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quarta dimensione

Fantasia canaglia

Abbi pazienza che il mondo è vasto e largo[1]

 

La citazione è tratta da Flatlandia, un racconto fantastico a più dimensioni, del reverendo Edwin Abbott Abbott, nome con eco, fantastico davvero.

Nato a Londra nel 1838, fu rettore della City of London School, fautore della pronuncia classica del latino – pare che adesso sia di nuovo in auge nelle scuole della fredda Albione – di formazione classica, aveva una passione per la chimica, materia che rese obbligatoria per tutti i suoi studenti. Insegnò dal 1865 al 1889 e poi si ritirò a scrivere libri e trattati. Flatlandia sembra quasi uno scoop, una dissertazione tra la letteratura e la fantascienza, che vuole spiegare la terza dimensione, l’altezza, in un mondo dove tutto è piatto: case, abitanti e alberi. Il reverendo chiede al lettore : “come reagiresti alla rivelazione che esiste un mondo a te superiore, una “quarta dimensione”?

All’epoca il libro venne ridotto a un mero jeu d’esprit e non ottenne tutta l’attenzione che avrebbe meritato, a pochi importava che il tempo venisse descritto come una porta che si apriva verso altre dimensioni. Solo in seguito, e specialmente tra gli appassionati di esplorazioni virtuali e spaziali, è divenuto un classico.

Come si vive a Flatlandia?

Le case hanno una forma pentagonale, proibite a norma di legge case triangolari o rettangolari, un rischio per gli spigoli. Per un periodo fu possibile costruire case quadrate, ma poi il pentagono venne scelto come forma più adeguata, la forma quadrata rivela residenze un po’ datate.

Gli abitanti sono molto piccoli, l’“altezza media” si aggira intorno ai 28 cm, 30 cm è una rarità. Le donne sono delle linee rette. I soldati e gli operai sono dei triangoli isosceli, i professionisti e gentiluomini – Abbott Abbott si definisce tale – sono quadrati e figure a cinque lati, pentagoni. Tra l’aristocrazia esistono solo esagoni, e si procede via via a seconda di gradi diversi fino ai Poligonali, un titolo onorifico. Per confondere ulteriormente le idee, i figli degli isosceli, le classi operaie, rimangono isosceli, mentre per le altri classi, si aggiunge un lato, il figlio di un pentagono diventa un esagono…le donne invece sono pericolosissime, possono rendersi facilmente invisibili, e vengono descritte male, come degli esseri privi di logica e raziocinio.

Come ci si riconosce tra figure piatte? Ci si tasta, e la domanda da formulare è la seguente:

“Posso chiedere di tastare il signor Taldeitali?”

La vita scorre piuttosto monotona, ma si riconosce a un certo Cromatiste, di aver introdotto il colore, dipingendo quasi tutte le figure piatte, con esclusione delle donne e dei preti, per evitare una possibile confusione tra ruoli diversi. In seguito a un progetto di legge universale venne decretato di eliminare definitivamente ogni colore, proprio per non alimentare un cambiamento che avrebbe potuto alimentare false speranze.

La dimostrazione che esiste altro al di fuori dei confini di Flatlandia arriva grazie a un sogno. Il Quadrato Gentiluomo, protagonista del racconto, entra in contatto con il regno di Linelandia. Qui cambia tutto, il re del mondo è una piccola linea. La comunicazione non è più visiva, ma passa attraverso la voce e l’udito, ci si riconosce grazie al suono. Vietato tastarsi, reato punibile con la morte.

Al risveglio dal sogno il Quadrato riceve una visita insolita, uno straniero da un’altra dimensione, Spacelandia. Spiegare la terza dimensione a chi vive in Flatlandia diventa davvero un’impresa ardua, ma lo straniero sa il fatto suo e aggiunge: “se una linea avesse solo la lunghezza, senza l’ “altezza” cesserebbe di occupare lo spazio e diventerebbe invisibile. Di questo vi rendete conto, no?”[2]

Il problema è semmai che il mondo a due dimensioni non è ampio abbastanza da contenere e raffigurare una terza dimensione, lo straniero si rifiuta di essere chiamato “Circolo”…il Quadrato non vuole cedere, finché lo straniero si muove nello spazio della sua casa, prende una tavoletta dal suo armadio e la scaglia a terra. A poco a poco il Quadrato si rende conto dei limiti del suo mondo, ma sa bene che gli abitanti di Flatlandia faranno fatica a concepire altre realtà. Inizialmente tenta di spiegare le teorie sull’esistenza di un nuovo mondo al nipotino, un Esagono portato per la matematica, ma non viene capito. A Flatlandia si punisce con il carcere chiunque riporti teorie astruse da altri mondi, e così in attesa di un’altra verità che illumini le visioni piatte di un mondo piatto, il Quadrato viene incarcerato aspettando dimensioni migliori:

A volte mi pesa il triste pensiero di non poter dire onestamente di essere certo della forma del Cubo, visto una sola volta e tanto spesso rimpianto…e tutte le concrete realtà della stessa Flatlandia, mi paiono soltanto come il parto di una fantasia malata, o come l’edificio senza fondamento di un sogno.[3]

 

 

 

 

[1] Flatlandia, Edwin A. Abbott, Adelphi, 2009, traduzione a cura di Masolino d’Amico.

[2] Ibidem, pp. 114-115.

[3] Ibidem, p. 151.

H. P. Lovecraft e la quarta dimensione

Si dice che a Ulthar, oltre il fiume Skai, non si possono uccidere i gatti, e mentre guardo la bestiola accoccolata a far le fusa davanti al caminetto, non ho nessun motivo per dubitarne. Enigmatico, il gatto è affine a quelle strane cose che l’uomo non può vedere. È lo spirito dell’antico Egitto, depositario dei racconti a noi giunti dalle città dimenticate delle terre di Meroe e Ophir. È parente dei signori della giungla, erede dell’Africa oscura e feroce. La Sfinge è sua cugina, e lui parla la sua lingua; ma il gatto è più vecchio della Sfinge, e ricorda ciò che lei ha dimenticato.

H.P. Lovecraft, The Cats of Ulthar

Secondo il folklore stanotte si celebra la Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, la festa della primavera in Germania e in Europa Centrale. Secondo invece la tradizione esoterica l’evento coincide con il raduno annuale delle streghe che festeggiano a modo loro sul monte Brocken. Goethe lo ricorda anche in una scena del Faust.

Oltreoceano, a Providence, cittadina del New England, c’è stato un grande scrittore visionario che è riuscito a immaginare l’inimmaginabile: H. P. Lovecraft (1890-1937). Considerato il padre della fantascienza americana, anche se a mio avviso è una definizione limitativa per un pioniere della sperimentazione narrativa, capace di mescolare con disinvoltura generi diversi con un approccio totalmente innovativo per l’epoca, onirico e convincente allo stesso tempo.

Il racconto a cui mi riferisco venne scritto nel 1932 e pubblicato l’anno successivo in una raccolta dal nome emblematico, Weird Tales (Racconti Soprannaturali, Strani): The Dreams in the Witch House (I sogni nella casa stregata).

Il protagonista è uno studente di matematica che sta facendo una ricerca sulle realtà parallele. Walter Gilman affitta una stanza in una casa ad Arkham, che si dice sia infestata da uno spirito di una strega del XVII secolo. Ben presto comincerà ad avere strani incubi notturni, seguiti da risvegli sempre più agitati con segni di morsi visibili sul corpo. Nessuno dei suoi compagni di università è in grado di fornire delle spiegazioni plausibili, danno la colpa a una forma di sonnambulismo provocata dal morso di qualche topo che di notte vaga indisturbato per la casa. Gilman invece è sicuro che determinate relazioni geometriche all’interno dell’edificio aprano dei tunnel spazio-temporali verso altri mondi. All’inizio è incuriosito dall’impulso incontrollabile a viaggiare in altre dimensioni nel cuore della notte, affascinato più dall’idea di essere altrove, brancola nel buio, sospeso tra paura e sete di conoscenza. Ogni sera esplora territori sempre più oscuri, un frammento di incubo si aggiunge ad un altro frammento di incubo, finché non incontrerà la strega e il suo servitore e allora la ricerca avrà un esito imprevisto…

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