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Tempo di primavera

Welsh poet Dylan Thomas

Una bella poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che gli si è aggiunta una bella poesia.

Dylan Thomas

E allora oggi vi propongo “Here in this spring”, una riflessione sul senso del tempo tratta dai Collected Poems, una raccolta di tutte le poesie scritte dal 1934 al 1953 del grande poeta gallese.

Qui in questa primavera

Qui in questa primavera, le stelle navigano il vuoto;

Qui in questo inverno ornamentale

Colpisce a raffica il tempo nudo;

Quest’estate seppellisce l’uccello di primavera

Si scelgono i simboli dal lento alternarsi

Degli anni delle coste delle quattro stagioni,

In autunno insegnano fuochi di tre stagioni

E note di quattro uccelli.

Dovrei distinguere l’estate dagli alberi, i vermi

descrivono, se è il caso, le tempeste dell’inverno

O il funerale del sole;

Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo

E la lumaca dovrebbe insegnarmi la distruzione.

Un verme descrive l’estate meglio dell’orologio,

La lumaca è un calendario vivente di giorni;

Che cosa mi dirà se un insetto senza tempo

Dice che il mondo si consuma lentamente?

——————————————————————————————–

Here in this spring

Here in this spring, stars float along the void;

Here in this ornamental winter

Down pelts the naked weather;

This summer buries a spring bird.

Symbols are selected from the years’

Slow rounding of four seasons’ coasts,

In autumn teach three seasons’ fires

And four birds’ notes.

I should tell summer from the trees, the worms

Tell, if at all, the winter’s storms

Or the funeral of the sun;

I should learn spring by the cuckooing,

And the slug should teach me destruction.

A worm tells summer better than the clock,

The slug’s a living calendar of days;

What shall it tell me if a timeless insect

Says the world wears away?

Well well well

Ogni anno, come sempre, vado a vedere la Biennale. Come ogni anno? Ma non si chiama Biennale? Appunto, si alternano le Biennali di Arte con quelle di Architettura.

Quest’anno, il tema della mostra erano le “Illuminazioni”, un titolo quasi diderottiano, con l’implicito gioco di parole tra illumina + nazioni…in realtà anche un omaggio alle “illuminazioni” di Rimbaud, nel senso di intuizioni o visioni raccontate.

Purtroppo le illuminazioni coinvolgono un panorama piuttosto lugubre. Del Padiglione Italia se n’è parlato anche troppo, ma devo ammettere che il richiamo agli uccelli di Hitchcock ha sempre il suo fascino. Ci sono delle eccezioni, sorprendenti le light boxes di Pipilotti Rist con la rappresentazione classica di Venezia, quasi stereotipata, immersa in paesaggi visionari subacquei. “Hippy Dialectics” di Nathaniel Mellors è un lavoro pieno di humour, due teste parlanti che si parlano sopra, ripetendo in continuazione “very interesting”, come se tentassero di convincersi l’un l’altro.

La Francia propone l’opera di Christian Boltanski, “Chance”, un’installazione sul caso e la relazione tra vita e morte. Nella sala “Essere di nuovo” scorrono sullo schermo i volti di 60 Polacchi neonati e di 52 Svizzeri deceduti, il visitatore schiaccia un bottone e improvvisamente compare sullo schermo l’immagine di un volto composto da fotogrammi diversi, se per combinazione le tre parti corrispondono allo stesso neonato, una musica annuncia che si è vinto l’opera. Nel frattempo in un’altra sala si continuano a contare quanti uomini muoiono nel mondo e quanti bambini nascono nel mondo. Ogni giorno nascono 200.000 bambini in più rispetto agli uomini che muoiono. Sulla locandina avvertono che per tutta la durata della Biennale sarà possibile giocare online, e mi chiedo chi abbia voglia di mettersi nei panni della dea bendata… Tutta la mia solidarietà alla guardasala costretta a sopportare il rumore assordante dei fotogrammi otto ore al giorno.

La Gran Bretagna ospita l’intervento invasivo di Mike Nelson, “I impostor”, vedendo la mostra si capisce subito perché. All’entrata la coda composta viene redarguita da una signorina che dà tre indicazioni preoccupanti: fa molto caldo, state attenti alle borse e alla testa. A quel punto si entra già titubanti, l’intero edificio è stato trasformato in una specie di bottega antica, un’enorme maquette claustrofobica con tanto di corte interna. Dopo pochi passi non si può fare a meno di desiderare l’agognata uscita.

Di fronte agli Stati Uniti troneggia un grande carro armato con un manichino che corre sul tapis roulant, dentro il padiglione una copia della statua della libertà distesa sul lettino abbronzante, alcuni reperti di sedili di aereo e un bancomat organo.

Il padiglione della Germania ha una delle installazioni più impressionanti che abbia mai visto, la creazione di una vera e propria chiesa, la “Chiesa della Paura” di Christoph Schlingensief, morto per un cancro ai polmoni poco prima della Biennale. È un lavoro veramente immane con la ricostruzione dettagliata di un’iconografia sacra con tanto di reliquario.

Il Giappone ha invece scelto come tema l’idea di una zuppa invertita, la “teleco-soup”, un’installazione in cui si ribaltano continuamente le relazioni tra acqua e cielo, fluido e recipiente. A parte alcuni bambini che si divertivano a tuffarsi nelle immagini onde, la sensazione destabilizzante resta indubbiamente la nota dominante. L’artista Tabaimo sostiene che la sua è una riflessione sulla “Sindrome Galapagos”, un tempo riferita all’incompatibilità tra la tecnologia giapponese e i mercati internazionali, oggi maggiormente al fenomeno della globalizzazione. Impossibile non pensare ai recenti cataclismi naturali e alle esplosioni nucleari.

La Svizzera accoglie i lavori di un incellofanatore seriale, non si può non rimanere colpiti dalla perizia con cui Thomas Hirschhorn avvolge ogni oggetto, con una predilezione per i telefonini. Titolo dell’opera “Crystal of Resistance”. Nel volantino l’artista scrive: “…voglio elaborare una forma che crei qualcosa di nuovo. Deve essere una forma che sostanzialmente renda possibile ‘pensare’.” Evidentemente devo ancora riflettere.

Quello che emerge in quasi tutti i padiglioni dei Giardini è un catastrofismo diffuso, un senso di devastazione onnipresente, come se l’arte, se non altro quella esposta, ci restituisse solamente un immaginario distruttivo quasi documentaristico. La visione reiterata di immagini di morte e distruzione provoca una sorta di depressione senza speranza che non lascia via d’uscita. Fortunatamente è una sensazione passeggera, basta sollevare lo sguardo, lo scorcio della laguna in lontananza è di una bellezza confortante, un paesaggio pieno di riflessi e di giochi di luce che allontana subito il malumore.

Alle Corderie disseminate di installazioni immerse nell’oscurità, la situazione migliora seppure lievemente. A volte si intravedono percorsi alternativi, la fatidica luce alla fine del tunnel. Bellissimi i teli illuminati di spighe di Giulia Piscitelli, e suggestivo il video dal titolo significativo “ghost” di Elad Lassry, con un fantasma, una presenza assenza che si muove con grazia indisturbata insieme agli altri ballerini. La stanza cromatica di James Turrell è un’altra attrattiva che ha sempre una paziente coda in attesa. Quasi al termine di un viaggio volutamente incerto, si arriva all’installazione di Christian Marclay, meritatamente premiata con il Leone d’oro. Un’oasi di pace, ci si siede su dei comodissimi divani bianchi dove si gustano montaggi di film scanditi da sequenze dove il tempo è protagonista insieme a noi. Le immagini cambiano ogni minuto, in modo che il nostro tempo coincide con il tempo dei film, e a quel punto tutto continua a scorrere in una rassicurante sincronicità speculare.

Attenti a quei tre

Rina aveva messo a rosolare in una casseruola il burro con il midollo tritato e la cipolla, il brodo di manzo era già pronto sul fuoco, versò in un piatto fondo sette pugni di riso. Non sapeva che farsene di tutte quelle lumache che il vicino di casa le aveva regalato. Prese una scatola di cartone, bucherellò il fondo e abbandonò le lumache sopra uno strato di crusca. Si era ricordata che da qualche parte conservava una scatoletta di pregiatissimo zafferano dalla Spagna, glielo aveva portato la sua amica Agata che lavorava come domestica in un palazzetto dietro Piazza Sicilia.

Il trucco stava nell’ammorbidire lo zafferano con un po’ di brodo caldo. Aprì la dispensa, spostò la tazza sbeccata che conteneva delle liquirizie impolverate: la scatolina era sparita. Controllò allora nel cassetto del tavolo da lavoro, fece per aprirlo e le rimase in mano il pomello, anche la cucina stava cadendo a pezzi.

Aveva lavorato tutta una vita per tenersi stretta quella casa che non era nemmeno sua, il marito era morto due anni prima e i cognati continuavano a insistere per avere la loro quota. Il fabbricato si affacciava su una corte interna occupata da un mucchio di cianfrusaglie: reti da pesca rotte, bottiglie vuote, pezzi di legno, vecchi copertoni e rottami di biciclette. Il pezzo forte, custodito come una reliquia, era una gabbia di canarini, coperta da un telo a fiori sbiadito. In mezzo al giardino di ghiaia, due pali storti con un filo di spago logoro su cui stendere il bucato.

Rina era stata irremovibile, non voleva andarsene, i figli stavano dalla sua parte. Il maggiore diceva di essere un artigiano – un artigiano senza bottega che faceva dei lavoretti in giro; il fratello minore invece trafficava con degli strani personaggi in motorino, sempre occupato a trasportare carriole piene di materiali di scarto. Ogni tanto si univa alla combriccola un amico di famiglia, un uomo senza età che lavorava saltuariamente come imbianchino e che usava il bar come ufficio. Aveva un aspetto losco ma era gentile nei modi, spesso l’aiutava in casa in cambio di un pasto. A volte dormiva sul divano in sala, poi all’alba spariva.

Il postino suonò il campanello, Rina scosse la testa, firmò il registro, prese la raccomandata, l’ennesima ingiunzione di pagamento, e la mise sulla pila di bollette sulla mensola vicino al frigo.

Guardò l’orologio, erano già le 12.30, era curiosa di sapere che scusa avrebbero inventato i figli questa volta.

Apparecchiò la tavola, grattugiò la crosta di parmigiano, versò il riso nella pentola ricoprendolo a filo con il brodo, affondò la mano nella scatola di cartone, prese una manciata di lumache aggrovigliate tra loro e le lanciò nel brodo caldo.

Si versò un bicchiere di vino rosso, e si preparò un panino con il salame, a questo punto era chiaro che lei il risotto non l’avrebbe mangiato.

 

NOT TO BE CONTINUED

P.S. ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale

Attenti a quei tre

Rina aveva messo a rosolare in una casseruola il burro con il midollo tritato e la cipolla, il brodo di manzo era già pronto sul fuoco, versò in un piatto fondo sette pugni di riso. Non sapeva che farsene di tutte quelle lumache che il vicino di casa le aveva regalato. Prese una scatola di cartone, bucherellò il fondo e abbandonò le lumache sopra uno strato di crusca. Si era ricordata che da qualche parte conservava una scatoletta di pregiatissimo zafferano dalla Spagna, glielo aveva portato la sua amica Agata che lavorava come domestica in un palazzetto dietro Piazza Sicilia.

Il trucco stava nell’ammorbidire lo zafferano con un po’ di brodo caldo. Aprì la dispensa, spostò la tazza sbeccata che conteneva delle liquirizie impolverate: la scatolina era sparita. Controllò allora nel cassetto del tavolo da lavoro, fece per aprirlo e le rimase in mano il pomello, anche la cucina stava cadendo a pezzi.

Aveva lavorato tutta una vita per tenersi stretta quella casa che non era nemmeno sua, il marito era morto due anni prima e i cognati continuavano a insistere per avere la loro quota. Il fabbricato si affacciava su una corte interna occupata da un mucchio di cianfrusaglie: reti da pesca rotte, bottiglie vuote, pezzi di legno, vecchi copertoni e rottami di biciclette. Il pezzo forte, custodito come una reliquia, era una gabbia di canarini, coperta da un telo a fiori sbiadito. In mezzo al giardino di ghiaia, due pali storti con un filo di spago logoro su cui stendere il bucato.

Rina era stata irremovibile, non voleva andarsene, i figli stavano dalla sua parte. Il maggiore diceva di essere un artigiano – un artigiano senza bottega che faceva dei lavoretti in giro; il fratello minore invece trafficava con degli strani personaggi in motorino, sempre occupato a trasportare carriole piene di materiali di scarto. Ogni tanto si univa alla combriccola un amico di famiglia, un uomo senza età che lavorava saltuariamente come imbianchino e che usava il bar come ufficio. Aveva un aspetto losco ma era gentile nei modi, spesso l’aiutava in casa in cambio di un pasto. A volte dormiva sul divano in sala, poi all’alba spariva.

Il postino suonò il campanello, Rina scosse la testa, firmò il registro, prese la raccomandata, l’ennesima ingiunzione di pagamento, e la mise sulla pila di bollette sulla mensola vicino al frigo.

Guardò l’orologio, erano già le 12.30, era curiosa di sapere che scusa avrebbero inventato i figli questa volta.

Apparecchiò la tavola, grattugiò la crosta di parmigiano, versò il riso nella pentola ricoprendolo a filo con il brodo, affondò la mano nella scatola di cartone, prese una manciata di lumache aggrovigliate tra loro e le lanciò nel brodo caldo.

Si versò un bicchiere di vino rosso, e si preparò un panino con il salame, a questo punto era chiaro che lei il risotto non l’avrebbe mangiato.

 

NOT TO BE CONTINUED

P.S. ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale

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