Next exhibition to be seen in Venice at Palazzo Ducale (please see link above) will be dedicated to Vittore Carpaccio (1465-1526) from March 18th until June 18th.
La prossima mostra da vedere a Venezia a Palazzo Ducale (si veda link sopra) sarà dedicata a Vittore Carpaccio (1465-1526) dal 18 Marzo al 18 Giugno, 2023.
Curated by the great art historian Peter Humfrey, Carpaccio’s new exhibition will be held in Washington (USA) and in Venice, with a selection of the artist’s best works.
Curata dal grande storico dell’arte Peter Humfrey, la nuova mostra su Carpaccio, si terrà sia a Washington che a Venezia con una selezione dei migliori lavori dell’artista.
Considerato una sorta di Ulisse della Venezia del XV secolo, l’artista venne riscoperto nell’Ottocento da John Ruskin che gli dedicò pagine raffinatissime.
Considered a sort of Ulysses of the XVth Venice, the artist was re-discovered in the 19th century by John Ruskin who wrote sublime lines on his art.
Mancano poche ore al “desio” del NUOVO ANNO, ringrazio sentitamente D’Annunzio, Soundcloud, Palazzo Ducale che ho frequentato quest’anno più di chiunque altro, Giacomo Casanova, I Piombi, Silvio Pellico, Ezra Pound e la Giornata Mondiale del Libro, quel gran genio di Leonardo, la Biennale, i Maya, Ernest Hemingway, Peggy Guggenheim, Melania Mazzucco, Jacopo Robusti Tintoretto, le 500 Chicche di Riso di Alessandro Pagani, il Rinoceronte, San Marco, i cieli di Venezia, tutte le persone che sono passate da queste parti, propizia è PERSEVERANZA!
È arrivato il momento di affrontare la lettura della trilogia incompiuta del Melograno di Gabriele D’Annunzio. La prefazione coltissima nell’edizione Oscar Mondadori è a cura di Anco Marzio Mutterle, che in tempi lontani è stato mio professore di Letteratura Italiana a Ca’ Foscari. La stesura del romanzo è stata sofferta, la variazione del titolo già dice molto. Leggendo la fitta corrispondenza con gli editori, prima si doveva chiamare La Sublime Avventura, poi La Grazia per approdare al titolo finale Il Fuoco (1897), il fuoco di una passione che lascerà il segno. D’Annunzio si fa trascinare così tanto dalla forza dirompente del fuoco che i due romanzi successivi si perdono lungo la via, La Vittoria dell’Uomo (o La Corona) e Il Trionfo della vita.
C’è chi ha visto nella descrizione di un amore durato meno di un anno un parallelo tra la Foscarina – l’attrice nel romanzo – ed Eleonora Duse – l’attrice nella vita del poeta – che forse non gradiva essere riconosciuta in modo troppo plateale. Gli eteronimi nella finzione lasciano ampio spazio all’immaginazione, Stelio Èffrena indubbiamente è l’ideale di artista al quale D’Annunzio aspira, tutto concentrato sulla realizzazione della sua opera anche a scapito delle donne che gli stanno accanto e che attivano possibili flussi narrativi.
Il primo capitolo si apre in uno scenario straordinario, la sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, in un linguaggio ormai troppo distante per i nostri geroglifici quotidiani ma da cui si capisce che l’adulazione funziona sempre. È Stelio che vuole essere al centro di quel quadro magnifico.
Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.
La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.
Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.
Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:
Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.
Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.
Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.
La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.
Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.
Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:
Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.
Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.
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