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Keats e l’umor nero

Frontispiece for the 1638 edition of The Anato...

 

 

 

 

 

 

 

 

I confronti sono odiosi

Robert Burton, Anatomia della Malinconia, 1621

Nell’ultimo mese di questo faticoso 2012 sono andata a rileggere alcuni versi di John Keats (1795-1821), il poeta romantico per eccellenza, spesso ricordato per l’ode all’usignolo o usignuolo a seconda delle antologie, omaggiato anche in un saggio di Borges[1], che citando Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer apre uno scorcio illuminante sulla dimensione atemporale:

Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente tra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quello che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro.[2]

Sempre secondo Borges, Keats ha intuito attraverso la poesia l’importanza dell’archetipo, la forma-pensiero dell’immaginario umano.

L’Ode alla Malinconia [3] offre un ritratto significativo, la personificazione delicata di uno stato d’animo sfuggente come una nuvola, il paesaggio emotivo dell’umor nero nel 1819, quasi due secoli fa, un passato che si rinnova a ogni lettura.

Ode alla Malinconia

1

No, no, non andare al Lete, non strizzare

Le radici salde dall’aconito per un vino velenoso;

Né sopporta che la tua fronte pallida sia baciata

Dalla belladonna, il grappolo rubino di Proserpina;

Non farne un rosario di bacche del tasso,

Né lascia che lo scarabeo, o la falena della morte siano

La tua Psiche luttuosa, né la civetta piumata

Sia tua amante nei misteri del dolore;

Perché l’ombra all’ombra torni troppo placidamente,

E anneghi l’angoscia insonne dell’anima.

2

Ma quando arriverà l’attacco malinconico

Fulmineo dal cielo come una nuvola lacrimosa,

Che nutre tutti i fiori dal capo appassito,

E nasconde la collina verde nel sudario di Aprile;

Nutri allora il tuo dolore con una rosa del mattino,

O con l’arcobaleno di un’onda salata di sabbia,

O con la ricchezza delle peonie rotonde;

O se la tua compagna mostra una rabbia più ricca,

Imprigiona la sua morbida mano, e lascia che deliri,

E nutriti a fondo, profondamente dei suoi occhi senza pari.

3

Sì, Lei abita con la Bellezza – La Bellezza che deve morire;

E la Gioia, la cui mano sta sempre sulle labbra

A invocare l’addio; e vicino il doloroso Piacere,

Che muta in veleno mentre succhia con la bocca d’ape:

Sì, nello stesso tempio del Diletto,

La Malinconia velata ha il suo altare sovrano,

Anche se nessuno la scorge se non colui che con lingua ostinata

Sa schiacciare il grappolo della Gioia sul palato raffinato;

La sua anima avrà il sapore della tristezza della sua potenza,

E rimarrà sospesa tra i suoi trofei nuvolosi.

——————————————————————————————–

Ode on Melancholy

1

No, no, go not to Lethe, neither twist

Wolf’s-bane, tight-rooted, for its poisonous wine;

Nor suffer thy pale forehead to be kiss’d

By nightshade, ruby grape of Proserpine;

Make not your rosary of yew-berries,

Nor let the beetle, nor the death-moth be

Your mournful Psyche, nor the downy owl

A partner in your sorrow’s mysteries;

For shade to shade will come too drowsily,

And drown the wakeful anguish of the soul.

2

She dwells with Beauty—Beauty that must die;

But when the melancholy fit shall fall

Sudden from heaven like a weeping cloud,

That fosters the droop-headed flowers all,

And hides the green hill in an April shroud;

Then glut thy sorrow on a morning rose,

Or on the rainbow of the salt sand-wave,

Or on the wealth of globed peonies;

Or if thy mistress some rich anger shows,

Emprison her soft hand, and let her rave,

And feed deep, deep upon her peerless eyes.

3

And Joy, whose hand is ever at his lips

Bidding adieu; and aching Pleasure nigh,

Turning to poison while the bee-mouth sips:

Ay, in the very temple of Delight

Veil’d Melancholy has her sovran shrine,

Though seen of none save him whose strenuous tongue

Can burst Joy’s grape against his palate fine;

His soul shalt taste the sadness of her might,

And be among her cloudy trophies hung.


[1] L’usignuolo di Keats, pp. 120-123, Altre Inquisizioni, Borges, Feltrinelli, Milano 1993.

[2] Ibidem, p. 121.

[3] Dal greco melancolia, termine dell’antica medicina che indicava uno stato di abbassamento dell’umore che si credeva dovuto a una eccessiva secrezione di bile nera da parte del fegato (in Greco: melanos = nero e chole = bile).

Spinoza riflesso in versi

 

“Non si discute per aver ragione ma per capire.”

Jorge Luis Borges

Ho scoperto che in Italia esiste un concorso letterario dedicato a chi vuole scrivere una poesia sulle opere di Baruch Spinoza (1632-1677). Quest’anno è stato annullato ma chissà forse verrà riattivato il prossimo. Una vita intensa, seppure breve, impiegata nella redazione di un’opera fondamentale per il pensiero occidentale, l’Ethica, uscita postuma nel 1677 insieme al Trattato sull’emendazione dell’intelletto. Il Trattato su Dio, l’uomo e la felicità, scritto intorno al 1660, venne invece pubblicato solamente nell’ ‘800. Un filosofo che pagò a caro prezzo l’amore per la sua indipendenza, allontanato dalla stessa famiglia, scomunicato e bandito dalla Sinagoga, rinunciò alla cattedra universitaria perché temeva che potesse compromettere la sua libertà di pensiero e accettò un impiego come molatore di vetri ottici. Un mestiere che stranamente ha qualche attinenza con la sua ricerca, riformulare una nuova visione. In Spinoza, il pensiero cartesiano prende una direzione nuova, res cogitans e res extensa diventano due infiniti attributi della sostanza di Dio. Dio è l’unica sostanza esistente, “tutto ciò che è, è in Dio, senza Dio, nessuna cosa può essere, né essere concepita.” Dio viene descritto come necessità assoluta di essere, da cui derivano gli infiniti attributi e gli infiniti modi che costituiscono il mondo. Come dall’infinito si arrivi al finito non viene spiegato, resta un’aporia.

La ricerca della felicità non sta nel conseguire né i piaceri dei sensi, né le ricchezze, né gli onori che devono essere visti solo come mezzi, e mai come fini, per vivere in funzione di un obiettivo supremo. La distinzione tra bene e male rimane un fatto assolutamente interpretativo privo di valenza oggettiva: “…Il bene e il male non indicano nulla che esista ontologicamente nelle cose considerate in sé oggettivamente, ma sono essi pure ‘modi di pensiero’ e nozioni che l’uomo si forma paragonando le cose fra loro e riportandole a sé.”

Si parte da Dio per ridare un significato nuovo all’uomo. Per capire meglio il senso, ecco che ancora una volta ci viene incontro la poesia. Nell’impresa di tradurre in versi il pensiero spinoziano si è già cimentato a suo tempo un altro scrittore illuminato, Jorge Luis Borges, lasciandoci due splendidi ritratti rivelatori.

Baruch Spinoza

 

L’occaso, caligine d’oro, barbaglia

Sulla finestra. L’assiduo manoscritto

Aspetta, già pregno di infinito.

Qualcuno costruisce un Dio nella penombra.

Un uomo genera un Dio. È un ebreo

Di tristi occhi e di pelle olivastra;

Il tempo lo trasporta come trascina il fiume

Una foglia nell’acqua che discende.

Non importa. Il mago insiste e forgia

Dio con geometria raffinata;

Dalla sua debolezza, dal suo nulla,

Seguita a modellare Dio con la parola.

Il più generoso amore gli fu largito,

L’amore che non chiede di essere amato.

 

Spinoza

 

Le diafani mani dell’ebreo

Tagliano nella penombra le lenti;

Muore la sera tra paura e freddo.

(Le sere sono uguali a ogni altra sera.)

Ma le mani e lo spazio di giacinto

Che impallidisce il confine del Ghetto

Appena esistono per l’uomo quieto

Che sta sognando un chiaro labirinto.

Non lo turba la fama, che è riflesso

Di altri sogni nel sogno dello specchio,

Né l’amore pudico delle vergini.

Libero da metafora e da mito

Intaglia un arduo vetro: l’infinito

Ritratto di Chi è tutte le sue stelle.[1]


[1] Tratta dalla raccolta a cura di Domenico Porzio, L’altro, lo stesso, ne I Meridiani, Jorge Borges, Mondadori, Milano, 1998.








			

Spinoza riflesso in versi

 

“Non si discute per aver ragione ma per capire.”

Jorge Luis Borges

Ho scoperto che in Italia esiste un concorso letterario dedicato a chi vuole scrivere una poesia sulle opere di Baruch Spinoza (1632-1677). Quest’anno è stato annullato ma chissà forse verrà riattivato il prossimo. Una vita intensa, seppure breve, impiegata nella redazione di un’opera fondamentale per il pensiero occidentale, l’Ethica, uscita postuma nel 1677 insieme al Trattato sull’emendazione dell’intelletto. Il Trattato su Dio, l’uomo e la felicità, scritto intorno al 1660, venne invece pubblicato solamente nell’ ‘800. Un filosofo che pagò a caro prezzo l’amore per la sua indipendenza, allontanato dalla stessa famiglia, scomunicato e bandito dalla Sinagoga, rinunciò alla cattedra universitaria perché temeva che potesse compromettere la sua libertà di pensiero e accettò un impiego come molatore di vetri ottici. Un mestiere che stranamente ha qualche attinenza con la sua ricerca, riformulare una nuova visione. In Spinoza, il pensiero cartesiano prende una direzione nuova, res cogitans e res extensa diventano due infiniti attributi della sostanza di Dio. Dio è l’unica sostanza esistente, “tutto ciò che è, è in Dio, senza Dio, nessuna cosa può essere, né essere concepita.” Dio viene descritto come necessità assoluta di essere, da cui derivano gli infiniti attributi e gli infiniti modi che costituiscono il mondo. Come dall’infinito si arrivi al finito non viene spiegato, resta un’aporia.

La ricerca della felicità non sta nel conseguire né i piaceri dei sensi, né le ricchezze, né gli onori che devono essere visti solo come mezzi, e mai come fini, per vivere in funzione di un obiettivo supremo. La distinzione tra bene e male rimane un fatto assolutamente interpretativo privo di valenza oggettiva: “…Il bene e il male non indicano nulla che esista ontologicamente nelle cose considerate in sé oggettivamente, ma sono essi pure ‘modi di pensiero’ e nozioni che l’uomo si forma paragonando le cose fra loro e riportandole a sé.”

Si parte da Dio per ridare un significato nuovo all’uomo. Per capire meglio il senso, ecco che ancora una volta ci viene incontro la poesia. Nell’impresa di tradurre in versi il pensiero spinoziano si è già cimentato a suo tempo un altro scrittore illuminato, Jorge Luis Borges, lasciandoci due splendidi ritratti rivelatori.

Baruch Spinoza

 

L’occaso, caligine d’oro, barbaglia

Sulla finestra. L’assiduo manoscritto

Aspetta, già pregno di infinito.

Qualcuno costruisce un Dio nella penombra.

Un uomo genera un Dio. È un ebreo

Di tristi occhi e di pelle olivastra;

Il tempo lo trasporta come trascina il fiume

Una foglia nell’acqua che discende.

Non importa. Il mago insiste e forgia

Dio con geometria raffinata;

Dalla sua debolezza, dal suo nulla,

Seguita a modellare Dio con la parola.

Il più generoso amore gli fu largito,

L’amore che non chiede di essere amato.

 

Spinoza

 

Le diafani mani dell’ebreo

Tagliano nella penombra le lenti;

Muore la sera tra paura e freddo.

(Le sere sono uguali a ogni altra sera.)

Ma le mani e lo spazio di giacinto

Che impallidisce il confine del Ghetto

Appena esistono per l’uomo quieto

Che sta sognando un chiaro labirinto.

Non lo turba la fama, che è riflesso

Di altri sogni nel sogno dello specchio,

Né l’amore pudico delle vergini.

Libero da metafora e da mito

Intaglia un arduo vetro: l’infinito

Ritratto di Chi è tutte le sue stelle.[1]


[1] Tratta dalla raccolta a cura di Domenico Porzio, L’altro, lo stesso, ne I Meridiani, Jorge Borges, Mondadori, Milano, 1998.








			

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