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Le interviste possibili: I. Claudia Bonollo

“Le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,

Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,

e Calliope, che è la più illustre di tutte.”

(Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)*

Inauguro questo mercoledì un nuovo appuntamento infrasettimanale: le interviste possibili…un richiamo indiretto nel titolo alle mitiche interviste impossibili interpretate da Carmelo Bene, in cui rivestiva ruoli di personaggi famosi storici del passato in una trasmissione radiofonica degli anni ’70, risposte immaginate raccolte poi nel libro omonimo di Giorgio Manganelli.

Qui invece, grazie alla tecnologia che permette di raggiungere mete altrimenti lontane, ho deciso di dare voce al talento, in qualsiasi forma si manifesti, condividendo quanto sostiene Clarissa Pinkola Estés, “alcuni dicono che la vita creativa stia nelle idee, altri dicono che stia nei fatti. È comunque sempre l’amore per qualcosa.”

Oggi, ho il piacere di presentare Claudia Bonollo, che oltre a essere mia sorella, è un’artista-architetto che vive e lavora a Madrid dal 1999. Laureata con lode in architettura allo IUAV di Venezia con una tesi all’epoca sperimentale sull’immaginario della città nel cinema, si è poi specializzata alla Bartlett School di Londra sotto l’egida di Peter Cook, ottenendo successivamente il titolo di Ricercatore all’Università di Architettura di Madrid. Pioniera della sperimentazione multimediale in tempi non sospetti, le sue prime video performance risalgono alla fine degli anni ’80, ha al suo attivo numerose mostre e pubblicazioni sia come architetto – è stata selezionata tra i migliori studi di architettura in Spagna dall’AIAC per la pubblicazione Architetti italiani in Spagna oggi (Mancosu Editore 2011), prendendo parte alla mostra itinerante partire restare tornare – che come artista, svolge da vent’anni una ricerca molto interessante sul colore. E il colore ha ispirato uno dei suoi progetti multimediali e multi-sensoriali più stimolanti, Creative Insomnia, workshop organizzati interamente intorno a un colore. Le notti creative sul colore sono diventate degli appuntamenti imperdibili, dopo il rosso, l’arancione, e il giallo, seguendo la sequenza cromatica dell’iride, siamo arrivati alle notti sul verde, prossimamente sugli schermi di Creative Insomnia.

Prima di tutto benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? La dispensa la conosci, potrei stupirti con un Fernet Branca alla menta, altrimenti un porto Sandeman, un classico, o un Prosecco fresco…o un’acqua quantica?

Per cominciare possiamo dissetarci e allo stesso tempo rivolgerci un’attenzione speciale con un’acqua quantica. Opterei per quella con l’etichetta “La Bonne Étoile” che è sempre di buon auspicio, in alternativa suggerisco “Anima” e poi, naturalmente, non può mancare un brindisi con un ottimo Prosecco fresco.

Idee chiarissime, molto bene. Giusto per rompere il ghiaccio mentre ci sorseggiamo le acque quantiche, prima di passare al prosecco, qual è la tua musa preferita, ovviamente anche tutte se vuoi…

Fra tutte, le mie preferite sono: Erato, la Poesia amorosa, colei che provoca desiderio e che è raffigurata con la lira, Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo, (il cielo mi ha sempre ispirato in effetti e lo dimostra il titolo di una mia mostra di tanti anni fa: “Effetti provocati dalla contemplazione del Cielo”) e Calliope, colei che ha una bella voce e che rappresenta la Poesia epica, madre di Orfeo e ispiratrice di Omero, figure che ho amato moltissimo per la mia grande passione per la mitologia, effigiata con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Che figure affascinanti, a me piacciono tutte a dire il vero, ho delle riserve su Polimnia, che a parte il nome versatile, è la musa dei mimi, e quindi l’abbandonerei al suo destino…Come è nata la tua ricerca sul colore?

Il colore, veicolo di emozioni è stato fin dalla mia prima infanzia uno strumento personale per orientarmi nel mondo. Il mio gioco preferito era l’impossibile catalogazione delle tessere colorate che trovavo nel giardino, non molto distante c’era una fabbrica di mosaico. Le mie preferite erano le miscellanee di colori screziate d’oro o d’argento che venivano conservate gelosamente sotto la denominazione ”pezzi rari”. Da allora il colore è diventato l’elemento più importante del mio lavoro e delle mie ricerche. Non solo o non tanto il colore pigmento o materia, lo strato cromatico che imbellisce le cose e che veniva guardato con sospetto dai filosofi dell’antichità e dalla nostra cultura fino al XX sec. e che pure ho studiato, amato, praticato e difeso durante i miei studi nella facoltà di architettura. Ma il colore-luce, il colore come elemento primario della visione e della metamorfosi, il colore che rende visibili le cose che ancora non lo sono, il colore soglia sospeso fra mondi diversi e apparentemente inconciliabili, il colore inclassificabile, inapprensibile, impossibile da catalogare. Più che vedere il colore, io lo sento, percepisco le sue armonie, le sue qualità vibratorie e sonore, lo ricordo perché non posso dimenticarne la riverberazione e mi avventuro nella sua immaterialità luminosa. Nelle mie ricerche, nelle mie architetture e nelle mie installazioni il colore diventa spazio, uno spazio intimo e mutevole, capace di parlare direttamente alle nostre emozioni. Oggi con il progetto CREATIVE INSOMNIA, le prime notti creative interdisciplinari dedicate all’universo del colore, il colore diventa lo strumento per coinvolgere artisti, scienziati e ricercatori a produrre opere o studi che nascano dai suoi numerosi significati. La storia del colore, fatta di momenti di auge e di temporanee idiosincrasie riflette, in fondo, la storia dell’uomo, ne condivide il destino e apre a nuovi modi di vedere e di sentire. Non è un caso se siamo rossi di rabbia o verdi d’invidia, non è casuale il modo in cui dipingiamo la nostra vita.

Qual è stata l’esperienza più significativa in merito alle sperimentazioni sul colore, cosa ti ha stupito di più?

Forse la scoperta che ciascun colore richiama emozioni e esperienze distinte. Era un’intuizione che avevo da tempo ma la sperimentazione a tutto campo e il laboratorio corale e interattivo che suppone l’esperienza intensa di una Notte Creativa, ha superato ogni aspettativa. Nel rosso abbiamo esplorato l’origine delle cose, si sono avvicinati soprattutto artisti che consideravano il rosso come un inizio, e che hanno approfittato della sua forza travolgente per armarsi di coraggio e uscire allo scoperto, le ricerche erano sempre in bilico tra visibile e invisibile. Il rosso indica sempre un cambiamento di stato irreversibile. Quando il rosso si manifesta significa che qualcosa è accaduto, nel bene o nel male. E ci sembrava una eccellente metafora per cominciare il progetto di CREATIVE INSOMNIA. L’arancione è stato generoso, affabile e disinibito in tutti gli aspetti e caratterizzato da una voluttuosa sensualità: danze del ventre, workshop tantrici, il menù arancione combinava profumi e textures esotiche, appetitose e irresistibili… Nel giallo abbiamo avuto una programmazione con prevalenza sonora, come se ci fosse, latente, una volontà di dar voce: conferenze cantate, micro-teatro, concerti a cappella, cibi che provocavano piccoli suoni e esplosioni di sapori. Si è usato non per stigmatizzare, come è avvenuto dal medioevo in poi, quando il giallo ha perso la sua battaglia simbolica prima con il bianco e poi successivamente con l’oro e si è trasformato nella sua ombra, ma per illuminare rovesciandone la simbologia. Abbiamo cercato di riabilitarne la fama, rendendo visibile il sole interiore delle donne ancor oggi totalmente e pericolosamente ignorate dai circuiti artistici rilevanti e invisibili nel mercato dell’arte. La visibilità è diventata radiante. È stata, senza dubbio, una notte luminosa.

Il verde sta attraendo soprattutto installazioni multisensoriali e sinestesiche… un’apertura all’altro e un registro umano che va dall’invidia all’empatia dall’egoismo alla volontà di condividere. È un colore straordinario. Il festival sul verde sta obbligandomi a un salto quantico e forse, benchè il dossier della programmazione sia il migliore finora, la necessità di evolvere e lo sforzo organizzativo che comporta, mi fa riflettere su uno dei principali aspetti di questo colore, che avevo sottovalutato: il suo essere acerbo e aspro al principio. Per fiorire bisogna prima bucare la terra.

Verissimo…Quali progetti stai seguendo attualmente?

Sto lavorando a diversi progetti e su diversi fronti: gestione culturale, didattica creativa e ricerca, installazioni sperimentali architettoniche e artistiche. A parte l’organizzazione del Festival Creative Insomnia-Green Nights attraverso l’Associazione Culturale che dirigo da anni (Atelier Meta-morphic) e con cui organizzo corsi e LABORATORI LIBERATORI sperimentali sul colore (identità cromatiche) e sullo sviluppo a tutto campo della creatività, ho appena presentato un seminario intensivo sull’arte degli origami per un’importante Fondazione di Madrid.

Con Monamour Natural Design, una impresa di giardini verticali di cui sono head designer e art-director, sto ultimando la mise en scène di un jardin d’hiver nell’ampio spazio vetrina di Clorofilla Digital, un’impresa leader nel campo della riproduzione digitale artistica. Saranno presenti le nostre ultime ricerche sui giardini verticali con piante stabilizzate di design e le nuove collezioni di light-box e pianeti fioriti. Inaugureremo fra poco.

Artisticamente parlando sto attualmente collaborando con due artiste molto interessanti: Andrea Buchner e Anna Margules. Con Andrea stiamo elaborando un vestito scultoreo che sarà lo schermo vibrante per le immagini proiettate e lavorando a una serie di scenografie-installazioni per i suoi prossimi concerti a cappella e con Anna sto preparando l’iconografia delle città di smeraldo di tradizione neoplatonica, gli uccelli del Paradiso e il colibrí mitico, figlio della Madre Terra nella tradizione messicana, che accompagneranno le sue performance musicali legate a questi temi.

E poi naturalmente c’è il mio progetto eco-sostenibile sulla Riviera del Brenta, dove confluiscono tutte le mie ricerche sul benessere degli abitanti futuri, che procede lento però inesorabile.

Direi a full schedule…

Come diceva Picasso è meglio che l’ispirazione ti colga lavorando…

Qual è il tuo fiore preferito? Te lo chiedo perché sono curiosa di sapere che colore scegli…

In verità, la scelta è olfattiva. Generalmente vengo attratta dai fiori non per i loro colori ma per i profumi. Mi piacciono i girasoli però nei campi, non recisi, quando il giallo è talmente intenso da illuminare lo sguardo. Mi commuove la loro storia, il mito di un fiore che segue i movimenti del sole come un’amante devota. Il mughetto e il giacinto sono fiori primaverili i cui profumi mi mettono di buon umore ma le mie preferite rimangono le rose: bianche come la neve o color avorio antico, gialle, rosa, lavanda e corallo fino al viola purpureo quasi vellutato di certe specie. Le rose blu, al momento non esistono in natura, anche se nel 2004, una società giapponese è riuscita a creare, con l’aiuto della genetica, una rosa geneticamente modificata dal colore lilla-blu di rara bellezza.

Magnifica, come rinunciare a una rosa lilla-blu?

Si, è ipnotica, è come ammirare un unicorno.

Quale pezzo ci proponi oggi e perché l’hai scelto?

Vi propongo un nuovo lavoro sul blu, ho scelto la canzone “Je Chante” di Charles Trenet per creare un contrasto ironico tra la solennità delle immagini e una canzone leggera e che mette di buon umore.

E allora ce lo ascoltiamo e vediamo con molto piacere. Grazie Claudia.

Grazie a te Carla, è stato un grande piacere e complimenti per il tuo blog che seguiamo con interesse dalla Spagna e a cui auguriamo un antico motto vulcaniano: “Live long and prosper”…

Vi aspetto al prossimo appuntamento con le interviste possibili, mercoledì prossimo…STAY TUNED

Per chi volesse visitare i blog di Claudia Bonollo segnalo:

Creative Insomnia

Atelier Metamorphic

 

CV

Artistic statement

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/cv-claudia-bonollo/

Acque Quantiche

http://ateliermetamorphic.wordpress.com/tributo-al-dr-masaru-emoto/

Progetto Creative Insomnia

http://creativeinsomnia.wordpress.com/creative-insomnia-2/

 

_____________

* Elenco delle Muse secondo la classificazione di Erodoto:

Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano; Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto; Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d’edera e un bastone; Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada e il bastone di Eracle (Ercole); Tersicore, colei che si diletta nella danza, la Danza, con plettro e lira; Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira; Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto; Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo; Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Le interviste possibili: I. Claudia Bonollo

“Le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,

Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,

e Calliope, che è la più illustre di tutte.”

(Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)*

Inauguro questo mercoledì un nuovo appuntamento infrasettimanale: le interviste possibili…un richiamo indiretto nel titolo alle mitiche interviste impossibili interpretate da Carmelo Bene, in cui rivestiva ruoli di personaggi famosi storici del passato in una trasmissione radiofonica degli anni ’70, risposte immaginate raccolte poi nel libro omonimo di Giorgio Manganelli.

Qui invece, grazie alla tecnologia che permette di raggiungere mete altrimenti lontane, ho deciso di dare voce al talento, in qualsiasi forma si manifesti, condividendo quanto sostiene Clarissa Pinkola Estés, “alcuni dicono che la vita creativa stia nelle idee, altri dicono che stia nei fatti. È comunque sempre l’amore per qualcosa.”

Oggi, ho il piacere di presentare Claudia Bonollo, che oltre a essere mia sorella, è un’artista-architetto che vive e lavora a Madrid dal 1999. Laureata con lode in architettura allo IUAV di Venezia con una tesi all’epoca sperimentale sull’immaginario della città nel cinema, si è poi specializzata alla Bartlett School di Londra sotto l’egida di Peter Cook, ottenendo successivamente il titolo di Ricercatore all’Università di Architettura di Madrid. Pioniera della sperimentazione multimediale in tempi non sospetti, le sue prime video performance risalgono alla fine degli anni ’80, ha al suo attivo numerose mostre e pubblicazioni sia come architetto – è stata selezionata tra i migliori studi di architettura in Spagna dall’AIAC per la pubblicazione Architetti italiani in Spagna oggi (Mancosu Editore 2011), prendendo parte alla mostra itinerante partire restare tornare – che come artista, svolge da vent’anni una ricerca molto interessante sul colore. E il colore ha ispirato uno dei suoi progetti multimediali e multi-sensoriali più stimolanti, Creative Insomnia, workshop organizzati interamente intorno a un colore. Le notti creative sul colore sono diventate degli appuntamenti imperdibili, dopo il rosso, l’arancione, e il giallo, seguendo la sequenza cromatica dell’iride, siamo arrivati alle notti sul verde, prossimamente sugli schermi di Creative Insomnia.

Prima di tutto benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? La dispensa la conosci, potrei stupirti con un Fernet Branca alla menta, altrimenti un porto Sandeman, un classico, o un Prosecco fresco…o un’acqua quantica?

Per cominciare possiamo dissetarci e allo stesso tempo rivolgerci un’attenzione speciale con un’acqua quantica. Opterei per quella con l’etichetta “La Bonne Étoile” che è sempre di buon auspicio, in alternativa suggerisco “Anima” e poi, naturalmente, non può mancare un brindisi con un ottimo Prosecco fresco.

Idee chiarissime, molto bene. Giusto per rompere il ghiaccio mentre ci sorseggiamo le acque quantiche, prima di passare al prosecco, qual è la tua musa preferita, ovviamente anche tutte se vuoi…

Fra tutte, le mie preferite sono: Erato, la Poesia amorosa, colei che provoca desiderio e che è raffigurata con la lira, Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo, (il cielo mi ha sempre ispirato in effetti e lo dimostra il titolo di una mia mostra di tanti anni fa: “Effetti provocati dalla contemplazione del Cielo”) e Calliope, colei che ha una bella voce e che rappresenta la Poesia epica, madre di Orfeo e ispiratrice di Omero, figure che ho amato moltissimo per la mia grande passione per la mitologia, effigiata con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Che figure affascinanti, a me piacciono tutte a dire il vero, ho delle riserve su Polimnia, che a parte il nome versatile, è la musa dei mimi, e quindi l’abbandonerei al suo destino…Come è nata la tua ricerca sul colore?

Il colore, veicolo di emozioni è stato fin dalla mia prima infanzia uno strumento personale per orientarmi nel mondo. Il mio gioco preferito era l’impossibile catalogazione delle tessere colorate che trovavo nel giardino, non molto distante c’era una fabbrica di mosaico. Le mie preferite erano le miscellanee di colori screziate d’oro o d’argento che venivano conservate gelosamente sotto la denominazione ”pezzi rari”. Da allora il colore è diventato l’elemento più importante del mio lavoro e delle mie ricerche. Non solo o non tanto il colore pigmento o materia, lo strato cromatico che imbellisce le cose e che veniva guardato con sospetto dai filosofi dell’antichità e dalla nostra cultura fino al XX sec. e che pure ho studiato, amato, praticato e difeso durante i miei studi nella facoltà di architettura. Ma il colore-luce, il colore come elemento primario della visione e della metamorfosi, il colore che rende visibili le cose che ancora non lo sono, il colore soglia sospeso fra mondi diversi e apparentemente inconciliabili, il colore inclassificabile, inapprensibile, impossibile da catalogare. Più che vedere il colore, io lo sento, percepisco le sue armonie, le sue qualità vibratorie e sonore, lo ricordo perché non posso dimenticarne la riverberazione e mi avventuro nella sua immaterialità luminosa. Nelle mie ricerche, nelle mie architetture e nelle mie installazioni il colore diventa spazio, uno spazio intimo e mutevole, capace di parlare direttamente alle nostre emozioni. Oggi con il progetto CREATIVE INSOMNIA, le prime notti creative interdisciplinari dedicate all’universo del colore, il colore diventa lo strumento per coinvolgere artisti, scienziati e ricercatori a produrre opere o studi che nascano dai suoi numerosi significati. La storia del colore, fatta di momenti di auge e di temporanee idiosincrasie riflette, in fondo, la storia dell’uomo, ne condivide il destino e apre a nuovi modi di vedere e di sentire. Non è un caso se siamo rossi di rabbia o verdi d’invidia, non è casuale il modo in cui dipingiamo la nostra vita.

Qual è stata l’esperienza più significativa in merito alle sperimentazioni sul colore, cosa ti ha stupito di più?

Forse la scoperta che ciascun colore richiama emozioni e esperienze distinte. Era un’intuizione che avevo da tempo ma la sperimentazione a tutto campo e il laboratorio corale e interattivo che suppone l’esperienza intensa di una Notte Creativa, ha superato ogni aspettativa. Nel rosso abbiamo esplorato l’origine delle cose, si sono avvicinati soprattutto artisti che consideravano il rosso come un inizio, e che hanno approfittato della sua forza travolgente per armarsi di coraggio e uscire allo scoperto, le ricerche erano sempre in bilico tra visibile e invisibile. Il rosso indica sempre un cambiamento di stato irreversibile. Quando il rosso si manifesta significa che qualcosa è accaduto, nel bene o nel male. E ci sembrava una eccellente metafora per cominciare il progetto di CREATIVE INSOMNIA. L’arancione è stato generoso, affabile e disinibito in tutti gli aspetti e caratterizzato da una voluttuosa sensualità: danze del ventre, workshop tantrici, il menù arancione combinava profumi e textures esotiche, appetitose e irresistibili… Nel giallo abbiamo avuto una programmazione con prevalenza sonora, come se ci fosse, latente, una volontà di dar voce: conferenze cantate, micro-teatro, concerti a cappella, cibi che provocavano piccoli suoni e esplosioni di sapori. Si è usato non per stigmatizzare, come è avvenuto dal medioevo in poi, quando il giallo ha perso la sua battaglia simbolica prima con il bianco e poi successivamente con l’oro e si è trasformato nella sua ombra, ma per illuminare rovesciandone la simbologia. Abbiamo cercato di riabilitarne la fama, rendendo visibile il sole interiore delle donne ancor oggi totalmente e pericolosamente ignorate dai circuiti artistici rilevanti e invisibili nel mercato dell’arte. La visibilità è diventata radiante. È stata, senza dubbio, una notte luminosa.

Il verde sta attraendo soprattutto installazioni multisensoriali e sinestesiche… un’apertura all’altro e un registro umano che va dall’invidia all’empatia dall’egoismo alla volontà di condividere. È un colore straordinario. Il festival sul verde sta obbligandomi a un salto quantico e forse, benchè il dossier della programmazione sia il migliore finora, la necessità di evolvere e lo sforzo organizzativo che comporta, mi fa riflettere su uno dei principali aspetti di questo colore, che avevo sottovalutato: il suo essere acerbo e aspro al principio. Per fiorire bisogna prima bucare la terra.

Verissimo…Quali progetti stai seguendo attualmente?

Sto lavorando a diversi progetti e su diversi fronti: gestione culturale, didattica creativa e ricerca, installazioni sperimentali architettoniche e artistiche. A parte l’organizzazione del Festival Creative Insomnia-Green Nights attraverso l’Associazione Culturale che dirigo da anni (Atelier Meta-morphic) e con cui organizzo corsi e LABORATORI LIBERATORI sperimentali sul colore (identità cromatiche) e sullo sviluppo a tutto campo della creatività, ho appena presentato un seminario intensivo sull’arte degli origami per un’importante Fondazione di Madrid.

Con Monamour Natural Design, una impresa di giardini verticali di cui sono head designer e art-director, sto ultimando la mise en scène di un jardin d’hiver nell’ampio spazio vetrina di Clorofilla Digital, un’impresa leader nel campo della riproduzione digitale artistica. Saranno presenti le nostre ultime ricerche sui giardini verticali con piante stabilizzate di design e le nuove collezioni di light-box e pianeti fioriti. Inaugureremo fra poco.

Artisticamente parlando sto attualmente collaborando con due artiste molto interessanti: Andrea Buchner e Anna Margules. Con Andrea stiamo elaborando un vestito scultoreo che sarà lo schermo vibrante per le immagini proiettate e lavorando a una serie di scenografie-installazioni per i suoi prossimi concerti a cappella e con Anna sto preparando l’iconografia delle città di smeraldo di tradizione neoplatonica, gli uccelli del Paradiso e il colibrí mitico, figlio della Madre Terra nella tradizione messicana, che accompagneranno le sue performance musicali legate a questi temi.

E poi naturalmente c’è il mio progetto eco-sostenibile sulla Riviera del Brenta, dove confluiscono tutte le mie ricerche sul benessere degli abitanti futuri, che procede lento però inesorabile.

Direi a full schedule…

Come diceva Picasso è meglio che l’ispirazione ti colga lavorando…

Qual è il tuo fiore preferito? Te lo chiedo perché sono curiosa di sapere che colore scegli…

In verità, la scelta è olfattiva. Generalmente vengo attratta dai fiori non per i loro colori ma per i profumi. Mi piacciono i girasoli però nei campi, non recisi, quando il giallo è talmente intenso da illuminare lo sguardo. Mi commuove la loro storia, il mito di un fiore che segue i movimenti del sole come un’amante devota. Il mughetto e il giacinto sono fiori primaverili i cui profumi mi mettono di buon umore ma le mie preferite rimangono le rose: bianche come la neve o color avorio antico, gialle, rosa, lavanda e corallo fino al viola purpureo quasi vellutato di certe specie. Le rose blu, al momento non esistono in natura, anche se nel 2004, una società giapponese è riuscita a creare, con l’aiuto della genetica, una rosa geneticamente modificata dal colore lilla-blu di rara bellezza.

Magnifica, come rinunciare a una rosa lilla-blu?

Si, è ipnotica, è come ammirare un unicorno.

Quale pezzo ci proponi oggi e perché l’hai scelto?

Vi propongo un nuovo lavoro sul blu, ho scelto la canzone “Je Chante” di Charles Trenet per creare un contrasto ironico tra la solennità delle immagini e una canzone leggera e che mette di buon umore.

E allora ce lo ascoltiamo e vediamo con molto piacere. Grazie Claudia.

Grazie a te Carla, è stato un grande piacere e complimenti per il tuo blog che seguiamo con interesse dalla Spagna e a cui auguriamo un antico motto vulcaniano: “Live long and prosper”…

Vi aspetto al prossimo appuntamento con le interviste possibili, mercoledì prossimo…STAY TUNED

Per chi volesse visitare i blog di Claudia Bonollo segnalo:

Creative Insomnia

Atelier Metamorphic

 

CV

Artistic statement

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/cv-claudia-bonollo/

Acque Quantiche

http://ateliermetamorphic.wordpress.com/tributo-al-dr-masaru-emoto/

Progetto Creative Insomnia

http://creativeinsomnia.wordpress.com/creative-insomnia-2/

 

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* Elenco delle Muse secondo la classificazione di Erodoto:

Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano; Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto; Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d’edera e un bastone; Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada e il bastone di Eracle (Ercole); Tersicore, colei che si diletta nella danza, la Danza, con plettro e lira; Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira; Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto; Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo; Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Fuoco cammina con me

Ira è breve furor. Francesco Petrarca

Inutile negarlo è stato un anno decisamente rognoso, che ringrazio per avermi dato la possibilità di allenarmi a esercitare l’antica arte della pazienza, a volte con scarsi risultati, e attacchi di ira furibondi per episodi spiacevoli (angustie varie e eventuali), spesso per discussioni accese, scatenate da frasi sbagliate nel momento sbagliato.

In fondo in questo mondo virtuale dove è facile nascondersi dietro nickname e figurine da cartone animato, litigare è diventato un modo per animare un etere intangibile, i social network si trasformano improvvisamente in campi di battaglia in cui si sfogano malumori funesti, si finisce per urlare da soli davanti al computer, le cosiddette parole al vento con sospetti replicanti.

Purtroppo la pazienza non rientra ancora tra le mie qualità, devo ammetterlo, sicuramente un aspetto su cui dovrò lavorare a lungo.

Mi è tornato allora in mente un libretto utilissimo scritto da Robert A. F. Thurman[1], che oltre a essere il padre della splendida Uma Thurman, è un uomo di rara saggezza che ha studiato per anni il fenomeno dell’ira, infatti è uno dei maggiori esperti di buddhismo tibetano negli Stati Uniti. Non che io pratichi il buddhismo ma sono affascinata dai suoi insegnamenti spirituali, ricordo ancora con nostalgia la serie televisiva Kung Fu con David Carradine.

Il manuale di Thurman è diventato una lettura costante nel tempo, riesce sempre a farmi sentire in colpa per il mio temperamento marziale. Gli irascibili vengono descritti così male che alla fine solamente riconoscerti in parte in quel fuoco che non trova pace e si alimenta della propria rabbia, diventa omeopatico.

Proprio all’inizio del libro Thurman confessa un passato da irascibile incompreso, e davvero non riesci a immaginare che quest’uomo dai modi serafici abbia potuto essere un tiranno dalla lingua tagliente. Ma è proprio l’introduzione che ti frega ogni volta, perché in questa breve ma efficace opera di persuasione effetto specchio alla fine ti convinci che ti devi liberare per sempre dalla schiavitù dell’ira, che oltre a essere uno dei sette vizi capitali, diventa di fatto un impedimento per raggiungere la felicità, o il nirvana, a seconda dei punti di vista: “L’ira non è mai placata dall’ira. È placata dall’amore. Questa è la verità eterna.”[2]

Io, tutte le volte che lo leggo, mi riprometto che prima o poi riuscirò a non cadere nella fatidica ma inevitabile trappola dello spreco di energia, ripetendomi come mantra che l’arrabbiatura per essere un’arma costruttivamente utile deve essere trasformata in energia della tolleranza.

Sono ancora lontanissima dall’agognata meta della pazienza misericordiosa, ma c’è una frase che ogni volta che rileggo ha il potere di rasserenarmi: “se è naturale per gli stolti causare danno agli altri, è sbagliato adirarsi con loro, come prendersela con il fuoco perché brucia”.[3]

Meglio incominciare a meditare su una lezione preziosa del Maestro Po: “be like the sun and what is within you will warm the earth.” (Sii come il sole e ciò che è dentro di te riscalderà la terra)


[1] L’ira, Robert A. F. Thurman, Cortina Editore, 2004.

[2] Ibidem, p. 3, Dhammapada, The Way of Truth.

[3] Ibidem, p. 93.

 

 
 
 

Il risveglio di Filottete

Herakles as a boy strangling a snake. Marble, ...
Eracle da piccolo mentre strangola un serpente

Grazie a Pinkola Estés[1] mi sono messa a leggere una tragedia di Sofocle che non conoscevo, il Filottete. La storia ha una trama insolita, ma certo fa riflettere su una capacità spesso sottovalutata, l’empatia.

Filottete è un valoroso guerriero che è stato abbandonato sull’isola di Lemno da Odisseo e i suoi compagni, dopo essere stato morso da un serpente che gli ha procurato una ferita al piede che non solo non guarisce e gli provoca delle pene indicibili ma emana un fetore insopportabile. Nessun marinaio vuole attraccare su quell’isola vulcanica dall’aria irrespirabile.

Addolorato per il tradimento dei compagni con cui ha combattuto numerose battaglie, vive come un eremita dentro una grotta da ormai dieci anni, ha imparato a medicarsi da solo con una strana miscela di erbe che se non altro lo aiutano a sopportare il dolore, si procura da mangiare con le sue frecce, frecce potentissime, che gli sono state regalate da Eracle.

Odisseo incarica il giovane Neottolemo, figlio di Achille, a sbarcare nuovamente sull’isola per impossessarsi della faretra e dei dardi di Filottete, secondo la previsione dell’oracolo indispensabili per lanciarsi in un secondo assedio a Troia.

Il giovane accetta a malincuore di eseguire il compito ingrato ma quando arriva sull’isola e vede Filottete ridotto in uno stato di degrado totale che lo accoglie con il calore di chi ha bisogno di sentire una voce umana, si sente in colpa per quello che gli è stato suggerito dall’astuto Odisseo, macchiarsi di un’azione riprovevole, privandolo dell’unico mezzo di sostentamento che gli è rimasto: la caccia con le frecce miracolose.

Odisseo, che nel frattempo si è travestito da mercante, va a controllare che il suo compagno di viaggio porti a termine quanto concordato, non sente ragioni, le frecce devono essere rubate, mentre il maleodorante Filottete deve rimanere dov’è.

Il figlio di Achille intimato a compiere il furto a ogni costo, si pente amaramente, e dopo aver consegnato le agognate armi a Odisseo, ha uno scontro durissimo, è disgustato dalla scaltrezza del suo compagno. Decide di risolvere la situazione a modo suo, prende l’iniziativa, e restituisce i dardi invincibili al legittimo proprietario, sfidando l’ira di Odisseo, ordina a Filottete di seguirlo e di partire con lui per farsi curare dai sacerdoti di Asclepio.

Filottete è sempre più confuso, non si fida di chi l’ha già tradito, odia Odisseo che non ha dimostrato nessuna pietà nei suoi confronti, e vuole vendicarsi, ma Neottolemo lo conquista con parole disarmanti, che lo sorprendono, e gli dice:

“…Ti sono amico e così parlo…non inasprirti anche se soffri, caro.”

“Mi perderai, lo so, con i tuoi discorsi.” Filottete gli risponde, ma Neottolemo replica: “Io no; ma dico a te: non sai comprendermi.”[2]

Coglie nel segno, colpisce il bersaglio con una battuta fulminante e rivelatrice. Filottete è troppo chiuso nel suo dolore, non riesce a capire le parole dell’amico, prima di fidarsi degli altri, per aprirsi ancora una volta alla possibilità di una guarigione, deve passare attraverso una profonda comprensione di sé, sciogliere la rabbia che lo tiene ancorato a una amarezza che si autoalimenta e si consuma in un circolo vizioso che rievoca costantemente l’ingiustizia subita. Il ritorno a casa acquista un senso nuovo, nel momento in cui rappresenta un ritorno a sé. Filottete comincia a credere in una nuova vita quando Neottolemo gli fa da specchio e gli fa vedere un’alternativa.

Commovente e decisiva l’esortazione finale di Eracle ai due guerrieri:

“E sempre ricordate, devastandone i campi, di serbare la pietà degli dei: ché Giove padre più dimentico è forse di ogni cosa che non di questa. La pietà non muore con i mortali. Vivan essi, o siano corpi sepolti, non va mai dissolta.”[3]


[1] Donne che corrono con i lupi, Frassinelli, 1993. Molto di più di un libro, un autentico tesoro.

[2] p. 351 tratta dal Filottete, Sofocle, Il teatro greco, Sansoni, Firenze 1980.

[3] Ibidem, p. 353.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

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(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

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