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Doctor Faustus: III parte

Adrian si interessa sempre più alla numerologia, frequenta con malcelato entusiasmo il circolo Winfried, un’associazione cristiana di giovani studenti universitari. Con la scusa dell’emicrania diserta spesso gli incontri incentrati quasi sempre su temi filosofici, e quando presenzia, si distrae suonando al piano pezzi di Bach, Beethoven e Schumann, oppure improvvisa esecuzioni libere. Con i soci del circolo si organizzano gite in campagna in cui viene trascinato anche Serenus che prende parte alle attività solamente per amore dell’amico. Le discussioni più accese si hanno ogni volta che si tenta di chiarire il ruolo dei “giovani”, il loro rapporto con la natura. Adrian, a differenza dei suoi compagni, pensa che i giovani non siano in grado di avere un rapporto equilibrato con la natura proprio perché troppo immersi nei loro paesaggi interiori, ma dato che è considerato un asociale un po’ superbo, le sue opinioni vengono analizzate con una cura quasi maniacale, come un animale esotico, curioso ma diverso. Gli altri invece ritengono che l’immaturità giovanile serva proprio per animare un cambio necessario, uno spirito ribelle, e che faccia parte della natura tedesca. Adrian è contrario a una visione troppo nazionalista, e vorrebbe una maggiore unione tra Chiesa e religione.

I rapporti con il direttore d’orchestra Kretzschmar continuano a essere ottimi, il maestro viene invitato nella residenza in campagna dei Leverkühn, ma la madre, colpita dalla sua balbuzie, lo tratta con una certa diffidenza. Al secondo anno di teologia, Adrian è ufficialmente in crisi, vorrebbe passare a matematica, la musica sembra essere la sintesi ideale tra le due discipline, non sa ancora che strada intraprendere, anche se confessa di aver scelto teologia per mortificare il suo carattere distaccato, è consapevole che per inclinazione naturale non potrà mai diventare un solista, a tratti, apparentemente troppo algido, né essere un direttore di orchestra, la composizione rappresenta l’opzione più adatta per lui. È sicuro di non possedere “quella robusta ingenuità che fa parte della mentalità artistica”[1] ma sente che un cambio di direzione sia necessario. Kretzschmar è convinto che le sue forti emicranie siano dovute proprio a una sua resistenza alla teologia, e gli dà la spinta necessaria per dedicarsi interamente alla musica, per cui sostiene sia nato. Il senso di nausea, la noia, l’inadeguatezza sono tutti segnali che invitano a muoversi altrove, che instillano lo spirito di ricerca, che cresce e ha bisogno di nuovi orizzonti, come ogni esperienza ed evoluzione artistica. Nel 1905 Adrian si trasferisce a Lipsia, e Serenus, viene chiamato a svolgere il servizio militare, mentre l’amico, esentato per il fisico esile e per le persistenti emicranie, inizia un nuovo percorso. Segue i consigli dell’inseparabile maestro Kretzschmar e frequenta le lezioni di logica. Scrive all’amico Serenus e gli dà ordine di bruciare il loro epistolario, ma la richiesta non viene ascoltata. Attraverso i loro scambi di lettere siamo in grado di avere uno scorcio di vita su quel periodo. Serenus nota in lui un profondo cambiamento, ma forse nel suo essere così diverso rispetto al ricordo del passato ha incontrato il suo vero sé. Per la prima volta, nonostante si conoscano da bambini, gli racconta un episodio sulla sua vita privata: una sera chiede a un facchino di portarlo in una buona trattoria e si ritrova in un bordello, spaventato dall’impatto con un mondo sconosciuto, viene avvicinato da una prostituta bruna, appariscente come l’Hetaera Esmeralda – la farfalla verde rievocata nelle illustrazioni dei libri del padre (vedi I parte) – che appena lo vede, gli sfiora la guancia con un braccio, e lui, indeciso tra attrazione sessuale e pericolo, scappa.

La visione di quella donna, lo perseguiterà a lungo, al punto che, dopo aver assistito alla prima rappresentazione scenica della Salomè, decide di andarla a cercare, e la trova a Presburgo. Nella Lamentatio Doctor Fausti, scritta a Pfeiffering, inserisce nell’accordo melodico il nome cifrato di Esmeralda, nella sequenza si, mi, la, do, la bemolle.

La salute comincia a vacillare, scioccato dalla morte improvvisa del suo medico, si rivolge alle cure del Dottor Zimbalist, ma questi viene arrestato – si ignorano i motivi – e Adrian decide di non farsi curare più da nessuno. Serenus, nel frattempo ha finito il servizio militare, e dopo un anno di assenza, raggiunge l’amico a Lipsia, festeggiano il loro incontro andando ad ascoltare un concerto di Beethoven.

Qui conosce il traduttore e anglista Rüdiger Schildknapp (lett. “scudiero), che scopre aver avuto una grande influenza letteraria su Adrian, che si è messo a musicare poesie di Verlaine, di William Blake, e a scrivere riflessioni musicali ispirate dalla lettura di Dante. La sua ultima passione è Pene d’amore perdute di William Shakespeare, colpito dalla frase “mirth cannot move a soul in agony” – l’allegria non può commuovere un’anima agonizzante – che vorrebbe tradurre in note.

Serenus decide, ancora una volta, di arricchirsi degli stimoli dell’amico, frequentando insieme a lui, il circolo del Café Central, simile per certi versi alla compagnia Winfried degli anni a Halle. Studia con attenzione i comportamenti di Schildknapp, che si lamenta spesso della sua disastrosa situazione economica, costretto a tradurre invece che seguire la sua vocazione di poeta, sempre bisognoso di attenzioni e regali da mogli di facoltosi imprenditori e banchieri ebrei, che accontentano le sue richieste. Serenus nota che Rüdiger ha lo stesso colore di occhi di Adrian, grigio-verdi con venature di azzurro, lo stesso sguardo, puntualizza che l’amico si rivolge a lui con un più confidenziale tu, rispetto al “lei” riservato allo Scudiero, la gelosia a questo punto è evidente…

§

 

 

TO BE CONTINUED…

 

 

[1] Ibidem, Cap. XV, p. 167.

Doctor Faustus: II parte

“Stai in guardia, sii destro e alacre!”

 

Le lezioni del maestro Kretzschmar si rivelano all’altezza delle aspettative, esercitano su Adrian un fascino irresistibile e lo aiutano a sviluppare ancora di più i suoi gusti musicali, mentre l’amico, un giovane vecchio, è colpito dalla passione e dell’eclettismo dei temi affrontati. Kretzschmar conduce un’esistenza frustrata dalla vita noiosa di una cittadina di provincia, suona il piano gratis nei pomeriggi musicali in chiesa dedicati a Bach, Händel, Haydn ma ha una predilezione per le conferenze, conferenze a cui assistono Adrian, Serenus e qualche anima pia, un totale insuccesso a livello di pubblico, anche se il maestro, balbuziente nell’eloquio, si lancia in difese incondizionate su alcune soluzioni che ha intuito ascoltando la musica dei grandi maestri, quando non è in grado di completare il discorso perché le parole si inceppano, parte a suonare il piano con una veemenza esagerata, ma il suo entusiasmo è contagioso.

La prima grande lezione che i due ragazzi apprendono è su Beethoven, e la domanda che Kretzschmar pone è la seguente: Perché Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte op. 111?

Beethoven, che già nel 1820 stava diventando sordo, aveva aggiunto laconicamente che non ne aveva avuto il tempo ma Kretzschmar ha una sua teoria, non si può riprendere il II tempo con un addio assolutamente perfetto, cosa vuoi aggiungere dopo il commiato finale: “Dio fu sempre in noi, tutto un sogno fu, mi vuoi sempre bene”. Impossibile pensare a un ritorno.

La seconda è legata al difficile rapporto di Beethoven con l’uso delle fughe, prediligendo a Bach, che ne era stato l’interprete per eccellenza, Händel, che aveva avuto il merito di distanziare la musica dalla religiosità conferendole una maggiore solennità, proprio per inquadrarla in un mondo distante, a sé, autonomo e con una sua autorevolezza.

La terza lezione è un’analisi inaspettata sulla purità spirituale, innescata dal rapporto con l’occhio, la visione, partendo da un sonetto di Shakespeare, “to hear with eyes belongs to love’s fine wit” – ascoltare con gli occhi appartiene al fine ingegno dell’amore.” E sempre secondo il maestro il canone a sei voci di G.S. Bach è un autentico capolavoro, elaborato da un’idea di Federico il Grande, viene concepito come musica astratta, senza voce né strumenti, da intuire, nemmeno da suonare.

Il pianoforte è lo strumento che meglio di altri riflette per lui la natura spirituale che poi è l’aspetto che lo interessa maggiormente, e infatti la quarta lezione, di cui Serenus non ricorda con esattezza il titolo, ma che ha a che fare con i primordi della musica, citando anche l’anello del Nibelungo di Richard Wagner, diventa un’occasione per tornare indietro con la memoria al suo periodo americano, quando viveva in Pennsylvania ed era entrato in contatto con la comunità anabattista di John Conrad Beissel fondata sulla solitudine e il timore di Dio. Beissel aveva elaborato una teoria musicale tutta sua, sostenendo che in una scala ci devono essere padroni e servi, ricreando con le voci rigorosamente in falsetto una musica paradisiaca, da allora mai dimenticata.

Adrian segue sempre con maggiore passione e impegno i consigli del maestro sull’arte del contrappunto, e quando l’amico, ormai preoccupato per i troppi voli pindarici in campo filosofico e musicale, gli chiede “Dove andrai a finire?”. Adrian prontamente risponde, “io parlo della musica non di me.”

Grazie a Kretzschmar comincia ad apprezzare i concerti dal vivo, va a vedere le opere di Mozart e approfondisce lo studio dei lied. L’ultimo anno di liceo, dopo aver iniziato a studiare l’ebraico, decide di iscriversi con somma sorpresa di Serenus a teologia. Serenus sarà molto geloso dell’anglista e scrittore Rüdiger SchieldKnapp conosciuto a Lipsia, ma decide di seguire l’amico a Halle.

Adrian affitta una camera da una vedova, Serenus, si trova un posto provvisorio in un luogo così lontano, che in fondo sembra non aver mai lasciato la vecchia e piccola Kaisersaschern. Adrian tiene sempre sulla sua scrivania un quadrato magico con dei numeri che vanno dall’1 al 16, la somma sia verticale che orizzontale che in diagonale dà sempre 34, ed è lo stesso quadrato magico che si trova nella Malinconia di Dürer, vicino a una clessidra, un compasso, una bilancia, un poliedro e altri simboli. Segue le lezioni di teologia del professor Kumpf, un personaggio bizzarro che ha la mania del diavolo, e spaventa tutti i famigliari con dei racconti raccapriccianti pieni di parolacce, ma è il professore Schleppfuss, che già si presenta con il suo cognome, che vuol dire piede strascicante, che offrirà altri stimoli sulla psicologia della religione e i rapporti con il demonio.

La donna viene sempre e comunque descritta male, risalendo anche alla radice del significato del nome femina, combinazione delle parole fides e minus, per designare la sua fede scadente, e natura tentatrice. Schleppfuss ama gli aneddoti popolati da streghe, i ragazzi sono colpiti dal caso Klöpfgeistel, risalente al XV secolo, la storia di un bottaio che si innamora di una giovane donna di Costanza, Barbara, figlia unica di un campanaro vedovo. La coppia è fortemente ostacolata, e così i due, si vedono di nascosto e passano notti infuocate. Una sera, Heinz Klöpfgeistel, viene invitato dagli amici in un bordello, ma la prostituta che si sceglie dice di non essere soddisfatta. Un’altra volta viene sedotto dalla moglie di un cliente, e anche lì, non riesce a fare granché, e allora preoccupato di avere qualcosa che non va, decide di andare a confessare i suoi timori da un prete, che sentenzia senza avere nessun dubbio che l’uomo è vittima di un atto di stregoneria. Barbara viene immediatamente arrestata e dopo atroci tormenti confessa di aver fatto un rito per tenere l’uomo legato a sé per sempre, viene messa al rogo, e Heinz torna a frequentare tutte le donne che vuole. Schleppfuss lo considera un esempio efficace per illustrare l’importanza del corpo in quei secoli bui, in cui la magia si credeva avesse il potere di alterare la sostanza di altri corpi. Ormai è chiaro che il professore Schleppfuss sa farsi ascoltare per ore.

 

TO BE CONTINUED…

§

 

 

 

Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (II parte)

Riprendo la lettura degli anni di pellegrinaggio, lunedì scorso c’eravamo lasciati con l’incontro con i Superiori che avrebbero dovuto facilitare la scelta della futura educazione del figlio di Wilhelm, Felix.

L’appuntamento, come ogni romanzo che si rispetti, è rimandato da altri eventi, dopo essersi congedati dalla famiglia descritta nella novella Il Secondo San Giuseppe e dall’amico Montan che si allontana tra le montagne, Wilhelm e il figlio hanno una piccola disavventura, si inoltrano sempre più in anfratti sconosciuti e vengono fatti prigionieri. Felix è disperato, il padre invece ha una calma serafica, rassicurato da una scritta che vede sulla parete della roccia: “A colui che non è colpevole, libertà e risarcimento, a colui che è stato traviato pietà, ed a colui che è colpevole, giustizia punitrice ed equa.”[1] Niente da temere dal suo punto di vista, e infatti, compare un uomo, l’ideatore della prigione-trappola tra le rocce, che racconta la sua versione dei fatti, è un proprietario terriero e alcuni suoi affittuari non solo si sono rifiutati di pagare il compenso richiesto ma hanno danneggiato anche i terreni, scappando attraverso sentieri rocciosi. Wilhelm e il figlio non hanno nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Vengono prontamente liberati e accolti regalmente in casa. Lenardo, il padrone di casa, si confida con Wilhelm, ha un grande rimpianto, non aver aiutato una giovane donna di fede Hussita, comunità diffusa in Sassonia, che era stata cacciata dallo zio perché il padre non era stato in grado di pagare i suoi debiti. Le disgrazie della donna le apprendiamo attraverso le lettere che Wilhelm scrive all’amata Natalie, destinataria di molti segreti. E come ogni gentiluomo che si rispetti, può Wilhelm rifiutare una richiesta di chi l’ha ospitato tanto amorevolmente? Ovvio che no, malgrado le sue intenzioni, si ritrova ad accompagnare Lenardo alla casa di questa donna, che lui ricorda chiamarsi Valerine…Le cose non vanno come previsto, Valerine non è la brunetta che lui pensava di ricordare. È una donna bella, elegante, bionda e non mora, e già questo è un dettaglio che lo fa vacillare, ma appena li vede, confessa di essere ancora grata allo zio per tutti i favori ricevuti. Impossibile a credersi, Wilhelm e Lenardo fanno finta di niente ma con uno sguardo complice capiscono che si tratta della persona sbagliata. Valerine, è la figlia di un giudice, amico dello zio, Nachodine è la donna da cercare – in comune solo le finali in -ine ma si sa che la memoria fa brutti scherzi – una sua amica di infanzia e compagna di giochi. A questo punto Wilhelm prende in mano la situazione, decide di mettersi in viaggio per andarla a cercare da solo, intima Lenardo di non seguirlo e di non tentare di mettersi sulle sue tracce una volta ritrovata – sospetto per non essere nuovamente depistato – e di credere alla sua parola. Si mette in cammino verso un villaggio indicato da una lettera che gli ha dato Lenardo. Fa dunque visita a un uomo che insieme al figlio ripara e colleziona oggetti antichi. Wilhelm gli mostra il cofanetto trovato dal figlio nel bosco, e gli chiede se è il caso di forzarlo, visto che era sprovvisto di chiave, la risposta che riceve è molto saggia: “se il cofanetto possiede un significato, dovrà occasionalmente trovare la sua chiave, e proprio là dove meno se l’aspetta.”[2] Wilhelm decide di lasciarglielo in custodia e chiede notizie della famiglia di Nachodine. Il vecchio lo rassicura che si darà da fare, e lo invita ad andare insieme al figlio Felix, che nel frattempo l’ha raggiunto a cavallo, alla grande Istituzione Pedagogica dove incontrare il Superiore.

Si rimettono in cammino e arrivano alla piccola comunità popolata solo di adolescenti – e per qualche secondo la mente vola in qualche telefilm di fantascienza dove ci sono sempre società utopiche con adepti con tuniche bianche che venerano strani culti – qui invece i ragazzi si rivolgono a quelli che sono a cavallo con gesti diversi: i più giovani incrociano le braccia sul petto e guardano verso il cielo, i medi tengono le braccia dietro la schiena e guardano la terra, i più grandi, impettiti, le braccia lungo i fianchi, e la testa piegata a destra, si dispongono in fila, altri ragazzi invece rimangono sparpagliati dove sono senza un apparente ordine. Felix chiede subito al Preposto quale gesto compiere, e gli viene suggerito di incrociare le braccia e guardare il cielo. I saluti corrispondono a delle gerarchie ben precise ma altro non viene aggiunto al momento, ogni cosa a suo tempo. Wilhelm nota che sono anche vestiti con colori diversi, di taglio diverso, ma il Preposto li invita a non chiedere altro, regola fondamentale è saper rispettare i segreti, e mai svelare tutto e subito. Decidono quindi di andare a parlare con il Superiore, sullo sfondo i canti dei ragazzi, e il mistero si infittisce sempre più. Scoprono che la musica è il fondamento dell’educazione di tutti i ragazzi, si parte con il canto, poi seguono le specializzazioni con strumenti in regioni remote e isolate per evitare l’angustia sonora di certi esperimenti tipici dei principianti. Wilhelm concorda nella scelta giustamente motivata, mentre a Felix viene assegnato il primo grado di saluto, il padre va a conoscere i Tre Superiori e riceve la prima spiegazione agognata, i tre tipi di saluto servono a insegnare il rispetto secondo tre modalità diverse, verso il cielo, Dio, verso la terra, il nutrimento, il terzo, in piedi e in riga, simboleggia l’essere collegato al mondo con fierezza e senza egoismo. Quelli che non salutano, sono in punizione, vengono ignorati, perché ritenuti indegni di rispetto finché non cambiano atteggiamento. Wilhelm è sempre più ammirato. L’argomento passa alla religione e i Tre lo rassicurano che seguono ugualmente tre forme di rispetto, per la religione etnica, basata sul rispetto per ciò che sta sopra di noi, e per la Storia del Mondo e di tutte le religioni pagane, la religione filosofica, basata sul rispetto per ciò che è uguale a noi e ci aiuta a coltivare il rapporto con i nostri simili e con l’umanità, e la religione cristiana, basata sul rispetto per ciò che sta sotto di noi, attraverso la comprensione del dolore e della sofferenza. Il giorno seguente Wilhelm viene guidato in una galleria ottagonale dove vengono illustrate le religioni, riceve una breve lezione sulla differenza tra miracolo e simbolo: “i miracoli rendono il comune straordinario, i simboli lo straordinario comune…in questo modo il possibile e l’impossibile divengono una cosa sola…Nel simbolo e nella parabola, è il contrario: qui il senso, l’idea, il concetto appaiono come la cosa più alta, straordinaria, irraggiungibile.”[3] Non compare nessuna raffigurazione di Cristo sulla croce, la Storia del Mondo si interrompe qui. I saggi lo invitano ad affidargli il figlio per un anno, non vogliono né possono dare ulteriori spiegazioni in merito all’insegnamento delle religioni. Scopre invece che sono i ragazzi a scegliersi gli abiti da indossare, per i Superiori è ulteriore motivo di studio per scoprire le loro inclinazioni, anche se hanno notato che è usanza comune conformarsi a quanto scelto dagli amici. Wilhelm viene quindi accompagnato ai confini della Provincia Pedagogica con l’impegno di ritornare come concordato con i Tre.

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

Votata migliore colonna sonora in Gran Bretagna, per la serie televisiva Utopia, la Bibbia dei telefilm, 2013, di Cristobal Tapia de Veer.


[1] Ibidem, cap. VII, p. 48.
[2] Ibidem, cap. IX, p. 74.
[3] Ibidem, cap. XI, pp. 90-91.

Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (II parte)

Riprendo la lettura degli anni di pellegrinaggio, lunedì scorso c’eravamo lasciati con l’incontro con i Superiori che avrebbero dovuto facilitare la scelta della futura educazione del figlio di Wilhelm, Felix.

L’appuntamento, come ogni romanzo che si rispetti, è rimandato da altri eventi, dopo essersi congedati dalla famiglia descritta nella novella Il Secondo San Giuseppe e dall’amico Montan che si allontana tra le montagne, Wilhelm e il figlio hanno una piccola disavventura, si inoltrano sempre più in anfratti sconosciuti e vengono fatti prigionieri. Felix è disperato, il padre invece ha una calma serafica, rassicurato da una scritta che vede sulla parete della roccia: “A colui che non è colpevole, libertà e risarcimento, a colui che è stato traviato pietà, ed a colui che è colpevole, giustizia punitrice ed equa.”[1] Niente da temere dal suo punto di vista, e infatti, compare un uomo, l’ideatore della prigione-trappola tra le rocce, che racconta la sua versione dei fatti, è un proprietario terriero e alcuni suoi affittuari non solo si sono rifiutati di pagare il compenso richiesto ma hanno danneggiato anche i terreni, scappando attraverso sentieri rocciosi. Wilhelm e il figlio non hanno nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Vengono prontamente liberati e accolti regalmente in casa. Lenardo, il padrone di casa, si confida con Wilhelm, ha un grande rimpianto, non aver aiutato una giovane donna di fede Hussita, comunità diffusa in Sassonia, che era stata cacciata dallo zio perché il padre non era stato in grado di pagare i suoi debiti. Le disgrazie della donna le apprendiamo attraverso le lettere che Wilhelm scrive all’amata Natalie, destinataria di molti segreti. E come ogni gentiluomo che si rispetti, può Wilhelm rifiutare una richiesta di chi l’ha ospitato tanto amorevolmente? Ovvio che no, malgrado le sue intenzioni, si ritrova ad accompagnare Lenardo alla casa di questa donna, che lui ricorda chiamarsi Valerine…Le cose non vanno come previsto, Valerine non è la brunetta che lui pensava di ricordare. È una donna bella, elegante, bionda e non mora, e già questo è un dettaglio che lo fa vacillare, ma appena li vede, confessa di essere ancora grata allo zio per tutti i favori ricevuti. Impossibile a credersi, Wilhelm e Lenardo fanno finta di niente ma con uno sguardo complice capiscono che si tratta della persona sbagliata. Valerine, è la figlia di un giudice, amico dello zio, Nachodine è la donna da cercare – in comune solo le finali in -ine ma si sa che la memoria fa brutti scherzi – una sua amica di infanzia e compagna di giochi. A questo punto Wilhelm prende in mano la situazione, decide di mettersi in viaggio per andarla a cercare da solo, intima Lenardo di non seguirlo e di non tentare di mettersi sulle sue tracce una volta ritrovata – sospetto per non essere nuovamente depistato – e di credere alla sua parola. Si mette in cammino verso un villaggio indicato da una lettera che gli ha dato Lenardo. Fa dunque visita a un uomo che insieme al figlio ripara e colleziona oggetti antichi. Wilhelm gli mostra il cofanetto trovato dal figlio nel bosco, e gli chiede se è il caso di forzarlo, visto che era sprovvisto di chiave, la risposta che riceve è molto saggia: “se il cofanetto possiede un significato, dovrà occasionalmente trovare la sua chiave, e proprio là dove meno se l’aspetta.”[2] Wilhelm decide di lasciarglielo in custodia e chiede notizie della famiglia di Nachodine. Il vecchio lo rassicura che si darà da fare, e lo invita ad andare insieme al figlio Felix, che nel frattempo l’ha raggiunto a cavallo, alla grande Istituzione Pedagogica dove incontrare il Superiore.

Si rimettono in cammino e arrivano alla piccola comunità popolata solo di adolescenti – e per qualche secondo la mente vola in qualche telefilm di fantascienza dove ci sono sempre società utopiche con adepti con tuniche bianche che venerano strani culti – qui invece i ragazzi si rivolgono a quelli che sono a cavallo con gesti diversi: i più giovani incrociano le braccia sul petto e guardano verso il cielo, i medi tengono le braccia dietro la schiena e guardano la terra, i più grandi, impettiti, le braccia lungo i fianchi, e la testa piegata a destra, si dispongono in fila, altri ragazzi invece rimangono sparpagliati dove sono senza un apparente ordine. Felix chiede subito al Preposto quale gesto compiere, e gli viene suggerito di incrociare le braccia e guardare il cielo. I saluti corrispondono a delle gerarchie ben precise ma altro non viene aggiunto al momento, ogni cosa a suo tempo. Wilhelm nota che sono anche vestiti con colori diversi, di taglio diverso, ma il Preposto li invita a non chiedere altro, regola fondamentale è saper rispettare i segreti, e mai svelare tutto e subito. Decidono quindi di andare a parlare con il Superiore, sullo sfondo i canti dei ragazzi, e il mistero si infittisce sempre più. Scoprono che la musica è il fondamento dell’educazione di tutti i ragazzi, si parte con il canto, poi seguono le specializzazioni con strumenti in regioni remote e isolate per evitare l’angustia sonora di certi esperimenti tipici dei principianti. Wilhelm concorda nella scelta giustamente motivata, mentre a Felix viene assegnato il primo grado di saluto, il padre va a conoscere i Tre Superiori e riceve la prima spiegazione agognata, i tre tipi di saluto servono a insegnare il rispetto secondo tre modalità diverse, verso il cielo, Dio, verso la terra, il nutrimento, il terzo, in piedi e in riga, simboleggia l’essere collegato al mondo con fierezza e senza egoismo. Quelli che non salutano, sono in punizione, vengono ignorati, perché ritenuti indegni di rispetto finché non cambiano atteggiamento. Wilhelm è sempre più ammirato. L’argomento passa alla religione e i Tre lo rassicurano che seguono ugualmente tre forme di rispetto, per la religione etnica, basata sul rispetto per ciò che sta sopra di noi, e per la Storia del Mondo e di tutte le religioni pagane, la religione filosofica, basata sul rispetto per ciò che è uguale a noi e ci aiuta a coltivare il rapporto con i nostri simili e con l’umanità, e la religione cristiana, basata sul rispetto per ciò che sta sotto di noi, attraverso la comprensione del dolore e della sofferenza. Il giorno seguente Wilhelm viene guidato in una galleria ottagonale dove vengono illustrate le religioni, riceve una breve lezione sulla differenza tra miracolo e simbolo: “i miracoli rendono il comune straordinario, i simboli lo straordinario comune…in questo modo il possibile e l’impossibile divengono una cosa sola…Nel simbolo e nella parabola, è il contrario: qui il senso, l’idea, il concetto appaiono come la cosa più alta, straordinaria, irraggiungibile.”[3] Non compare nessuna raffigurazione di Cristo sulla croce, la Storia del Mondo si interrompe qui. I saggi lo invitano ad affidargli il figlio per un anno, non vogliono né possono dare ulteriori spiegazioni in merito all’insegnamento delle religioni. Scopre invece che sono i ragazzi a scegliersi gli abiti da indossare, per i Superiori è ulteriore motivo di studio per scoprire le loro inclinazioni, anche se hanno notato che è usanza comune conformarsi a quanto scelto dagli amici. Wilhelm viene quindi accompagnato ai confini della Provincia Pedagogica con l’impegno di ritornare come concordato con i Tre.

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

Votata migliore colonna sonora in Gran Bretagna, per la serie televisiva Utopia, la Bibbia dei telefilm, 2013, di Cristobal Tapia de Veer.


[1] Ibidem, cap. VII, p. 48.
[2] Ibidem, cap. IX, p. 74.
[3] Ibidem, cap. XI, pp. 90-91.

Dai tempo al tempo

In un momento di entusiasmo filosofico sono andata a consultare la monografia dei Meridiani Mondadori su Giambattista Vico, un’opera in due volumi, il primo con tutti gli scritti in ordine cronologico, in alcuni casi con testo a fronte in latino, il secondo, a sorpresa, un contenitore di note. In teoria uno dovrebbe leggerli in parallelo, una lettura costantemente interrotta da rimandi e citazioni.

Non mi sono persa d’animo e mi sono venute in mente alcune lezioni remote sul “mondo civile fatto dagli uomini”. Vico sottolinea la necessità di reinterpretare gli avvenimenti storici senza cadere nell’errore comune dell’anacronismo storico. Le ricostruzioni storiche dei filosofi e degli storici sono inadeguate e bisogna pertanto ricominciare daccapo; l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose. Ma allora qual è la grammatica di lettura dell’universo storico? Rileggendolo “in forma di scienza, col discoprirvi il disegno di una storia ideale eterna, sopra la quale corron in tempo tutte le storie di tutte le nazioni.”

La storia viene quindi rappresentata come il susseguirsi di tre epoche principali: l’età degli dei, l’età degli eroi, l’età degli uomini. Non si tratta di uno sviluppo unilineare e progressivo, l’involuzione e i ristagni sono sempre in agguato. Vico sente il bisogno di intravedere una sorta di Provvidenza Divina che sproni gli uomini a riprendere il cammino. Un tentativo di conciliare i mali del mondo con la presenza rassicurante di una guida ultraterrena.

Cominciando a leggere i pensieri raccolti nella Scienza Nuova, dopo il decimo dacché e la decodificazione delle e in i, perdo in continuazione il filo del discorso. Il linguaggio parla una lingua che non conosco, ogni frase deve essere ritradotta. Una vita di studi dedicata alla tassonomia del sapere con l’ambizione di riscriverlo secondo nuovi parametri, condannata proprio dalla limitazione di un linguaggio ormai lontano, costringendo il lettore a un costante sforzo filologico.

La spesso abusata frase di routine “corsi e ricorsi storici” è probabilmente frutto di un’eccessiva semplificazione, perché in Vico avviene proprio il contrario, tutto viene spiegato minuziosamente.

Interessante invece come nel suo pensiero il mito venga ricollocato nella fase primitiva della storia dell’uomo, un “universale fantastico” che offre un’interpretazione metafisica del mondo. Le figure retoriche nei miti erano l’unico modo in cui l’uomo pensava le cose e tramandava le proprie esperienze. Accanto agli universali fantastici figuravano anche gli universali impossibili, la combinazione di caratteristiche incompatibili in una singola immagine concreta. Ne è un esempio la figura di Cibele che è allo stesso tempo donna, terra, centauri, driadi, cavalli alati. Eppure a queste forme primitive Vico accorda un’autonomia culturale, non vengono messe in relazione allo stadio successivo ma valorizzate nella loro unicità.

E allora dove sono fuggiti gli dei pagani? Che ruolo ha il mito nella nostra vita quotidiana? La risposta non arriva da Vico ma da Joseph Campbell, storico delle religioni e grande interprete dei miti, citato da Hillman: “…The latest incarnation of Oedipus, the continued romance of Beauty and the Beast, stand this afternoon on the corner of 42nd Street and Fifth Avenue, waiting for the traffic light to change.” (La nuova incarnazione di Edipo, la storia d’amore ininterrotta tra la Bella e la Bestia, sono fermi questo pomeriggio all’angolo tra la 42esima e la Fifth Avenue, ad aspettare che le luci del semaforo cambino)

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