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Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (II parte)

Riprendo la lettura degli anni di pellegrinaggio, lunedì scorso c’eravamo lasciati con l’incontro con i Superiori che avrebbero dovuto facilitare la scelta della futura educazione del figlio di Wilhelm, Felix.

L’appuntamento, come ogni romanzo che si rispetti, è rimandato da altri eventi, dopo essersi congedati dalla famiglia descritta nella novella Il Secondo San Giuseppe e dall’amico Montan che si allontana tra le montagne, Wilhelm e il figlio hanno una piccola disavventura, si inoltrano sempre più in anfratti sconosciuti e vengono fatti prigionieri. Felix è disperato, il padre invece ha una calma serafica, rassicurato da una scritta che vede sulla parete della roccia: “A colui che non è colpevole, libertà e risarcimento, a colui che è stato traviato pietà, ed a colui che è colpevole, giustizia punitrice ed equa.”[1] Niente da temere dal suo punto di vista, e infatti, compare un uomo, l’ideatore della prigione-trappola tra le rocce, che racconta la sua versione dei fatti, è un proprietario terriero e alcuni suoi affittuari non solo si sono rifiutati di pagare il compenso richiesto ma hanno danneggiato anche i terreni, scappando attraverso sentieri rocciosi. Wilhelm e il figlio non hanno nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Vengono prontamente liberati e accolti regalmente in casa. Lenardo, il padrone di casa, si confida con Wilhelm, ha un grande rimpianto, non aver aiutato una giovane donna di fede Hussita, comunità diffusa in Sassonia, che era stata cacciata dallo zio perché il padre non era stato in grado di pagare i suoi debiti. Le disgrazie della donna le apprendiamo attraverso le lettere che Wilhelm scrive all’amata Natalie, destinataria di molti segreti. E come ogni gentiluomo che si rispetti, può Wilhelm rifiutare una richiesta di chi l’ha ospitato tanto amorevolmente? Ovvio che no, malgrado le sue intenzioni, si ritrova ad accompagnare Lenardo alla casa di questa donna, che lui ricorda chiamarsi Valerine…Le cose non vanno come previsto, Valerine non è la brunetta che lui pensava di ricordare. È una donna bella, elegante, bionda e non mora, e già questo è un dettaglio che lo fa vacillare, ma appena li vede, confessa di essere ancora grata allo zio per tutti i favori ricevuti. Impossibile a credersi, Wilhelm e Lenardo fanno finta di niente ma con uno sguardo complice capiscono che si tratta della persona sbagliata. Valerine, è la figlia di un giudice, amico dello zio, Nachodine è la donna da cercare – in comune solo le finali in -ine ma si sa che la memoria fa brutti scherzi – una sua amica di infanzia e compagna di giochi. A questo punto Wilhelm prende in mano la situazione, decide di mettersi in viaggio per andarla a cercare da solo, intima Lenardo di non seguirlo e di non tentare di mettersi sulle sue tracce una volta ritrovata – sospetto per non essere nuovamente depistato – e di credere alla sua parola. Si mette in cammino verso un villaggio indicato da una lettera che gli ha dato Lenardo. Fa dunque visita a un uomo che insieme al figlio ripara e colleziona oggetti antichi. Wilhelm gli mostra il cofanetto trovato dal figlio nel bosco, e gli chiede se è il caso di forzarlo, visto che era sprovvisto di chiave, la risposta che riceve è molto saggia: “se il cofanetto possiede un significato, dovrà occasionalmente trovare la sua chiave, e proprio là dove meno se l’aspetta.”[2] Wilhelm decide di lasciarglielo in custodia e chiede notizie della famiglia di Nachodine. Il vecchio lo rassicura che si darà da fare, e lo invita ad andare insieme al figlio Felix, che nel frattempo l’ha raggiunto a cavallo, alla grande Istituzione Pedagogica dove incontrare il Superiore.

Si rimettono in cammino e arrivano alla piccola comunità popolata solo di adolescenti – e per qualche secondo la mente vola in qualche telefilm di fantascienza dove ci sono sempre società utopiche con adepti con tuniche bianche che venerano strani culti – qui invece i ragazzi si rivolgono a quelli che sono a cavallo con gesti diversi: i più giovani incrociano le braccia sul petto e guardano verso il cielo, i medi tengono le braccia dietro la schiena e guardano la terra, i più grandi, impettiti, le braccia lungo i fianchi, e la testa piegata a destra, si dispongono in fila, altri ragazzi invece rimangono sparpagliati dove sono senza un apparente ordine. Felix chiede subito al Preposto quale gesto compiere, e gli viene suggerito di incrociare le braccia e guardare il cielo. I saluti corrispondono a delle gerarchie ben precise ma altro non viene aggiunto al momento, ogni cosa a suo tempo. Wilhelm nota che sono anche vestiti con colori diversi, di taglio diverso, ma il Preposto li invita a non chiedere altro, regola fondamentale è saper rispettare i segreti, e mai svelare tutto e subito. Decidono quindi di andare a parlare con il Superiore, sullo sfondo i canti dei ragazzi, e il mistero si infittisce sempre più. Scoprono che la musica è il fondamento dell’educazione di tutti i ragazzi, si parte con il canto, poi seguono le specializzazioni con strumenti in regioni remote e isolate per evitare l’angustia sonora di certi esperimenti tipici dei principianti. Wilhelm concorda nella scelta giustamente motivata, mentre a Felix viene assegnato il primo grado di saluto, il padre va a conoscere i Tre Superiori e riceve la prima spiegazione agognata, i tre tipi di saluto servono a insegnare il rispetto secondo tre modalità diverse, verso il cielo, Dio, verso la terra, il nutrimento, il terzo, in piedi e in riga, simboleggia l’essere collegato al mondo con fierezza e senza egoismo. Quelli che non salutano, sono in punizione, vengono ignorati, perché ritenuti indegni di rispetto finché non cambiano atteggiamento. Wilhelm è sempre più ammirato. L’argomento passa alla religione e i Tre lo rassicurano che seguono ugualmente tre forme di rispetto, per la religione etnica, basata sul rispetto per ciò che sta sopra di noi, e per la Storia del Mondo e di tutte le religioni pagane, la religione filosofica, basata sul rispetto per ciò che è uguale a noi e ci aiuta a coltivare il rapporto con i nostri simili e con l’umanità, e la religione cristiana, basata sul rispetto per ciò che sta sotto di noi, attraverso la comprensione del dolore e della sofferenza. Il giorno seguente Wilhelm viene guidato in una galleria ottagonale dove vengono illustrate le religioni, riceve una breve lezione sulla differenza tra miracolo e simbolo: “i miracoli rendono il comune straordinario, i simboli lo straordinario comune…in questo modo il possibile e l’impossibile divengono una cosa sola…Nel simbolo e nella parabola, è il contrario: qui il senso, l’idea, il concetto appaiono come la cosa più alta, straordinaria, irraggiungibile.”[3] Non compare nessuna raffigurazione di Cristo sulla croce, la Storia del Mondo si interrompe qui. I saggi lo invitano ad affidargli il figlio per un anno, non vogliono né possono dare ulteriori spiegazioni in merito all’insegnamento delle religioni. Scopre invece che sono i ragazzi a scegliersi gli abiti da indossare, per i Superiori è ulteriore motivo di studio per scoprire le loro inclinazioni, anche se hanno notato che è usanza comune conformarsi a quanto scelto dagli amici. Wilhelm viene quindi accompagnato ai confini della Provincia Pedagogica con l’impegno di ritornare come concordato con i Tre.

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

Votata migliore colonna sonora in Gran Bretagna, per la serie televisiva Utopia, la Bibbia dei telefilm, 2013, di Cristobal Tapia de Veer.


[1] Ibidem, cap. VII, p. 48.
[2] Ibidem, cap. IX, p. 74.
[3] Ibidem, cap. XI, pp. 90-91.

Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (II parte)

Riprendo la lettura degli anni di pellegrinaggio, lunedì scorso c’eravamo lasciati con l’incontro con i Superiori che avrebbero dovuto facilitare la scelta della futura educazione del figlio di Wilhelm, Felix.

L’appuntamento, come ogni romanzo che si rispetti, è rimandato da altri eventi, dopo essersi congedati dalla famiglia descritta nella novella Il Secondo San Giuseppe e dall’amico Montan che si allontana tra le montagne, Wilhelm e il figlio hanno una piccola disavventura, si inoltrano sempre più in anfratti sconosciuti e vengono fatti prigionieri. Felix è disperato, il padre invece ha una calma serafica, rassicurato da una scritta che vede sulla parete della roccia: “A colui che non è colpevole, libertà e risarcimento, a colui che è stato traviato pietà, ed a colui che è colpevole, giustizia punitrice ed equa.”[1] Niente da temere dal suo punto di vista, e infatti, compare un uomo, l’ideatore della prigione-trappola tra le rocce, che racconta la sua versione dei fatti, è un proprietario terriero e alcuni suoi affittuari non solo si sono rifiutati di pagare il compenso richiesto ma hanno danneggiato anche i terreni, scappando attraverso sentieri rocciosi. Wilhelm e il figlio non hanno nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Vengono prontamente liberati e accolti regalmente in casa. Lenardo, il padrone di casa, si confida con Wilhelm, ha un grande rimpianto, non aver aiutato una giovane donna di fede Hussita, comunità diffusa in Sassonia, che era stata cacciata dallo zio perché il padre non era stato in grado di pagare i suoi debiti. Le disgrazie della donna le apprendiamo attraverso le lettere che Wilhelm scrive all’amata Natalie, destinataria di molti segreti. E come ogni gentiluomo che si rispetti, può Wilhelm rifiutare una richiesta di chi l’ha ospitato tanto amorevolmente? Ovvio che no, malgrado le sue intenzioni, si ritrova ad accompagnare Lenardo alla casa di questa donna, che lui ricorda chiamarsi Valerine…Le cose non vanno come previsto, Valerine non è la brunetta che lui pensava di ricordare. È una donna bella, elegante, bionda e non mora, e già questo è un dettaglio che lo fa vacillare, ma appena li vede, confessa di essere ancora grata allo zio per tutti i favori ricevuti. Impossibile a credersi, Wilhelm e Lenardo fanno finta di niente ma con uno sguardo complice capiscono che si tratta della persona sbagliata. Valerine, è la figlia di un giudice, amico dello zio, Nachodine è la donna da cercare – in comune solo le finali in -ine ma si sa che la memoria fa brutti scherzi – una sua amica di infanzia e compagna di giochi. A questo punto Wilhelm prende in mano la situazione, decide di mettersi in viaggio per andarla a cercare da solo, intima Lenardo di non seguirlo e di non tentare di mettersi sulle sue tracce una volta ritrovata – sospetto per non essere nuovamente depistato – e di credere alla sua parola. Si mette in cammino verso un villaggio indicato da una lettera che gli ha dato Lenardo. Fa dunque visita a un uomo che insieme al figlio ripara e colleziona oggetti antichi. Wilhelm gli mostra il cofanetto trovato dal figlio nel bosco, e gli chiede se è il caso di forzarlo, visto che era sprovvisto di chiave, la risposta che riceve è molto saggia: “se il cofanetto possiede un significato, dovrà occasionalmente trovare la sua chiave, e proprio là dove meno se l’aspetta.”[2] Wilhelm decide di lasciarglielo in custodia e chiede notizie della famiglia di Nachodine. Il vecchio lo rassicura che si darà da fare, e lo invita ad andare insieme al figlio Felix, che nel frattempo l’ha raggiunto a cavallo, alla grande Istituzione Pedagogica dove incontrare il Superiore.

Si rimettono in cammino e arrivano alla piccola comunità popolata solo di adolescenti – e per qualche secondo la mente vola in qualche telefilm di fantascienza dove ci sono sempre società utopiche con adepti con tuniche bianche che venerano strani culti – qui invece i ragazzi si rivolgono a quelli che sono a cavallo con gesti diversi: i più giovani incrociano le braccia sul petto e guardano verso il cielo, i medi tengono le braccia dietro la schiena e guardano la terra, i più grandi, impettiti, le braccia lungo i fianchi, e la testa piegata a destra, si dispongono in fila, altri ragazzi invece rimangono sparpagliati dove sono senza un apparente ordine. Felix chiede subito al Preposto quale gesto compiere, e gli viene suggerito di incrociare le braccia e guardare il cielo. I saluti corrispondono a delle gerarchie ben precise ma altro non viene aggiunto al momento, ogni cosa a suo tempo. Wilhelm nota che sono anche vestiti con colori diversi, di taglio diverso, ma il Preposto li invita a non chiedere altro, regola fondamentale è saper rispettare i segreti, e mai svelare tutto e subito. Decidono quindi di andare a parlare con il Superiore, sullo sfondo i canti dei ragazzi, e il mistero si infittisce sempre più. Scoprono che la musica è il fondamento dell’educazione di tutti i ragazzi, si parte con il canto, poi seguono le specializzazioni con strumenti in regioni remote e isolate per evitare l’angustia sonora di certi esperimenti tipici dei principianti. Wilhelm concorda nella scelta giustamente motivata, mentre a Felix viene assegnato il primo grado di saluto, il padre va a conoscere i Tre Superiori e riceve la prima spiegazione agognata, i tre tipi di saluto servono a insegnare il rispetto secondo tre modalità diverse, verso il cielo, Dio, verso la terra, il nutrimento, il terzo, in piedi e in riga, simboleggia l’essere collegato al mondo con fierezza e senza egoismo. Quelli che non salutano, sono in punizione, vengono ignorati, perché ritenuti indegni di rispetto finché non cambiano atteggiamento. Wilhelm è sempre più ammirato. L’argomento passa alla religione e i Tre lo rassicurano che seguono ugualmente tre forme di rispetto, per la religione etnica, basata sul rispetto per ciò che sta sopra di noi, e per la Storia del Mondo e di tutte le religioni pagane, la religione filosofica, basata sul rispetto per ciò che è uguale a noi e ci aiuta a coltivare il rapporto con i nostri simili e con l’umanità, e la religione cristiana, basata sul rispetto per ciò che sta sotto di noi, attraverso la comprensione del dolore e della sofferenza. Il giorno seguente Wilhelm viene guidato in una galleria ottagonale dove vengono illustrate le religioni, riceve una breve lezione sulla differenza tra miracolo e simbolo: “i miracoli rendono il comune straordinario, i simboli lo straordinario comune…in questo modo il possibile e l’impossibile divengono una cosa sola…Nel simbolo e nella parabola, è il contrario: qui il senso, l’idea, il concetto appaiono come la cosa più alta, straordinaria, irraggiungibile.”[3] Non compare nessuna raffigurazione di Cristo sulla croce, la Storia del Mondo si interrompe qui. I saggi lo invitano ad affidargli il figlio per un anno, non vogliono né possono dare ulteriori spiegazioni in merito all’insegnamento delle religioni. Scopre invece che sono i ragazzi a scegliersi gli abiti da indossare, per i Superiori è ulteriore motivo di studio per scoprire le loro inclinazioni, anche se hanno notato che è usanza comune conformarsi a quanto scelto dagli amici. Wilhelm viene quindi accompagnato ai confini della Provincia Pedagogica con l’impegno di ritornare come concordato con i Tre.

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

Votata migliore colonna sonora in Gran Bretagna, per la serie televisiva Utopia, la Bibbia dei telefilm, 2013, di Cristobal Tapia de Veer.


[1] Ibidem, cap. VII, p. 48.
[2] Ibidem, cap. IX, p. 74.
[3] Ibidem, cap. XI, pp. 90-91.

Pausa pranzo con Frank O’Hara

Le poesie sono cristalli che sedimentano dopo l’effervescente contatto dello spirito con la realtà.

Pierre Reverdy

Questo lunedì afoso una pausa pranzo con Frank O’Hara (1926-1966), poeta, scrittore, critico cinematografico americano, bravissimo pianista, esperto di jazz, morto prematuramente a soli quarant’anni.

“A Step away from them”, è una poesia en plein air, scritta nel 1956, un quadro vibrante di vita e di luci, scorci di pensiero che attraversano e si perdono nella città, assenze che ritornano a essere presenze.

Distante un passo da loro

È l’ora di pranzo, così me ne vado

a camminare tra taxi colorati ronzanti.

Prima, lungo il marciapiede

dove gli operai nutrono i loro torsi

lucidi e sporchi con panini

e Coca-Cola, con in testa i loro caschi

gialli. Li proteggono dai mattoni in caso di caduta,

immagino. Poi sull’Avenue dove le gonne scattano

sui tacchi e si gonfiano sulle inferriate.

Il sole scotta, ma i taxi

agitano l’aria. Guardo

gli affari in saldo negli orologi a polso. Ci sono

gatti che giocano nella segatura. Continuo fino

a Times Square, dove l’insegna

soffia fumo sulla mia testa, e più in alto

la cascata di luci cade leggera.

Un nero sosta davanti a un ingresso

con uno stuzzicadenti in bocca, muovendolo languidamente

una ballerina di fila bionda abbocca: lui

sorride e si gratta il mento. Improvvisamente

tutto comincia a suonare: sono le 12 e 40 di

un giovedì. La luce al neon di giorno è

un piacere immenso, come scriveva Edwin Denby,

visto che ci sono lampadine accese di giorno.

Mi fermo per un cheeseburger al JULIET’S

CORNER. Giulietta Masina, moglie di

Federico Fellini, e bell’attrice,

e un cioccolato al malto. Una signora

tutta volpi in un giorno così mette il suo barboncino

nel taxi. Ci sono parecchi Portoricani

sull’Avenue oggi, rendendola bella e calda. Prima

è morta Bunny[1], poi John Latouche[2],

poi Jackson Pollock. Ma è piena la terra

di vita, quanto lo era di loro?

Uno ha mangiato, un altro cammina,

supera le riviste con le donne nude

e i poster con la CORRIDA e

l’edificio della Manhattan Storage Warehouse,

che presto butteranno giù. Mi viene in mente

che lì c’era l’Armory Show. Un bicchiere di succo di papaya

e ritorno al lavoro. Ho il cuore in

tasca, sono le Poesie di Pierre Reverdy.

——————————————————————————————–

[1] Violet “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice e poetessa, attiva nella scena newyorkese degli anni Quaranta e Cinquanta.

[2] John Latouche (1914-1956), musicista, scrittore e librettista.

——————————————————————————————–

A Step Away From Them

It’s my lunch hour, so I go

for a walk among the hum-colored

cabs. First, down the sidewalk

where laborers feed their dirty

glistening torsos sandwiches

and Coca-Cola, with yellow helmets

on. They protect them from falling

bricks, I guess. Then onto the

avenue where skirts are flipping

above heels and blow up over

grates. The sun is hot, but the

cabs stir up the air. I look

at bargains in wristwatches. There

are cats playing in sawdust.On

to Times Square, where the sign

blows smoke over my head, and higher

the waterfall pours lightly. A

Negro stands in a doorway with a

toothpick, languorously agitating

A blonde chorus girl clicks: he

smiles and rubs his chin. Everything

suddenly honks: it is 12:40 of

a Thursday. Neon in daylight is a

great pleasure, as Edwin Denby would

write, as are light bulbs in daylight.

I stop for a cheeseburger at JULIET’S

CORNER. Giulietta Maina, wife of

Federico Fellini, e bell’attrice.

And chocolate malted. A lady in

foxes on such a day puts her poodle

in a cab.There are several Puerto

Ricans on the avenue today, which

makes it beautiful and warm. First

Bunny died, then John Latouche,

then Jackson Pollock. But is the

earth as full of life was full, of them?

And one has eaten and one walks,

past the magazines with nudes

and the posters for BULLFIGHT and

the Manhattan Storage Warehouse,

which they’ll soon tear down. I

used to think they had the Armory

Show there. A glass of papaya juice

and back to work. My heart is in my

pocket, it is Poems by Pierre Reverdy.

Attraversamenti

56 Lü, Il Viandante

La sentenza

ll viandante. Riuscita per piccolezza.

Al viandante perseveranza è salutare.

In questi giorni di assoluta incertezza, mi torna spesso in mente questo esagramma degli I Ching [1], un oracolo che racchiude un grande insegnamento: la ricerca di nuovo alimento pur affrontando un periodo di totale precarietà.

Al polo opposto, una poesia di un grande poeta inglese, Philip Larkin (1922-1985). Laureato a Oxford, ha pubblicato una serie di romanzi e racconti sotto lo pseudonimo di un alter ego femminile, Brunette Coleman, ambientati in college frequentati solo da ragazze, e vi lascio immaginare il resto. Bibliotecario per necessità, scrittore prolifico, critico musicale, ha curato per anni una rubrica di jazz sul Daily Telegraph.

“Home is so sad” è la perfetta rappresentazione di una domesticità trascurata, l’interno che smette di essere accogliente, se non ha più emozioni vitali che lo abitano.

 

La casa è così triste

 

La casa è così triste. Rimane come è stata lasciata,

Modellata secondo gli agi dell’ultimo che se n’è andato

Come per richiamarlo a sè. Invece, privata

Di qualcuno da compiacere, si inaridisce così tanto,

Che non ha più cuore da mettere accanto alla rapina.

 

E si rivolge a quello che era cominciato una volta,

Un colpo gioioso su come le cose dovevano essere,

Da tempo disattese. Si può vedere come era:

Guarda i quadri e le posate.

La musica sullo sgabello del piano. Quel vaso.

——————————————————————————————–

Home Is So Sad

 

Home is so sad. It stays as it was left,

Shaped in the comfort of the last to go

As if to win them back. Instead, bereft

Of anyone to please, it withers so,

Having no heart to put aside the theft.

 

And turn again to what it started as,

A joyous shot at how things ought to be,

Long fallen wide. You can see how it was:

Look at the pictures and the cutlery.

The music in the piano stool. That vase.

[1] I Ching, Il libro dei mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di C.G. Jung, Adelphi, Milano, 1995.

Attraversamenti

56 Lü, Il Viandante

La sentenza

ll viandante. Riuscita per piccolezza.

Al viandante perseveranza è salutare.

In questi giorni di assoluta incertezza, mi torna spesso in mente questo esagramma degli I Ching [1], un oracolo che racchiude un grande insegnamento: la ricerca di nuovo alimento pur affrontando un periodo di totale precarietà.

Al polo opposto, una poesia di un grande poeta inglese, Philip Larkin (1922-1985). Laureato a Oxford, ha pubblicato una serie di romanzi e racconti sotto lo pseudonimo di un alter ego femminile, Brunette Coleman, ambientati in college frequentati solo da ragazze, e vi lascio immaginare il resto. Bibliotecario per necessità, scrittore prolifico, critico musicale, ha curato per anni una rubrica di jazz sul Daily Telegraph.

“Home is so sad” è la perfetta rappresentazione di una domesticità trascurata, l’interno che smette di essere accogliente, se non ha più emozioni vitali che lo abitano.

 

La casa è così triste

 

La casa è così triste. Rimane come è stata lasciata,

Modellata secondo gli agi dell’ultimo che se n’è andato

Come per richiamarlo a sè. Invece, privata

Di qualcuno da compiacere, si inaridisce così tanto,

Che non ha più cuore da mettere accanto alla rapina.

 

E si rivolge a quello che era cominciato una volta,

Un colpo gioioso su come le cose dovevano essere,

Da tempo disattese. Si può vedere come era:

Guarda i quadri e le posate.

La musica sullo sgabello del piano. Quel vaso.

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Home Is So Sad

 

Home is so sad. It stays as it was left,

Shaped in the comfort of the last to go

As if to win them back. Instead, bereft

Of anyone to please, it withers so,

Having no heart to put aside the theft.

 

And turn again to what it started as,

A joyous shot at how things ought to be,

Long fallen wide. You can see how it was:

Look at the pictures and the cutlery.

The music in the piano stool. That vase.

[1] I Ching, Il libro dei mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di C.G. Jung, Adelphi, Milano, 1995.

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