Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Tag

nero

Il Palazzo enciclopedico: Giardini

This slideshow requires JavaScript.

Che i nostri viaggi d’esplorazione non abbiano mai fine.

Paul Wühr

Appena rientrata dalla visita ai Giardini, decisamente molto più impegnativa e densa rispetto alle Corderie. Non so quanto Auriti sarebbe stato soddisfatto delle soluzioni scelte per rappresentare in parte il suo lavoro, secondo il suo progetto originario, tutto lo scibile umano avrebbe dovuto essere custodito in un palazzo alto circa 700 m, di circa 136 piani. Commentavo insieme a mia sorella, anche lei un’artista, quanto l’elemento verticale, o se non altro la vertigine di altre altezze qui mancasse completamente, per dare spazio a visioni molteplici, orizzontalmente sparpagliate a terra, arte primitiva, arte magica, psicomagia, land-art, installazioni, cartoni animati, collages, déjà-vu, perfomance con artisti attori, video, dj setting. Alcune interessanti, altre intense, altre meno, le classiche furbate, per intenderci meglio quelle installazioni che ti sembrano non voler dire niente, e che dimentichi una volta uscita dalle sale immerse nel buio. Il nero è un colore dominante di questa esposizione, molti messaggi mortiferi. Fortunatamente la Russia è stata la sorpresa finale, la mattina il Padiglione era chiuso per “problemi tecnici”, non ricordavo cosa ci fosse dentro, e quindi l’abbiamo riservato come emozione finale a conclusione di una giornata ricca di eventi…

Ho provato il minuto di silenzio nella stanza buia e insonorizzata del Padiglione Coreano, bisognava firmare una liberatoria in cui si dichiarava di non soffrire di claustrofobia o di attacchi di panico. La procedura iniziale mi aveva lievemente preoccupato, ti fanno levare le scarpe, ti danno un numero e devi attendere il tuo turno per entrare nella temibile stanza nera. Anche qui, le reazioni variavano, io che sono emotiva, mi sono un po’ agitata, il minuto mi è sembrato più lungo del solito, senza nessun riferimento, né suono, l’aria ferma, unica certezza la mano di mia sorella.

Il Canada aveva un’installazione legata alla musica del silenzio, un fantasma muto proiettato sul muro che mi ricordava Casper the friendly ghost, uno dei miei cartoni animati preferiti, e una scenografia teatro che cambiava a seconda delle luci. La Francia e la Germania si erano scambiate padiglioni per festeggiare il 50esimo anniversario del Trattato dell’Eliseo in onore al tema della trans-nazionalità…i tedeschi hanno fatto un lavoro legato ai credi religiosi, all’Islam, e alle diverse percezioni che si hanno rispetto alle convenzioni che la società ci impone, la Francia invece ha proposto un lavoro commovente sulla musica di Ravel, ambientato nello stesso padiglione.

La Gran Bretagna di Jeremy Deller, a parte un omaggio a tutti i luoghi di tour di David Bowie negli anni ’70, testimoniati dalle foto dei fans, di “magic” aveva davvero poco, molto ironia, alcuni titoli dei quadri citavano delle canzoni dei Depeche Mode, però sinceramente per citare Shakespeare “much ado about nothing”.

Mi ha invece piacevolmente stupito e divertito il Padiglione dell’Austria, che si trova in una zona remota dei Giardini, ai confini dell’impero dell’arte, si percorre un ponticello in ferro, si attraversa il Padiglione del Brasile, in fondo a destra il Padiglione Greco, in centro il Padiglione Venezia, con opere legate alle vie della seta e della tessitura, tra cui un’installazione uovo foderata di specchi a cui è stato impossibile resistere, la Romania, la Polonia, e a sinistra l’Egitto e la Serbia. L’Austria che normalmente presenta opere di un rigore e austerità assoluta, mette di buon umore, grazie a un cartone animato, “Imitation of life” che ha per protagonista un uccellino blu di una bellezza unica che ti chiede da subito “ciao tesoro, che cosa ti porta qui?” Tre minuti di puro svago, assolutamente necessario dopo i messaggi lugubri, in cui segui con piacere un asino vestito da marinaio che canta da dio e balla il tip-tap. Ancora una volta, un animale sorprendente.

Gli Stati Uniti propongono le installazioni inventario dell’artista Sarah Sze, alcune macchine inevitabilmente ricordano i meccanismi di Tinguely.

Il Giappone non poteva non riflettere sui danni ambientali di Fukushima, presentando un progetto dell’architetto Tanaka Koki.

La Spagna ha puntato tutto sulle macerie, invadendo il Padiglione dei materiali che sono serviti a costruirlo, mucchi di pietra, sabbia e vetro.

Israele documenta un viaggio utopico sotterraneo da Israele a Venezia, dal titolo significativo “The Workshop”, il laboratorio di Ratman, mescola realtà e finzione, riprendendo le fasi della preparazione dell’installazione, accompagnandola da un coro di voci gutturali, quasi primordiali, e dalla realizzazione in divenire di busti in argilla.

In Australia invece entriamo nel mondo delle miniere d’oro, foto scurissime illuminate dall’intensità del metallo prezioso.

Nel Padiglione Nordico, l’esposizione “Falling trees” richiama l’evento inaspettato della scorsa edizione della Biennale, quando un albero si è abbattuto sul padiglione Alvar Aalto, danneggiando le opere al suo interno. Ologrammi circolari mostrano quanto dura nell’ambiente l’energia corporea di cadaveri di animali.

La parte che ha attirato immediatamente l’attenzione è stata la sala numero uno del Padiglione Centrale, dove finalmente ho potuto ammirare dal vivo alcune tavole tratte dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung, splendide ma ovviamente intoccabili, vietato scattare foto. Intorno alla sala centrale, ci sono opere straordinarie, i quadri mistici di Emma Kunz, i simboli di Hilma af Klint, le icone di Jean-Frédéric Schnyder, gli arazzi di Enrico David, il video “scarabocchio” in bianco e nero di Tacita Dean, i tarocchi illustrati di Aleister Crowley e Frieda Harris, i paesaggi sublimi neri di Thierry de Cordier. Uscita all’aria aperta, dopo aver vagato nel percorso labirintico di simboli, viaggi iniziatici, abissi, fuochi, cieli, visioni profetiche, ritorniamo nuovamente al Padiglione della Russia, dove Vadim Zakharov ha reinterpretato il mito di Danae. Apriamo gli ombrelli trasparenti per farci bagnare da una pioggia di monete d’oro, la luce della laguna torna a essere radiosa.

Wallace Stevens e il fantasma del coniglio

Wallace Stevens' house
Wallace Stevens’ house

 

 

 

 

 

 

 

In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.

Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.

Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.

Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.

“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.

L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).

Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.

Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente  dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.

Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.

Il coniglio come re dei fantasmi

 

La difficoltà a pensare alla fine del giorno,

Quando l’ombra informe copre il sole

E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–

 

C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno

Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco

E agosto è il mese più tranquillo.

 

Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,

Senza quel monumento del gatto.

Il gatto dimenticato sulla luna;

 

E sentire che la luce è una luce di coniglio

In cui tutto ha un senso per te

E non c’è bisogno di spiegare nulla;

 

Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;

E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta

Niente importa, e l’erba è piena

 

Piena di te, gli alberi intorno sono per te,

L’intera vastità della notte è per te,

Un sé che tocca tutti i confini,

 

Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,

Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,

E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,

 

Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–

Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,

E il gattino verde è un insetto nell’erba.

——————————————————————————————–

The Rabbit as king of the ghosts

 

The difficulty to think at the end of day,

When the shapeless shadow covers the sun

And nothing is left except light on your fur—

 

There was the cat slopping its milk all day,

Fat cat, red tongue, green mind, white milk

And August the most peaceful month.

 

To be, in the grass, in the peacefullest time,

Without that monument of cat,

The cat forgotten on the moon;

 

And to feel that the light is a rabbit-light

In which everything is meant for you

And nothing need be explained;

 

Then there is nothing to think of. It comes of itself;

And east rushes west and west rushes down,

No matter. The grass is full

 

And full of yourself. The trees around are for you,

The whole of the wideness of night is for you,

A self that touches all edges,

 

You become a self that fills the four corners of night.

The red cat hides away in the fur-light

And there you are humped high, humped up,

 

You are humped higher and higher, black as stone—

You sit with your head like a carving in space

And the little green cat is a bug in the grass.

Wallace Stevens e il fantasma del coniglio

Wallace Stevens' house
Wallace Stevens’ house

 

 

 

 

 

 

 

In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.

Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.

Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.

Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.

“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.

L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).

Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.

Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente  dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.

Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.

Il coniglio come re dei fantasmi

 

La difficoltà a pensare alla fine del giorno,

Quando l’ombra informe copre il sole

E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–

 

C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno

Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco

E agosto è il mese più tranquillo.

 

Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,

Senza quel monumento del gatto.

Il gatto dimenticato sulla luna;

 

E sentire che la luce è una luce di coniglio

In cui tutto ha un senso per te

E non c’è bisogno di spiegare nulla;

 

Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;

E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta

Niente importa, e l’erba è piena

 

Piena di te, gli alberi intorno sono per te,

L’intera vastità della notte è per te,

Un sé che tocca tutti i confini,

 

Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,

Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,

E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,

 

Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–

Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,

E il gattino verde è un insetto nell’erba.

——————————————————————————————–

The Rabbit as king of the ghosts

 

The difficulty to think at the end of day,

When the shapeless shadow covers the sun

And nothing is left except light on your fur—

 

There was the cat slopping its milk all day,

Fat cat, red tongue, green mind, white milk

And August the most peaceful month.

 

To be, in the grass, in the peacefullest time,

Without that monument of cat,

The cat forgotten on the moon;

 

And to feel that the light is a rabbit-light

In which everything is meant for you

And nothing need be explained;

 

Then there is nothing to think of. It comes of itself;

And east rushes west and west rushes down,

No matter. The grass is full

 

And full of yourself. The trees around are for you,

The whole of the wideness of night is for you,

A self that touches all edges,

 

You become a self that fills the four corners of night.

The red cat hides away in the fur-light

And there you are humped high, humped up,

 

You are humped higher and higher, black as stone—

You sit with your head like a carving in space

And the little green cat is a bug in the grass.

Imprevisti e probabilità, il cuore in un sasso

Una decina di anni fa nel Northumberland, nella parte nord-orientale dell’Inghilterra ai confini con la Scozia è stato fatto un esperimento poetico, affidato al caso e a una manciata di pecore. L’autrice, Valerie Laws, ampiamente criticata per aver ottenuto 2000 sterline per finanziare il progetto, da molti ritenuto ridicolo, ha pensato bene di rallegrare la comunità rurale, afflitta da una tremenda epidemia di bestiame, scrivendo sulle schiene degli ovini alcune parole, che a seconda di come gli animali si muovevano nel gregge andavano a comporre delle poesie casuali. Tra le migliori combinazioni possibili, è stata segnalata questa:

Warm drift graze gentle white below the sky soft sheep mirrors snow clouds.

Non un capolavoro, dei semplici pensieri delicati da parte di tredici animali inconsapevoli che “pascolano riflettendo nuvole di neve”.

Nulla a che vedere con le brughiere insanguinate di Ted Hughes (1930-1998), animate da versi infuocati dove natura e mito si mescolano sapientemente perché vivono in una dimensione atemporale.

In netto contrasto con i pensieri addomesticati degli animali della Laws, ho scelto Thistles, incentrata sui cardi, piante piene di aculei con dei bellissimi fiori violacei, simbolo araldico della Scozia. La poesia è costruita proprio sulla polivalenza evocata dai fiori spinosi.

Un’antica leggenda racconta che gli Scozzesi si salvarono grazie alle spine della pianta; durante un agguato notturno, un Vichingo calpestò un cardo, si mise a urlare e la missione fallì. “Nessuno mi avrà sfidato impunemente” è il motto che compare negli stendardi scozzesi.

Cardi

 

Contro le lingue di gomma delle vacche e le mani da zappatura degli uomini

I cardi infilzano l’aria estiva

E aperti crepitano sotto una pressione nero-blu.

 

Ognuno ha uno scoppio vendicativo

Di resurrezione, una manciata tenace

Di armi scheggiate e gelo islandese emerso

 

Dalla macchia sotterranea di un Vichingo imputridito.

Sono come pallidi crini e le gutturali dei dialetti.

Ognuno regge una piuma di sangue.

 

Poi diventano canuti come gli uomini.

Una volta falciati, è una lotta. I figli arrivano

Rigidi di armi, contrattaccano sullo stesso terreno.

——————————————————————————————–

Thistles

 

Against the rubber tongues of cows and the hoeing hands of men

Thistles spike the summer air

And crackle open under a blue-black pressure.

 

Every one a revengeful burst

Of resurrection, a grasphed fistful

Of splintered weapons and Icelandic frost thrust up

 

From the underground stain of a decayed Viking.

They are like pale hair and the gutturals of dialects.

Every one manages a plume of blood.

 

Then they grow grey like men.

Mown down, it is a feud. Their sons appear

Stiff with weapons, fighting back over the same ground.

Un timido ricordo

Una poesia di Giorgio Caproni (1912-1990) dedicata alla scrittura.

 

… perch’io, che nella notte abito solo
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
che mi bagna la mente…
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo.

(Tratta dalla raccolta Il seme del piangere, 1959)

Powered by WordPress.com.

Up ↑