano ricoverata in ospedale. Fui messa sotto osservazione per una notte, legata al letto, mia madre appena lo scoprì fece una scenata degna di Anna Magnani e mi portò via con la delicatezza che poteva avere un’orsa ferita.
Dell’episodio in famiglia non se n’è mai parlato più di tanto, so solo che per altri sei anni, sono stata costretta a sottopormi a dei controlli periodici, primo fra tutti l’ispezione obbligatoria dell’elettroencefalogramma.
Da allora odio l’odore acre dell’aceto, forse perché ha lo stesso odore delle fialette che mi spruzzavano in testa prima di attaccarmi gli elettrodi. Quando vedevo che la macchina riproduceva con ritmo cacofonico una sfilza di zig-zag, cominciavo a preoccuparmi, pensavo che non fosse normale, agitata ma muta come un pesce, mentre l’infermiera friulana svolgeva meccanicamente le sue mansioni con una dose impercettibile di umanità, senza prestare nessuna attenzione al mio imbarazzo da bambina adulta. Mia madre mi aspettava fuori con quel suo tipico sguardo fiero sempre teso, pronta ad azzannare qualcuno se fosse stato necessario. Capivo che non era grave, semplicemente guardando l’espressione dei suoi occhi quando leggeva il responso che l’infermiera le consegnava con efficienza militaresca alla fine della visita.
A otto anni finalmente mi liberarono dal supplizio dell’elettroencefalogramma, non so se il merito fosse da attribuire a un medico tirolese che mi aveva curato o un colpo di fortuna, smisi di prendere la mia mini pastiglia quotidiana abbandonando la routine di quelle fastidiose intrusioni. Mi accontentai soddisfatta della spiegazione sommaria che mia madre mi diede: “non c’è n’è più bisogno, gli esami erano solo per precauzione.”
Dopo quel comunicato breve ma efficace, l’argomento venne archiviato per sempre nella memoria storica di famiglia, il problema era stato risolto e quindi non era necessario ritornarci sopra. Giustamente a quell’età non ci feci caso, preferivo andare in giro con la mia bicicletta Celestina, che in effetti era davvero celeste.
Decenni dopo il tema dell’epilessia, parola che a casa mia non era mai stata pronunciata, ricomparve grazie a un libro, più che un libro un capolavoro, L’Idiota di Dostoevskij.
Vivevo a Londra, in una casa orrenda nell’East End, una di quelle fregature che ti prendi solamente quando sei inesperta e senza soldi, e azzardi un salto quantico dall’estrema provincia alla metropoli. Lavoravo come commessa in un negozio di lusso di scarpe. Vendere su commissione era un lavoro che detestavo con tutte le mie forze, incapace di fregare i clienti come facevano i miei colleghi con una scaltrezza da gatti randagi. Sapevano procurarsi da mangiare senza andare troppo per il sottile. Avevano pietà di te solo all’inizio di giornata, il tacito accordo, l’unico a essere rispettato all’unanimità, era che non era ammesso rubare i clienti a chi non aveva fatto la prima vendita, ossia rifilato il primo bidone. Ero sempre l’ultima ad avere “aperto”, un eufemismo che indicava la fine della tregua e annunciava la guerra aperta giornaliera. Nelle pause tra uno scippo e l’altro, mi mettevo a leggere. Sceglievo apposta romanzi lunghissimi, avevo bisogno di esplorare altri mondi, lontani anni luce dal magazzino nel seminterrato. Fu un periodo davvero miserabile risollevato però da magnifiche letture. Credo di non aver mai pianto così tanto leggendo i pensieri del principe Myskin, erano lacrime di riconoscenza.
Le poesie sono cristalli che sedimentano dopo l’effervescente contatto dello spirito con la realtà.
Pierre Reverdy
Questo lunedì afoso una pausa pranzo con Frank O’Hara (1926-1966), poeta, scrittore, critico cinematografico americano, bravissimo pianista, esperto di jazz, morto prematuramente a soli quarant’anni.
“A Step away from them”, è una poesia en plein air, scritta nel 1956, un quadro vibrante di vita e di luci, scorci di pensiero che attraversano e si perdono nella città, assenze che ritornano a essere presenze.
Distante un passo da loro
È l’ora di pranzo, così me ne vado
a camminare tra taxi colorati ronzanti.
Prima, lungo il marciapiede
dove gli operai nutrono i loro torsi
lucidi e sporchi con panini
e Coca-Cola, con in testa i loro caschi
gialli. Li proteggono dai mattoni in caso di caduta,
immagino. Poi sull’Avenue dove le gonne scattano
sui tacchi e si gonfiano sulle inferriate.
Il sole scotta, ma i taxi
agitano l’aria. Guardo
gli affari in saldo negli orologi a polso. Ci sono
gatti che giocano nella segatura. Continuo fino
a Times Square, dove l’insegna
soffia fumo sulla mia testa, e più in alto
la cascata di luci cade leggera.
Un nero sosta davanti a un ingresso
con uno stuzzicadenti in bocca, muovendolo languidamente
una ballerina di fila bionda abbocca: lui
sorride e si gratta il mento. Improvvisamente
tutto comincia a suonare: sono le 12 e 40 di
un giovedì. La luce al neon di giorno è
un piacere immenso, come scriveva Edwin Denby,
visto che ci sono lampadine accese di giorno.
Mi fermo per un cheeseburger al JULIET’S
CORNER. Giulietta Masina, moglie di
Federico Fellini, e bell’attrice,
e un cioccolato al malto. Una signora
tutta volpi in un giorno così mette il suo barboncino
nel taxi. Ci sono parecchi Portoricani
sull’Avenue oggi, rendendola bella e calda. Prima
è morta Bunny[1], poi John Latouche[2],
poi Jackson Pollock. Ma è piena la terra
di vita, quanto lo era di loro?
Uno ha mangiato, un altro cammina,
supera le riviste con le donne nude
e i poster con la CORRIDA e
l’edificio della Manhattan Storage Warehouse,
che presto butteranno giù. Mi viene in mente
che lì c’era l’Armory Show. Un bicchiere di succo di papaya
e ritorno al lavoro. Ho il cuore in
tasca, sono le Poesie di Pierre Reverdy.
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[1] Violet “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice e poetessa, attiva nella scena newyorkese degli anni Quaranta e Cinquanta.
[2] John Latouche (1914-1956), musicista, scrittore e librettista.
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A Step Away From Them
It’s my lunch hour, so I go
for a walk among the hum-colored
cabs. First, down the sidewalk
where laborers feed their dirty
glistening torsos sandwiches
and Coca-Cola, with yellow helmets
on. They protect them from falling
bricks, I guess. Then onto the
avenue where skirts are flipping
above heels and blow up over
grates. The sun is hot, but the
cabs stir up the air. I look
at bargains in wristwatches. There
are cats playing in sawdust.On
to Times Square, where the sign
blows smoke over my head, and higher
the waterfall pours lightly. A
Negro stands in a doorway with a
toothpick, languorously agitating
A blonde chorus girl clicks: he
smiles and rubs his chin. Everything
suddenly honks: it is 12:40 of
a Thursday. Neon in daylight is a
great pleasure, as Edwin Denby would
write, as are light bulbs in daylight.
I stop for a cheeseburger at JULIET’S
CORNER. Giulietta Maina, wife of
Federico Fellini, e bell’attrice.
And chocolate malted. A lady in
foxes on such a day puts her poodle
in a cab.There are several Puerto
Ricans on the avenue today, which
makes it beautiful and warm. First
Bunny died, then John Latouche,
then Jackson Pollock. But is the
earth as full of life was full, of them?
And one has eaten and one walks,
past the magazines with nudes
and the posters for BULLFIGHT and
the Manhattan Storage Warehouse,
which they’ll soon tear down. I
used to think they had the Armory
Show there. A glass of papaya juice
and back to work. My heart is in my
pocket, it is Poems by Pierre Reverdy.