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Quel gran genio del mio amico

Lui saprebbe cosa fare..

Il bardo compie 453 anni, portati benissimo. Oggi leggevo un commento sulla pagina del Museo del Prado di Madrid di un simpatico lettore che smentiva la coincidenza della data di morte dei due grandi scrittori, Shakespeare (nato e morto lo stesso giorno il 23/4) e Cervantes, genio spagnolo. Non sono in grado di fare calcoli astrusi confrontando i due calendari, gregoriano e non, per cui Cervantes sarebbe morto a maggio e le date non coinciderebbero. Mi piace credere alla sincronicità degli eventi. 1616, 23 Aprile. Giornata mondiale del libro eletta dall’Unesco.

Cervantes, nato nel 1547, cristiano nuovo, di sangue ebraico, ha avuto a dir poco una vita avventurosa. Il padre era un cerusico, il bisnonno un mercante di stoffe, dal 1551 al 1562 la famiglia Cervantes è in giro per la Spagna, prima a Valladolid, poi a Cordova e Madrid. Nel 1552 il padre, tanto per rimanere tranquilli, viene imprigionato per debiti. Cervantes entra in contatto con l’umanista Juan Lopez de Hoyoz che lo considera un discepolo di grande talento. E infatti gli vengono pubblicati alcuni componimenti insieme a una raccolta di scritti di Lope de Hoyoz. Cervantes nel frattempo è fuggito in Italia per evitare di essere imprigionato per aver ferito Antonio de Segura e si mette al servizio del legato papale in Spagna. Nel 1570 si arruola nel corpo di Marcantonio Colonna che si riunisce a Napoli per la guerra contro i Turchi. Partecipa alla Battaglia di Lepanto dove viene ferito gravemente al petto e perde per sempre l’uso della mano sinistra. Rientra a Messina dove fa parte di un altro reggimento e si sposta a Napoli, città che avrà un ruolo fondamentale nella sua formazione. Sollecitato dal fratello Rodrigo si imbarca insieme a lui in una nuova compagnia con l’intenzione di tornare in Spagna. Assaliti dai pirati, Rodrigo e Miguel vengono fatti prigionieri e portati come schiavi ad Algeri, il prezzo del riscatto è molto alto. Nel 1576 tenta di scappare con scarsi risultati, nel 1577 i famigliari riescono a far liberare Rodrigo e non Miguel per cui si chiede un prezzo ancora più alto. Tenta di scappare nuovamente altre due volte e nel 1580 riesce a ritornare in Spagna, accumulando un debito piuttosto elevato per le spese del riscatto. Spera che Filippo II lo aiuti con una donazione per meriti di guerra e per la lunga prigionia ma riceve 100 ducati per una missione diplomatica a Orano. Dopo la nascita dell’unica figlia Isabel nel 1584, vessato dai debiti, decide di andare a Seviglia come commissario dell’Invincibile Armata e si mette a fare anche l’esattore di imposte. In questo periodo compone La Galatea, prima sua opera importante. Nel 1585 gli muore il padre. Nel 1586 si stabilisce a Siviglia e nel 1587 per non farsi mancare nulla, riceve una scomunica dalle autorità ecclesiastiche per alcune requisizioni. Viene assolto e nuovamente scomunicato dal clero di Cordova.

Afflitto, chiede al re di assegnargli un incarico, nell’ordine, amministratore a Granada – riceve un bel no – allora ritenta come governatore in Guatemala – ni hablar, amministratore delle galere a Cartagena in Colombia, niente, riprova con La Paz. No, no e no.

Nel 1591 si mette al servizio di Pedro de Isunza, nel ruolo di esattore per tutta l’Andalusia. Nel 1592 si impegna a scrivere sei novelle e non ne completa nemmeno una. Viene imprigionato per malversazione. Nel 1593 muore la madre. Segue un biennio oggettivamente difficile, nel 1595 vince un concorso letterario per alcune redondillas, componimenti con versi ottonari. Nel 1597 è di nuovo in carcere per il fallimento di un banchiere presso cui ha depositato il denaro delle riscossioni. Continua a scrivere. Nel 1600 muore il fratello Rodrigo. Nel 1602 viene imprigionato per dubbi su riscossioni mai pervenute a chi di dovere. Inizia a occuparsi della stesura del Don Chisciotte. Nel 1605 esce la prima edizione a Madrid. Viene imprigionato con l’accusa di essere il responsabile dell’assassinio del cavaliere Gaspar de Ezpeleta, ferito mortalmente vicino a casa sua. Liberato dopo un giorno perché ritenuto innocente. Nel 1609 diventa membro della Confraternita del Santo Sacramento. Nel 1610 perde le due sorelle Andrea e Magdalena, ottiene la protezione dell’arcivescovo di Toledo e del conte di Lemos e si può dedicare alla stesura del secondo Chisciotte, e al Viaggio nel Parnaso. Nel 1613 gli pubblicano le sue Novelle esemplari, e nel 1614 il Viaggio nel Parnaso. Si qualifica al terzo posto per una gara letteraria in onore di Santa Teresa d’Avila. Nel 1615 inizia il Persile, e la seconda parte del Don Chisciotte, tutte le opere sono dedicate al suo benefattore, il conte di Lemos. Ammalato di idropisia, muore a Madrid il 22 Aprile del 1616. L’Ultima sua opera viene pubblicata postuma con il titolo Le Perizie di Persile e Sigismonda, storia settentrionale.

Il viaggio continua.

– Perdonami amico, di averti dato occasione di parere pazzo quanto me, facendoti cadere nell’errore che son caduto io, e cioè che esistano cavalieri erranti.

– Ah rispose – Sancho piangendo – non muoia, signor padrone, non muoia: accetti il mio consiglio e viva molti anni; perché la maggiore pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi. Se lei muore dal dispiacere di essere stato vinto, la colpa la dia a me, dicendo che la scavalcavano perché io avevo sellato male Ronzinante; tanto più che lei l’avrà visto nei suoi libri di cavalleria, è cosa comune che i cavalieri si scavalchino tra loro, e che il vinto d’oggi sia il vincitore di domani.

– Verissimo – disse Sansone – e il buon Sancho dice molto bene: vanno proprio così quei fatti.

– Signori – riprese Don Chisciotte – andiamo piano; acqua passata non macina più. Io fui pazzo e ora son savio, fui Don Chisciotte della Mancia, e ora come ho detto, sono Alonso Chisciano il Buono: possano il mio pentimento e la mia sincerità rendermi la stima che si aveva un tempo di me, e il signor notaro prosegua pure. [1]

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[1] Don Chisciotte II, 74, pp. 1208-1209, edizione I Meridiani, Mondadori, Milano, Traduzione di Ferdinando Carlesi.

 

London’s calling #6: I casi di Fleet Street

Luoghi nonluoghi superluoghi liberamente rivisitati

Torniamo alla mitica Fleet Street, una volta la strada dell’inchiostro sede dei principali giornali che ora si sono trasferiti nella più tecnologica Canary Wharf e a Wapping (dove un tempo impiccavano i pirati), rimane popolata da avvocati parrucconi settecenteschi, c’è il Tribunale o meglio The Royal Courts of Justice, Temple Bar – anticamente la porta di Londra, progettata da Christopher Wren, l’architetto Scricciolo, dopo l’incendio che distrusse la città nel 1666 – punto di raccordo con lo Strand, strada che costeggia Embankment e il Tamigi, confluisce nel tragitto ad arco di Aldwych e sfocia nella piazza con i leoni di Trafalgar Square. Nelle vicinanze il ponte di Sir Robert Foster che collega la Cattedrale di St Paul’s alla Tate Modern, e rimanendo sullo Strand un altro posto straordinario, Somerset House, galleria di arte, centro per convegni, luogo di incontro per aperitivi tra colonne neoclassiche e fontane a cascate. Chi ama l’horror saprà che Sweeney Todd, il barbiere serial killer bazzicava da queste parti.
L’edificio misterioso dell’area rimane il Tempio dei Massoni, La Loggia, The Lodge, pavimento a scacchi bianco e nero, simbolo dell’incontro tra luce e giorno, vita e morte, bene e male, ordinati in un schema ricorrente nella vita di ogni uomo, museo, biblioteca, visitabile su prenotazione. Quando si nomina il Tempio, partono nella mente spezzoni di film con riunioni segrete, da Sherlock Holmes mentre indaga il caso di Jack lo Squartatore alla scena con le maschere in Kubrick con la colonna sonora inquietante di una messa al contrario di Jocelyn Pook, e non solo, sorprendentemente anche nello spazio, il Sergente Apone, in Aliens, il primo della serie “questa volta è guerra”, nel 2179 porta un anello massonico, con tanto di compasso e squadra, se la cava solo Ripley e a caro prezzo. Al cinema i massoni decidono il destino del mondo in luoghi occulti, che noi spiamo con un misto di timore e curiosità morbosa.
“Hai visto quando gli ha dato la mano?”
“Quando? Dove? Chi?”
“Non l’hai visto? È una scena fondamentale.”
“Se me la ripeti, mi fai un favore.”
“L’anello, l’anello con la Grande G, Il Grande Architetto. E non solo, anche la costellazione dei Gemelli nell’emisfero boreale, Gemini, una sorta di mappa della via di iniziazione.”
E qui capisci che ti sei perso qualcosa per strada, altro che conoscere è ricordare, non ricordi proprio, la memoria fa spazio ad altro. Non è l’anello di Gollum, anche se c’è chi ha tentato di vedere dei paralleli con la simbologia della massoneria persino nel Signore degli Anelli, forse per la mitologia complicata e le prove da affrontare.
Nel frattempo sono già arrivata davanti all’ingresso sontuoso dell’Hotel Savoy, ora c’è pure quel mastino di Gordon Ramsey, un duro ex-giocatore di football in prova tra i colossi dei Rangers che divenne chef per un infortunio al ginocchio, ma questa è un’altra storia…

§

A cena dai pirati

Sospettavo che la dieta dei pirati fosse ricca di sorprese ma dopo aver letto il libro di Anna Spinelli(1), ho scoperto un sacco di aneddoti interessanti.

Significativamente il bucaniere era il cacciatore che si occupava di affumicare e salare la carne sulla griglia. Il termine boucan cominciò a diffondersi nelle Antille, a Hispaniola, la prima isola a essere colonizzata e abbandonata. Divenne un sinonimo di barbacoà, l’equivalente dell’inglese barbecue. I boucan erano dei graticci di legno su cui venivano essicate le carni. Nel XVII secolo il maroon era ancora associato alla figura del bucaniere, in seguito assunse una connotazione diversa che descriveva la punizione riservata al pirati traditori che venivano abbandonati in un’isola deserta con una borraccia d’acqua, delle gallette e un’arma da fuoco se ci fosse stata la necessità di togliersi la vita.

Il marauder invece faceva parte di quelle bande di bambini poveri che venivano abbandonati e vivevano di furti e che generalmente finivano per essere venduti come schiavi sulle navi. Il filibustiere indicava chi viveva di saccheggi, dall’inglese freebooter.

La maggior parte delle informazioni sulla vita dei pirati ci sono state tramandate dal pirata medico Alexandre Olivier Exquemelin (1645-1707) che nel 1678 pubblicò La vita dei bucanieri. Sir Henry Morgan (1635-1688) non gli perdonò mai di aver rivelato le sue origini, l’umiliazione subita quando fu venduto all’età di quattro anni e imbarcato come schiavo su una nave che partiva per le Americhe. Il celebre maroon scozzese Alexander Selkirk ispirò Daniel Defoe per la stesura di Robinson Crusoe (1719).

Nel 1671 il pirata Morgan e la sua ciurma impegnati in un assalto a Panama, nel tentativo di risalire il fiume Chagres per fare provviste, dopo una settimana di penuria, furono costretti a cibarsi di borse, scarpe, stivali e cinture bollite.

Black Bart (1682-1722) rimane uno dei pirati più famosi, la sua Jolly Roger lo ritraeva con la spada in mano e due crani sotto i piedi con le sigle ABH e AMH (A Barbadian’s head and A Martican’s head, due isole in cui aveva subito pesanti sconfitte). Bart venne ucciso in uno scontro a fuoco con una nave avversaria mentre stava facendo colazione. L’equipaggio non riuscì a salvarlo perché reduce da una sbornia di rum.

Ecco alcuni piatti tipici

Superalcolici

Rum

Daiquiri

Punch

Grog

2/3 di acqua, 1/3 di rum

Bumbo

Rum, melassa o sciroppo di zucchero, acqua e spezie

Generalmente si beveva a terra nei bordelli. Il nome derivava dalla parola bumboat che indicava una scialuppa dalle curve arrotondate ma era anche l’imbarcazione usata dalle prostitute. Secondo invece l’etimologia americana avrebbe preso il nome da un ammiraglio con lo stesso cognome.

Flip

Lett. colpo di frusta, a base di birra e alcolici. Dal XVII secolo veniva fatto con il rum che veniva scaldato con un ferro rovente.

Rumfustian (per imprese disperate, letale)

Un bicchiere di rum, polvere da sparo, acqua di mare q.b. , cannella e noce moscata.

Bevande

Acqua dolce stivata in barili (a lungo andare si riempivano di alghe putrescenti)

Tè

Caffè

Minestre

Zuppe di piselli e cereali, a scelta del cambusiere (sempre un rischio)

Carni

Un classico: maiale con le pere

(Di solito essiccate venivano cucinate con frutta secca o brodi vegetali)

Pesce

Oloturie (i cetrioli di mare) e okra

Tartarughe in salsa bianca (consigliate per prevenire lo scorbuto)

Baccalà

Specialità

Insalata profumata (verdure fresche condite con cannella, aglio, zenzero, mandorle precedentemente tostati in padella)

Cozze con strisce di cotenna di maiale

Formaggi

Gallette abbrustolite con formaggio fuso

Croste di parmigiano (in caso di approvvigionamenti fortunati)

Dolci

Panpepato

Biscotti secchi

Marmellate e confetture varie

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Nel dubbio incomincerei con un Daiquiri…alla faccia dei pirati 😉

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(1) La cucina dei pirati, Fernandel, 2009 Ravenna.

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