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“Somiglianze”

Unknown

La rappresentazione di Wivenhoe Park di John Constable è per il pittore inglese trascrizione della natura, argomento su cui era irremovibile. Il parco esiste ancora, la tenuta è stata maneggiata, i rododendri hanno occultato la visione del lago. Ci ha pensato una bambina a mettere le cose in chiaro.

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Nella sua versione la tenuta rossa spicca in mezzo al dipinto, rubando spazio agli alberi. Le mucche non più pezzate vengono riprodotte solo in numero, tre in tutto, i cigni diventano grandi quanto la barca, passeggiano su un mare d’erba mentre due strane figure sporgono dall’imbarcazione come due scribi egizi. Peccato che Gombrich non abbia messo il nome della giovane interprete, perché anche il quadro diventa fiction, oltre i limiti di una possibile verosimiglianza al vero, la visione di Wivenhoe Park si colora nella sua memoria. Certo se si pensano a tutte le diatribe di Constable sulle tonalità del verde, in cui cercare “gli effetti evanescenti del chiaroscuro naturale” qui entriamo ufficialmente nel pianeta dei cigni, parenti dei cavalieri azzurri.

Tabula rasa

A volte si attraversano alcune fasi in cui è utilissimo fare tabula rasa, ricominciare tutto daccapo. Nel saggio magnifico dedicato alla storia dell’ombra di Victor I. Stoichita[1] ho scoperto un’incisione omonima di Vincenzo Carducci (1576?-1638), pittore di origine italiana emigrato in Spagna nel Seicento noto anche come Vicente Carducho. La Tabula Rasa illustrata (vedi fig.1) è contornata da una fascia di alloro, una scritta in latino di derivazione aristotelica potentia ad actum tanquam tabula rasa e in mezzo un pennello che proietta solamente la sua ombra. L’ombra diventa una sostituzione del segno, dell’atto creativo. La simbologia pare che sia stata ispirata da una citazione di Plinio il Vecchio nella Storia Naturale, un rimando alla costanza di tracciare almeno un segno al giorno di Apelle (Nulla dies sine linea). La proiezione dell’ombra come promessa di un’azione in divenire verrà ripresa anche nel ritratto che Carducci farà di sé (vedi fig. 2). Stoichita fa notare come l’ombra qui serva a rappresentare qualcosa che non esiste ancora, non una proiezione della persona ma un’intenzione. Il pittore francese Nicolas Poussin (1594-1665) si spinge oltre, in un celebre autoritratto, custodito alle gallerie del Louvre (vedi fig.3). L’artista non ha più in mano un pennello, ma un libro, un particolare importante perché allude alla teoria, al sapere, e sullo sfondo, una tela con un volto di donna, secondo gli studiosi l’impersonificazione della Pittura stessa: una donna di profilo con un occhio sopra la fronte del diadema, si intravedono due mani che l’abbracciano, che dovrebbero simboleggiare l’amore per la pittura stessa. Dietro il busto del pittore una tela incompleta con la scritta “effigie di Nicolas Poussin pittore di Les Andelys” e la data 1650, e una serie di cornici in successione. Il soggetto del quadro non è l’autoritratto in sé ma una riflessione sulla rassomiglianza, sul rapporto tra ombra e ritratto. Volutamente l’ombra sullo sfondo si riflette sulla scritta, su un quadro che non è ancora stato dipinto, un alter ego che rende omaggio alla rappresentazione stessa.

Ovvero 26 minuti in cui dare spazio a nuove idee…il pezzo lo trovate su youtube 😉


[1] Il Saggiatore, Milano 2008. Traduzione a cura di Benedetta Sforza.

Keats e l’umor nero

Frontispiece for the 1638 edition of The Anato...

 

 

 

 

 

 

 

 

I confronti sono odiosi

Robert Burton, Anatomia della Malinconia, 1621

Nell’ultimo mese di questo faticoso 2012 sono andata a rileggere alcuni versi di John Keats (1795-1821), il poeta romantico per eccellenza, spesso ricordato per l’ode all’usignolo o usignuolo a seconda delle antologie, omaggiato anche in un saggio di Borges[1], che citando Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer apre uno scorcio illuminante sulla dimensione atemporale:

Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente tra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quello che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro.[2]

Sempre secondo Borges, Keats ha intuito attraverso la poesia l’importanza dell’archetipo, la forma-pensiero dell’immaginario umano.

L’Ode alla Malinconia [3] offre un ritratto significativo, la personificazione delicata di uno stato d’animo sfuggente come una nuvola, il paesaggio emotivo dell’umor nero nel 1819, quasi due secoli fa, un passato che si rinnova a ogni lettura.

Ode alla Malinconia

1

No, no, non andare al Lete, non strizzare

Le radici salde dall’aconito per un vino velenoso;

Né sopporta che la tua fronte pallida sia baciata

Dalla belladonna, il grappolo rubino di Proserpina;

Non farne un rosario di bacche del tasso,

Né lascia che lo scarabeo, o la falena della morte siano

La tua Psiche luttuosa, né la civetta piumata

Sia tua amante nei misteri del dolore;

Perché l’ombra all’ombra torni troppo placidamente,

E anneghi l’angoscia insonne dell’anima.

2

Ma quando arriverà l’attacco malinconico

Fulmineo dal cielo come una nuvola lacrimosa,

Che nutre tutti i fiori dal capo appassito,

E nasconde la collina verde nel sudario di Aprile;

Nutri allora il tuo dolore con una rosa del mattino,

O con l’arcobaleno di un’onda salata di sabbia,

O con la ricchezza delle peonie rotonde;

O se la tua compagna mostra una rabbia più ricca,

Imprigiona la sua morbida mano, e lascia che deliri,

E nutriti a fondo, profondamente dei suoi occhi senza pari.

3

Sì, Lei abita con la Bellezza – La Bellezza che deve morire;

E la Gioia, la cui mano sta sempre sulle labbra

A invocare l’addio; e vicino il doloroso Piacere,

Che muta in veleno mentre succhia con la bocca d’ape:

Sì, nello stesso tempio del Diletto,

La Malinconia velata ha il suo altare sovrano,

Anche se nessuno la scorge se non colui che con lingua ostinata

Sa schiacciare il grappolo della Gioia sul palato raffinato;

La sua anima avrà il sapore della tristezza della sua potenza,

E rimarrà sospesa tra i suoi trofei nuvolosi.

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Ode on Melancholy

1

No, no, go not to Lethe, neither twist

Wolf’s-bane, tight-rooted, for its poisonous wine;

Nor suffer thy pale forehead to be kiss’d

By nightshade, ruby grape of Proserpine;

Make not your rosary of yew-berries,

Nor let the beetle, nor the death-moth be

Your mournful Psyche, nor the downy owl

A partner in your sorrow’s mysteries;

For shade to shade will come too drowsily,

And drown the wakeful anguish of the soul.

2

She dwells with Beauty—Beauty that must die;

But when the melancholy fit shall fall

Sudden from heaven like a weeping cloud,

That fosters the droop-headed flowers all,

And hides the green hill in an April shroud;

Then glut thy sorrow on a morning rose,

Or on the rainbow of the salt sand-wave,

Or on the wealth of globed peonies;

Or if thy mistress some rich anger shows,

Emprison her soft hand, and let her rave,

And feed deep, deep upon her peerless eyes.

3

And Joy, whose hand is ever at his lips

Bidding adieu; and aching Pleasure nigh,

Turning to poison while the bee-mouth sips:

Ay, in the very temple of Delight

Veil’d Melancholy has her sovran shrine,

Though seen of none save him whose strenuous tongue

Can burst Joy’s grape against his palate fine;

His soul shalt taste the sadness of her might,

And be among her cloudy trophies hung.


[1] L’usignuolo di Keats, pp. 120-123, Altre Inquisizioni, Borges, Feltrinelli, Milano 1993.

[2] Ibidem, p. 121.

[3] Dal greco melancolia, termine dell’antica medicina che indicava uno stato di abbassamento dell’umore che si credeva dovuto a una eccessiva secrezione di bile nera da parte del fegato (in Greco: melanos = nero e chole = bile).

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